




Si potrebbe cominciare dal dire che "Sunset limited" è un buon libro. Buono prima che bello.
Un buon libro direi che si distingue se è capace di sedimentare e di far germinare a lungo: un buon libro è più terreno che frutto insomma, e come la buona terra che da buoni frutti va a fondo e ogni strato, dal più fertile e nero al più profondo e compatto, sono in relazione e sostegno l'uno per l'altro.
Una buona lettura di questo libro non può quindi prescindere dalla complessa stratificazione di cui è tessuto e in cui lo scritture si è, visibilmente, compiaciuto, dando luogo a una creazione che ha vita e spazio propri.
Tanto per dire il tema uso le parole di Doninelli: "Nero, un uomo di colore, ex-galeotto poi fattosi cristiano, salva Bianco, un intellettuale, dal suicidio: stava per gettarsi sotto il Sunset Limited, il treno passeggeri in servizio tra la California e la Florida fino alla fine del 2005, quando l'uragano Katrina devastò la rete ferroviaria di New Orleans e dintorni. Nero porta Bianco a casa sua, ma Bianco non è contento di essere stato salvato: voleva e vuole morire. La conversazione si svolge intorno a un tavolo, i cui lati sono come i due lati dell'Universo."
A una prima lettura la situazione è semplice e schematica: il bianco è un triste intellettuale scettico, il nero un toccato dalla grazia. Il nero parla e il bianco ascolta. Il bianco non ha argomenti se non la sconfitta dei suoi stessi ideali e il nero è ricco di una ricchezza, una facondia di parola che non è in fin dei conti sua ("quando vi interrogheranno non abbiate timore di cosa dovrete dire, perché sarà lo Spirito a parlare in voi"). Il nero ha ragione e il bianco scappa. Tutto molto chiaro, dall'inizio alla fine.
O quasi. Perché in definitiva è la fine, la chiusa, che riapre totalmente i giochi e alza un cartello grande così: "NON TUTTO E' COSI' CHIARO E SEMPLICE, PER NESSUNO", e costringe a chiedersi quale sia il senso vero di quel che ci[1] è avvenuto leggendo. In effetti il Mistero, latente (quasi sornione) in tutto il dialogo, irrompe ed anzi straripa nelle ultime tre quattro frasi e così mette in luce che, in realtà, è sempre stato lì, ma nessuno (nessuno! dei due nessuno) lo aveva guardato. E con quello strappo costringe il nero a arrivare al centro di sé e chiedere, per la prima volta, la ragione per sé di quel dialogo, invece di cercare le ragioni per il bianco. E' questo rovesciamento, questo dentro-fuori-dentro (ciò che era dentro, al fondo del dialogo, finalmente viene fuori, per poter entrare davvero e definitivamente nel nero) che costituisce non la chiave di lettura (le chiavi aprono e chiudono) ma il movimento, il gesto, la gestualità principale del racconto. Dentro-fuori-dentro e a fondo in un contesto che pare chiuso, definito e definitorio: è un modo per lo scrittore di far vedere (costringere a cercare, in primis) il mistero senza mai indicarlo e parlarne.
Cominciamo dal titolo: è il nome del treno che deve "prendere" il bianco, ma questo non lo sappiamo e il titolo è il primo punto di attacco e quindi non possiamo non guardare il potere evocativo che queste parole hanno. Una traduzione può essere, letteralmente, "tramonto limitato", ovvero "tramonto, ma con un limite, una limitazione": "limitato" come in "proprietà limitata" o "responsabilità limitata[2]", che non va oltre un certo limite, che si ferma su una soglia. Un tramonto ma con dei limiti, non definitivo, come se il sole non tramontasse davvero ma si limitasse a arrivare basso sull'orizzonte, quasi tutto sotto il limite (appunto) dell'orizzonte ma come una promessa di rialzarsi, ri-sorgere (up-rising). L'inglese ha una espressione per questa zona di chiaro-scuro: "twilight zone", quasi intraducibile[3], che indica, diremmo noi "l'ora in cui tutti gatti sono bigi". Il bianco e il nero si confondono, fondono, scambiano gli ruoli. Perché la posizione interessante dell'autore è che, senza "prendere posizione" tra i due, non per questo li confonde in un indistinto "tutti hanno ragione e tutti hanno torto": è chiaro che uno solo può aver ragione, ma non si sa chi è, e averli portati al "limite del tramonto" li porta a scambiarsi in definitiva i ruoli. Ancora il movimento di rovesciamento che si esplicita appunto nel nero che si interroga su di sé: il problema è il suo, il dramma è il suo, è lui che deve essere salvato, è lui che ha bisogno di un angelo custode che lo venga a salvare.
E dunque non è fin dall'inizio così: chi è tentato (dalla morte, dal fallimento) non è il bianco ma il nero, chi dubita davvero alla fine è il nero, che deve ritrovare la forza di non "prendere il treno" ma di ributtarsi tutto nel mistero. E allora il nero non è l'angelo salvatore: il bianco è forse invece l'angelo tentatore, non mandato da Dio ma da Dio permesso perché la virtù del nero sia provata (Giobbe). La partita non è fra le ragioni del credente e le ragioni dell'ateo: la partita in definitiva è tra il credente e Dio (Giacobbe al passaggio del fiume) e chi ha perso (il nero) può uscirne vincitore (ma segnato nel corpo). Dentro-fuori-dentro.
Perché di una partita evidentemente si tratta: "il nero muove", "il bianco abbozza una difesa", "il nero tenta un attacco", "il bianco arrocca". E' fin troppo evidente nel succedersi di nero-bianco-nero ma anche nell'ambientazione (due davanti a un tavolino spoglio, un tot di tempo a testa) e nella successione delle aperture e delle strategie. Il nero attacca ingenuamente, il bianco è più tattico, il nero cerca tempo per ulteriori mosse ma il bianco lo logora lentamente mangiandogli i pezzi, fino al contrattacco finale, spietato, "il bianco muove e vince in tre mosse[4]", fine (no). E non si può non farsi venire in mente un'altra grande partita a scacchi con in palio vita e morte: quella tra il Cavaliere e la Morte ne "Il settimo sigillo" di Ingmar Bergman. La morte lì è nera, sarcastica, terribilmente razionale e il cavaliere bianco muove per scappare dalla morte ma poi per andarle incontro.
Come d'altronde non si può non tenere presente gli altri spunti letterari[5] collegati al tema dell'angelo custode/protettore e eventualmente salvatore di un tentato suicida: "La vita è meravigliosa" di Frank Capra e "Il cielo sopra Berlino" di Wim Wenders. Del primo rimane l'idea dell'aspirante angelo (il nero qui, lì il buffo Clarence) che deve fare una buona azione per meritarsi le ali[6], nel secondo (più prossimo) il tema del rovesciamento dei ruoli è esplicito, gli angeli[7] scelgono di diventare uomini e gli uomini (lo stazzonatissimo Peter Falk che interpreta se stesso) ricordano di essere stati angeli. Indirettamente quindi anche le poesie di Rilke che fecero da ispirazione a Wenders.
Ripercorrendo all'indietro sono poi tanti gli indizi che costruiscono i molti strati di lettura del libro. Il salvataggio del bianco non è sostanzialmente fisico: quasi non c'è un gesto ma un prima (il tentato suicidio) e complanare l'abbraccio del nero. La stessa presenza e posizione del nero nella stazione ha del misterioso. La stessa ambientazione un po' claustrofobia (i chiavistelli alla porta, i drogati che assediano la stanza) contribuisce a un'atmosfera di sospensione.
In definitiva il libro che pare in fin dei conti bloccato (tanto che ci si chiede, avanzando nella lettura: "vediamo ora come ne esce fuori, l'autore, da questo avviluppo") è poi sfondato e riaperto ad ogni possibilità. Avendo dato per centocinque pagine ragione al nero e silenzio al bianco, rovesciando poi la vittoria dal campo del nero a quello del bianco e riaprendo tutto con l'urlo finale, non c'è nulla di concluso, ma tutto è (di nuovo) possibile. Il nero può farcela. Il bianco stesso (perché dovremmo essere certi del contrario?) può farcela.
Note
[1] E' assolutamente straordinaria la capacità di McCarty (qui come ne "La strada" o "Non è un paese per vecchi", qui con pure parole di dialogo, lì con dialogo e azione) di portare il lettore all'immedesimazione. Per questo dico "ci è avvenuto", perché accade al nero, quindi a noi. E come il nero infine si interroga (o meglio, interroga il mistero) così noi siamo condotti a cercare che cosa in effetti ci sia accaduto leggendo.
[2] "Limited" è il termine giuridico inglese per i brevetti ("limitano" la possibilità di usare un bene o una proprietà intellettuale) e per le società (società in cui la responsabilità degli azionisti "si limita", non va oltre il capitale in azioni).
[3] "Zona del crepuscolo": il momento in cui il sole è tramontato ma ancora c'è luce per effetto della rifrazione dell'atmosfera.
[4] Scrive sempre Doninelli: "Perché lì Nero ha commesso l'errore decisivo: ha creduto che i giochi fossero fatti, cedendo all'idea che, se Dio gli aveva permesso di salvare quell'uomo, la storia non poteva che terminare con la sua conversione. La sua passione per i calcoli e i numeri, in sé eccellente, qui lo tradisce. C'è un vizio americano, per così dire, che abbassa per un attimo la tensione, e Bianco ne approfitta per colpire e poi andarsene."
[5] Filmici in realtà, almeno quelli che mi vengono primi in mente. D'altronde McCarty è filmico per natura: i suoi libri sono già tutti sceneggiature.
[6] Ma qui la buona azione non riuscirà.

Il nemico (Father Elijah. An Apocalypse)


MANUALE DEL GUERRIERO DELLA LUCE di Paulo Coelho
Titolo orig.: MANUAL DO GUERREIRO DA LUZ
Bompiani, 1997
Pagine: 156
ISBN: 88-452-3183-6
Prezzo: 10€

Questo piccolo best seller di Paolo Cohelo, si può definire uno di quei libri che non possono assolutamente mancare in una libreria.
Di per sé non è un libro che segue una sua logica come siamo abituati solitamente. In questo sta anche la sua originalità e bellezza. E’ la storia di un ragazzo che sulle sponde del mare è invitato da una misteriosa donna ad ascoltare il suono delle campane. Un chiaro invito all’interiorità, ad ascoltare se stessi, a ritornare in sé. Un tema caro a molte religioni e carissimo al Cristianesimo. Basti pensare ad Abramo che è invitato da Dio a “uscire dalla sua terra”leggiamo sulle nostre traduzioni, ma in verità la corretta espressione dall’ebraico sarebbe “Va verso te stesso, ritorna verso te stesso” per riscoprirti e ritrovarti aggiungeremmo noi. Un tema dunque in comune con gli ebrei e non solo; un tema chiarissimo anche nella tradizione cristiana autentica, radicata nelle scritture; come non far venire alla mente la parabola del Figlio prodigo, dove il minore dei fratelli una volta toccato il fondo di se stesso “ritorna in sé” – dice il brano – e decide di ritornare da suo padre.
Questo è un sicuramente il filo rosso di questo piccolo gioiello di letteratura moderna, che si snoda in piccole raccolte - oserei dire- sapienziali che danno luce in chi le legge. Oltre al tema del cercare dentro di sé la verità e la forza, sono affrontati temi quali il discernere, il perdono, lo scegliere sempre la parte buona della vita ma anche la capacità di accettare i propri limiti e di superarli nel tempo. Ovviamente non manca il grande tema dell’Amore. Non solo inteso quale rapporto tra uomo e donna ma anche come realizzazione di sé; Amore come risposta alla domanda profonda sul senso della vita.
Chi s’imbatte in questo libro conosciutissimo in tutto il mondo, trova sempre una pagina, una frase, una situazione che parla del suo momento, alla sua situazione. E’ un libro che per sua natura si presta a essere riletto molte volte; il lettore non saprà resistere nel ritornare sul corpo centrale del libro per andare a cercare la pagina che più può aiutarlo in quel momento.
In definitiva è un piccolo breviario d spiritualità dal quale chiunque e in qualsiasi momento della giornata può attingerne la forza e la luce.
Alessandro L.

Titolo originale: Tha tale of the children of Hurin


Evidentemente Jane Austen va di moda, se il cinema ci ha appena sfornato nel 2006 la riedizione di Pride and Prejudice (con Keira Knightley, candidata all’oscar come migliore attrice protagonista) e nel 2007 è uscito Becoming Jane (con Anne Hathaway che narra il flirt di una giovanissima Jane per Tom Leroy (vero e documentato), amore corrisposto ma non convolato a sospirate nozze per l’ostacolo del censo sociale della famiglia Austen, non sufficiente per aspirare ad una parentela con i nobili Leroy, e da cui la scrittrice si presume abbia tratto ampio materiale per i suoi due primi capolavori: Orgoglio e Pregiudizio e Ragione e Sentimento.
A parte questi due film, c’è da notare che in Inghilterra nell’ultimo decennio sono state tratte riduzioni televisive e cinematografiche da tutti i sei romanzi della Austen, e che di alcuni esistono anche due versioni a pochi anni di distanza una dall’altra (basta andare su You Tube e digitare Jane Austen, o su Amazon.uk per comprare i dvd in inglese).
Viene da pensare che, essendo rara al giorno d’oggi una buona sceneggiatura, sia sempre proficuo saccheggiare dall’immaginario di Jane.
Mansfield Park è uno dei romanzi meno conosciuti di Jane Austen (1775-1817), però è unanimemente considerato il più complesso e da alcuni (tra cui io) il suo capolavoro. Anche di questo esiste l’ottima versione cinematografica datata 1999, ovviamente in inglese perché per motivi incomprensibili il film non è mai stato distribuito in Italia); persino i nostri critici (che evidentemente l’hanno visto) ne hanno parlato in maniera lusinghiera.
Il soggetto è esigente, quello che più si stacca dal consueto schema austeniano eroina- avventura travagliata-conclusione. Di solito Jane adotta lo schema classico, quello secondo la teoria aristotelica della narrativa: la collusione, la crisi e la catarsi. (Jane si colloca prima dell’avvento del romanticismo; anche se può considerarsi pre-romantica, è avvisa da tutte le scrittrici romantiche, ad esempio dalle sorelle Bronte che considerano le sue protagoniste delle insulse anti-eroine. Sono Walter Scott la ammira. Per fortuna le sue opere all’epoca circolavano indipendentemente dai favori degli scrittori in auge in quel momento).
Eppure qui la protagonista non è tanto la fanciulla di cui Jane racconterà, ma una tenuta signorile: Mansfield Park, e tutte le vicende che ruoteranno attorno ad essa.
Scritto tra il 1812 ed il 1814, pubblicato nel 1814, rimane un romanzo in parte oscuro. Jane lo scrisse in una stagione della sua vita in cui aveva capito che, ormai, forse non si sarebbe più sposata. Il padre era morto, lei con la madre e la sorella Cassandra (nubile come lei) vivevano in una condizione di precarietà, con una piccola rendita appena sufficiente. Si sono trasferite in un cottage molto meno costoso, con un mobilio essenziale. E' in questa situazione difficile, certamente non immaginata (non si aspettavano che la morte del padre le avrebbe gettate in miseria), che Jane si accinge a scrivere questo romanzo, atipico per la sua produzione narrativa.
La protagonista, Fanny Price, è appartenente alla lower class, caso unico nella narrativa austeniana. Suo malgrado si ritroverà a fare la “scalata sociale” (esempi simili li troviamo tranquillamente nei romanzi dell’epoca, basti pensare a Pamela di Samuel Richardson), ma c’è qualcosa di anti-moderno in questo romanzo: la critica ai costumi della società che, secondo Jane Austen, cominciavano ad essere troppo licenziosi, specialmente quelli provenienti da Londra. La critica al teatro ed alle nuove commedie, apportatrici di dis-valori, la critica alla town come città tentacolare ingannatrice, in opposizione alla quiete della campagna, del park (Mansfield Park è la tenuta nobiliare in cui è situata la villa della famiglia Bertram, la famiglia che accoglie in casa Fanny e la crescerà come una figlia[1]). La critica al fariseismo nobiliare e alla rigida divisione in caste sociali: i nobili che potevano godere della loro ricchezza grazie alle piantagioni e alle usurpazioni degli schiavi nei loro possedimenti nelle Indie (di fatti sir Thomas Bertram ha un possedimento coloniale alle Antille).
Un’esaustiva trama si trova su wikipedia (http://it.wikipedia.org/wiki/Mansfield_Park). Io ne faccio appena i cenni salienti:
Fanny è il “prezzo” da pagare (di fatti fa Price di cognome) perché il ricco sir Thomas Bertram senta di far qualcosa per i suoi parenti poveri; quasi come riscatto dell’appartenere alla upper-class sir Thomas decide di allevare in casa sua una figlia della sorella della moglie (sposata con un ufficiale povero di marina). La scelta cade su Fanny, che quindi viene condotta a Mansfield Park per crescervi insieme agli altri quattro figli di sir Thomas e lady Bertram. Tom, Mary e Giulia si dimostrano vacui e frivoli. Sono Edmund (che di fatti è il più integerrimo dei quattro, quello non aspira alla carriere ma che vuol diventare pastore) dimostra simpatia per Fanny. Col tempo Fanny s’innamora del cugino, mentre il cugino dimostra solo una passione fraterna per lei. Le cose si complicano quando, mentre sir Thomas è alle Antille in visita ai suoi domini coloniali, arrivano nella tenuta vicino al Park una coppia di fratelli dalle abitudini un po’ più vivaci: Hanry e Mary Crowford. Edmund s’innamora di Mary, che pur desidererebbe che un ottimo partito come lui non si desse via alla semplice vita di pastore di campagna. Hanry invece fa la corte contemporaneamente alle due sorelle, per poi prediligere proprio quella fidanzata. La cosa precipita nel momento in cui la compagnia di amici decide di mettere in scena la recita di una commedia teatrale che andava di moda all’epoca. Le donne non potevano recitare, ma secondo più libertine usanze le sorelle Bertram e Mary Crowford vi prendono parte. Edmund e Fanny non vorrebbero parteciparvi, ma alla fine vi sono costretti. La rappresentazione va a monte solo perché, all’ultimo momento, arriva da Antigua sir Thomas che – non approvando la recita – la fa andare all’aria. Tom e i due Crowford vengono allontanati, Mary si sposerà col fidanzato e le cose sembrano per il momento mettersi bene.
Ma quando Hanry e sua sorella fanno ritorno, Hanry decide a mò di passatempo di far innamorare di sé Fanny. La poverina, che non s’aspetta un corteggiamento in piena regola e che ha occhi solo per Edmund, si trova a dover subire la pressione di sir Thomas che vorrebbe che sposasse Hanry. Lui, che non conosce così bene i due fratelli Crowford come li conosce lei, non ci vede nulla di male nell’unione tra Hanry e Fanny. Per cui, all’intestardimento di lei di non sposarlo, decide di mandarla a casa sua, dalla sua povera famiglia, sperando che metta la testa a posto e cambi idea.
Di fatto Hanry veramente sembra sul punto di cambiare vita, e lei di smettere di pensare ad Edmund (che nel frattempo sembra indirizzarsi verso il matrimonio con Mary Crowford), salvo che – in un momento in cui Hanry è a Londra (la città tentacolare) e reincontra la sua antica fiamma Mary Bertram, cede alla voglia di ricorteggiarla nonostante sia sposata. Lei si abbandona alle dichiarazioni del libertino Hanry e le cose si ingarbugliano al punto tale che, alla fine, scapperanno insieme. È un fulmine a ciel sereno: la disgrazia a questo punto colpisce la famiglia Bertram. Il marito di Mary chiede ed ottiene il divorzio, sir Thomas e la sua famiglia si convincono dei costumi libertini dei Crowford (pure Mary, dicendo che suo fratello si era comportato male, però in fondo lo giustificava), e Fanny viene richiamata a Mansfied Park. A questo punto si aprono gli occhi ad Edmund che finalmente comincia a vedere la cugina come una donna e se ne innamora. Alla fine si sposeranno e vivranno nella tenuta di Manfield Park, lui come pastore e lei come moglie del pastore.
Il libro si chiude nel migliore dei modi, come se nell'immaginario di Jane la tradizione con i suoi sani valori vincesse sui pericoli e sulle tentazioni che la scrittrice vede avvicinarsi da Londra. Di fatto Londra espanderà la sua influenza sulla società inglese, ma è come se l'animo di Jane rimanesse puro e ancorato ai sani principi paterni; forse è questo uno dei motivi che ne fanno una scrittrice fuori dal tempo.
Riporto alcune recensioni significative:
http://www.internetbookshop.it/code/9788817172622/austen-jane/mansfield-park.html
Anche altri lettori oltre a me confermano questi miei giudizi:
“Fanny Price è diversa da tutte le altre eroine di Jane Austen: non ha il senso dell’umorismo di Elizabeth Bennet né la frivolezza di Emma, e nemmeno la consapevolezza di Elinor Dashwood o l’irruenza di sua sorella Marianne. Fanny è tutta buon senso, umiltà, riservatezza e vulnerabilità. È il personaggio più passivo del romanzo, eppure dal punto di vista dell’azione morale, Fanny è la più attiva perché è l’unica che riesce a vedere le cose nella giusta prospettiva fin dal principio. Nella sua immobilità, è un personaggio chiave, simbolo di quel mondo di pacata quiete e solidi valori che era l’Inghilterra rurale del primo Settecento, contrapposto alla frenesia e dinamicità di una Londra ormai alle soglie della Rivoluzione industriale. Con Fanny, Jane Austen disegna il ritratto di un’eroina positiva non per abbondanza, ma per difetto di qualità mondane: un’eroina che fa dell’immobilità la propria forza, e vince senza fare nulla.
…Fanny, vittima dell' egoismo e della superficialità di nobili alquanto sciatti interiormente.
… Mansfield Park è senza dubbio il più profondo, serio e morale dei romanzi della Austen. Non affrontatelo aspettandovi un'eroina brillante e audace come Elizabeth o Emma. Fanny è timida, schiva, riservata e "immobile". E' il simbolo positivo di Mansfield, colei che impedisce che la famiglia vada in pezzi, la figura che salvaguarda la stabilità dei buoni principi in cui Jane Austen credeva, in un'epoca che avrebbe conosciuto di lì a poco dei cambiamenti radicali, che avrebbero spazzato via il tranquillo mondo rurale che fa da sfondo alle vicende umane dei personaggi dei suoi libri, ma anche a quelle personali dell'autrice. Mansfiel Park è un romanzo che si propone di ribadire, difendere questo mondo e i suoi valori contro quelli "cittadini" dei fratelli Crawford. La storia d'amore, che pure è presente (non sarebbe davvero Jane Austen se non ci fosse!) è un diversivo, un pretesto che permette all'autrice di parlare d'altro. L'ironia non è messa del tutto da parte, anche se non è paragonabile (a mio parere)a quella, divertentissima, di Emma. Fanny è forse un'eroina difficile da amare: non è bella, non è vivace, non compie mai errori, che la renderebbero più vicina al lettore. Resta sempre ferma sui propri principi e idee, non si lascia incantare dalle belle apparenze, sa riconoscere il male e la depravazione dietro alla facciata. Ma è il simbolo di quel mondo tranquillo, che sarebbe stato travolto dalla nuova era industriale e che Jane Austen consapevolmente difende e, almeno nella finzione letteraria, fa trionfare.”
Elisabetta M.
[1] Era abitudine comune all’epoca “cedere” uno dei vari figli (specialmente se la famiglia era numerosa) ai parenti perché venisse allevato, specialmente se questi parenti fossero stati più ricchi e perciò più pronti a supportare le spese di educazione ed istruzione del figlio. La stessa famiglia Austen “cedette” un fratello maggiore di Jane a dei parenti nobili. La cosa fu un bene, perché quando morì il padre di Jane, Jane con sua sorella Cassandra e con la madre dopo varie peripezie (caddero in povertà, sebbene Jane non ne parli molto nelle sue lettere, per altro quasi tutte andate bruciate dalla sorella per volontà stessa di Jane) furono accolte proprio in casa del fratello che era stato allevato dai parenti ricchi e che, una volta morto lo zio, aveva ereditato l’intera proprietà nobiliare.

LA CITTADELLA di Cronin, Archibald j.
Titolo originale: The Citadel
Bompiani tascabili, 2000
Pagine: 368
Codice isbn : 45246821
Prezzo: 8,50 €

In un tempo in cui si va incontro ogni giorno sempre di più verso le barbarie, servono sempre di più incentivi all’umanità all’umanizzarsi dell’uomo. Quando parlo di umanizzazione dell’uomo, intendo la riscoperta da parte di quest’ultimo del suo essere creatura, quindi fatta anche di limiti e dalla forte possibilità di errare.
Ovviamente accanto a questo non vanno mai dimenticati i sentimenti e le forze di bene di cui ogni persona è dotata. Per dirla in poche parole chiare: avere la consapevolezza di essere sì un prodigio ma con la possibilità e la reale probabilità di commettere errori.
Tutto questo si trova nello splendido libro di Cronin “la Cittadella”. Storia di un uomo, che fa della sua professione di medico uno dei capisaldi della sua vita ma che ben presto, perdendone il controllo, lo condurrà su vie inaspettate. Senza anticiparne troppo la storia, egli si troverà a percorrere le strade dell’innamoramento, del successo professionale, del vendersi per la carriera, del tradimento dell’amore e della morte. Tuttavia il finale in agrodolce - seppur con tutta la sua drammaticità- apre nella realtà di una vicenda umanissima un grosso spiraglio di speranza. Un libro scritto senza distaccarsi mai dalla realtà, un libro datato ma di un’incredibile attualità. Questo perché Cronin è riuscito sempre a narrare il cuore dell’uomo senza mai tirarsi indietro di fronte alle sue brutture, sapendolo capace di grandi riscosse. Del resto la storia dell’uomo si ripete sempre a grandi linee e seppur rimane vero come dice la Bibbia che “Il cuore dell’uomo è un abisso e solo Dio lo conosce” resta altrettanto vero che è possibile per tutti conoscere ciò che abita il cuore dei propri fratelli.
E’ questa un po’ la sfida che l’autore cerca di lanciare o meglio denunciare. Ci sono forze che apparentemente sembrano buone e valide ma che ben presto alienano l’uomo perché si ergono ad idoli della sua vita facendogli da ombra sulle cose e sui valori veri. Questa è la sfida. Saper vivere “la buona battaglia” una lotta spirituale che metta ordine nella vita e dia priorità alla cosa che conta di più. L’amore è il bene assoluto che realizza l’uomo. L’amore per se stessi che si riversa sule persone più vicine, sulle donna con cui dividere una vita intera, su i figli, su chi ha bisogno…
Tutto questo viene fuori dal romanzo di Cronin, e viene fuori senza che l’autore dia un giudizio o voglia influenzare il lettore. Egli si limita a evidenziare i sentimenti dei protagonisti che come caratteristica hanno una vera e autentica umanità, dove ognuno di noi può trovare riscontro. Un libro che lascia una scia di riflessione, che tocca il cuore e spinge a riflettere sui sentimenti, buoni e brutti. Una riflessione che umanizza e che si rende urgente di questi tempi.
Alessandro L.

Il 27 giugno scorso si è spenta la voce di Bruno Tolentino, il più illustre e prolifico poeta brasiliano contemporaneo, per diversi anni direttore della prestigiosa rivista Bravo, attorno alla quale era riuscito a raccogliere i più significativi fermenti del mondo intellettuale di quella immensa e feconda nazione.
Amico personale di Giuseppe Ungaretti, presso il quale soggiornò durante un breve periodo durante gli anni di esilio in Europa seguiti al colpo di stato del
Bruno Tolentino deve la sua fama al conseguimento nel 1995 e nel 2006 del premio Jabuti, il più importante riconoscimento letterario del suo paese , a vent'anni di onorato insegnamento ad Oxford ma anche a due anni di soggiorno in carcere sotto le pesanti accuse di spaccio e contrabbando. Ma in Italia, ove tornava periodicamente essendovi strettamente legato dalle antiche radici famigliari e da un sentimento di profondo affetto, negli ultimi anni era noto soprattutto per lo stretto sodalizio con Don Giussani e l'ambiente culturale cattolico a seguito della sua radicale conversione religiosa.
Tra le sue opere più prestigiose ricordiamo "O mundo como Idéia ", in cui il poeta manifesta il bisogno di varcare le anguste sembianze della prefigurazione concettuale, che privano l'uomo della necessità di infinitarsi nel ampio respiro della totalità dell'essere.
L'arte ebbe a dire una volta è una menzogna che dice la verità ma il varco di montaliana memoria attraverso cui raggiungerla e che lo ha condotto dapprima nei bassifondi di Varsavia, quindi sul teatro di guerra libanese ed infine nelle segrete delle carceri si è materializzato infine nell'incanto dolente di una notte stellata sotto le sembianze inattese di una conversione alla fede cattolica. E pur consegnando alla storia la parabola esistenziale di un poeta che ha lambito tutte le correnti culturali del Novecento, pur resistendo stoicamente al richiamo del senso di appartenenza, si congeda da questo mondo nella convinzione che il poeta sia un uomo inutile e che il problema non stia nella ricerca di una rettitudine morale ma nella possibilità di una piena realizzazione dell'essere attraverso il calvario di un'estenuante ricerca anche tra gli anfratti più oscuri.
O MUNDO COMO IDÉIA
O mundo como idéia (ou pensamento).
Entre a gnose e o real (talvez) o acordo.
Mas no ramo (imperene) cantão tordo
(provisório) e invisível vem o vento
e leva o canto e deixa um desalento,
a queixa dos sentidos... Não recordo
se sonhei tudo isso ou não: um tordo
e a noite em meus ouvidos um momento,
outro rapto no vento... Mas supor
que o triunfo moral do cognitivo
restitua-me o ser menos a dor,
é resignar-me a um perfume tão rápido
que não existe quase, insubstantivo
como a Idéia... Não: o mundo como rapto!
Bruno Tolentino
IL MONDO COME IDEA
Il mondo come idea (o pensiero)
Tra la gnosi e la realtà (forse) l'accordo.
Ma nel ramoscello (imminente) canta il tordo
(inatteso) e invisibile sopraggiunge il vento
portandosi via il canto e lasciando una malinconia,
a lagnarsi dei sensi.... Non ricordo
se ho sognato tutto questo oppure no: un tordo
e la notte nei miei orecchi un istante,
un'altro raptus nel vento...Ma supporre
che il trionfo morale della consapevolezza
possa ridarmi meno dolore,
è abbandonarmi rapito ad un profumo
che quasi non esiste, infondato
come l'idea....Non il mondo come raptus !
(Traduz. di Suerda Maria Alves)

E’ difficile parlare di Guerra e Pace. E’ un romanzo che è più cose insieme: romanzo storico, romanzo di formazione, romanzo psicologico, romanzo epico, romanzo d’amore, romanzo cristiano.
“Quando si accinge a scrivere Guerra e Pace nel 1865 il Principe Lev Nikolaevic Tolstoj… da un lato si rivolge ad Omero addirittura, dall'altro smonta le mitologie patriottiche e l'idea della storia come qualcosa di governabile dalla ragione o dal grande individuo. È difficile dire se Tolstoj abbia creato i suoi personaggi come illustrazione di un sentimento della vita o se quel sentimento germogli dall'essenza dei personaggi. Così come la storia è l'intreccio di individuale e collettivo, di libertà e di necessità, così in Guerra e pace la visione della storia vive nelle vite degli individui. La guerra è la situazione in cui il carattere paradossale dell'esistenza umana si manifesta pienamente. La storia vi manifesta la sua cieca violenza, ma l'individuo vi può manifestare forse la tragica vicinanza alla propria nuda essenza. Per questo in tempi di guerra e in tempi di pace l'opera di Tolstoj è molto più di un romanzo. Una sinfonia di voci, che cercano di rintracciare senso e verità nel caos della storia”.
Cominciamo dalla contrapposizione del titolo: pace in russo significa anche vita, per cui è sia la contrapposizione tra la guerra e la pace, sia tra la morte e la vita.
Una concezione però che non è né manichea, né ideologica né conservatrice (come vorrebbe far credere il Mengaldo – qui mi dissocio dalla sua interpretazione – che afferma che Tolstoj non crede nell’idea del progresso in quanto difensore del conservatorismo della nobiltà); è semplicemente la concezione cristiana della storia, quella secondo cui la storia umana è scritta con due registi: il registro della Divina Provvidenza che s’intreccia in modo mirabile ed imperscrutabile con quello della libertà umana. Per cui anche la vita più infima e miserabile ha valore nella storia della salvezza, e può apportare modifiche alla Grande Storia.
Da ciò si capisce come il personaggio principale (ancora prima di Pierre, di Natascia, di Andrej) sia la grande madre Russia, il cui spirito del popolo si impersonifica per ragioni di narratività in alcuni personaggi singolari che rimandano al popolo russo ed alla sua saggezza inesauribile: due in special modo, il popolano Platon Karatajev ed il generale Kutusov.
Cito sempre dal Mengaldo: “Per Tolstoj l’epoca napoleonica rappresenta un momento importante per la Russia, perché scopre la propria identità. L’invasione condotta da Napoleone si scontra con la resistenza del Generale Kutusov che è una resistenza passiva tipicamente russa. Passiva perché il Generale è convinto che l'individuo non possa modificare la storia, tanto meno con la violenza. Egli crede che il processo storico è decretato dal popolo pacifico e non dalla guerra. È qui che la Russia acquista veramente la propria identità, che è un'identità soprattutto popolare”.
Per il riassunto rimando al sito della Wikipedia (http://it.wikipedia.org/wiki/Guerra_e_pace), quello che mi interessa qui scrivere è il significato profondamente cristiano dell’opera di Tolstoj.
E per farlo bisogna partire dalla fine. Toltoj dissemina per tutti i quattro volumi del romanzo annotazioni sulla storia e sul suo significato, annotazioni considerate sia a partire dai singoli fatti o dai singoli personaggi storici, sia a partire da più ampi spunti a proposito del disegno generale della storia. Sta qui il cuore di questo romanzo.
“Come il sole e come ogni atomo dell’etere è una sfera perfetta in sé stessa, e in pari tempo è soltanto un atomo di un tutto, per la sua immensità incomprensibile all’uomo, così ogni individuo porta in sé stesso le proprie finalità e le porta per servire a finalità generali inaccessibili alla mente umana… Quanto più in alto si eleva la mente umana nella scoperta di questi scopi, tanto più le appare evidente la sua incapacità di attingere lo scopo finale… Questo vale anche per gli scopi dei personaggi storici e dei popoli”.[1]
Quando Tolstoj esamina le azioni di Napoleone e dello zar Alessandro I (e di Kutusov), ammette che le scelte militari che essi compirono si basarono su una serie infinita di micro-con-cause, non dipesero cioè se non in minima parte da essi stessi:
“Le azioni di Napoleone e di Alessandro, da una parte dei quali dipendeva, in apparenza, che la guerra accadesse o no, erano così poco libere come l’atto di un qualunque soldato che andava alla guerra perché aveva estratto un numero a sorte o perché era stato reclutato.Nè poteva essere altrimenti: perché la volontà di Napoleone e di Alessandro (di quegli uomini dai quali l’evento pareva dipendere) fosse attuata, era necessaria la concomitanza di molteplici circostanze, senza una delle quali l’evento non avrebbe potuto accadere.
… Ogni uomo vive per sé, si vale della libertà per il conseguimento dei suoi fini personali e sente con tutto il suo essere che può immediatamente compiere o non compiere una data azione; ma non appena egli la compie, questa azione, compiuta in un dato istante nel tempo, diventa irrevocabile e diviene proprietà della storia, nella quale ha un significato non libero ma predeterminato…
Il cuore dei re è nelle mani di Dio”.[2]
“La vittoria non ha mai dipeso e non dipenderà mai né dalla posizione, né dagli armamenti, e nemmeno dal numero… ma… da quel sentimento che è in me, in lui… in ogni soldato… in una battaglia vince colui che ha deciso fermamente di vincere”.[3]
Così la storia è sempre una nuova creazione che sorprende (stupendo l’esempio dei russi che dopo l’assedio di mosca ricostruiscono subito la città, laboriosi come tante formiche all’opera[4]); ad esempio i due matrimoni che ci saremmo aspettati lungo tutta la lettura di tre volumi su quattro, proprio giunti all’ultimo ci si rende conto che non avverrano, per fare posto ad un altro ordine di eventi, ben più giusti: Natascia non sposerà il principe Andrej ma il conte Pierre, e Nikolai non sposerà la cugina Sonja ma la principessa Maria. Un rovesciamento di quanto il lettore si sarebbe aspettato. Perché?
Perché i sentimenti dell’anima umana non sono perfetti, ma densi di dubbi, paure, insudiciati anche dal peccato e nello stesso tempo abitati dalla grazia. Ed è per la combinazione (ad un tempo libera e predestinata) di tutti questi fattori che i fatti che apparentemente seguirebbero un decorso preciso, ad un tratto cambiano: Natascia non crede fino in fondo che il principe Andrej la ami, si sente inferiore rispetto ad un uomo simile, per cui cade facile preda tra le braccia di Anatolio. Parimenti Andrej non riesce a perdonarla (“Ricordo” rispose in fretta il principe Andrej “io dicevo che bisogna perdonare alla donna caduta; ma non ho detto che potessi perdonare. Io non posso”[5]). L’amore per Natascia si trasforma in odio per Anatolio: da allora in avanti Andrej non ha altro desiderio che vendicare l’offesa ricevuta uccidendo il rivale.
Anche quando si rincontreranno, e si riappacificheranno, lo stesso Toltoj con finezza estrema annota che Natascia non riesce ad accettare fino in fondo la malattia di Andrej (e la conseguente morte inesorabile), mentre Andrej si sente già staccato da lei perché per la prima volta nella sua vita capisce che la vita è preparazione alla morte. Così i due, pur vicini, in realtà si allontanano.
Pure Nikolai capirà che l’amore per Sonja non è paragonabile al vero sentimento che prova per la principessina Maria, sorella di Andrej. D’altronde Sonja col suo comportamento sempre “a capo chino”, remissivo, si lascia “scappare” Nikolaj: Natascia-Tolstoj parla di lei con le parole del Vangelo: “A chi ha, sarà dato di più, ma a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha…. È un fiore sterile…come una gatta, si era abituata non alle persone, ma alla casa”.[6]
Il messaggio centrale così appare sempre più marcato dalla figura di Pierre, e dal suo incontro con Platonev.
L’amore universale perché siamo tutti fratelli, figli dello stesso Padre celeste, di Dio. Questa è l’unica cosa che conta.
Tutti i personaggi di Guerra e Pace sono toccati dalla grazia del perdono: Andrej perdona Anatolio riconoscendolo nel ferito che sta accanto a lui, sul tavolaccio dell’infermeria dopo la battaglia di Borodinò. I suoi pensieri guardando l’antico rivale si fanno colmi pieni di misericodia:
“La compassione, l’amore per i fratelli, per coloro che amano; l’amore per coloro che ci odiano, l’amore per i nemici; sì, quell’amore che Dio ha predicato sulla terra, che la principessina Maria mi insegnava e che io non capivo, - ecco perché rimpiangevo la vita”.[7]
Ma c’è anche la “conversione” del vecchio padre di Andrej e di Maria che chiede perdono alla figlia per le angherie che lui l’ha costretta a sopportare, a motivo del suo bruttissismo carattere. E la conversione di Pierre, che sembra quasi profetizzare la conversione al cristianesimo che avrà più tardi lo stesso Tolstoj. Una prima rivelazione della luce e della semplicità che è Dio Pierre ce l’ha dopo la battaglia di Borodinò a cui lui ha assistito da lontano:
“La guerra è la più ardua sottomissione della libertà dell’uomo alle leggi di Dio… la semplicità è obbedienza a Dio; a lui non puoi sottrarti… L’uomo non può aver possesso di nulla finchè ha paura della morte. Ma a colui che non la teme, appartiene tutto. Se non esistesse il dolore, l’uomo non conoscerebbe i propri limiti, non conoscerebbe sé stesso. La cosa più difficile (continuava a pensare Pierre) consiste nel saper unire nella propria anima il significato di tutto… No, non unire, non si possono unire i pensieri, ma collegare insieme tutti questi pensieri, ecco che cosa occorre!”[8].
Fino alla chierezza estrema del senso della vita quando, dopo aver conosciuto il compagno soldato Platon, torna a mosca: Pierre “Non poteva avere uno scopo, perché ora aveva una fede – non una fede in certe regole, o parole, o pensieri, ma in un Dio vivente, percettibile. Prima lo cercava negli scopi che si proponeva. Questa ricerca d’uno scopo non era che la sua ricerca di Dio. E tutto ad un tratto, nella sua prigionia, aveva conosciuto, non con le parole e non con i ragionamenti, ma con un sentimento immediato, ciò che una volta gli diceva la sua bambinaia: che Dio – eccolo – era là, vicino, era dappertutto… Ora a quella domanda: perché? – nella sua anima era sempre pronta una semplice risposta: perché esiste Dio, quel Dio, senza la volontà del quale non cade un capello dalla testa dell’uomo”.[9]
Altro capolavoro è la frase che Tolstoj mette in bocca al narratore onniscente (lui stesso) per spiegare la rinascita spirituale di Natascia a seguito della morte di Andrej e poi di suo fratello minore, Petia.
“La morte di Petia… quel medesimo dolore che aveva quasi ucciso la contessa (la madre) ricondusse Natascia verso la vita. La ferita morale prodotta dalla lacerazione del corpo spirituale, esattamente come una ferita fisica, per quanto possa sembrare strano, quando si è chiusa e come rimarginata, guarisce solo dall’interno per la forza rigeneratrice della vita. Così rimarginò la ferita di Natascia”.[10]
Tutti i personaggi forniscono un profilo psicologico del comportamento umano di quel tempo, ponendo al lettore dei quesiti ai quali spesso è difficile rispondere. Checov diceva: la letteratura deve porre domande, mai rispondere. E aveva ragione. Domande che possono cambiare il punto di vista del lettore costringendolo a riflessioni sul senso della vita e della storia.
Elisabetta M.
[1] Guerra e pace, Oscar Mondadori, 1991, pag. 1503-1504 (vol. IV).
[2] Ibid., pag. 801-802 (vol. III).
[3] Ibid, pag. 1024 (vol. III).
[4] “Come, guardando le formiche sparpagliate intorno ad un formicaio devastato…si vede dalla tenacia, dall’energia… che tutto è distrutto, tutto, fuorchè qualcosa d’indistruttibile, di immateriale che costituisce la forza del formicaio, così anche Mosca nell’ottobre, benchè non esistessero nè autorità, nè chiese, nè reliquie, nè ricchezze, nè case, era quella stessa Mosca ch’era stata in Agosto. Tutto era distrutto, tranne qualcosa di immateriale, ma di potente e di indistruttibile”. Ibid., pag. 1469 (vol. IV).
[5] Ibid., pag. 792 (vol. II).
[6] Ibid., pag. 1518 (vol. IV).
[7] Ibid., pag. 1080 (vol. III).
[8] Ibid., pag. 1119 (vol. III).
[9] Ibid., pag. 1462-1463 (vol. IV).
[10] Ibid., pag. 1430 (vol. IV).

Titolo originale: Und sagte kein einziges Wort

Titolo originale: The Dead Zone

Titolo originale: Project Pope


La storia si conchiuderà infine là dove era principiata, nello spazio di un equivoco insanato, di un’amicizia incapace di resistere al richiamo dell’artificio e dell’inganno.
Ricorrendo come sempre ad una prosa dallo stile fluido ed elegante, l’autore rivela di possedere il raro pregio di sedurre il lettore coinvolgendolo emotivamente in un racconto spoglio di dialoghi, che si dipana nell’angusto spazio di sole due stanze e nei luoghi sempre persi e ritrovati della memoria. La padronanza assoluta del linguaggio, che fa di Marai uno dei più grandi scrittori del Novecento si rivela nel lungo monologo del protagonista, che induce il lettore ad un cimento non facile, ma di indubbio interesse.
Al centro della riflessione dell’autore non ci sono temi universalmente noti come l’amore ed il tradimento, ma l’impossibilità di accettare la deriva di una civiltà e nello stesso tempo la febbrile necessità di identificare il punto esatto in cui si spalanca il baratro di un nuovo mondo a cui avvertiamo con disagio di non poter appartenere.

UN CANTICO PER LEIBOWITZ di Walter M. Miller Jr.

Titolo originale: A canticle for Leibowitz
Classici Urania, Mondadori, 1986
pagine: 284
ISBN: 88-04-31779-5
fuori commercio

Il primo racconto, “Fiat Homo” è ambientato in un’epoca paragonabile all’incirca all’alto medioevo e vi leggiamo l’epopea di un novizio dell’ordine Leibowitziano, frate Francis Gerard dello Utah, che rinviene dei resti collegabili al santo fondatore. Considerati come preziose reliquie, questi reperti contribuiscono alla causa di beatificazione di Leibowitz.
Nel secondo racconto, “Fiat Lux”, siamo alla vigilia di un nuovo Rinascimento della scienza moderna.
Il geniale scienziato laico Thon Taddeo Pfardentrott, a servizio però di un principe ignorante e senza scrupoli, sta ponendo le basi del metodo sperimentale ed esplora vari campi delle scienze naturali, ma ad un certo punto viene a sapere che nei sotterranei dell’abbazia di San Leibowitz sono conservati documenti dell’antica civiltà scomparsa. Quando ha finalmente modo di studiarli si rende conto che contengono una scienza avanzatissima e, benché si tratti di frammenti, possono far fare enormi balzi avanti in moltissimi campi. Si vede chiaramente come le scienze naturali stiano per emanciparsi dalla tutela religiosa e inorgoglite dalla loro forza si considerano “Luce”, bollando come “tenebre” e “oscurantismo” tutto ciò che le ha precedute, in primis la religione.
Nel terzo racconto, “Fiat Voluntas Tua”, la civiltà ha raggiunto nuovamente il punto in cui quella precedente si era autodistrutta e anche di più: ci sono armi atomiche, astronavi interstellari, macchine elettroniche ecc.
La tensione tra le due grandi potenze dell’epoca è al limite e si percepisce come imminente una escalation nucleare.
L’abbazia dell’ordine di Leibowitz c’è ancora, ma si capisce che il cristianesimo e la Chiesa sono di fatto minoranza e le loro sono considerate come opinioni al pari di tutte le altre. È forte la presenza del relativismo etico, e sorprende come uno scrittore degli anni cinquanta abbia potuto essere così profetico riguardo all’attualità di questi anni.
La Chiesa, in previsione di un olocausto nucleare che questa volta potrebbe cancellare completamente il genere umano, ha preparato un piano per sopravvivere trasferendosi sulle colonie terrestri di Alfa Centauri.
L’epilogo vede l’astronave con a bordo un gruppo di famiglie, di vescovi e di suore decollare verso la lontana colonia spaziale, come fosse un piccolo germoglio dell’umanità e della Chiesa scampato al diluvio per essere trapiantato e perpetuare laggiù ciò che ormai sulla terra è distrutto. Il momento è reso quasi tragico dal gesto dell’ultimo frate che prima di chiudere il portello scuote la polvere dai sandali, come Gesù aveva detto ai suoi discepoli: “Se qualcuno poi non vi accoglierà e non darà ascolto alle vostre parole, uscite da quella casa o da quella città e scuotete la polvere dai vostri piedi. In verità vi dico, nel giorno del giudizio il paese di Sòdoma e Gomorra avrà una sorte più sopportabile di quella città” (Mt. 10,14-15).
L'autore sembra volerci dire che l’umanità progredisce molto da un punto di vista tecnologico e molto poco da un punto di vista morale perché ripiomba sempre negli stessi errori.
Citiamo dal libro: […] (Il mondo) non è mai stato migliore, e non sarà mai migliore. Sarà soltanto più ricco o più povero, più triste, ma non più saggio, fino all’ultimo giorno. […] (pag.176).
È un concetto profondamente cristiano: in ogni epoca l’uomo, che sia colto o ignorante, tecnologico o medievale, ha sempre un cuore povero che ha bisogno di essere salvato.
Una frase, quella di Milleri, che ne ricorda un'altra. Di un salmo: "Insegnaci a contare i nostri giorni, e giungeremo alla sapienza del cuore".
Francesco T.

Titolo originale: The hitchhicker's guide to the Galaxy

Titolo originale: The long walk








Titolo originale: Next


Josè Saramago ha fatto centro un'altra volta, mi dicono. Portoghese nato nel 1922, stabilmente tradotto in italiano e pubblicato per i tipi di Einaudi, ha vinto il premio Nobel per la Letteratura (quella con la L maiuscola) nel 1998.
Comincio a leggere il suo ultimo romanzo, dunque, Le intermittenze della morte e mi trovo in difficoltà già verso la terza o quarta pagina. Quest'uomo scrive in una maniera strana. O per lo meno la sua traduttrice, Rita Desti, adotta una forma quanto mai inusuale (ma credo proprio che rispecchi le abitudini stilistiche del suo autore). Mi devo costringere a forza per andare avanti.
Accidenti!, la storia è interessante. La morte (con la m minuscola, non maiuscola) ha deciso di non operare più per ben sette mesi e gli abitanti di un'intera nazione sono sgomenti di fronte a una simile decisione. L'autore si diverte e prevedere quali siano le roccambolesche decisioni del governo e delle categorie economiche per far sì che questo sciopero della sorella dalla falce sempre pronta (una falce che non parla mai pur essendo molto espressiva!) non porti a un disastro economico e sociale.
Ma come ho già accennato, l'autore usa una forma un pò strana, che incontro per la prima volta. Non ci sono « o » di sorta, nemmeno il «-» è più in auge in Portogallo, a quanto sembra. Tanto meno le «"» aiutano a distinguere il discorso diretto da quello indiretto. Solo una piccola e timida «,» permette di passare dal diretto all'indiretto. In sostanza è come se una persona parlasse sempre con lo stesso tono per lunghi paragrafi di un argomento ostico. Davvero difficile starci dietro.
Però la mia pervicacia è servita a qualcosa: andando avanti nella lettura ci si abitua a questa strana forma e il racconto va avanti che è una delizia! Il linguaggio è ricco e colorito, e ciò che avviene è tragicomico, come lo spirito umano sottoposto a lunghe e minacciose situazioni.
La seconda parte del romanzo sorprende, perché la morte che ha deciso di far capire all'uomo che cosa ne sarebbe dell'uomo stesso senza la morte, a un certo punto è costretto a imparare a sue spese quale sia la forza dell'amore e della vita.
Ho scoperto uno scrittore. Mi sono entusiasmato e lo propongo a tutti.


L’autrice Phyllis Dorothy James White, Baronessa James of Holland Park, classe 1920, una vera auctoritas nel Regno di Sua Maestà (ha ricevuto il titolo di Baronetta, cioè di Lady, per le sue doti letterarie), ha messo da parte la sua vena da navigata giallista per spingersi nelle acque più nuove del romanzo di fantascienza con taglio sociologico. Inserendosi quindi nella scia aperta da Huxley, Bradbury, dal film "2022: i sopravvissuti" del 1973 tratto dal romanzo di Harry Harrison "Largo!Largo!" del 1966 e così via.
Il romanzo prende le mosse da un fatto che conduce il lettore già dopo poche pagine nel pieno della tragedia: “Oggi, 1 gennaio 2021, tre minuti dopo mezzanotte, l’ultimo essere umano nato sulla terra è rimasto ucciso in una rissa in un bar di un sobborgo di Buenos Aires. Aveva venticinque anni”.
Con una narrazione inquietante, sapientemente condotta, il lettore è subito messo al corrente del fatto che l’umanità è divenuta sterile. La generazione Omega (i nati nel 1995) rappresenta l’ultima generazione di uomini apparsa sulla terra, prima che lo sperma umano smetta di punto in bianco di essere fertile. E’ la fine dell’Homo Sapiens.
Si legge tra le righe del romanzo una denuncia atroce della scienza, incapace di rispondere alle domande ultime dell’uomo. “La scienza occidentale è stata il nostro dio. Dotata di molteplici poteri, ci ha preservato, confortato, curato, accudito, cibato e divertito e noi ci siamo sentiti liberi di criticarla ed occasionalmente di rifiutarla, come da sempre l’uomo ha fatto con gli dei, ben sapendo che, nonostante l’apostasia, questa divinità, creatura nostra e nostra schiava, avrebbe continuato a prendersi cura di noi con anenstetici contro il dolore, trapianti di cuore e di polmoni, antibiotici, cinema e cinematica” (p.14)
Curiosamente il protagonista è un professore di storia di Oxford. Come a dire che l’uomo per vincere contro la natura ha bisogno di riappropriarsi della propria memoria, della sua identità.
La James da prova del suo talento alternando capitoli narrati dal protagonista in prima persona a capitoli dove la narrazione procede in terza persona. Con i capitoli in prima persona fornisce un sacco di dettagli utili alla comprensione dell’impianto narrativo (altrimenti altro che 300 pagine di romanzo avremmo avuto), mentre con la narrazione impersonale riesce a mandare avanti la storia con un certo interesse, anche se da metà in poi si fa un pò noiosa.
Le frasi abbastanza lunghe denotano che l’intento è di vera e propria scrittrice che vuole narrare, anziché sorprendere ed accattivare il lettore con frasi brevi e secche.
Theodore Faron, docente di storia vittoriana ad Oxford, inizia a scrivere un diario che è il resoconto delle sue amare riflessioni sulla sua vita e sulla società che lo circonda. Racconta come è diventata l’Inghilterra, l’Europa ed il mondo in seguito alla piaga della sterilità (che ha proprio l’aria di una delle piaghe d’Egitto perché è inspiegabile ed avviene improvvisamente). “Ci assalì… stanchezza, depressione, malessere indefinito, tendenza a contrarre piccole infezioni, cefalea persistente ed invalidante… non possiamo provare nulla se non il presente… senza il conforto di una vita dopo la nostra morte (n.d.r. di una discendenza), tutti i piaceri della mente e dei sensi mi paiono talvolta nulla più che fragili e patetici difese innalzate contro la rovina” (p.19-20). E’ una società che per anestetizzare la morte ha tolto qualsiasi “bruttura”: vita scandita da precise regole, niente criminalità perché i malfattori vengono relegati su un’isola, offerta di tutti i tipi di piaceri possibili, bambole al posto dei bambini veri per soddisfare l’istinto materno (oppure cuccioli di animali), eutanasia per i vecchi non autosufficienti, sfruttamento dell’immigrazione regolata per avere badanti ed infermieri, violenze inaudite delle bande teppiste di uomini e donne Omega che contano sull’impunità per il fatto di essere Omega appunto, gli eletti.
Theo è il cugino del Governatore dell’Isola, la sua è una vita appartata, scandita da una routine ferrea ed esasperante, finchè un pomeriggio incontra una donna. Essa è membro di un piccolo gruppo di ribelli, cinque in tutto, che si firmano “I cinque pesci” (chiara simbologia cristiana) e che si propongono di essere la coscienza critica della società. Non possono fare la rivoluzione, lo sanno anche loro, ma anche un sasso lanciato nel mare produce delle onde. A qualcosa il loro sforzo servirà, loro pensano.
La prima parte del romanzo finisce con Theo che si discosta dall’operato dei ribelli: stranamente per la prima volta in vita sua si sente solo, come se l’appartenere a quel piccolo gruppo gli avesse dato una speranza e questa speranza l’avesse fatto sentire parte di qualcosa di più grande. Ma è troppo il pericolo di appartenere ad un gruppo di ribelli. Così decide di partire per un lungo viaggio in Europa, e per fuggire all’amore che sente nascere nei confronti di Julian, la donna che ha conosciuto.
La seconda parte inizia con una richiesta d’aiuto: uno di loro è stato catturato e vogliono fuggire con la macchina di Theo che gli sbirri ancora non conoscono. Theo si lascia coinvolgere in quella che diventerà una vera e propria fuga/caccia senza scampo; ma il gruppo si avventura in mezzo ai boschi della campagna inglese anche per nascondere il miracolo dei miracoli: Julien è incinta.
Svolta dopo svolta, fuga dopo fuga, perdita dopo perdita (i cinque cadranno uno dopo l’altro fino a rimanere solo Julian e la creatura che porta in grembo) Theo sperimenta vari stati d’animo: dalla paura e dall’iniziale disprezzo per i suoi compagni, arriva a capirli e a mettere in discussione tutto le certezze in cui aveva creduto fino ad allora. Altri scenari si affacciano alla sua mente: toccante la scena in cui Theo vede che Julian assiste raccolta in preghiera alla messa recitata da Luke, un prete senza più parrocchia reclutato nel gruppo. Theo sente le parole della liturgia eucaristica e ne rimane folgorato: viene in mente la parabola del lievito in mezzo alla farina; la luce di Cristo che non può essere messa sotto al moggio. Tutto il romanzo è intriso di richiami e riferimenti ai simboli liturgici.
E così ci si avvia al duello finale tra Theo e suo cugino il Governatore, quando si troveranno armati uno contro l’altro difronte al capanno dove Julian ha da poco partorito un bimbo. Nella sparatoria all’ultimo sangue ha la meglio Theo, e questi poco dopo si ritrova col compito di battezzare il bimbo: “C’era pochissima acqua nella bottiglia, ma non ne sarebbe servita molta…il rito riemerse dalla memoria della sua infanzia: bisognava far scorrere l’acqua, pronunciare le parole. Con il pollice bagnato dalla proprie lacrime e macchiato del sangue della madre tracciò il segno della croce sulla fronte del bambino”.(p.316)
Una chicca finale: i giallisti inglesi amano citarsi, evidentemente.
Lo scrittore Sansom, autore del best-seller Il segreto della Torre di Londra (edito nel 2006), ha dedicato il suo romanzo nientemeno che alla P.D.James.
Elisabetta M.

LA SIGNORA DI AVALON di Marion Zimmer Bradley
Titolo: La Signora di Avalon (Lady of Avalon)
TEA 1998
Traduttore: Annarita Guarnieri
Pagine: 563
5,90 €
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Più che perdere tempo dietro a polemiche suscitate da romanzi come se fossero pericolosi quali "Il codice da Vinci", credo che uno sguardo critico e attento vada rivolto a romanzi come quelli di Marion Zimmer Bradley, indubbiamente ben scritti e a volte interessanti.
Lo dico per un cristiano che voglia essere accorto. Ecco i perché.
Marion Zimmer Bradley, affermata e celebrata scrittrice fantasy, tra le cose migliori che ha scritto ci ha lasciato questo romanzo che fa parte della saga di Avalon.
Chi lo definisce un romanzo di genere fantasy, chi lo inserisce nella categoria epica, resta il fatto che il respiro narrativo della scrittrice sa attingere a storia, mito e fantasy per coniugarli in un insieme perfettamente coerente. La storia della Britannia e del suo affrancamento progressivo dall'Impero Romano si snoda a suon di rituali pagani e di consacrazioni di guerrieri e sacerdotesse. Lo stile è solido e la prosa è semplice e diretta, anche se non asciutta. Inoltre, si nota subito che la mano autrice è di una donna: le descrizioni, soprattutto degli amplessi, sono tificamente femminili.
Quali sono gli aspetti, secondo me, negativi? Innanzitutto la ripetitività narrativa. Le tre parti del romanzo si sommano una all'altra senza riuscire a evitare un effetto ridondante che appesantisce un pò la narrazione. Inoltre il rapporto madre-figlia che si instaura quasi sempre negativamente tra le protagoniste del romanzo può anche essere un elemento di veridicità o verosimiglianza del romanzo, ma rischia di stufare il lettore.
Devo rilevare anche un aspetto che mi ha molto infastidito. Il Cristianesimo viene presentato dall'autrice o in un'aura mitica intrisa di teorie alternative (vedi tutta la storia relativa a Giuseppe d'Arimatea...) oppure sotto una luce talmente negativa, trita e ritrita nella quale le uniche isole di luce sono costituite dalle dottrine eretiche di Pelagio. Per di più si fa un bel miscuglio New Age di idee spirituali per le quali tutte le divinità in realtà sarebbero una, lo stesso dio che non importa distinguere nelle singole religioni: in sostanza uno vale l'altro. Ecco, questo ha urtato la mia intelligenza prima ancora che la mia fede.
Fabrizio V.
http://it.wikipedia.org/wiki/Marion_Zimmer_Bradley
http://mzbworks.home.att.net/bio.htm