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sabato, 15 novembre 2008

SUNSET LIMITED di Cormac McCarthy


SUNSET LIMITED di Cormac McCarthy

Einaudi 2008
Traduttore: M. Testa
Pagine: 120
ISBN:
8806192175
Prezzo: 10 €


Si potrebbe cominciare dal dire che "Sunset limited" è un buon libro. Buono prima che bello.

Un buon libro direi che si distingue se è capace di sedimentare e di far germinare a lungo: un buon libro è più terreno che frutto insomma, e come la buona terra che da buoni frutti va a fondo e ogni strato, dal più fertile e nero al più profondo e compatto, sono in relazione e sostegno l'uno per l'altro.


Una buona lettura di questo libro non può quindi prescindere dalla complessa stratificazione di cui è tessuto e in cui lo scritture si è, visibilmente, compiaciuto, dando luogo a una creazione che ha vita e spazio propri.

Tanto per dire il tema uso le parole di Doninelli: "Nero, un uomo di colore, ex-galeotto poi fattosi cristiano, salva Bianco, un intellettuale, dal suicidio: stava per gettarsi sotto il Sunset Limited, il treno passeggeri in servizio tra la California e la Florida fino alla fine del 2005, quando l'uragano Katrina devastò la rete ferroviaria di New Orleans e dintorni. Nero porta Bianco a casa sua, ma Bianco non è contento di essere stato salvato: voleva e vuole morire. La conversazione si svolge intorno a un tavolo, i cui lati sono come i due lati dell'Universo."

A una prima lettura la situazione è semplice e schematica: il bianco è un triste intellettuale scettico, il nero un toccato dalla grazia. Il nero parla e il bianco ascolta. Il bianco non ha argomenti se non la sconfitta dei suoi stessi ideali e il nero è ricco di una ricchezza, una facondia di parola che non è in fin dei conti sua ("quando vi interrogheranno non abbiate timore di cosa dovrete dire, perché sarà lo Spirito a parlare in voi"). Il nero ha ragione e il bianco scappa. Tutto molto chiaro, dall'inizio alla fine.

O quasi. Perché in definitiva è la fine, la chiusa, che riapre totalmente i giochi e alza un cartello grande così: "NON TUTTO E' COSI' CHIARO E SEMPLICE, PER NESSUNO", e costringe a chiedersi quale sia il senso vero di quel che ci[1] è avvenuto leggendo. In effetti il Mistero, latente (quasi sornione) in tutto il dialogo, irrompe ed anzi straripa nelle ultime tre quattro frasi e così mette in luce che, in realtà, è sempre stato lì, ma nessuno (nessuno! dei due nessuno) lo aveva guardato. E con quello strappo costringe il nero a arrivare al centro di sé e chiedere, per la prima volta, la ragione per sé di quel dialogo, invece di cercare le ragioni per il bianco. E' questo rovesciamento, questo dentro-fuori-dentro (ciò che era dentro, al fondo del dialogo, finalmente viene fuori, per poter entrare davvero e definitivamente nel nero) che costituisce non la chiave di lettura (le chiavi aprono e chiudono) ma il movimento, il gesto, la gestualità principale del racconto. Dentro-fuori-dentro e a fondo in un contesto che pare chiuso, definito e definitorio: è un modo per lo scrittore di far vedere (costringere a cercare, in primis) il mistero senza mai indicarlo e parlarne.

Cominciamo dal titolo: è il nome del treno che deve "prendere" il bianco, ma questo non lo sappiamo e il titolo è il primo punto di attacco e quindi non possiamo non guardare il potere evocativo che queste parole hanno. Una traduzione può essere, letteralmente, "tramonto limitato", ovvero "tramonto, ma con un limite, una limitazione": "limitato" come in "proprietà limitata" o "responsabilità limitata[2]", che non va oltre un certo limite, che si ferma su una soglia. Un tramonto ma con dei limiti, non definitivo, come se il sole non tramontasse davvero ma si limitasse a arrivare basso sull'orizzonte, quasi tutto sotto il limite (appunto) dell'orizzonte ma come una promessa di rialzarsi, ri-sorgere (up-rising). L'inglese ha una espressione per questa zona di chiaro-scuro: "twilight zone", quasi intraducibile[3], che indica, diremmo noi "l'ora in cui tutti gatti sono bigi". Il bianco e il nero si confondono, fondono, scambiano gli ruoli. Perché la posizione interessante dell'autore è che, senza "prendere posizione" tra i due, non per questo li confonde in un indistinto "tutti hanno ragione e tutti hanno torto": è chiaro che uno solo può aver ragione, ma non si sa chi è, e averli portati al "limite del tramonto" li porta a scambiarsi in definitiva i ruoli. Ancora il movimento di rovesciamento che si esplicita appunto nel nero che si interroga su di sé: il problema è il suo, il dramma è il suo, è lui che deve essere salvato, è lui che ha bisogno di un angelo custode che lo venga a salvare.

E dunque non è fin dall'inizio così: chi è tentato (dalla morte, dal fallimento) non è il bianco ma il nero, chi dubita davvero alla fine è il nero, che deve ritrovare la forza di non "prendere il treno" ma di ributtarsi tutto nel mistero. E allora il nero non è l'angelo salvatore: il bianco è forse invece l'angelo tentatore, non mandato da Dio ma da Dio permesso perché la virtù del nero sia provata (Giobbe). La partita non è fra le ragioni del credente e le ragioni dell'ateo: la partita in definitiva è tra il credente e Dio (Giacobbe al passaggio del fiume) e chi ha perso (il nero) può uscirne vincitore (ma segnato nel corpo). Dentro-fuori-dentro.

Perché di una partita evidentemente si tratta: "il nero muove", "il bianco abbozza una difesa", "il nero tenta un attacco", "il bianco arrocca". E' fin troppo evidente nel succedersi di nero-bianco-nero ma anche nell'ambientazione (due davanti a un tavolino spoglio, un tot di tempo a testa) e nella successione delle aperture e delle strategie. Il nero attacca ingenuamente, il bianco è più tattico, il nero cerca tempo per ulteriori mosse ma il bianco lo logora lentamente mangiandogli i pezzi, fino al contrattacco finale, spietato, "il bianco muove e vince in tre mosse[4]", fine (no). E non si può non farsi venire in mente un'altra grande partita a scacchi con in palio vita e morte: quella tra il Cavaliere e la Morte ne "Il settimo sigillo" di Ingmar Bergman. La morte lì è nera, sarcastica, terribilmente razionale e il cavaliere bianco muove per scappare dalla morte ma poi per andarle incontro.

Come d'altronde non si può non tenere presente gli altri spunti letterari[5] collegati al tema dell'angelo custode/protettore e eventualmente salvatore di un tentato suicida: "La vita è meravigliosa" di Frank Capra e "Il cielo sopra Berlino" di Wim Wenders. Del primo rimane l'idea dell'aspirante angelo (il nero qui, lì il buffo Clarence) che deve fare una buona azione per meritarsi le ali[6], nel secondo (più prossimo) il tema del rovesciamento dei ruoli è esplicito, gli angeli[7] scelgono di diventare uomini e gli uomini (lo stazzonatissimo Peter Falk che interpreta se stesso) ricordano di essere stati angeli. Indirettamente quindi anche le poesie di Rilke che fecero da ispirazione a Wenders.

Ripercorrendo all'indietro sono poi tanti gli indizi che costruiscono i molti strati di lettura del libro. Il salvataggio del bianco non è sostanzialmente fisico: quasi non c'è un gesto ma un prima (il tentato suicidio) e complanare l'abbraccio del nero. La stessa presenza e posizione del nero nella stazione ha del misterioso. La stessa ambientazione un po' claustrofobia (i chiavistelli alla porta, i drogati che assediano la stanza) contribuisce a un'atmosfera di sospensione.

In definitiva il libro che pare in fin dei conti bloccato (tanto che ci si chiede, avanzando nella lettura: "vediamo ora come ne esce fuori, l'autore, da questo avviluppo") è poi sfondato e riaperto ad ogni possibilità. Avendo dato per centocinque pagine ragione al nero e silenzio al bianco,  rovesciando poi la vittoria dal campo del nero a quello del bianco e riaprendo tutto con l'urlo finale, non c'è nulla di concluso, ma tutto è (di nuovo) possibile. Il nero può farcela. Il bianco stesso (perché dovremmo essere certi del contrario?) può farcela.


Note

[1] E' assolutamente straordinaria la capacità di McCarty (qui come ne "La strada" o "Non è un paese per vecchi", qui con pure parole di dialogo, lì con dialogo e azione) di portare il lettore all'immedesimazione. Per questo dico "ci è avvenuto", perché accade al nero, quindi a noi. E come il nero infine si interroga (o meglio, interroga il mistero) così noi siamo condotti a cercare che cosa in effetti ci sia accaduto leggendo.

[2] "Limited" è il termine giuridico inglese per i brevetti  ("limitano" la possibilità di usare un bene o una proprietà intellettuale) e per le società (società in cui la responsabilità degli azionisti "si limita", non va oltre il capitale in azioni).

[3] "Zona del crepuscolo": il momento in cui il sole è tramontato ma ancora c'è luce per effetto della rifrazione dell'atmosfera.

[4] Scrive sempre Doninelli: "Perché lì Nero ha commesso l'errore decisivo: ha creduto che i giochi fossero fatti, cedendo all'idea che, se Dio gli aveva permesso di salvare quell'uomo, la storia non poteva che terminare con la sua conversione. La sua passione per i calcoli e i numeri, in sé eccellente, qui lo tradisce. C'è un vizio americano, per così dire, che abbassa per un attimo la tensione, e Bianco ne approfitta per colpire e poi andarsene."

[5] Filmici in realtà, almeno quelli che mi vengono primi in mente. D'altronde McCarty è filmico per natura: i suoi libri sono già tutti sceneggiature.

[6] Ma qui la buona azione non riuscirà.

[7] Il punto di vista degli angeli nel film è rappresentato in bianco e nero…

Andrea B.

Scheda Einaudi della traduzione italiana
Sito dell'autore
Il blog di Andrea Bonvicini
postato da: Fabrieli alle ore 10:11 | link | commenti (1)
categorie: contemporaneo, straniero
martedì, 25 marzo 2008

Il nemico, di Michael O'Brien



Il nemico (Father Elijah.  An Apocalypse)
2006, San Paolo Edizioni, collana Le vele
traduttore: Monica Rimoldi
pp.547
codice isbn:978-88-215-5752-1
19,50 euro


Ci sono scrittori che traspaiono dalla pagina scritta (in maniera più o meno assordante), e altri che si limitano a far trasparire i loro personaggi. O' Brien è di quelli che traspaiono in filigrana: nel mentre la lettura procede in avanti non si può non percepire - in maniera discreta, non rumorosa - il suo modo di ragionare (e di far ragionare i personaggi).
Oltre che scrittore O' Brien è un celebre pittore canadese, cattolicissimo, che ha all'attivo varie pubblicazioni nell'alveo della letteratura cristiana. Father Elijah è uscito nel 1996 per la Ignatius Press (
la stessa casa editrice di papa Benedetto XVI, T. Howard, G. K. Chesterton, H. De Lubac, L. Bouyer); dopo dieci anni, e numerose segnalazioni da parte dei vari media tutte molto molto favorevoli, è approdato in Italia per le Edizioni San Paolo.
La collana che lo ospita è la famosa collana Le vele, dedicata alla letteratura contemporanea, perciò tanto di cappello a O'Brien.
Questo libro è stato accostato dal critico letterario Edoardo Rialti sia al Padrone del mondo di Benson (per l'evidente parallelismo al tema dell'apocalisse usata in chiave apologetica), sia al Signore degli Anelli di Tolkien (libro che O'Brien stesso cita nel suo romanzo, insieme anche alla Divina Commedia di Dante e ai Promessi Sposi di Manzoni. Ovviamente noi italiani non possiamo che essere orgogliosi di tali citazioni).
La storia è densissima, perciò rimando alla lettura del libro (la quale lettura mi è risultata un pò pesante, sia per i molteplici livelli di lettura sia per i lunghi meandri in cui la storia a volte s'infila).
Qui mi limito ad accennarla: il padre carmelitano Elijha, canuto anziano, archeologo, ebreo polacco giunto in Israele dopo la seconda guerra mondiale, ex-personalità di spicco nel mondo politico ebraico, convertitosi al cattolicesimo e ritiratosi in convento, riceve l'invito dal Vaticano a venire da Israele a Roma per discutere un compito importantissimo che il Papa vorrebbe affidargli. Si scopre che questo compito delicatissimo altro
non è che annunciare al Presidente dell'Unione Europea, uomo di punta della politica mondiale, osannatissimo, che sta veleggiando per diventare l'uomo più potente della terra grazie ad una serie di alleanze politiche, strategie di perseguimento della pace mondiale, donazioni, una nuova filosofia cosmico-universale, ecc. dicevo, annunciargli che Cristo è l'unico Signore della storia. Cristo, e non - come tutti credono - lui, il Presidente.
Il compito è di quelli di far accapponare la pelle, difatti padre Elia continua a dire ai suoi superiori (Stato e Dottrina, cioè il Card. Segretario di Stato e il prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, oltreché al Papa stesso) che non si sente all'altezza, che è debole, incapace di parlare con uno come il Presidente che ha al massimo grado il dono dell'oratoria, di convincere soavemente i suoi interlocutori.
La posta in gioco è che il Presidente diventi nientemeno che l'Anticristo (Il nemico del titolo): è per questo motivo che va "salvato" con la predicazione di un messaggero inviato da parte della Chiesa.
In effetti questo è un romanzo catechetico: è come leggere una catechesi sulla trasmissione della fede, sulla salvezza che opera Cristo mediante la Chiesa ed il Primato di Pietro, sul demonio e sulle forze dell'Anticristo. O'Brien non poteva essere più chiaro ed efficace. Come leggere i libri apologetici dei primi secoli del cristianesimo, da Giustino a Tertulliano ad Agostino.
Tornando alla nostra storia, padre Elijha riuscirà nella sua opera di evangelizzazione (Il nemico non si convertirà, ma almeno avrà ascoltato la Parola del messaggero della Chiesa e dunque la sua scelta per il male sarà definitiva. D'ora in avanti "il demonio entrò in lui" come dicono i vangeli a proposito di Giuda, durante l'ultima cena), solo che la strada che lo condurrà verso la progressiva riuscita nell'impresa è una strada di spoliazione dell'uomo vecchio (l'uomo del peccato, per dirla con le parole di San Paolo), di abbassamento, mortificazione, umiliazione. Dovrà fare i conti con il suo passato sepolto dentro di lui ma non accettato fino in fondo: l'olocausto della sua gente, la perdita della sua famiglia portata nei campi di concentramento, l'amore per la sua Polonia, l'amore per il suo benefattore che lo accolse orfano dei genitori e che si farà catturare al suo posto, la moglie incinta dilaniata da una bomba quando viveva in Israele, e da ultimo l'affetto pulito e quasi paterno per Anna Benedetti, una vedova illustre della cerchia del Presidente che lo aiuterà a smascherare l'ipocrisia e la menzogna del Presidente (e che per questo morirà).
Tra colpi di scena, dialoghi serrati e profondissimi (ci sono tantissimi dialoghi in questo libro, che poi sono il mezzo per presentare l'insegnamento catechetico), excursus storici che fanno rivivere i tempi della guerra e dell'immediato dopoguerra, descrizioni della natura e dei personaggi sempre precise, puntuali e ricche, O'Brien ci conduce come un fiume in piena verso la foce della storia, verso il punto finale. Verso l'apocalisse finale che lui lascia intravedere, senza descriverla.
Preziosissima è l'introduzione che ha scritto O'Brien per farci capire il suo libro:
"Il lettore incontrerà qui un'apocalisse nel senso letterario antico, ma scritta alla luce della rivelazione cristiana. E' una speculazione, un'opera di fantasia. Non tenta di predire dettagli dell'apocalisse finale, quanto piuttosto di domandarsi come la personalità umana risponderebbe ad una situazione di tensione intollerabile, in un clima morale che diventa sempre più gelido... questo libro... offre la Croce. Essa testimonia - spero - la vittoria finale della luce".

Elisabetta M.

http://studiobrien.com/site/index.php
postato da: Fabrieli alle ore 13:49 | link | commenti
categorie: attuale, contemporaneo, straniero
lunedì, 17 marzo 2008

Il velo dipinto di W.S. Maugham



Il velo dipinto (The painted veil)
di W. Somerset Maugham
Adelphi, 2006
Traduzione di Franco Salvatorelli
pp. 234
codice isbn: 978-88-459-2049-3
18 euro



Cosa succede quando cala il velo dell'illusione dagli occhi e ci si accorge di essersi rovinati la vita con lo sbaglio più grande e più stupido che si potesse commettere?
E' l'idea centrale del romanzo di Maugham, inglese, classe 1874, romanziere doc.
Maugham è famoso per la sua fredda ironia e misoginia. Anche in questo romanzo, ambientato in una splendida location (Hong-Kong e poi l'entroterra di un piccolo villaggio colpito dal colera: Mei-Tan-Fu), con ampie  descrizioni della vita quotidiana durante il governo britannico delle colonie inglesi, i personaggi sono il tratto più riuscito della penna di Maugham. Il personaggio femminile, la protagonista, è messa dallo scrittore in una condizione psicologica di limite estremo.
La storia è molto semplice, ricalcata sulla vicenda dantesca di Pia de Tolomei (che, tra l'altro, adesso sembra rivedere una fioritura dovuta al musical di Gianna Nannini: Pia de Tolomei): una donna fatua e infantile sposa, senza amore, un medico biologo che lavora ad Hong-Kong. Lo sposa spinta unicamente dalla prospettiva di farsi una vita propria, senza dipendere in alcunché dalla famiglia d'origine, e per la paura altrimenti di rimanere nubile.
Come lo stesso autore rivela nell'introduzione, questo è un romanzo a-tipico. Anzichè modellare i personaggi man mano che si dipana la vicenda nell'immaginario creativo dello scrittore, qui lo scrittore ha apertamente dichiarato che ha modellato i suoi personaggi su un'idea origianaria, primitiva. E' un'annotazione davvero interessante, perchè vuol dire che un romanzo può riuscire benissimo anche se i personaggi sono - per così dire - in parte costruiti a tavolino (ma è un'eccezione, difatti abbiamo a che fare con un grande scrittore).
Cito dall'introduzione: "La storia che segue è stata suggerita da questi versi di Dante:
"Deh, quando tu sarai tornato al mondo,
e riposato de la lunga via,"
seguitò 'l terzo spirito al secondo
"ricordati di me, che son la Pia;
Siena mi fè, disfecemi Maremma:
salsi colui che 'nnanellata pria
disposando m'avea con la sua gemma".
... Questo, credo, è il solo romanzo in cui ho preso le mosse da una vicenda anziché da un personaggio".
La prima volta che conosciamo Kitty, la protagonista (già dal soprannome ci facciamo l'idea della sua fragilità; lei è sempre Kitty: quando tutti gli altri personaggi hanno un nome, lei ha sempre un diminutivo, che è anche un vezzeggiativo; la vediamo nella sua tenerezza, nel suo spirito infantile, leggiadro e giocoso), dicevo, Kitty la troviamo subito con Charlie, l'amante. Sta tradendo il marito in un afoso pomeriggio estivo di Hong-Kong. E sciagura vuole, il marito - senza farsi vedere - li scopre.
In effetti questo incipit è una bomba: non si può attrarre il lettore con più forza, con più suspance. La vicenda prende le mosse da qui: il marito, che veramente l'ama, sentendosi tradito e non riuscendo a perdonarla gioca la carta della vendetta che, però, è anche una crudele autodistruzione. Sceglie di andare a lavorare in un villaggio dell'entroterra colpito dal colera. Lei, costretta a seguirlo perchè l'amante non ha alcuna intenzione di sposarla (e di tornarsene dai genitori in Inghilterra non se ne parla), arriva con Edmund (il marito) in questo villaggio, e piano piano comincia a vedere il marito con occhi nuovi. Scopre che è bravo, che è apprezzato dalla gente del posto (mentre il suo ex-amante ha fama di un arrivista), nel suo cuore l'apatia cede il posto alla tenerezza, alla fiducia. A Kitty cade il velo.
Purtroppo - si può dire - il velo passa ad Edmund. Ironia della sorte! Per lui, non riuscendo a perdonarla, inizia un autentico calvario interiore che lo porta ad autoannichilirsi, ad autoannientarsi. Vinto dal disprezzo per sè, per aver  creduto nell'anno di matrimonio trascorso insieme con Kitty che lei lo amasse, si fa uccidere dal proprio idolo (cioè dall'idea che ha costruito su di lei).
Ci sono dialoghi bellissimi tra i due sposi, che fanno toccare la disperata lontananza dei loro due punti di vista. Nemmeno la magia della natura incontaminata li aiuta. Nemmeno la santità delle suore che curano i malati, con cui entrambi vengono a contatto, riesce a riavvicinarli. Ormai tutto è morto. Ed infatti è come se Maugham facesse già baluginare davanti il triste epilogo: Edmund si ammala di colera e muore. Peccato, perché invece Kitty - che nell'idea di Edmund avrebbe dovuto ammalarsi e morire lei - è talmente viva e vegeta che è rimasta incinta di Charlie (altra cosa che, per Edmund, è una mazzata quando lo viene a sapere) e partorirà una bambina.
La conclusione vede Kitty tornare in Inghilterra dove l'attende suo padre rimasto vedovo (dopo essere caduta un'ultima volta tra le braccia di Charlie). Insieme a suo padre, che inizierà ad amare gratuitamente (non come da ragazza che il padre rappresentava solo la fonte del reddito di famiglia), Maugham lascia intendere che finalmente Kitty saprà costruirsi una nuova vita, per sè e per sua figlia. Ha imparato, ed imparerà ancora meglio, che l'amare non è mai slegato dal rispetto per sè e per gli altri.

Elisabetta M.

http://www.internetbookshop.it
http://it.wikipedia.org/wiki/William_Somerset_Maugham
postato da: Fabrieli alle ore 14:15 | link | commenti (4)
categorie: classico, straniero
martedì, 05 febbraio 2008

MANUALE DEL GUERRIERO DELLA LUCE di Paulo Coelho


MANUALE DEL GUERRIERO DELLA LUCE di Paulo Coelho


Titolo orig.: MANUAL DO GUERREIRO DA LUZ
Bompiani, 1997
Pagine: 156
ISBN: 88-452-3183-6
Prezzo: 10€

                   

Questo piccolo best seller di Paolo Cohelo, si può definire uno di quei libri che non possono assolutamente mancare in una libreria.

Di per sé non è un libro che segue una sua logica come siamo abituati solitamente. In questo sta anche la sua originalità e bellezza. E’ la storia di un ragazzo che sulle sponde del mare è invitato da una misteriosa donna ad ascoltare il suono delle campane. Un chiaro invito all’interiorità, ad ascoltare se stessi, a ritornare in sé.  Un tema caro a molte religioni e carissimo al Cristianesimo. Basti pensare ad Abramo che è invitato da Dio a “uscire dalla sua terra”leggiamo sulle nostre traduzioni, ma in verità la corretta espressione dall’ebraico sarebbe “Va verso te stesso, ritorna verso te stesso” per riscoprirti e ritrovarti aggiungeremmo noi. Un tema dunque in comune con gli ebrei e non solo; un tema chiarissimo anche nella tradizione cristiana autentica, radicata nelle scritture; come non far venire alla mente la parabola del Figlio prodigo, dove il minore dei fratelli una volta toccato il fondo di se stesso “ritorna in sé” – dice il brano – e decide di ritornare da suo padre.

Questo è un sicuramente il filo rosso di questo piccolo gioiello di letteratura moderna, che si snoda in piccole raccolte - oserei dire- sapienziali che danno luce in chi le legge. Oltre al tema del cercare dentro di sé la verità e la forza, sono affrontati temi quali il discernere, il perdono, lo scegliere sempre la parte buona della vita ma anche la capacità di accettare i propri limiti e di superarli nel tempo. Ovviamente non manca il grande tema dell’Amore. Non solo inteso quale rapporto tra uomo e donna ma anche come realizzazione di sé; Amore come risposta alla domanda profonda sul senso della vita.

Chi s’imbatte in questo libro conosciutissimo in tutto il mondo, trova sempre una pagina, una frase, una situazione che parla del suo momento, alla sua situazione. E’ un libro che per sua natura si presta a essere riletto molte volte; il lettore non saprà resistere nel ritornare sul corpo centrale del libro per andare a cercare la pagina che più può aiutarlo in quel momento.

In definitiva è un piccolo breviario d spiritualità dal quale chiunque e in qualsiasi momento della giornata può attingerne la forza e la luce.

 

Alessandro L.


 
postato da: Fabrieli alle ore 13:11 | link | commenti (2)
categorie: contemporaneo, straniero
venerdì, 11 gennaio 2008

I FIGLI DI HURIN di J. R. R. Tolkien


I FIGLI DI HURIN di J. R. R. Tolkien

Titolo originale: Tha tale of the children of Hurin
Traduttore: Caterina Ciuferri
Bompiani, 2007
Pagine: 325
ISBN: 8845259617
Prezzo: 20 €


Christopher Tolkien ha deciso di comporre questo testo molto tempo dopo la morte del padre. C'è chi sostiene si tratti di un'operazione soprattutto commerciale. Io dico: ne è valsa la pena.
   Spiego perché.


"I figli di Hurin" è un romanzo tragico nel senso greco del termine. Un destino incombe sulla testa dei figli di Hurin, che ha osato sfidare Morgoth. La sua famiglia dovrà sempre vedersela con la morte e l'infelicità, fino a quando non sarà totalmente estinta.
   Quel che Morgoth vuole punire è la pervicacia di un Uomo, amico del proprio re e degli Elfi, di voler ostinarsi contro un Vala. Hurin, imprigionato nel malefico regno del Vala rinnegato, non cede e Morgoth si vendicherà sui suoi discendenti. Nel frattempo la moglie Morwen ha avuto la saggia idea di allontanare il figlio Turin da casa per farlo crescere con gli Elfi. Ma destatosi all'età adulta, è proprio Turin che decide di intraprendere il viaggio per liberare il padre.
 
   Turin è un eroe tragico, quasi come quello dell'antichità classica. Un destino, stabilito dagli dei, si abbatte su di lui e contro di esso il malcapitato si trova a dover combattere inutilmente.

   Eppure Tolkien non è un greco e la sua idea di libertà personale è ben diverso da quello che poteva esserci nella Grecia di 2500 anni fa. Se allora si aveva una concezione alquanto vaga e illusoria della libertà personale, lo spessore cristiano di Tolkien traspare da questo bellissimo testo, che a tratti ricorda la freschezza dello Hobbit, mentre spesso richiama l'epicità del Silmarillion. Infatti, a ben guardare il tragico destino del protagonista non è determinato dal Vala malvagio, quanto dalla sua stessa testardaggine a voler dar contro a qualcosa che lo supera in grandezza. Turin si vuole misurare con un ordine di grandezza che non gli appartiene.
   Tolkien non indica una strada da percorrere affinché tutto si possa sistemare; anzi! Pare proprio che quando scenda in campo la Trascendenza gran poco si possa fare per modificarne le decisioni. Ma la questione è proprio questa: Turin vuole mettersi alla pari di un Vala quasi per cancellare la malvagità che da Lui dipende. Ma con questa premessa l'esito non può che essere uno.
   Di scena in scena si nota come Turin rimanga vittima, più che delle azioni di altri o di Morgoth, delle proprie decisioni spesso sconsiderate. La maledizione che grava sulla famiglia di Hurin si realizza soprattutto perché è Turin stesso ad aprirne la strada.

Fabrizio V.

it.wikipedia.org/wiki/I_figli_di_H%C3%BArin
postato da: Fabrieli alle ore 16:09 | link | commenti
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venerdì, 04 gennaio 2008

Mansfield Park, di Jane Austen


MANSFIELD PARK di Jane Austen

Titolo orig.: Mansfield Park
Garzanti, 2001
collana: i grandi libri Garzanti
traduttore: Simone Buffa di Castelferro
Pagine: 488
ISBN: 8811582911
Prezzo: 10 euro.


Evidentemente Jane Austen va di moda, se il cinema ci ha appena sfornato nel 2006 la riedizione di Pride and Prejudice (con Keira Knightley, candidata all’oscar come migliore attrice protagonista) e nel 2007 è uscito Becoming Jane (con Anne Hathaway che narra il flirt di una giovanissima Jane per Tom Leroy (vero e documentato), amore corrisposto ma non convolato a sospirate nozze per l’ostacolo del censo sociale della famiglia Austen, non sufficiente per aspirare ad una parentela con i nobili Leroy, e da cui la scrittrice si presume abbia tratto ampio materiale per i suoi due primi capolavori: Orgoglio e Pregiudizio e Ragione e Sentimento.
A parte questi due film, c’è da notare che in Inghilterra nell’ultimo decennio sono state tratte riduzioni televisive e cinematografiche da tutti i sei romanzi della Austen, e che di alcuni esistono anche due versioni a pochi anni di distanza una dall’altra (basta andare su You Tube e digitare Jane Austen, o su Amazon.uk per comprare i dvd in inglese).
Viene da pensare che, essendo rara al giorno d’oggi una buona sceneggiatura, sia sempre proficuo saccheggiare dall’immaginario di Jane.
Mansfield Park è uno dei romanzi meno conosciuti di Jane Austen (1775-1817), però è unanimemente considerato il più complesso e da alcuni (tra cui io) il suo capolavoro. Anche di questo esiste l’ottima versione cinematografica datata 1999, ovviamente in inglese perché per motivi incomprensibili il film non è mai stato distribuito in Italia); persino i nostri critici (che evidentemente l’hanno visto) ne hanno parlato in maniera lusinghiera.
Il soggetto è esigente, quello che più si stacca dal consueto schema austeniano eroina- avventura travagliata-conclusione. Di solito Jane adotta lo schema classico, quello secondo la teoria aristotelica della narrativa: la collusione, la crisi e la catarsi. (Jane si colloca prima dell’avvento del romanticismo; anche se può considerarsi pre-romantica, è avvisa da tutte le scrittrici romantiche, ad esempio dalle sorelle Bronte che considerano le sue protagoniste delle insulse anti-eroine. Sono Walter Scott la ammira. Per fortuna le sue opere all’epoca circolavano indipendentemente dai favori degli scrittori in auge in quel momento).
Eppure qui la protagonista non è tanto la fanciulla di cui Jane racconterà, ma una tenuta signorile: Mansfield Park, e tutte le vicende che ruoteranno attorno ad essa.
Scritto tra il 1812 ed il 1814, pubblicato nel 1814, rimane un romanzo in parte oscuro. Jane lo scrisse in una stagione della sua vita in cui aveva capito che, ormai, forse non si sarebbe più sposata. Il padre era morto, lei con la madre e la sorella
Cassandra (nubile come lei) vivevano in una condizione di precarietà, con una piccola rendita appena sufficiente. Si sono trasferite in un cottage molto meno costoso, con un mobilio essenziale. E' in questa situazione difficile, certamente non immaginata (non si aspettavano che la morte del padre le avrebbe gettate in miseria), che Jane si accinge a scrivere questo romanzo, atipico per la sua produzione narrativa.
La protagonista, Fanny Price, è appartenente alla lower class, caso unico nella narrativa austeniana. Suo malgrado si ritroverà a fare la “scalata sociale” (esempi simili li troviamo tranquillamente nei romanzi dell’epoca, basti pensare a Pamela di Samuel Richardson), ma c’è qualcosa di anti-moderno in questo romanzo: la critica ai costumi della società che, secondo Jane Austen, cominciavano ad essere troppo licenziosi, specialmente quelli provenienti da Londra. La critica al teatro ed alle nuove commedie, apportatrici di dis-valori, la critica alla town come città tentacolare ingannatrice, in opposizione alla quiete della campagna, del park (Mansfield Park è la tenuta nobiliare in cui è situata la villa della famiglia Bertram, la famiglia che accoglie in casa Fanny e la crescerà come una figlia[1]). La critica al fariseismo nobiliare e alla rigida divisione in caste sociali: i nobili che potevano godere della loro ricchezza grazie alle piantagioni e alle usurpazioni degli schiavi nei loro possedimenti nelle Indie (di fatti sir Thomas Bertram ha un possedimento coloniale alle Antille).

Un’esaustiva trama si trova su wikipedia (http://it.wikipedia.org/wiki/Mansfield_Park). Io ne faccio appena i cenni salienti:

Fanny è il “prezzo” da pagare (di fatti fa Price di cognome) perché il ricco sir Thomas Bertram senta di far qualcosa per i suoi parenti poveri; quasi come riscatto dell’appartenere alla upper-class sir Thomas decide di allevare in casa sua una figlia della sorella della moglie (sposata con un ufficiale povero di marina). La scelta cade su Fanny, che quindi viene condotta a Mansfield Park per crescervi insieme agli altri quattro figli di sir Thomas e lady Bertram. Tom, Mary e Giulia si dimostrano vacui e frivoli. Sono Edmund (che di fatti è il più integerrimo dei quattro, quello non aspira alla carriere ma che vuol diventare pastore) dimostra simpatia per Fanny. Col tempo Fanny s’innamora del cugino, mentre il cugino dimostra solo una passione fraterna per lei. Le cose si complicano quando, mentre sir Thomas è alle Antille in visita ai suoi domini coloniali, arrivano nella tenuta vicino al Park una coppia di fratelli dalle abitudini un po’ più vivaci: Hanry e Mary Crowford. Edmund s’innamora di Mary, che pur desidererebbe che un ottimo partito come lui non si desse via alla semplice vita di pastore di campagna. Hanry invece fa la corte contemporaneamente alle due sorelle, per poi prediligere proprio quella fidanzata. La cosa precipita nel momento in cui la compagnia di amici decide di mettere in scena la recita di una commedia teatrale che andava di moda all’epoca. Le donne non potevano recitare, ma secondo più libertine usanze le sorelle Bertram e Mary Crowford vi prendono parte. Edmund e Fanny non vorrebbero parteciparvi, ma alla fine vi sono costretti. La rappresentazione va a monte solo perché, all’ultimo momento, arriva da Antigua sir Thomas che – non approvando la recita – la fa andare all’aria. Tom e i due Crowford vengono allontanati, Mary si sposerà col fidanzato e le cose sembrano per il momento mettersi bene.
Ma quando Hanry e sua sorella fanno ritorno, Hanry decide a mò di passatempo di far innamorare di sé Fanny. La poverina, che non s’aspetta un corteggiamento in piena regola e che ha occhi solo per Edmund, si trova a dover subire la pressione di sir Thomas che vorrebbe che sposasse Hanry. Lui, che non conosce così bene i due fratelli Crowford come li conosce lei, non ci vede nulla di male nell’unione tra Hanry e Fanny. Per cui, all’intestardimento di lei di non sposarlo, decide di mandarla a casa sua, dalla sua povera famiglia, sperando che metta la testa a posto e cambi idea.
Di fatto Hanry veramente sembra sul punto di cambiare vita, e lei di smettere di pensare ad Edmund (che nel frattempo sembra indirizzarsi verso il matrimonio con Mary Crowford), salvo che – in un momento in cui Hanry è a Londra (la città tentacolare) e reincontra la sua antica fiamma Mary Bertram, cede alla voglia di ricorteggiarla nonostante sia sposata. Lei si abbandona alle dichiarazioni del libertino Hanry e le cose si ingarbugliano al punto tale che, alla fine, scapperanno insieme. È un fulmine a ciel sereno: la disgrazia a questo punto colpisce la famiglia Bertram. Il marito di Mary chiede ed ottiene il divorzio, sir Thomas e la sua famiglia si convincono dei costumi libertini dei Crowford (pure Mary, dicendo che suo fratello si era comportato male, però in fondo lo giustificava), e Fanny viene richiamata a Mansfied Park. A questo punto si aprono gli occhi ad Edmund che finalmente comincia a vedere la cugina come una donna e se ne innamora. Alla fine si sposeranno e vivranno nella tenuta di Manfield Park, lui come pastore e lei come moglie del pastore.
Il libro si chiude nel migliore dei modi, come se nell'immaginario di Jane la tradizione con i suoi sani valori vincesse sui pericoli e sulle tentazioni che la scrittrice vede avvicinarsi da Londra. Di fatto Londra espanderà la sua influenza sulla società inglese, ma è come se l'animo di Jane rimanesse puro e ancorato ai sani principi paterni; forse è questo uno dei motivi che ne fanno una scrittrice fuori dal tempo.

Riporto alcune recensioni significative:
http://www.internetbookshop.it/code/9788817172622/austen-jane/mansfield-park.html

Anche altri lettori oltre a me confermano questi miei giudizi:
“Fanny Price è diversa da tutte le altre eroine di Jane Austen: non ha il senso dell’umorismo di Elizabeth Bennet né la frivolezza di Emma, e nemmeno la consapevolezza di Elinor Dashwood o l’irruenza di sua sorella Marianne. Fanny è tutta buon senso, umiltà, riservatezza e vulnerabilità. È il personaggio più passivo del romanzo, eppure dal punto di vista dell’azione morale, Fanny è la più attiva perché è l’unica che riesce a vedere le cose nella giusta prospettiva fin dal principio. Nella sua immobilità, è un personaggio chiave, simbolo di quel mondo di pacata quiete e solidi valori che era l’Inghilterra rurale del primo Settecento, contrapposto alla frenesia e dinamicità di una Londra ormai alle soglie della Rivoluzione industriale. Con Fanny, Jane Austen disegna il ritratto di un’eroina positiva non per abbondanza, ma per difetto di qualità mondane: un’eroina che fa dell’immobilità la propria forza, e vince senza fare nulla.

…Fanny, vittima dell' egoismo e della superficialità di nobili alquanto sciatti interiormente.

… Mansfield Park è senza dubbio il più profondo, serio e morale dei romanzi della Austen. Non affrontatelo aspettandovi un'eroina brillante e audace come Elizabeth o Emma. Fanny è timida, schiva, riservata e "immobile". E' il simbolo positivo di Mansfield, colei che impedisce che la famiglia vada in pezzi, la figura che salvaguarda la stabilità dei buoni principi in cui Jane Austen credeva, in un'epoca che avrebbe conosciuto di lì a poco dei cambiamenti radicali, che avrebbero spazzato via il tranquillo mondo rurale che fa da sfondo alle vicende umane dei personaggi dei suoi libri, ma anche a quelle personali dell'autrice. Mansfiel Park è un romanzo che si propone di ribadire, difendere questo mondo e i suoi valori contro quelli "cittadini" dei fratelli Crawford. La storia d'amore, che pure è presente (non sarebbe davvero Jane Austen se non ci fosse!) è un diversivo, un pretesto che permette all'autrice di parlare d'altro. L'ironia non è messa del tutto da parte, anche se non è paragonabile (a mio parere)a quella, divertentissima, di Emma. Fanny è forse un'eroina difficile da amare: non è bella, non è vivace, non compie mai errori, che la renderebbero più vicina al lettore. Resta sempre ferma sui propri principi e idee, non si lascia incantare dalle belle apparenze, sa riconoscere il male e la depravazione dietro alla facciata. Ma è il simbolo di quel mondo tranquillo, che sarebbe stato travolto dalla nuova era industriale e che Jane Austen consapevolmente difende e, almeno nella finzione letteraria, fa trionfare.”

Elisabetta M.



[1] Era abitudine comune all’epoca “cedere” uno dei vari figli (specialmente se la famiglia era numerosa) ai parenti perché venisse allevato, specialmente se questi parenti fossero stati più ricchi e perciò più pronti a supportare le spese di educazione ed istruzione del figlio. La stessa famiglia Austen “cedette” un fratello maggiore di Jane a dei parenti nobili. La cosa fu un bene, perché quando morì il padre di Jane, Jane con sua sorella Cassandra e con la madre dopo varie peripezie (caddero in povertà, sebbene Jane non ne parli molto nelle sue lettere, per altro quasi tutte andate bruciate dalla sorella per volontà stessa di Jane) furono accolte proprio in casa del fratello che era stato allevato dai parenti ricchi e che, una volta morto lo zio, aveva ereditato l’intera proprietà nobiliare.



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mercoledì, 12 dicembre 2007

LA CITTADELLA di Cronin, Archibald j.


LA CITTADELLA di Cronin, Archibald j.

 

Titolo originale: The Citadel
Bompiani tascabili, 2000
Pagine: 368
Codice isbn : 45246821
Prezzo: 8,50 €


In un tempo in cui si va incontro ogni giorno sempre di più verso le barbarie, servono sempre di più incentivi all’umanità all’umanizzarsi dell’uomo. Quando parlo di umanizzazione dell’uomo, intendo la riscoperta da parte di quest’ultimo del suo essere creatura, quindi fatta anche di limiti e dalla forte possibilità di errare.


Ovviamente accanto a questo non vanno mai dimenticati i sentimenti e le forze di bene di cui ogni persona è dotata. Per dirla in poche parole chiare: avere la consapevolezza di essere sì un prodigio ma con la possibilità e la reale probabilità di commettere errori.

Tutto questo si trova nello splendido libro di Cronin “la Cittadella”. Storia di un uomo, che fa della sua professione di medico uno dei capisaldi della sua vita ma che ben presto, perdendone il controllo, lo condurrà su vie inaspettate. Senza anticiparne troppo la storia, egli si troverà a percorrere le strade dell’innamoramento, del successo professionale, del vendersi per la carriera, del tradimento dell’amore e della morte. Tuttavia il finale in agrodolce  - seppur con tutta la sua drammaticità- apre nella realtà di una vicenda umanissima un grosso spiraglio di speranza. Un libro scritto senza distaccarsi mai dalla realtà, un libro datato ma di un’incredibile attualità. Questo perché Cronin è riuscito sempre a narrare il cuore dell’uomo senza mai tirarsi indietro di fronte alle sue brutture, sapendolo capace di grandi riscosse. Del resto la storia dell’uomo si ripete sempre a grandi linee e seppur rimane vero come dice la Bibbia che “Il cuore dell’uomo è un abisso e solo Dio lo conosce” resta altrettanto vero che è possibile per tutti conoscere ciò che abita il cuore dei propri fratelli.

E’ questa un po’ la sfida che l’autore cerca di lanciare o meglio denunciare. Ci sono forze che apparentemente sembrano buone e valide ma che ben presto alienano l’uomo perché si ergono ad idoli della sua vita facendogli da ombra sulle cose e sui valori veri. Questa è la sfida. Saper vivere “la buona battaglia” una lotta spirituale che metta ordine nella vita e dia priorità alla cosa che conta di più. L’amore è il bene assoluto che realizza l’uomo. L’amore per se stessi che si riversa sule persone più vicine, sulle donna con cui dividere una vita intera, su i figli, su chi ha bisogno…

Tutto questo viene fuori dal romanzo di Cronin, e viene fuori senza che l’autore dia un giudizio o voglia influenzare il lettore. Egli si limita a evidenziare i sentimenti dei protagonisti che come caratteristica hanno una vera e autentica umanità, dove ognuno di noi può trovare riscontro. Un libro che lascia una scia di riflessione, che tocca il cuore e spinge a riflettere sui sentimenti, buoni e brutti. Una riflessione che umanizza e che si rende urgente di questi tempi.

 

Alessandro L.


it.wikipedia.org/wiki/La_cittadella_(romanzo


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categorie: contemporaneo, straniero
lunedì, 19 novembre 2007

O MUNDO COMO IDEIA - Bruno Tolentino


O MUNDO COMO IDEIA - Bruno Tolentino

Il 27 giugno scorso si è spenta la voce di Bruno Tolentino, il più illustre e prolifico poeta brasiliano contemporaneo, per diversi anni direttore della prestigiosa rivista Bravo, attorno alla quale era riuscito a raccogliere i più significativi fermenti del mondo intellettuale di quella immensa e feconda nazione.


 

Amico personale di Giuseppe Ungaretti, presso il quale soggiornò durante un breve periodo durante gli anni di esilio in Europa seguiti al colpo di stato del 1964 in Brasile, nel corso delle sue lunghe peregrinazioni ebbe il privilegio di frequentare i più illustri intellettuali e poeti del secolo scorso tra cui spiccano i nomi di Sartre, Serao, Montale, Bishop, Auden, Pasolini, Levi  e Quasimodo.

Bruno Tolentino deve la sua fama al conseguimento nel 1995 e nel 2006 del premio Jabuti, il più importante riconoscimento letterario del suo paese , a vent'anni di onorato insegnamento ad Oxford ma anche a due anni di soggiorno in carcere sotto le pesanti accuse di spaccio e contrabbando. Ma in Italia, ove tornava periodicamente essendovi  strettamente legato dalle antiche radici famigliari e da un sentimento di profondo affetto, negli ultimi anni era noto soprattutto per lo stretto sodalizio con Don Giussani e l'ambiente culturale cattolico a seguito della sua  radicale conversione religiosa. 

Tra le sue opere più prestigiose ricordiamo "O mundo como Idéia ", in cui il poeta manifesta il bisogno di varcare le anguste sembianze della prefigurazione concettuale, che privano l'uomo della necessità di infinitarsi  nel ampio respiro della totalità dell'essere.  

L'arte ebbe a dire una volta è una menzogna che dice la verità ma il varco di montaliana memoria attraverso cui raggiungerla e che lo ha condotto dapprima nei bassifondi di Varsavia, quindi sul teatro di guerra libanese ed infine nelle segrete delle carceri si è materializzato infine nell'incanto dolente di una notte stellata sotto le sembianze inattese di una conversione alla fede cattolica. E pur consegnando alla storia la parabola esistenziale di un poeta che ha lambito tutte le correnti culturali del Novecento, pur resistendo stoicamente al richiamo del senso di appartenenza,  si congeda da questo mondo nella convinzione che il poeta sia un uomo inutile e che il problema non stia nella ricerca di una rettitudine morale ma nella possibilità di una piena realizzazione dell'essere attraverso il calvario di un'estenuante ricerca anche tra gli anfratti più oscuri.

 

O MUNDO COMO IDÉIA

O mundo como idéia (ou pensamento).
Entre a gnose e o real (talvez) o acordo.
Mas no ramo (imperene) cantão tordo
(provisório) e invisível vem o vento

e leva o canto e deixa um desalento,
a queixa dos sentidos... Não recordo
se sonhei tudo isso ou não: um tordo
e a noite em meus ouvidos um momento,
outro rapto no vento... Mas supor
que o triunfo moral do cognitivo
restitua-me o ser menos a dor,
é resignar-me a um perfume tão rápido

que não existe quase, insubstantivo
como a Idéia... Não: o mundo como rapto!

 

Bruno Tolentino

IL MONDO COME IDEA

Il mondo come idea (o pensiero)
Tra la gnosi e la realtà (forse) l'accordo.
Ma nel ramoscello (imminente) canta il tordo
(inatteso) e invisibile sopraggiunge il vento
portandosi via il canto e lasciando una malinconia,
a lagnarsi dei sensi.... Non ricordo
se ho sognato tutto questo oppure no: un tordo
e la notte nei miei orecchi un istante,
un'altro raptus nel vento...Ma supporre
che il trionfo morale della consapevolezza
possa ridarmi meno dolore,
è abbandonarmi rapito ad un profumo
che quasi non esiste, infondato
come l'idea....Non il mondo come raptus !

 

(Traduz. di Suerda Maria Alves)


Gian Paolo G.


www.revista.agulha.nom.br/btolentino.html
 
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categorie: attuale, straniero
giovedì, 15 novembre 2007

Guerra e Pace



Guerra e Pace di Lev Nikolaevi
c Tolstoj



Una riflessione personale sul romanzo cristiano del grande scrittore russo, dopo la recente fiction televisiva sulle reti rai.



E’ difficile parlare di Guerra e Pace. E’ un romanzo che è più cose insieme: romanzo storico, romanzo di formazione, romanzo psicologico, romanzo epico, romanzo d’amore, romanzo cristiano.



Un grande critico letterario come il Mengaldo (http://www.emsf.rai.it/grillo/trasmissioni.asp?d=893 ) racconta che quando Tolstoj cominciò a scrivere Guerra e Pace aveva trentacinque anni, e che inizialmente volesse scrivere qualcosa sui moti decabristi del 1825. Ma ben presto, tramite il materiale storico che si apprestò a raccogliere, la sua mente creativa venne attratta dalle precedenti campagne napoleoniche e da quello che per la storia russa significò Napoleone.

Quando si accinge a scrivere Guerra e Pace nel 1865 il Principe Lev Nikolaevic Tolstoj… da un lato si rivolge ad Omero addirittura, dall'altro smonta le mitologie patriottiche e l'idea della storia come qualcosa di governabile dalla ragione o dal grande individuo. È difficile dire se Tolstoj abbia creato i suoi personaggi come illustrazione di un sentimento della vita o se quel sentimento germogli dall'essenza dei personaggi. Così come la storia è l'intreccio di individuale e collettivo, di libertà e di necessità, così in Guerra e pace la visione della storia vive nelle vite degli individui. La guerra è la situazione in cui il carattere paradossale dell'esistenza umana si manifesta pienamente. La storia vi manifesta la sua cieca violenza, ma l'individuo vi può manifestare forse la tragica vicinanza alla propria nuda essenza. Per questo in tempi di guerra e in tempi di pace l'opera di Tolstoj è molto più di un romanzo. Una sinfonia di voci, che cercano di rintracciare senso e verità nel caos della storia”.
Cominciamo dalla contrapposizione del titolo: pace in russo significa anche vita, per cui è sia la contrapposizione tra la guerra e la pace, sia tra la morte e la vita.
Una concezione però che non è né manichea, né ideologica né conservatrice (come vorrebbe far credere il Mengaldo – qui mi dissocio dalla sua interpretazione – che afferma che Tolstoj non crede nell’idea del progresso in quanto difensore del conservatorismo della nobiltà); è semplicemente la concezione cristiana della storia, quella secondo cui la storia umana è scritta con due registi: il registro della Divina Provvidenza che s’intreccia in modo mirabile ed imperscrutabile con quello della libertà umana. Per cui anche la vita più infima e miserabile ha valore nella storia della salvezza, e può apportare modifiche alla Grande Storia.
Da ciò si capisce come il personaggio principale (ancora prima di Pierre, di Natascia, di Andrej) sia la grande madre Russia, il cui spirito del popolo si impersonifica per ragioni di narratività in alcuni personaggi singolari che rimandano al popolo russo ed alla sua saggezza inesauribile: due in special modo, il popolano Platon Karatajev ed il generale Kutusov.
Cito sempre dal Mengaldo: “Per Tolstoj l’epoca napoleonica rappresenta un momento importante per la Russia, perché scopre la propria identità. L’invasione condotta da Napoleone si scontra con la resistenza del Generale Kutusov che è una resistenza passiva tipicamente russa. Passiva perché il Generale è convinto che l'individuo non possa modificare la storia, tanto meno con la violenza. Egli crede che il processo storico è decretato dal popolo pacifico e non dalla guerra. È qui che la Russia acquista veramente la propria identità, che è un'identità soprattutto popolare”.
Per il riassunto rimando al sito della Wikipedia (http://it.wikipedia.org/wiki/Guerra_e_pace), quello che mi interessa qui scrivere è il significato profondamente cristiano dell’opera di Tolstoj.
E per farlo bisogna partire dalla fine. Toltoj dissemina per tutti i quattro volumi del romanzo annotazioni sulla storia e sul suo significato, annotazioni considerate sia a partire dai singoli fatti o dai singoli personaggi storici, sia a partire da più ampi spunti a proposito del disegno generale della storia. Sta qui il cuore di questo romanzo.
Come il sole e come ogni atomo dell’etere è una sfera perfetta in sé stessa, e in pari tempo è soltanto un atomo di un tutto, per la sua immensità incomprensibile all’uomo, così ogni individuo porta in sé stesso le proprie finalità e le porta per servire a finalità generali inaccessibili alla mente umana… Quanto più in alto si eleva la mente umana nella scoperta di questi scopi, tanto più le appare evidente la sua incapacità di attingere lo scopo finale… Questo vale anche per gli scopi dei personaggi storici e dei popoli”.[1]
Quando Tolstoj esamina le azioni di Napoleone e dello zar Alessandro I (e di Kutusov), ammette che le scelte militari che essi compirono si basarono su una serie infinita di micro-con-cause, non dipesero cioè se non in minima parte da essi stessi:
Le azioni di Napoleone e di Alessandro, da una parte dei quali dipendeva, in apparenza, che la guerra accadesse o no, erano così poco libere come l’atto di un qualunque soldato che andava alla guerra perché aveva estratto un numero a sorte o perché era stato reclutato.Nè poteva essere altrimenti: perché la volontà di Napoleone e di Alessandro (di quegli uomini dai quali l’evento pareva dipendere) fosse attuata, era necessaria la concomitanza di molteplici circostanze, senza una delle quali l’evento non avrebbe potuto accadere.
… Ogni uomo vive per sé, si vale
della libertà per il conseguimento dei suoi fini personali e sente con tutto il suo essere che può immediatamente compiere o non compiere una data azione; ma non appena egli la compie, questa azione, compiuta in un dato istante nel tempo, diventa irrevocabile e diviene proprietà della storia, nella quale ha un significato non libero ma predeterminato…
Il cuore dei re è nelle mani di Dio”.[2]
“La vittoria non ha mai dipeso e non dipenderà mai né dalla posizione, né dagli armamenti, e nemmeno dal numero… ma… da quel sentimento che è in me, in lui… in ogni soldato… in una battaglia vince colui che ha deciso fermamente di vincere”.[3]

Così la storia è sempre una nuova creazione che sorprende (stupendo l’esempio dei russi che dopo l’assedio di mosca ricostruiscono subito la città, laboriosi come tante formiche all’opera[4]); ad esempio i due matrimoni che ci saremmo aspettati lungo tutta la lettura di tre volumi su quattro, proprio giunti all’ultimo ci si rende conto che non avverrano, per fare posto ad un altro ordine di eventi, ben più giusti: Natascia non sposerà il principe Andrej ma il conte Pierre, e Nikolai non sposerà la cugina Sonja ma la principessa Maria. Un rovesciamento di quanto il lettore si sarebbe aspettato. Perché?
Perché i sentimenti dell’anima umana non sono perfetti, ma densi di dubbi, paure, insudiciati anche dal peccato e nello stesso tempo abitati dalla grazia. Ed è per la combinazione (ad un tempo libera e predestinata) di tutti questi fattori che i fatti che apparentemente seguirebbero un decorso preciso, ad un tratto cambiano: Natascia non crede fino in fondo che il principe Andrej la ami, si sente inferiore rispetto ad un uomo simile, per cui cade facile preda tra le braccia di Anatolio. Parimenti Andrej non riesce a perdonarla (“Ricordo” rispose in fretta il principe Andrej “io dicevo che bisogna perdonare alla donna caduta; ma non ho detto che potessi perdonare. Io non posso”[5]). L’amore per Natascia si trasforma in odio per Anatolio: da allora in avanti Andrej non ha altro desiderio che vendicare l’offesa ricevuta uccidendo il rivale.
Anche quando si rincontreranno, e si riappacificheranno, lo stesso Toltoj con finezza estrema annota che Natascia non riesce ad accettare fino in fondo la malattia di Andrej (e la conseguente morte inesorabile), mentre Andrej si sente già staccato da lei perché per la prima volta nella sua vita capisce che la vita è preparazione alla morte. Così i due, pur vicini, in realtà si allontanano.
Pure Nikolai capirà che l’amore per Sonja non è paragonabile al vero sentimento che prova per la principessina Maria, sorella di Andrej. D’altronde Sonja col suo comportamento sempre “a capo chino”, remissivo, si lascia “scappare” Nikolaj: Natascia-Tolstoj parla di lei con le parole del Vangelo: “A chi ha, sarà dato di più, ma a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha…. È un fiore sterile…come una gatta, si era abituata non alle persone, ma alla casa”.[6]
Il messaggio centrale così appare sempre più marcato dalla figura di Pierre, e dal suo incontro con Platonev.
L’amore universale perché siamo tutti fratelli, figli dello stesso Padre celeste, di Dio. Questa è l’unica cosa che conta.
Tutti i personaggi di Guerra e Pace sono toccati dalla grazia del perdono: Andrej perdona Anatolio riconoscendolo nel ferito che sta accanto a lui, sul tavolaccio dell’infermeria dopo la battaglia di Borodinò. I suoi pensieri guardando l’antico rivale si fanno colmi pieni di misericodia:
“La compassione, l’amore per i fratelli, per coloro che amano; l’amore per coloro che ci odiano, l’amore per i nemici; sì, quell’amore che Dio ha predicato sulla terra, che la principessina Maria mi insegnava e che io non capivo, - ecco perché rimpiangevo la vita”.[7]
Ma c’è anche la “conversione” del vecchio padre di Andrej e di Maria che chiede perdono alla figlia per le angherie che lui l’ha costretta a sopportare, a motivo del suo bruttissismo carattere. E la conversione di Pierre, che sembra quasi profetizzare la conversione al cristianesimo che avrà più tardi lo stesso Tolstoj. Una prima rivelazione della luce e della semplicità che è Dio Pierre ce l’ha dopo la battaglia di Borodinò a cui lui ha assistito da lontano:
“La guerra è la più ardua sottomissione della libertà dell’uomo alle leggi di Dio… la semplicità è obbedienza a Dio; a lui non puoi sottrarti… L’uomo non può aver possesso di nulla finchè ha paura della morte. Ma a colui che non la teme, appartiene tutto. Se non esistesse il dolore, l’uomo non conoscerebbe i propri limiti, non conoscerebbe sé stesso. La cosa più difficile (continuava a pensare Pierre) consiste nel saper unire nella propria anima il significato di tutto… No, non unire, non si possono unire i pensieri, ma collegare insieme tutti questi pensieri, ecco che cosa occorre!”[8].
Fino alla chierezza estrema del senso della vita quando, dopo aver conosciuto il compagno soldato Platon, torna a mosca: Pierre “Non poteva avere uno scopo, perché ora aveva una fede – non una fede in certe regole, o parole, o pensieri, ma in un Dio vivente, percettibile. Prima lo cercava negli scopi che si proponeva. Questa ricerca d’uno scopo non era che la sua ricerca di Dio. E tutto ad un tratto, nella sua prigionia, aveva conosciuto, non con le parole e non con i ragionamenti, ma con un sentimento immediato, ciò che una volta gli diceva la sua bambinaia: che Dio – eccolo – era là, vicino, era dappertutto… Ora a quella domanda:  perché? – nella sua anima era sempre pronta una semplice risposta: perché esiste Dio, quel Dio, senza la volontà del quale non cade un capello dalla testa dell’uomo”.[9]
Altro capolavoro è la frase che Tolstoj mette in bocca al narratore onniscente (lui stesso) per spiegare la rinascita spirituale di Natascia a seguito della morte di Andrej e poi di suo fratello minore, Petia.
“La morte di Petia… quel medesimo dolore che aveva quasi ucciso la contessa (la madre) ricondusse Natascia verso la vita. La ferita morale prodotta dalla lacerazione del corpo spirituale, esattamente come una ferita fisica, per quanto possa sembrare strano, quando si è chiusa e come rimarginata, guarisce solo dall’interno per la forza rigeneratrice della vita. Così rimarginò la ferita di Natascia”.[10]
Tutti i personaggi forniscono un profilo psicologico del comportamento umano di quel tempo, ponendo al lettore dei quesiti ai quali spesso è difficile rispondere. Checov diceva: la letteratura deve porre domande, mai rispondere. E aveva ragione. Domande che possono cambiare il punto di vista del lettore costringendolo a riflessioni sul senso della vita e della storia.

Elisabetta M.


http://it.wikipedia.org/wiki/Lev_Nikolaevi%C4%8D_Tolstoj
http://www.gliscritti.it/approf/2006/conferenze/tolstoj.htm
http://www.radio.rai.it/radio3/terzo_anello/alta_voce/archivio_2003/eventi/2003_07_04_guerra_pace/

http://www.mymovies.it/dizionario/recensione.asp?id=49533

http://cultura.blogosfere.it/2007/10/guerra-senza-pace-tolstoj-in-versione-fiction-delude-meglio-il-cinema.html

 


[1] Guerra e pace, Oscar Mondadori, 1991, pag. 1503-1504 (vol. IV).

[2] Ibid., pag. 801-802 (vol. III).

[3] Ibid, pag. 1024 (vol. III).

[4]Come, guardando le formiche sparpagliate intorno ad un formicaio devastato…si vede dalla tenacia, dall’energia… che tutto è distrutto, tutto, fuorchè qualcosa d’indistruttibile, di immateriale che costituisce la forza del formicaio, così anche Mosca nell’ottobre, benchè non esistessero nè autorità, nè chiese, nè reliquie, nè ricchezze, nè case, era quella stessa Mosca ch’era stata in Agosto. Tutto era distrutto, tranne qualcosa di immateriale, ma di potente e di indistruttibile”. Ibid., pag. 1469 (vol. IV).

[5] Ibid., pag. 792 (vol. II).

[6] Ibid., pag. 1518 (vol. IV).

[7] Ibid., pag. 1080 (vol. III).

[8] Ibid., pag. 1119 (vol. III).

[9] Ibid., pag. 1462-1463 (vol. IV).

[10] Ibid., pag. 1430 (vol. IV).

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domenica, 04 novembre 2007

E NON DISSE NEMMENO UNA PAROLA di Heinrich Boll


E NON DISSE NEMMENO UNA PAROLA di Heinrich Boll

Titolo originale: Und sagte kein einziges Wort
Mondadori, 1998
Traduttore: Chiusano I. A.
Pagine: 224
ISBN: 8804455624
Prezzo: 7,80 €


In questo clima di aberrante celebrazione dell’effimero, in cui il pensiero è stato messo al bando nell’illusione di aver ormai colmato gli infiniti vuoti della vita, ci vorrebbe la rilettura di questo romanzo per ristabilire un contatto con il senso più profondo della vita.


La vicenda di Fred e Kate ci avvicina al ruvido disincanto di una quotidianità segnata dall’indigenza e dagli stenti provocati dai rovesci della guerra. Marito e moglie hanno conservato immutato l’amore reciproco ma le conseguenze psicologiche della guerra hanno reso impossibile la loro convivenza, il mantenimento dell’unità famigliare sotto un tetto comune come se nulla fosse accaduto. La guerra ha aperto uno squarcio disorientante nella serenità di Fred privandolo della capacità di reagire e di recuperare il senso della vita. Kate invece, facendo appello a quella forma di resistenza al dolore che solo le donne riescono a conservare nei passaggi più dolorosi dell’esistenza, conserva la propria funzione materna accudendo i tre figli.

Apprezzabile la strategia di affidare il racconto ai due protagonisti in un alternarsi di punti di vista, di sentimenti e di modi di leggere la realtà che attraverso un solo io narrante sarebbero andati smarriti. Heinrich Boll si fronteggia in questo libro con temi ardui pervenendo ad una sostanza di indubbio spessore che preme sotto la superficie seduttiva di un linguaggio semplice e lineare.

Tra le macerie morali prima ancora che materiali della città di Colonia, devastata dai bombardamenti, i due protagonisti sopravvivono in un clima di angosciante attesa nella speranza che dai loro contatti furtivi possa scoccare prima o poi la scintilla capace di alimentare nuovamente il focolare domestico.

Pur gravati dal fardello inatteso della miseria entrambi conservano inalterato un profondo senso di umanità che li sottrae all’enfasi rancorosa della ribellione, rendendoli al contrario testimoni dolenti di una pietas di inequivocabile matrice giansenistica.

Nel corso del fine settimana, che vorrebbe segnare il ricongiungimento del loro rapporto sotto le apparenze canoniche della convivenza matrimoniale, giacciono l’uno accanto all’altra nel letto di una squallida camera di albergo, privi di confortanti certezze dinanzi al richiamo inquietante delle prime avvisaglie del consumismo. Tuttavia, avvolti solamente in un manto di tenera speranza, accettano l’ombra mutevole del destino che si portano alle spalle come se fosse la propria croce senza dire nemmeno una parola.

Gian Paolo G.

it.wikipedia.org/wiki/Heinrich_B%C3%B6ll
www.viaggio-in-germania.de/lett_bol.html
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venerdì, 12 ottobre 2007

LA ZONA MORTA di Stephen King


LA ZONA MORTA di Stephen King

Titolo originale: The Dead Zone
Sperling Paperback, 1981
Traduttore: A. Terzi
Pagine: 460
ISBN: 88-8274-429-9
Prezzo: 9,20 €



Risvegliandosi dal coma durato quattro anni, Johnny Smith si ritrova essere diverso e speciale, dotato di un dono di spessore biblico: è capace di leggere la mente, il passato, il presente e, quel che è peggio, il futuro delle persone con cui entra in contatto.

Due cose vorrei sottolineare di questo romanzo scritto senz'altro molto bene:
- al termine di un inesorabile cammino verso la tragedia, che si acuisce di svolta in svolta e di incidente in incidente (dopo i quali il protagonista si ritrova con un potere sempre più ampio), risalta nel romanzo l'idea che il potere speciale di Johnny non sia dovuto a un caso ma che sia stato voluto proprio da un dio che vigila sulla storia umana; anzi: non un dio ma Dio, proprio quello con connotazioni cristiane, capace di prendere in mano la vita di una persona e di condurla alla consapevolezza delle proprie possibilità. Il protagonista sviluppa una coscienza del proprio ruolo sempre più decisiva nelle vicende del romanzo e da scettico diventa un credente, nel vero senso del termine. Si lascia andare alla volontà di chi ha disegnato per lui un compito speciale.
- Tuttavia il Cristianesimo che ne esce è qualcosa di frammentario, caotico, in piena crisi. John Smith è circondato da un'aura di mistero e di diffidenza crescente che lo pone a diretto contatto con la strampalata fede della madre. Questo personaggio femminile si fa carico delle teorie fideistico-ufologiche sviluppatesi negli Stati Uniti negli ultimi decenni. Dapprincipio la madre crede fermamente che il figlio sia il destinatario di un grande progetto da parte di Dio. E su questo ci ha visto giusto. Ma poi lei degenera abbracciando sempre più teorie assurde che mettono in luce la difficoltà di credere nel mondo d'oggi: si percepisce l'esistenza di un dio, finanche di quello cristiano, ma c'è una grande difficoltà nell'accogliere il sistema di fede veicolato dalla tradizione. Il giudizio su questa fede contorta e sfigurata, da parte di Stephen King è pesante: per bocca del marito e del figlio, la madre sta vivendo un'esperienza da psicoterapia ma si ha come l'impressione che tuttavia il romanzo non possa che essere la fotografia di uno stato di cose.

In definitiva, questo è un romanzo - secondo me - in parte autobiografico, che riguarda da vicino la fede di Stephen King molto più di quanto possa sembrare a una lettura veloce. Vi ho ritrovato un sincero movente religioso, alla base, già riscontrato in romanzi come L'ombra dello Scorpione o La lunga marcia. Ma la crisi della fede occidentale si diffonde in queste pagine con tutta la sua potenza.

Fabrizio V.

it.wikipedia.org/wiki/La_zona_morta_%28romanzo%29
www.stephenkingofficial.it/
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lunedì, 01 ottobre 2007

IL PAPA DEFINITIVO di Clifford D. Simak


IL PAPA DEFINITIVO di Clifford D. Simak

Titolo originale: Project Pope
Editrice Nord, 1983
Traduzione: Roberta Rambelli
Pagine: 287
ISBN:
8842903574
fuori catalogo


La fantascienza di Simak (premio Hugo nel 1959, nel 1964 e nel 1981) è una fantascienza sui generis, imbastita di alieni buoni, di robot umanizzati e di scene "campestri". Non per nulla il genere di Simak è stato comunemente definito: "gentile e pastorale".
C'è lo spazio, ma non ci sono roboanti scene di invasioni di alieni, di inseguimenti su navi spaziali, o di lotte e guerre. Lo spazio sembra essere più l'ampiezza cui Simak spinge il suo sguardo, uno sguardo che si abbevera alle smisurate larghezze dell'universo per descrivere, con toni pacati, le varie esistenze di esseri che anelano tra loro alla pace ed alla concordia. La narrazione del futuro, infatti, è vista da un lato umanistico, in cui prevalgono un messaggio di pace e di fratellanza universale.
Uno stile sobrio, diretto , pieno di dialoghi e di trame ben congeniate senza troppi filtri letterari ad appesantire la narrazione (senza cioè introspezioni particolari, digressioni filosofiche, excursus vari...), in Simak è centrale su tutto la ricerca della verità. Simak è indubbiamente un agnostico, ma aperto alla dimensione del soprannaturale. Per cui le sue opere rivelano una tendenza al misticismo, ad una religiosità di base che si esplica spesso in una sorta di panteismo universale, di religiosità naturale che permea tutte le specie viventi della Galassia.
Anche questo suo romanzo non sfugge all'aria bucolica di Simak. Su di un pianeta ai margini della Galassia (dal nome emblematico Fine di Niente), a cui si giunge tramite la nave Viandante, uomini e robot lavorano da mille anni ad un progetto segretissimo chiamato Progetto Papa. L'edificio in cui si lavora a questo progetto prende il nome di Vatican-17, con tanto di Basilica annessa, di robot cardinali (ma anche di robot semplici frati e di robot e basta), ed il robot più importante è un immenso computer chiamato Papa.
Si intuisce ben presto che quello che questo progetto sta cercando è l'unificazione di tutte le conoscenze dell'universo (anche quelle ottenute da esseri alieni) in un'unica grande mente "divina", quale può essere quella del papa-computer. Un computer in grado di selezionare ed accrescere da solo la mole sconfinata di informazioni.
Simak descrive in questo romanzo la speranza che prima o poi uomini e robot giungano a considerarsi fratelli, uniti nella ricerca delle supreme conoscenze universali. Come a dire: solo a partire dall'armonia degli esseri dell'universo, siano essi robot, alieni o umani, si giungerà alla suprema conoscenza dell'universo.

Elisabetta M.

http://www.startrekitaliamagazine.it/93/html/fantalibri.htm
http://www.fantabancarella.com/curios14.html




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categorie: contemporaneo, straniero
giovedì, 27 settembre 2007

LE BRACI di Sandor Marai


LE BRACI di Sandor Marai

Titolo originale: A Gyertyák Csonkig Egnek
Adelphi, 1998
A cura di: Marinella D'Alessandro
Pagine: 181
ISBN:
9788845913730
Prezzo: 15 €


Mentre racconta la vita di questo aristocratico generale, asserragliato nella tana solitaria di un castello ai piedi dei Carpazi, Sandor Marai, compiendo il solito percorso a ritroso nel tempo a lui molto caro, scava dentro il suo animo con spietata precisione, perlustrando vaste zone d’affetti e d’ombre e consegnandoci il ritratto indelebile di una figura emblematica di un’epoca che volge irreversibilmente al tramonto.

Questi consuma la propria esistenza in un clima pietrificato di dolorosa attesa e di desolato rimpianto nella speranza che Konrad, artista parvenu e simbolo di un’emergente  borghesia cinica e rancorosa, gli riveli le ragioni ultime di un comportamento che, aprendo uno squarcio nell’apparente tranquillità della sua vita familiare, ha spento la funzione vitale di Kristina ed ha confinato la sua in un’atmosfera di gravosa sospensione. Con l’attenta scrupolosità di un fuochista egli alimenta ostinatamente la vampa del ricordo rinvigorendola ogni giorno con l’aggiunta di nuovi ceppi, affinché si mantenga accesa fino a quando il tempo scoccherà il vano rintocco della verità.

La storia si conchiuderà infine là dove era principiata, nello spazio di un equivoco insanato, di un’amicizia incapace di resistere al richiamo dell’artificio e dell’inganno.  

Ricorrendo come sempre ad una prosa dallo stile fluido ed elegante, l’autore rivela di possedere il raro pregio di sedurre il lettore coinvolgendolo emotivamente in un racconto spoglio di dialoghi, che si dipana nell’angusto spazio di sole due stanze e nei luoghi sempre persi e ritrovati della memoria. La padronanza assoluta del linguaggio, che fa di Marai uno dei più grandi scrittori del Novecento si rivela nel lungo monologo del protagonista, che induce il lettore ad un cimento non facile, ma di indubbio interesse.

Al centro della riflessione dell’autore non ci sono temi universalmente noti come l’amore ed il tradimento, ma l’impossibilità di accettare la deriva di una civiltà e nello stesso tempo la febbrile necessità di identificare il punto esatto in cui si spalanca il baratro di un nuovo mondo a cui avvertiamo con disagio di non poter appartenere.


Gian Paolo G.

it.wikipedia.org/wiki/S%C3%A1ndor_M%C3%A1rai
www.liberonweb.com/adelphi/aut_marai.asp
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giovedì, 20 settembre 2007

UN CANTICO PER LEIBOWITZ di Walter M. Miller Jr.


UN CANTICO PER LEIBOWITZ di Walter M. Miller Jr.

Titolo originale: A canticle for Leibowitz
Classici Urania, Mondadori, 1986
pagine: 284
ISBN: 88-04-31779-5
fuori commercio


Dalla biblioteca comunale (qualche volta bisogna pur andare lì, giusto per non prosciugare il portafoglio in libreria) ho reperito questo favoloso romanzo americano di fantascienza del 1959, insignito del prestigioso premio Hugo nel 1961.




Per spiegare la genesi di questo libro conosciutissimo in tutto il mondo e che negli Stati Uniti si legge tranquillamente tra i classici scolastici, bisogna risalire alla vita dell’autore: Walter Miller Jr, e all’evento che nella mente  e nel cuore di Miller ha lasciato tracce indelebili. Era il 15 febbraio 1944, infatti, quando l’antichissima abbazia di Montecassino, culla del monachesimo occidentale nonché monumento nazionale, veniva rasa al suolo da un massiccio bombardamento alleato, per il fatto (mai provato in modo inoppugnabile) che era divenuta una centrale di tiro dell’artiglieria tedesca.

Su uno dei bombardieri alleati si trovava il giovane Walter M. Miller Jr., ventiduenne elettrotecnico nativo della Florida, che non era però a conoscenza del vero obbiettivo del bombardamento.
Saputa la verità nacque in lui un grande sommovimento interiore che lo portò fra l’altro a convertirsi al cattolicesimo e poi a scrivere diversi racconti di fantascienza, e infine “Un cantico per Leibowitz” .
Il romanzo è un caso particolare nella storia della letteratura fantascientifica, perché poi Miller non ne scrisse altri. Anzi, si può dire che smise quasi di scrivere. In realtà la vena creativa non si esaurì, ma si affiovolì, sia a causa del suo carattere ombroso (non voleva conoscere nessuno), sia per motivi di salute (una forte depressione che lo portò al suicidio dopo la morte della moglie),  sia perché la sua mente fervida restò concentrata sull’idea portante del Cantico per Leibowitz concependo un seguito a quest’ultimo, un seguito incompiuto (lo terminò lo scrittore Terry Bisson su commissione dell’editore), dal titolo: Saint Leibowitz and the Wild Horse Woman”.
Ma torniamo a noi: A Canticle, come comunemente viene sopranominato, è in realtà un romanzo composto di tre racconti. Inizialmente Miller aveva pubblicato separatamente i tre racconti (come un unico romanzo che consisteva di tre parti), uno all' anno, su una rivista di fantascienza. Poi decise di mettere mano all'opera ampliandola e riscrivendola. Nacque così il Canticle così come lo conosciamo noi oggi.
I tre racconti sono ambientati rispettivamente sei secoli, dodici secoli e diciotto secoli dopo una catastrofe atomica avvenuta nel ventesimo secolo che ha distrutto la civiltà, lasciando pochi superstiti nella barbarie assoluta. La Chiesa è sopravvissuta al disastro ed è oggetto della riflessione dell’autore. 

Il primo racconto, “Fiat Homo” è ambientato in un’epoca paragonabile all’incirca all’alto medioevo e vi leggiamo l’epopea di un novizio dell’ordine Leibowitziano, frate Francis Gerard dello Utah, che rinviene dei resti collegabili al santo fondatore. Considerati come preziose reliquie, questi reperti contribuiscono alla causa di beatificazione di Leibowitz.

Nel secondo racconto, “Fiat Lux”, siamo alla vigilia di un nuovo Rinascimento della scienza moderna.
Il geniale scienziato laico Thon Taddeo Pfardentrott, a servizio però di un principe ignorante e senza scrupoli, sta ponendo le basi del metodo sperimentale ed esplora vari campi delle scienze naturali, ma ad un certo punto viene a sapere che nei sotterranei dell’abbazia di San Leibowitz sono conservati documenti dell’antica civiltà scomparsa. Quando ha finalmente modo di studiarli si rende conto che contengono una scienza avanzatissima e, benché si tratti di frammenti, possono far fare enormi balzi avanti in moltissimi campi. Si vede chiaramente come le scienze naturali stiano per emanciparsi dalla tutela religiosa e inorgoglite dalla loro forza si considerano “Luce”, bollando come “tenebre” e “oscurantismo” tutto ciò che le ha precedute, in primis la religione.

Nel terzo racconto, “Fiat Voluntas Tua”, la civiltà ha raggiunto nuovamente il punto in cui quella precedente si era autodistrutta e anche di più: ci sono armi atomiche, astronavi interstellari, macchine elettroniche ecc.
La tensione tra le due grandi potenze dell’epoca è al limite e si percepisce come imminente una escalation nucleare.
L’abbazia dell’ordine di Leibowitz c’è ancora, ma si capisce che il cristianesimo e la Chiesa sono di fatto minoranza e le loro sono considerate come opinioni al pari di tutte le altre. È forte la presenza del relativismo etico, e sorprende come uno scrittore degli anni cinquanta abbia potuto essere così profetico riguardo all’attualità di questi anni.
La Chiesa, in previsione di un olocausto nucleare che questa volta potrebbe cancellare completamente il genere umano, ha preparato un piano per sopravvivere trasferendosi sulle colonie terrestri di Alfa Centauri.
L’epilogo vede l’astronave con a bordo un gruppo di famiglie, di vescovi e di suore decollare verso la lontana colonia spaziale, come fosse un piccolo germoglio dell’umanità e della Chiesa scampato al diluvio per essere trapiantato e perpetuare laggiù ciò che ormai sulla terra è distrutto. Il momento è reso quasi tragico dal gesto dell’ultimo frate che prima di chiudere il portello scuote la polvere dai sandali, come Gesù aveva detto ai suoi discepoli: “Se qualcuno poi non vi accoglierà e non darà ascolto alle vostre parole, uscite da quella casa o da quella città e scuotete la polvere dai vostri piedi. In verità vi dico, nel giorno del giudizio il paese di Sòdoma e Gomorra avrà una sorte più sopportabile di quella città” (Mt. 10,14-15).
L'autore sembra volerci dire che l’umanità progredisce molto da un punto di vista tecnologico e molto poco da un punto di vista morale perché ripiomba sempre negli stessi errori.
Citiamo dal libro: […] (Il mondo) non è mai stato migliore, e non sarà mai migliore. Sarà soltanto più ricco o più povero, più triste, ma non più saggio, fino all’ultimo giorno. […] (pag.176).
È un concetto profondamente cristiano: in ogni epoca l’uomo, che sia colto o ignorante, tecnologico o medievale, ha sempre un cuore povero che ha bisogno di essere salvato.
Una frase, quella di Milleri, che ne ricorda un'altra. Di un salmo: "Insegnaci a contare i nostri giorni, e giungeremo alla sapienza del cuore".

Francesco T.


en.wikipedia.org/wiki/Walter_M._Miller,_Jr.
www.wsu.edu:8080/~brians/science_fiction/canticle.htm
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categorie: contemporaneo, straniero
martedì, 18 settembre 2007

GUIDA GALATTICA PER GLI AUTOSTOPPISTI di Douglas Adams


GUIDA GALATTICA PER GLI AUTOSTOPPISTI di Douglas Adams

Titolo originale: The hitchhicker's guide to the Galaxy
Mondadori, 1999
Traduttore: Laura Serra
Pagine: 212
ISBN: 978-88-04-46463-1
Prezzo: 8,40 €




Avete presente le importanti direttive della Confederazione dei Pianeti di Star Trek oppure l'Enciclopedia Galattica edita dalla Fondazione di Terminus nella creazione di Asimov? Mettetevi il cuore in pace, perché Douglas Adams si diverte a ironizzare sulle classiche invenzioni della fantascienza anglosassone.

Scritto con grande intelligenza e fine umorismo, questa Guida Galattica per gli autostoppisti si presenta fin dall'inizio come una sapiente opera di "relativismo" scientifico. Teorie scientifiche, filosofie umane, tecnologie "magiche" vengono costantemente mostrate per il loro aspetto divertente, per quel grado di auto-ironia nascosto al loro interno (senza che, in realtà, esse stesse ne siano consapevoli). Vi propongo un brano tratto dall'introduzione del libro, per farvi capire la tipologia di ironia:

"Lontano, nei dimenticati spazi non segnati nelle carte geografiche dell'estremo limite della Spirale Ovest della Galassia, c'è un piccolo e insignificante sole giallo.
   A orbitare intorno a esso, alla distanza di centoquarantanove milioni di chilometri, c'è un piccolo, trascurabilissimo pianeta azzurro-verde, le cui forme di vita, discendenti dalle scimmie, sono così incredibilmente primitive che credono ancora che gli orologi da polso digitali siano un'ottima invenzione.
   Questo pianeta ha, o meglio aveva, un fondamentale problema: la maggior parte dei suoi abitanti era affllitta da una quasi costante infelicità. Per risolvere il problema di questa infelicità furono suggerite varie proposte, ma queste perlopiù concernevano lo scambio continuo di pezzetti di carta verde, un fatto indubbiamente strano, visto che a essere infelici non erano i pezzetti di carta verde, ma gli abitanti del pianeta.
   E così il problema restava inalterato: quasi tutti si sentivano tristi e infelici, perfino quelli che avevano gli orologi digitali.
   [...]
   E poi, un certo giovedì, quasi duemila anni dopo che un uomo era stato inchiodato a un palo per avere detto che sarebbe stato molto bello cambiare il modo di vivere e cominciare a volersi bene gli uni con gli altri, una ragazza seduta da sola a un piccolo caffé di Rickmansworth capì d'un tratto cos'era che per tutto quel tempo non era andato per il verso giusto, e finalmente comprese in che modo il mondo sarebbe potuto diventare un luogo di felicità. Questa volta la soluzione era quella giusta, non poteva non funzionare, e nessuno sarebbe stato inchiodato ad alcunché.
   Purtroppo però, prima che la ragazza riuscisse a raggiungere un telefono per comunicare a qualcuno la sua idea, successe una stupida quanto terribile catastrofe, e di quell'idea non si seppe mai più nulla.
   Questa non è la storia della ragazza".


   Questo è lo stile del romanzo, uno stile divertente, mai volgare, sempre profondo anche se leggero (sembra quasi l'attuazione perfetta di una delle cinque Lezioni Americane di Calvino, quella sulla Leggerezza). E non fatevi fuorivare dal termine che ho usato: relativismo. Qui non si mette in discussione l'uomo e la sua ricerca di senso. Quel che si ironizza riguarda l'idea di onnipotenza serpeggiante nella nostra scienza.

Fabrizio V.

it.wikipedia.org/wiki/Guida_galattica_per_gli_autostoppisti_(romanzo)
www.fantascienza.com/magazine/libri/6167www.douglasadams.com/
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categorie: contemporaneo, straniero
venerdì, 14 settembre 2007

LA LUNGA MARCIA di Stephen King


LA LUNGA MARCIA di Stephen King

Titolo originale: The long walk
Sperling, 1998
Traduttore: Beata della Frattina
Pagine: 279
ISBN: 88-8274-482-5
Prezzo: 8,50 €



Coperto dallo pseudonimo Richard Bachman, Stephen King ha pubblicato questo strano romanzo nel 1970. Mette in scena una sfida mortale, quasi senza senso, in un'America che ha gran poco di democratico.


Il sedicenne Garraty si iscrive alla Lunga Marcia, una gara impossibile ai limiti della crudeltà, istituita da un fantomatico generale in un paese - pare - governato da una dittatura. Dai confini con il Canada fino a Boston, 100 volontari corrono a piedi senza mai fermarsi, senza mai scendere sotto la velocità di sette chilometri orari e con tre ammonizioni disponibili per pause non maggiori di 30 secondi. La punizione è un'esclusione definitiva: dalla vita! Infatti chi viene punito è direttamente eliminato dalla faccia della terra, ucciso.

     Il romanzo presenta un'America cinica ai limiti della cattiveria, in cui la Lunga Marcia è attesa come un evento clou dell'anno mediatico, polo attrattore di curiosità e fanatismi quotidiani. Tutto ciò che fanno e che producono i corridori nella loro marcia estenuante (escrementi compresi!) diventa ambito trofeo. Il feticismo e la privazione di valori di un paese in assoluta povertà morale emerge con vigore da questo ritratto spietato.
 
   In effetti, al di là della costruzione fantastica che King ingegna per mettere in scena questo dramma, quel che spicca dalle righe del romanzo è il realismo di una condizione americana eccessiva. Non si pensi che Stephen King parli di qualcosa di totalmente inventato o estraneo alla realtà: leggendo queste pagine (che si divorano tutto d'un fiato in poco tempo) mi sono venute in mente altre rappresentazioni al limite, prima fra tutte quella di Sugarland Express di Steven Spielberg: proprio degli stessi anni del nostro romanzo, anche il regista ha messo in scena quello che doveva essere un vizio americano in crescita, ovvero il voyeurismo, malattia importata anche da noi e che già minaccia la nostra società italiana.

   I valori emergono nel corso della gara, nella competizione tra i partecipanti: odio, concorrenza, pazzia non possono soffocare l'amore che emerge a un certo punto nella narrazione, e che diventa dono gratuito di uno dei partecipanti a favore del protagonista, rosa che sboccia in un deserto di cinismo. Secondo me questo particolare, sebbene possa apparire debole nel devastante ritratto, è la chiave di lettura del romanzo. Senza svelare il finale, si scopre proprio alla fine dove sta la vera realtà, il vero calore umano.

Fabrizio V.

it.wikipedia.org/wiki/La_lunga_marcia
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categorie: contemporaneo, straniero
lunedì, 10 settembre 2007

RAGIONE E SENTIMENTO di Jane Austen


RAGIONE E SENTIMENTO di Jane Austen

Titolo originale:
Sense and Sensibility
Biblioteca Universale Rizzoli, 2006
traduttrice: Beatrice Boffitto Serra
Pagine: 340
ISBN: 88-17-15054-1
Prezzo: 7 euro


Primo romanzo pubblicato a proprie spese dalla grande scrittrice inglese nel 1811, questo romanzo conosce almeno due stesure: quella giovanile appartenente ad una Jane ventenne, tra gli anni 1794-1799, ed una più matura risalente agli anni che seguono la morte del padre ed il conseguente trasferimento di Jane (ancora nubile, con la madre, la sorella ed un'amica di famiglia) a Chawton, nello Hampshire.
Nel cottage di proprietà del ricco fratello Edward, tra una visita di cortesia ai vicini di casa ed una passeggiata, tra le cure prodigate ai ben 11 nipotini (i figli di Edward) ed una tazza di tè, Jane rimette mano alle opere giovanili ed Elinor and Marianne diventa Sense and Sensibility.
Il romanzo conobbe un successo immediato, tanto che andò a ruba nel giro di breve tempo e fu scritta addirittura una traduzione in francese.
Purtroppo man mano che l'anima della scrittrice si nutriva e cresceva con le pagine vergate di suo pugno (nell'ultimo decennio di vita scrive tantissimo: vedono le stampe quattro romanzi, mentre gli ultimi due vengono pubblicati postumi in un unico volume), la vita quotidiana di Jane perdeva lo smalto dei divertimenti della giovinezza. La precarietà economica in cui la morte del padre aveva lasciato lei, la madre e la sorella (pure Cassandra non si sposò), la vita semplice di donna nubile, il dover accudire figli non suoi in una casa non sua, tutto questo attenuò la fiammella dell'entusiamo che la giovane Jane nutriva per la vita. La smorzò, ma non la spense, perchè un animo siffatto come quello di Jane era troppo umile e semplice per non godere anche delle piccole cose, e ringraziare Dio per poterle avere, nonostante tutto.
La salute cominciò presto a minarla: nel 1815 i primi sintomi del morbo di Addison si fecero sentire, fino a condurla alla morte il 18 Luglio del 1817. Aveva 41 anni.
Ci ha lasciato sei capolavori, le opere giovanili, alcune Lettere (in gran parte sono andate distrutte per suo stesso volere), ed alcuni romanzi incompiuti.
Chi leggerà Ragione e Sentimento noterà subito che teniamo in mano un romanzo maturo, compiuto nella sua architettura narrativa, in cui Jane Austen dispone già di perizia nei dialoghi e di limpidezza nello stile (caratteristiche che la rendono amata da tutte le generazioni e che ne fanno una scrittrice moderna). I personaggi sono tratteggiati con grazia e maestria, specialmente quelli femminili. Quelli maschili hanno bisogno di più approfondimento, Jane avrà modo di lavorarci sopra a partire dal successivo romanzo, Orgoglio e Pregiudizio.
La trama è si capisce fin dalle prime battute: Elinor è la sorella maggiore, diciannovenne, dotata di buon senso e finezza, mentre Marianne è la sorella mediana (c'è poi una terza sorella tredicenne), diciassettenne, tutta esuberanza e sentimentalismo. La prima s'innamora ricambiata di un giovanotto, Edward, che però è segretamente fidanzato con una donna scialba da un legame che ha contratto in gioventù. Elinor sa di questo legame, e non può che soffrirne, cercando di usare tutto il suo buon senso (appunto) per fare di necessità virtù. Marianne invece si'innamora, ricambiata, di un giovane dissoluto che non esita a far credere a tutti un fidanzamento che non c'è, salvo poi lasciare la povera Marianne per sposare una donna ricca e affermata. Marianne, inguaribile romantica, tutta presa dal desiderio di esternare i suoi sentimenti, quando capisce che Willoughby l'ha solo illusa, si ammala gravemente. Guarisce grazie alle cure di Elinor e della madre, e la malattia le farà capire quanto sciocca sia stata a non essere prudente nella relazione con Willoughby. Intanto il fidanzamento di Edward viene sciolto, così Elinor potrà coronare il suo sogno sposandolo, mentre Marianne convolerà a nozze con il maturo colonnello Brandon, che l'ha sempre amata pur non essendo all'inizio corrisposto. Come a dire: là dove c'era l'eccesso di sentimentalismo, esso si  trasforma in affetto
maturo, mentre là dove c'era cauta prudenza, essa sboccia fino a diventare amore pieno.
E' proprio per la grande armoniosità dei suoi libri, per l'affresco corale che Jane Austen sa disegnare, che è sempre un piacere riprenderli in mano anche a distanza di tempo.

Elisabetta M.

it.wikipedia.org/wiki/Jane_Austen
www.pemberley.com/janeinfo/janeinfo.html
www.jasna.org/
postato da: Fabrieli alle ore 11:18 | link | commenti (4)
categorie: classico, straniero
mercoledì, 05 settembre 2007

L'ISOLA di Sàndor Màrai


L'ISOLA di Sándor Márai

Adelphi, 2007
Traduttore: L. Sgarioto
Pagine: 174
ISBN: 88-459-2183-2
Prezzo: 16,50 €



Ci sono personaggi della letteratura di tutti i tempi che hanno impresso la loro vicenda nella nostra memoria come un sigillo indelebile, e che finiremo per portare dentro di noi per sempre. Ebbene Vicktor Henrik Askenasi, emerito professore di greco a Parigi, si inserisce di diritto tra questa folta schiera.



Di questo personaggio contraddistinto da un'afflizione intensa e palpitante, sono certo che conserveremo a lungo il ricordo.


In questo libro scritto nel 1934 e recentemente pubblicato in Italia da Adelphi, Sandor Marai, non privo della sua riconoscibilissima cifra linguistica, spoglia il mondo dalle sue tinte consolatorie avvolgendo il lettore in un sentimento di desolazione ineluttabile. In quello stesso stato d'animo in cui precipitò il grande scrittore ungherese negli anni '30 del secolo scorso, allorché dinanzi all'offensiva ottusa e volgare dei nuovi regimi dittatoriali gettò con le sue opere una luce di impressionante preveggenza sull'implosione della civiltà liberale ed umanistica a cui la società borghese sarebbe andata incontro di lì a poco.

Si tratta infatti di un romanzo rivolto ai palati forti, ossia a quei lettori che amano inoltrarsi senza fretta e senza rassicurazioni negli azzardi, in regioni troppo impraticabili dello spirito, negli sprofondi di una storia inquietante.

Concepito con intelligenza e scritto come sempre in modo elegante, questo libro ha il suo migliore pregio nella capacità di indagare e di condurci ad un passo dal baratro dell'animo umano, di cui l'autore si rivela ancora una volta un profondo conoscitore, soprattutto nei suoi aspetti più tragici e dolorosi. Sandor Marai si interroga in questo romanzo sul senso compiuto della vita, che il professore Askenasi invano ricercherà ossessivamente per tutta la vita nelle pieghe dei libri, nella rassicurante stabilità famigliare, nei piaceri del sesso e perfino nel delirio omicida, trasfigurando la propria esistenza nell'implacabile lucidità di un incubo.



Gian Paolo G.

www.unilibro.it/find_buy/Scheda/libreria/autore-marai_sandor
www.adelphi.it/novità
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domenica, 26 agosto 2007

I DONI di Ursula K. Le Guin


I DONI di Ursula K. Le Guin

Titolo originale: Gifts
Editrice Nord, 2006
Traduttore: Riccardo Valla
Pagine: 235
ISBN: 88-429-1435-5
Prezzo: 17,60 €



Gli abitanti dei Monti - un territorio impervio e selvaggio - possiedono dei Doni: uno per famiglia, passato ai discendenti per via ereditaria. Due ragazzi decidono di non usarli.



Romanzo scritto con maestria, semplicità e profondità da Ursula K. Le Guin, questo Gifts colpisce soprattutto per due cose: la sconcertante pericolosità che i doni possiedono e la libera scelta di non usarli dei due giovani protagonisti.

Ambientato in un mondo rurale in cui il nostro mondo occidentale sembra appena abbozzato e agli albori, I doni aiuta a riflettere tramite la violenza esemplare contenuta nella narrazione. Ogni famiglia dei Monti possiede un dono tipico: chi la capacità di far esplodere, chi la capacità di ascoltare i pensieri, chi la capacità di attrarre gli animali e far compiere la sua volontà. Colpisce subito che a causa di questi doni si instauri un equilibrio del terrore tra i Monti e le pianure, e tra i dominion dei Monti stessi. Ogni famiglia è schiava della paura che l'odio si scateni in distruzione.
Non fosse per due ragazzi, Gry e Orrec, che decidono di non utilizzare le loro capacità, la scena sarebbe sempre dominata dalla ferocia e dalla sopraffazione. Ma per l'appunto questi due giovani non vogliono distruggere nulla, tanto meno costringere gli animali a far quanto desiderano. Sono alla ricerca di un equilibrio con il mondo che la loro stessa natura sembra voler mettere sempre in forse.

Si fa strada, in questo modo, la maturità di una scelta che va contro corrente, che sceglie di correre personalmente il rischio per non far rischiare gli altri: una scelta animata dall'intuizione che forse, un giorno ormai passato, quei doni erano tutti in positivo e che la sete umana ha trasformato in strumenti di violenza e usurpazione.

Fabrizio V.

it.wikipedia.org/wiki/Ursula_K._Le_Guin
www.ursulakleguin.com/UKL_info.html
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venerdì, 24 agosto 2007

NEXT di Michael Crichton


NEXT di Michael Crichton

Titolo originale: Next
Garzanti, 2007
Traduttore: Barbara Bagliano
Pagine: 488
ISBN: 978-88-11-68575-3
Prezzo: 19,60 €



Michael Crichton ci fa giocare con l'ingegneria genetica, sulla scia dei protagonisti del suo ultimo romanzo fanta(?)scientifico.





La vicenda è piuttosto semplice e lineare. A cavallo di un presente-futuro non troppo irreale, la scienza ufficiale e la divulgazione scientifica combattono una partita a suon di dollari e brevetti per accaparrarsi i geni che determinano l'una o l'altra caratteristica di pianti, animali ed esseri umani.
La vicenda si snoda con la perizia tecnica tipica di Michael Crichton in questo romanzo, che si potrebbe considerare una continuazione ideale e ideologica di Jurassic Park: anche qui gli scienziati giocano a fare Dio, e forse si credono tali, con la possibilità di decidere cosa sia giusto e cosa no. Forse solo sulla base del proprio portafoglio e della fame di onnipotenza personale.
Next stupisce, pagina dopo pagina, per le assurdità inventive che gli scienziati di questo romanzo riescono a mettere in campo, in un'escalation vieppiù sempre più risibile di soluzioni tecniche. Sia chiaro: ciò che fa ridere qui non è la mancanza di probabilità di ciò che viene descritto; anzi, tutto quanto dice il signor Crichton è quanto di più verosimile possa capitare con la manipolazione genetica. Ma quel che suscita la risata è il profilarsi di una serie di brevetti che hanno del tragicomico. Barriere coralline pubblicitarie, umanzé (teoria e brevetto a quanto pare realmente esistente tra i genetisti), pappagalli scurrili, tartarughe fluorescenti. C'è addirittura un trafiletto sul grasso di Berlusconi (leggere per credere!).
Insomma, viene ipotizzato un mondo in cui l'uomo si è sostituito a Dio ma in cui i risultati di questa situazione sono parodistici.
Credo sia, tutto sommato, da leggere. Il romanzo ha un tono di denuncia, tipico - negli ultimi tempi - per lo scrittore (basti vedere anche Stato di paura).
Purtroppo il Cattolicesimo e il Papa non ne escono molto bene. In quell'unica mezza paginetta in cui vi si fa riferimento, Crichton non si sottrae alle tipiche rappresentazioni pregne di pregiudizio in voga negli ultimi decenni nei confronti dei Cattolici. Peccato non mostrare una maggiore capacità di documentazione anche in questo ambito. Sarà per un altro romanzo.

Fabrizio V.

it.wikipedia.org/wiki/Michael_Crichton

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mercoledì, 22 agosto 2007

LE INTERMITTENZE DELLA MORTE di José Saramago


LE INTERMITTENZE DELLA MORTE di José Saramago

Titolo: Le intermittenze della morte (As Intermitências da Morte)
Einaudi, 2005
Traduzione: Rita Desti
Pagine: 205
Isbn: 88-06-17937-3
Prezzo: 17 €


Josè Saramago ha fatto centro un'altra volta, mi dicono. Portoghese nato nel 1922, stabilmente tradotto in italiano e pubblicato per i tipi di Einaudi, ha vinto il premio Nobel per la Letteratura (quella con la L maiuscola) nel 1998.



Comincio a leggere il suo ultimo romanzo, dunque, Le intermittenze della morte e mi trovo in difficoltà già verso la terza o quarta pagina. Quest'uomo scrive in una maniera strana. O per lo meno la sua traduttrice, Rita Desti, adotta una forma quanto mai inusuale (ma credo proprio che rispecchi le abitudini stilistiche del suo autore). Mi devo costringere a forza per andare avanti.

Accidenti!, la storia è interessante. La morte (con la m minuscola, non maiuscola) ha deciso di non operare più per ben sette mesi e gli abitanti di un'intera nazione sono sgomenti di fronte a una simile decisione. L'autore si diverte e prevedere quali siano le roccambolesche decisioni del governo e delle categorie economiche per far sì che questo sciopero della sorella dalla falce sempre pronta (una falce che non parla mai pur essendo molto espressiva!) non porti a un disastro economico e sociale.

Ma come ho già accennato, l'autore usa una forma un pò strana, che incontro per la prima volta. Non ci sono « o » di sorta, nemmeno il «-» è più in auge in Portogallo, a quanto sembra. Tanto meno le «"» aiutano a distinguere il discorso diretto da quello indiretto. Solo una piccola e timida «,» permette di passare dal diretto all'indiretto. In sostanza è come se una persona parlasse sempre con lo stesso tono per lunghi paragrafi di un argomento ostico. Davvero difficile starci dietro.

Però la mia pervicacia è servita a qualcosa: andando avanti nella lettura ci si abitua a questa strana forma e il racconto va avanti che è una delizia! Il linguaggio è ricco e colorito, e ciò che avviene è tragicomico, come lo spirito umano sottoposto a lunghe e minacciose situazioni.

La seconda parte del romanzo sorprende, perché la morte che ha deciso di far capire all'uomo che cosa ne sarebbe dell'uomo stesso senza la morte, a un certo punto è costretto a imparare a sue spese quale sia la forza dell'amore e della vita.

Sebbene il romanzo non si presenti come un romanzo esplicitamente cristiano - non nella materia tanto meno nell'approccio - devo dire che aiuta, tramite un linguaggio ironico e sarcastico, a riflettere sulla fragilità dell'essere umano e sul momento culminante e pregno di significato che può essere la morte. Questa realtà vitale abbandonata dalle considerazioni moderne, proprio nel romanzo finisce per risultare come quell'attimo cruciale in cui l'essere umano e le società sono chiamate a dar significato alla propria esistenza. Non a caso tutta la seconda parte del romanzo si sofferma sul tentativo della morte di comprendere il perché il suo "pupillo" abbia deciso di non morire. E' indubbiamente questa la parte migliore del romanzo, la più profonda e, anche, poetica.

Ho scoperto uno scrittore. Mi sono entusiasmato e lo propongo a tutti.


it.wikipedia.org/wiki/Jos%C3%A9_Saramago
www.comitatomst.it/sarabio.htm
www.liberonweb.com/einaudi/tas_saramago.asp
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martedì, 21 agosto 2007

I FIGLI DEGLI UOMINI di P. D. James


I FIGLI DEGLI UOMINI di P. D. James

Titolo originale: The Children of Men
Oscar Mondadori,2006
(prima stampa in Gran Bretagna: 1992, per Omnibus Mondadori 1993)
Traduzione di Annamaria Biavasco e Valentina Guani
Pagine: 316
ISBN: 88-O4-47194-8
Prezzo: 7,40 €


Ritornato in auge dopo il recente film di Alfonso Cuaròn uscito nelle sale a Novembre 2006, il libro della scrittrice inglese è assai diverso dal film  propostoci.

L’autrice Phyllis Dorothy James White, Baronessa James of Holland Park, classe 1920, una vera auctoritas nel Regno di Sua Maestà (ha ricevuto il titolo di Baronetta, cioè di Lady, per le sue doti letterarie), ha messo da parte la sua vena da navigata giallista per spingersi nelle acque più nuove del romanzo di fantascienza con taglio sociologico. Inserendosi quindi nella scia aperta da Huxley, Bradbury, dal film "2022: i sopravvissuti" del 1973 tratto dal romanzo di Harry Harrison "Largo!Largo!" del 1966 e così via.

Il romanzo prende le mosse da un fatto che conduce il lettore già dopo poche pagine nel pieno della tragedia: “Oggi, 1 gennaio 2021, tre minuti dopo mezzanotte, l’ultimo essere umano nato sulla terra è rimasto ucciso in una rissa in un bar di un sobborgo di Buenos Aires. Aveva venticinque anni”.
Con una narrazione inquietante, sapientemente condotta, il lettore è subito messo al corrente del fatto che l’umanità è divenuta sterile. La generazione Omega (i nati nel 1995) rappresenta l’ultima generazione di uomini apparsa sulla terra, prima che lo sperma umano smetta di punto in bianco di essere fertile. E’ la fine dell’Homo Sapiens.

Si legge tra le righe del romanzo una denuncia atroce della scienza, incapace di rispondere alle domande ultime dell’uomo. “La scienza occidentale è stata il nostro dio. Dotata di molteplici poteri, ci ha preservato, confortato, curato, accudito, cibato e divertito e noi ci siamo sentiti liberi di criticarla ed occasionalmente di rifiutarla, come da sempre l’uomo ha fatto con gli dei, ben sapendo che, nonostante l’apostasia, questa divinità, creatura nostra e nostra schiava, avrebbe continuato a prendersi cura di noi con anenstetici contro il dolore, trapianti di cuore e di polmoni, antibiotici, cinema e cinematica” (p.14)
Curiosamente il protagonista è un professore di storia di Oxford. Come a dire che l’uomo per vincere contro la natura ha bisogno di riappropriarsi della propria memoria, della sua identità.
La James da prova del suo talento alternando capitoli narrati dal protagonista in prima persona a capitoli dove la narrazione procede in terza persona. Con i capitoli in prima persona fornisce un sacco di dettagli utili alla comprensione dell’impianto narrativo (altrimenti altro che 300 pagine di romanzo avremmo avuto), mentre con la narrazione impersonale riesce a mandare avanti la storia con un certo interesse, anche se da metà in poi si fa un pò noiosa.
Le frasi abbastanza lunghe denotano che l’intento è di vera e propria scrittrice che vuole narrare, anziché sorprendere ed accattivare il lettore con frasi brevi e secche.

Theodore Faron, docente di storia vittoriana ad Oxford, inizia a scrivere un diario che è il resoconto delle sue amare riflessioni sulla sua vita e sulla società che lo circonda. Racconta come è diventata l’Inghilterra, l’Europa ed il mondo in seguito alla piaga della sterilità (che ha proprio l’aria di una delle piaghe d’Egitto perché è inspiegabile ed avviene improvvisamente). “Ci assalì… stanchezza, depressione, malessere indefinito, tendenza a contrarre piccole infezioni, cefalea persistente ed invalidante… non possiamo provare nulla se non il presente… senza il conforto di una vita dopo la nostra morte (n.d.r. di una discendenza), tutti i piaceri della mente e dei sensi mi paiono talvolta nulla più che fragili e patetici difese innalzate contro la rovina” (p.19-20). E’ una società che per anestetizzare la morte ha tolto qualsiasi “bruttura”: vita scandita da precise regole, niente criminalità perché i malfattori vengono relegati su un’isola, offerta di tutti i tipi di piaceri possibili, bambole al posto dei bambini veri per soddisfare l’istinto materno (oppure cuccioli di animali), eutanasia per i vecchi non autosufficienti, sfruttamento dell’immigrazione regolata per avere badanti ed infermieri, violenze inaudite delle bande teppiste di uomini e donne Omega che contano sull’impunità per il fatto di essere Omega appunto, gli eletti.
Theo è il cugino del Governatore dell’Isola, la sua è una vita appartata, scandita da una routine ferrea ed esasperante, finchè un pomeriggio incontra una donna. Essa è membro di un piccolo gruppo di ribelli, cinque in tutto, che si firmano “I cinque pesci” (chiara simbologia cristiana) e che si propongono di essere la coscienza critica della società. Non possono fare la rivoluzione, lo sanno anche loro, ma  anche un sasso lanciato nel mare produce delle onde. A qualcosa il loro sforzo servirà, loro pensano.
La prima parte del romanzo finisce con Theo che si discosta dall’operato dei ribelli: stranamente per la prima volta in vita sua si sente solo, come se l’appartenere a quel piccolo gruppo gli avesse dato una speranza e questa speranza l’avesse fatto sentire parte di qualcosa di più grande. Ma è troppo il pericolo di appartenere ad un gruppo di ribelli. Così decide di partire per un lungo viaggio in Europa, e per fuggire all’amore che sente nascere nei confronti di Julian, la donna che ha conosciuto.
La seconda parte inizia con una richiesta d’aiuto: uno di loro è stato catturato e vogliono fuggire con la macchina di Theo che gli sbirri ancora non conoscono. Theo si lascia coinvolgere in quella che diventerà una vera e propria fuga/caccia senza scampo; ma il gruppo si avventura in mezzo ai boschi della campagna inglese anche per nascondere il miracolo dei miracoli: Julien è incinta.
Svolta dopo svolta, fuga dopo fuga, perdita dopo perdita (i cinque cadranno uno dopo l’altro fino a rimanere solo Julian e la creatura che porta in grembo) Theo sperimenta vari stati d’animo: dalla paura e dall’iniziale disprezzo per i suoi compagni, arriva a capirli e a mettere in discussione tutto le certezze in cui aveva creduto fino ad allora. Altri scenari si affacciano alla sua mente: toccante la scena in cui Theo vede che Julian assiste raccolta in preghiera alla messa recitata da Luke, un prete senza più parrocchia reclutato nel gruppo. Theo sente le parole della liturgia eucaristica e ne rimane folgorato: viene in mente la parabola del lievito in mezzo alla farina; la luce di Cristo che non può essere messa sotto al moggio. Tutto il romanzo è intriso di richiami e riferimenti ai simboli liturgici.
E così ci si avvia al duello finale tra Theo e suo cugino il Governatore, quando si troveranno armati uno contro l’altro difronte al capanno dove Julian ha da poco partorito un bimbo. Nella sparatoria all’ultimo sangue ha la meglio Theo, e questi poco dopo si ritrova col compito di battezzare il bimbo: “C’era pochissima acqua nella bottiglia, ma non ne sarebbe servita molta…il rito riemerse dalla memoria della sua infanzia: bisognava far scorrere l’acqua, pronunciare le parole. Con il pollice bagnato dalla proprie lacrime e macchiato del sangue della madre tracciò il segno della croce sulla fronte del bambino”.(p.316)

Una chicca finale: i giallisti inglesi amano citarsi, evidentemente.
Lo scrittore Sansom, autore del best-seller Il segreto della Torre di Londra (edito nel 2006), ha dedicato il suo romanzo nientemeno che alla P.D.James.

 

Elisabetta M.



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martedì, 14 agosto 2007


LA SIGNORA DI AVALON di Marion Zimmer Bradley

Titolo: La Signora di Avalon (Lady of Avalon)
TEA 1998
Traduttore: Annarita Guarnieri
Pagine: 563
5,90 €


Più che perdere tempo dietro a polemiche suscitate da romanzi come se fossero pericolosi quali "Il codice da Vinci", credo che uno sguardo critico e attento vada rivolto a romanzi come quelli di Marion Zimmer Bradley, indubbiamente ben scritti e a volte interessanti.
   Lo dico per un cristiano che voglia essere accorto. Ecco i perché.




Marion Zimmer Bradley, affermata e celebrata scrittrice fantasy, tra le cose migliori che ha scritto ci ha lasciato questo romanzo che fa parte della saga di Avalon.

Chi lo definisce un romanzo di genere fantasy, chi lo inserisce nella categoria epica, resta il fatto che il respiro narrativo della scrittrice sa attingere a storia, mito e fantasy per coniugarli in un insieme perfettamente coerente. La storia della Britannia e del suo affrancamento progressivo dall'Impero Romano si snoda a suon di rituali pagani e di consacrazioni di guerrieri e sacerdotesse. Lo stile è solido e la prosa è semplice e diretta, anche se non asciutta. Inoltre, si nota subito che la mano autrice è di una donna: le descrizioni, soprattutto degli amplessi, sono tificamente femminili.

Quali sono gli aspetti, secondo me, negativi? Innanzitutto la ripetitività narrativa. Le tre parti del romanzo si sommano una all'altra senza riuscire a evitare un effetto ridondante che appesantisce un pò la narrazione. Inoltre il rapporto madre-figlia che si instaura quasi sempre negativamente tra le protagoniste del romanzo può anche essere un elemento di veridicità o verosimiglianza del romanzo, ma rischia di stufare il lettore.

Devo rilevare anche un aspetto che mi ha molto infastidito. Il Cristianesimo viene presentato dall'autrice o in un'aura mitica intrisa di teorie alternative (vedi tutta la storia relativa a Giuseppe d'Arimatea...) oppure sotto una luce talmente negativa, trita e ritrita nella quale le uniche isole di luce sono costituite dalle dottrine eretiche di Pelagio. Per di più si fa un bel miscuglio New Age di idee spirituali per le quali tutte le divinità in realtà sarebbero una, lo stesso dio che non importa distinguere nelle singole religioni: in sostanza uno vale l'altro. Ecco, questo ha urtato la mia intelligenza prima ancora che la mia fede.

Fabrizio V.


http://it.wikipedia.org/wiki/Marion_Zimmer_Bradley
http://mzbworks.home.att.net/bio.htm

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