





Feltrinelli, 2008
I Vanni sono un’agiata famiglia borghese che vive a Firenze negli anni sessanta. Il loro numeroso nucleo familiare comprende un padre architetto affermato, una madre casalinga con il retrogusto dei sogni abbandonati, tre figli, i nonni, gli zii, i cugini e la domestica Teresa che, facendo leva sulla rude affettuosità che le deriva da un’estrazione contadina, conquista la fiducia e la benevolenza di tutti. Attorno a loro rivive un mondo popolato dai compagni di scuola e dai vicini di casa, scandito dalle vacanze in Versilia, dalla comparsa del televisore, allietato dalle canzoni del festival di Sanremo, turbato dagli avvenimenti politici e sociali del periodo e dall’alluvione del ’66. Attraverso il proprio sguardo e le personali impressioni, Marco e la sorella maggiore Caterina ci guidano all’interno del loro composito microcosmo domestico, tra gli umori e gli stati d’animo di chi lo compone, in un periodo lungo quasi una vita perché vi accade tutto ciò che renderà significative le loro future esistenze.
Non sempre la sperimentazione, la ricerca di nuove forme espressive e l’introspezione negli abissi più estremi dell’animo umano costituiscono un viatico alla realizzazione di una buona letteratura. Si tratta di intenzioni e velleità normalmente modellate su di un percorso di ricerca generazionale. Chiara Tozzi, nella stesura del suo ultimo libro Quasi una vita, le ignora deliberatamente, adottando un linguaggio caratterizzato da una lucida e fluente capacità di sintesi formale e di contenuti. Leggendolo, infatti, ci troviamo benevolmente spiazzati allorché la semplicità evocata da una cronaca familiare convenzionale e lineare, ci riappacifica con l’antica purezza di una narrativa generosa, coinvolgente e riconoscibile. La scrittrice toscana ci racconta in fondo la vita di una famiglia qualunque, una vicenda tipicamente nostrana, benché ambientata negli anni sessanta, dove il tempo si misura sulle sensazioni che rimodellano la mente nel dipanarsi dei giorni.
Il racconto percorre il profilo di un’agiata famiglia borghese che vive a Firenze, in cui l’invadenza della cronaca politica e sociale – la morte di Marilyn Monroe, l’omicidio di J. F. kennedy, la contestazione studentesca - l’irruzione di eventi drammatici quali l’alluvione del ’66, sconvolgono la ritualità dinamica e complessa degli accadimenti domestici, lasciando che la percezione del senso ultimo della vita si ritrovi nell’eterno gioco di crescita delle emozioni, tra impressioni, sogni e delusioni.
Quasi una vita è un romanzo in cui la scansione di due momenti fondamentali dell’esistenza, l’adolescenza e la maturità, vengono percorsi attraverso le vicende private di Caterina e di Marco, bambini d’altri tempi, sensibili e spaventati. Quando il cuore illuso e felice corre senza freni perduto in un mondo di sogni sereni ma impatta dolorosamente contro una sensazione di vaga ed indefinibile minaccia; quando la passione folle ed insopprimibile della giovinezza riscaldano ancora la cautela, la saggezza e l’accortezza degli adulti che li circondano.
Questo romanzo tratteggia un percorso lineare, stimolante quanto basta per delineare l’analisi dell’universo familiare, con tutti i compromessi necessari a stabilizzarne le ragioni ed i confini. Non scioglie nodi cruciali, non erige la sacralità di un passato da custodire, ma ricrea con viva acutezza un mondo che abbiamo conosciuto, che profuma di un’umanità diversa, più autentica. Attraverso le pagine risuonano note che avevamo un po’ dimenticate, con cui la scrittrice, qui all’apice della sua espressione artistica, ci preleva dalla fatua apparenza delle cose per riportarci in un paese che ha saputo essere onesto e discreto, adombrando le figure emblematiche di un padre che rivendica con orgoglio la sua indipendenza da prebende affaristiche e clientelari, e di una madre che, nella fedele liturgia della vita domestica, si è rivelata capace di fronteggiare le inevitabili contraddizioni dell’esistenza.
Scrittrice sensibile e complessa, Chiara Tozzi si lascia apprezzare per la sua veste agile ed essenziale, per quella carica di tenerezza e di comprensione, con cui riesce a cogliere sensazioni ed immagini che si distaccano per diventare cose ed essere amate.



L'età dell'Acquario, 2007
1) Innanzitutto: chi è Antonia Romagnoli e perché ha deciso di scrivere?
Esattamente perché ho deciso di scrivere non lo so, perché è una cosa che ho sempre fatto e fa parte di me. Quanto alla scelta del genere, il fantasy lo sento “mio”, è quello in cui riesco a rispecchiarmi meglio.
Per ora il mondo reale è molto presente in quello che scrivo, anche perché il fantasy che mi piace descrivere non è quello classico in cui si vive semplicemente in mondi paralleli. Nelle Terre di Slupp il mondo reale è presente sotto forma di personaggi tratti da persone esistenti trasformate in protagonisti di una storia (fantasy) assurda, mentre nel Segreto dell’Alchimista la realtà è presente con nome e cognome, in quanto parte della vicenda è ambientata a Piacenza.
Il Cristianesimo entra nei miei scritti perché è una parte imprescindibile della mia cultura e del mio modo di pensare. Nel Segreto i due personaggi protagonisti sono nelle mie intenzioni ispirati al Cantico dei Cantici. È poi quello che vorrei realizzare nella mia vita, nel rapporto che vorrei avere io con Cristo. Questo amore che Nimeon ha per Ester è l’amore che ho visto da parte di Gesù Cristo nella mia vita.
Il romanzo non si presenta come scritto prettamente cristiano, anche se nella sinossi inviata agli editori questo fattore era chiaramente segnalato. In origine il libro era preceduto da un’introduzione, che peraltro era molto personale, in cui rendevo esplicita la derivazione cristiana della storia. L’editore ha scelto di toglierla, per non fornire al lettore un’interpretazione di partenza del testo. A quanto pare i lettori, finora, non hanno colto nulla di questo aspetto.
Purtroppo penso sia una questione di mercato. Credo che la maggior parte del pubblico non veda molto positivamente la cultura cristiana per come è presentata storicamente. Ho incontrato diversi lettori appassionati di fantasy che dichiarano di essere non credenti, o pagani, o credenti di religioni alternative e visto che questo è il pubblico a cui viene rivolto il libro, gli editori non rischiano di perdere una fetta di pubblico potenziale.
Sono, con vergogna, una scarsa conoscitrice della letteratura italiana contemporanea. Ho iniziato da poco a leggere romanzi di autori fantasy italiani e trovo sia un settore molto interessante e aperto a notevoli sviluppi. Per il resto, conosco poco, più che altro perché essendo una lettrice accanita di Jane Austen e di romanzi di quel tipo, non trovo un corrispettivo in Italia.
Per quanto riguarda il filone dichiaratamente cristiano direi che non esiste una narrativa che possa ascriversi a questo termine. C’è una letteratura di “morale”, che viene diffusa e apprezzata dai cristiani, come possono essere i libri di Giussani, ma la narrativa è poco frequente, o per lo meno poco conosciuta.

Edizioni Il Foglio, 2008
Le poesie che riempiono le 111 pagine dell’ultima silloge di Patrizia Garofalo, Dare voce al silenzio, sono quasi tutte di una gradevolezza pensosa. Versi intensi che non lasciano dubbi sulla buona salute della poesia, quella che sa farsi ascoltare ed apprezzare.
Poesia vera, sentita e vissuta, assolutamente trasparente e del tutto ermetica. La linea poetica si mantiene, composizione dopo composizione, su di un tono antiretorico ed antimetafisico. Ci sono versi terribili e versi delicati, con cui cerca di esporre l’esperienza di una vita, la propria vita, i propri sentimenti, lo struggente dolore della solitudine di chi pure ama con tutto l’animo.
La rivendicazione dell’amore come dato ineliminabile della sua poetica appartiene ad un modo di vita interiore e sensibile, con cui Patrizia Garofalo rivela immagini e sentimenti con una rara spontaneità d’espressione, ponendosi in bilico tra narrazione ed impressione, ma senza mai indulgere al sentimentalismo “Né le tue lacrime/né il tuo sudore/bagnano il mio seno/ma un’attesa/divenuta/mancanza”. pag. 89.
Ma i suoi versi non recano l’andamento di un diario intimistico, bensì una poesia che riesce a dire Io solo nella misura in cui pronuncia un Tu "Posso usare / iperbole / superlativi / e / ridere di eccessi / posso fare/ sberleffi allo specchio / linguacce / smorfie / versare lacrime / cercare parole / posso dirmi bellissima/ interessante / simpatica / affascinante/ posso anche ringraziare / ma tutto / appartiene/ sempre ad un altro”. pag. 41.
Persino nell’esaltazione i suoi slanci affettivi mostrano di preferire l’espressione diretta, la densità corporea, “Inarco la schiena/quando voglio raggiungere la luce/E’ successo/quando ti ho visto/Ti offro/il ritmo di un corpo/che respira/caldo” pag. 49; mentre l’amaro senso dello sconforto ripiega nella severa disciplina di una civile indignazione, di una sobrietà disarmata e sofferta, “Diventerò il fantasma/che si incontra/si cerca/si abbraccia/Sarò/angelo/di dolore e fantasia/su una terra/distratta/arida di desideri/indifferente”. pag. 43, “Meravigliato/il dolore/mi vede/sorridere”. pag. 83.
La vena da cui sgorgano le poesie è molto istintiva, la creatività sprigiona una resistenza attiva, messa in crisi ma mai piegata dal regime repressivo del razionale con dure rilevanze. E’ l’umore che percorre questi versi. In lei vi è la puntigliosità di chi vuol tutto dire ma nulla concede alle pulsioni del proprio cuore, che si sente battere e si avverte più nella sostanza del dire che non nella parola esplicita.
Note essenziali della sua lirica sono la brevità e la fermezza del segno, con il quale nell’economia estremamente rigorosa della parola, riesce a definire un vivo senso del tempo e dell’umano. Vibrazioni che esprimono il graduale sfumare e dissolversi del nulla della realtà, la stretta finale in cui precipita la lenta e penosa consunzione dell’animo umano.
Lo stile incisivo, quasi stenografico, privo di un lessico ricercato, ribadito talvolta dalla reiterazione e dalla stessa brevità del verso, risulta funzionale ad una poetica che mira a prosciugare ogni possibile deriva sentimentale. L’assenza di una regolarità metrica consente invece alla Garofalo di riprodurre nella poesia il ritmo sincopatico di un respiro che diventa rantolo, parola strozzata, voce del silenzio. Uno spazio asfittico questo, in cui si promena la percezione vigile ma niente affatto apprensiva di qualcosa d’inspiegabile; mentre la sua vocazione rimane quella di recuperare il discorso, attraverso una scrittura poetica che, pur nella sua esigua essenzialità, condensa tutti i temi della letteratura più alta, dall’amore alla desolazione, dalla ricerca all’incomprensione.
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
Patrizia Garofalo, “Dare voce al silenzio”, Il Foglio, Piombino, 2007. Prefazione di Attilio Mauro Caproni



Isabella Cinti Di Paolo, classe 1940, è un’ex insegnante che vive attualmente in una casa ubicata nello scenario incantevole e rasserenante del parco naturale del Conero. Ammorbata da una grave malattia ha trovato qui conforto e sostegno tra la natura generosa e benefica. Vanta al suo attivo alcuni libri di poesia ispirati a tematiche religiose e naturalistiche.
Nel 2003, dopo aver scoperto casualmente che anche il figlio architetto coltivava in segreto la sua stessa passione, decide di dare vita ad un’iniziativa molto originale. Si tratta di due libri in cui da un verso si accede ad una sua raccolta di poesie, e da quello opposto nella silloge del figlio Tommaso. Le copertine riportano la stessa immagine, ma ognuna reca il nome del singolo autore e nel “Canto a due voci” anche una colorazione differente. La scelta risulta funzionale alla decisione di non consentire confronti a priori, e costituisce un felice espediente che consente di realizzare un’opera in comune nella salvaguardia delle rispettive identità. Due codici distanti nella liturgia della parola, eppure affini nel modo di rapportarsi alla vita nella ricerca di un significato autentico, che hanno il proprio nucleo generatore nella condivisione di valori comuni inalienabili e profondamente radicati.
Mentre Isabella trasfonde la sua spiritualità nella tessitura armonica del verso, liberando una poetica tutta pervasa dal dilagante senso dell’infinito, Tommaso sente crescere la volontà di imprigionare colori, profumi, impressioni e li trasfigura in inchiostro vergato sulla carta. Recepisce immagini e sensazioni come un pegno di sublimazione, una suggestiva frazione di eternità che impone alla memoria di restituirla.
Le parole di Isabella divengono musica celestiale come quella che la contemplazione del mistero della vita le regala ogni giorno, riuscendo a modellare il linguaggio all’unisono con il sentore dell’infinito e dell’eterno che ne pervadono l’animo. Ascolta:quell’amore,/fonte di vita/per tutte le creature,/dolcemente ti canta/in fondo al cuore/ed è voce di madre,/voce d’amico,/voce d’amante,/è voce d’infinito. (pag. 53 Canto a due voci)
La soavità e l’armonia del suo rimare sostituiscono la mancanza metrica lasciando liberamente trasmigrare il suo percorso poetico ed esistenziale in una cornice godibile di purezza lirica personalissima. Scende la sera/dagli occhi di lavanda/e sulla terra/sparge sacro il silenzio./Tiepido il vento/accarezza le siepi,/dolcemente scompiglia/alle querce la chioma/e dei nidi dormienti/lieve rapisce i sogni. pag. 22 Finito ed infinito)
Consapevole che i versi producono sull’anima gli stessi effetti che i farmaci hanno sul corpo, non indugia in vacui commerci con l’oscurità, né in speculazioni metafisiche e spirituali, ma si lascia trascinare docilmente in una dimensione rarefatta da un trepido desiderio di luce.
Padre,/donami un cuore puro/che brami il cielo(…) Padre, fa che il mio cuore/perdutamente/s’innamori di te. (pag. 59 Canto a due voci).
I versi di Tommaso, al contrario, denunciano la fragilità di un poeta ancora schiavo delle pulsazioni istintive. E’ una forza vitale, elementare ed inalienabile a dare consistenza al suo linguaggio poetico, ma non per questo egli riesce a mettere il dito là dove il cuore batte, dove respira, dove gioisce ed inevitabilmente duole, riuscendo a portare in luce, tra le pieghe di una scrittura di bruciante densità, una strana ed imprevedibile tenerezza. I suoi brevi frammenti poetici catturano per il tono vibrante della sua sensibilità, talvolta striata da un’ombra di amarezza, da un fuggevole alito di disincanto. Il troppo sole non riscalda, brucia./Il troppo vento non rinfresca, sradica./La troppa pioggia non disseta, sommerge./Il troppo amore non appaga, uccide. (pag. 23 Finito ed infinito) Nel giardino/le lacrime del cielo/ed i baci del sole/s’incontrano da sempre/portando nuova vita. (pag. 41 Canto a due voci)
I versi di entrambi non cercano l’affetto poiché sono nati e cresciuti con esso; ma recano al contrario l’inappagata ricerca di un desiderio comune di trascendere il mondo, esprimendo un nucleo di valori affini. Per questo motivo le loro liriche realizzano un’opera che guarda contemporaneamente a due mondi che finiscono per specchiarsi inevitabilmente l’uno sull’altro.
C’è un tepore familiare in questi libri, una sottilissima corda d’argento che lega il destino di entrambi, un meraviglioso rapporto d’amore che l’arte magica della parola rafforza e tiene in vita, costituendo per tutti noi un forte antidito alla sopravvivenza.

Geshwa Olers e il viaggio nel Masso Verde

Giraldi Editore, 2006
K come Kindo, un ragazzino dotato di un’intelligenza precoce alle prese con le gioie e le difficoltà della vita; K come Karin, una bella donna che aderisce amorevolmente al ruolo di moglie e di madre; K come Kevin, un uomo calvo, sdentato, con un naso lungo e storto e due sopracciglia folte come la scopa della befana, ridicola parodia di un padre tenero e goffo; K come Kicco, un cane meticcio con le gambe corte e privo di coda.
Forse K come già i Kika Kamillo e Kromo di Francesco Tullio Altan. Oppure K come Key : la chiave per entrare nel cuore di un bambino, come avanza argutamente Daniela Domenica nell’introduzione. Una chiave che gli adulti hanno obliato tra i tesori infantili quando hanno iniziato a credere a miraggi di verità più ricche di quelle che recavano nella propria anima. Susanna Sarti questa chiave magica per nostra fortuna l’ha conservata e dopo averla riesumata dalla soffitta polverosa del proprio passato l’ha utilizzata riuscendo a calarsi perfettamente nei desideri nascosti e nelle speranze di un bambino.
Kindo racconta in prima persona descrivendo con un delicato tocco di sana ironia, non priva di generoso affetto, lo stravagante nucleo familiare che anima lo scenario della sua infanzia. Fino al giorno in cui si spalanca dinanzi alla sua vista uno scenario seducente ed inebriante di un mondo in cui il sole non tramonta mai sull’ armonia e la pace assoluta.
Tuttavia Kindo riuscirà a resistere alla malia illusoria di un rifugio rassicurante tra i campi aperti dell’eterna giovinezza, avvertendo con rara capacità di discernimento, tutta l’inadeguatezza di un’esistenza priva di affetti e di dolori, di speranze e di delusioni, di amore e di morte. Ma da questa esperienza uscirà profondamente rinnovato, poiché lontano ed estraneo a se stesso l’io diventa meravigliosamente oggettivo, predisponendo il proprio animo ad un impiego stimolante ed impegnato della propria vita.
Con questo racconto piacevole, coinvolgente ed amabilmente surreale, Susanna Sarti non mira a collocarsi autorevolmente nei luoghi sempre persi e ritrovati della tradizione fiabesca. Nel suo libro non troviamo traccia della fantasia linguistica e dell’eleganza del nonsense rodariano. La sua incursione nel tempo eterno del mito e della fiaba mira, con grande grazia creativa, a trasfigurare le vicende entro una dimensione più consona all’esperienza di oggi, attraverso un convincente equilibrio di fantasia, di fiaba e di realtà quotidiana. L’autrice non punta alla liberazione dirompente della fantasia, né alla mera astrazione consolatoria, ma se ne serve unicamente come strumento di lotta e di dissacrazione, come una lama va ad infilarsi dritta nel cuore degli adulti.
Con un linguaggio che ha il pregio di restare semplice e concreto, di folgorante immediatezza morale e descrittiva, ci offre un prova narrativa che tratta della storia della crescita di un ragazzino, ma anche del tema della maturità affidandosi ad un fine senso dell’umorismo e dell’ironia.
La scrittrice emiliana si conferma scrittrice versatile, capace di creare figure e situazioni che catturano per la loro efficacia, non priva di accenti delicati e di contenuta emotività. E con questo libro ci sforna una pietanza di squisita bontà, in cui c’è tutto, ma proprio tutto ciò che deve avere una fiaba per essere bella. La si divora in poco tempo e lascia un gradevolissimo, delicato sapore di cose buone, genuine e gustose.

Mondadori 2007
Pagine: 243
ISBN: 9788804572657
Prezzo: 17,50 Euro

Non è certamente un compito facile presentare e commentare l’eccellente saggio recentemente scritto da Gianfranco Ravasi.
Del resto, egli si avventura in profondità nelle più oscure latebre di quel dedalo che ogni persona ha dentro di sé.
L’argomento è di quelli scottanti; sì, perché se parliamo di vizi capitali, alle nostre orecchie tale espressione suona un po’ desueta e sa tanto di catechismo preconciliare. Tuttavia, ed è proprio la tesi che si vuole dimostrare, il settenario classico di quei peccati che sono stati sviscerati nei loro aspetti teologici e morali da secoli di elaborazione dottrinale, tuttora conserva intatta una sua provocatoria attualità. Il male è parte della nostra esistenza oggi, come lo è stato per l’umanità del passato; la differenza sta nel fatto che, nella nostra cultura contemporanea, il confine tra bene e male è divenuto, per così dire, piuttosto evanescente. Spesso non sappiamo più che cosa è buono e che cosa non lo è, immersi come siamo in una generalizzata indifferenza per le questioni etiche, che va di pari passo con la “dittatura del relativismo” evocata da Benedetto XVI.
La trattazione segue il solco tracciato dalla dottrina morale dei sette vizi capitali, così come ci è stata trasmessa dalla tradizione della Chiesa; Ravasi attinge costantemente alle Sacre Scritture, oltre che ad opere come i Moralia in Iob di San Gregorio Magno e la Summa Theologiae, le Questiones disputatae, il De Malo del Dottore Angelico Tommaso d’Aquino; è su tali solide fondamenta che si regge l’edificio della sua argomentazione.
Avvalendosi della sua vasta e profonda cultura, l’autore espone una sorta di fenomenologia dei peccati, che sono esaminati in modo multiprospettico, sotto luci diverse. Il coinvolgimento del lettore è continuamente stimolato dal ricorso a trame e soggetti letterari di ogni epoca, tra i quali un’attenzione particolare è accordata alla mitologia e alle letterature latina e greca, nonché alla Commedia dantesca; a passi di scritti filosofici, a rappresentazioni pittoriche e trattati d’iconologia, a concetti psicoanalitici ed anche a citazioni cinematografiche di film d’autore.
In ultima istanza e nella loro più intima essenza, i vizi capitali consistono in abitudini inveterate al peccato e al male; essi, in quanto scaturiscono dal libero arbitrio dell’uomo e dalla sua facoltà di operare scelte deliberate rappresentano, in differenti modi e in diversa misura, una violazione del progetto di Dio sulla creatura umana, che si può esprimere e riassumere nel precetto cristiano della carità. Chi persevera in un peccato non ama Dio, il prossimo e neppure se stesso.
Le porte del peccato è un libro per tutti, credenti e non credenti, perché in fondo ognuno di noi, leggendolo, non può non sentire un’eco della propria personalità e della propria vita. Come scrive François de la Rochefoucauld, scrittore moralista del Seicento nelle sue Riflessioni o sentenze e massime morali:


Dopo le sferzanti denuncie dell’inquietante realtà del precariato, e le amare riflessioni sulle dirompenti condizioni sociali dell’opulenza consumistica, Andrea Bajani trova una nuova dimensione comunicativa perlustrando zone d’affetti e d’ombra.
Il protagonista di questo racconto tenero e coinvolgente sbarca in Romania apparentemente per assistere ai funerali della madre e per comprendere le motivazioni, che in un lontano giorno della sua infanzia, la condussero ad abbandonarlo con il padre adottivo per inseguire un progetto commerciale stravagante ed una passione amorosa mal riposta.
Ma presto il viaggio a Bucarest di Lorenzo si rivela un accurato espediente per allargare la visuale su di un paese stravolto dalla delocalizzazione, un fenomeno economico dietro al quale si dissimula una nuova forma di colonizzazione.
Gli uomini che atterrano a Bucarest sono in cerca di fortuna. Hanno trasferito li le loro aziende, comprato terreni e fuoristrada ed innalzato capannoni con nomi italiani per mettere le mani su donne e denaro. Sono i nuovi pionieri di un’economia feroce, che non mira alla promozione delle risorse umane ma tende unicamente al loro sfruttamento e che con la presunzione di togliere il medioevo dalla testa di questa gente, compra la loro miseria per pochi soldi. Con i soldi sistemi tutto, i romeni vanno matti per i soldi.
Il protagonista si guarda intorno con un misto di inquietudine e curiosità, osservando con infinita tristezza l’infilata dei capannoni di lamiera, tirati su gli uni accanto agli altri così come l’opprimente presenza del palazzo di Ceausescu.
Bajani incapsula le parole e gli aggettivi in maniera da vivificare gli ambienti narrati, disegnando con estrema leggerezza e con pudore una serie di immagini concrete e pur lievi, sempre avvolte in un’atmosfera molto tenue, riuscendo mirabilmente a gettare un fascio di luce sulle contraddizioni di una terra lontana squassata dall’avido furore di una devastazione morale.
Con ruvido disincanto egli spoglia il mondo delle sue tinte consolatorie, rendendoci digeribile, ancorché non accettabile, la crudeltà umana e le miserie della vita, accomunando la malinconia di un ragazzo che ha perduto la madre tra le voraci fauci dell’egoismo con il silenzio straziante di coloro che vivono di miseria e di risentimento.
Privo di acredine, l’io narrante si rivolge alla madre con un rimpianto nostalgico che nasce da una maniera di osservare il mondo ad un tempo distaccata e partecipe. Reggendo la lanterna dei suoi ricordi si addentra con pazienza e con determinazione nel buio di un’esistenza ricavandone un sentimento di straziante desolazione.
Hai cominciato a partire che ero piccolo. La prima volta è stato un viaggio di piacere, andare a trovare degli amici che avevano tentato la fortuna. Mi avevi disegnato il mondo sopra un foglio, la sera prima, e mi avevi fatto vedere dove andavi. Noi siamo qui, mi avevi detto, e domani io sarò in questo punto quaggiù. Avevi tracciato una riga con un pennarello rosso che partiva da casa e arrivava fin lì. È un ponte, dicevi, è come passare dall'altra parte del fiume. Così sotto il ponte avevamo colorato tutto di blu, avevamo riempito d'acqua l'Europa. Poi il foglio l'avevamo attaccato con lo scotch allo sportello del frigo, e lì è rimasto per gli anni a venire.
Scritto con un linguaggio duro ma poetico il racconto coinvolge profondamente il lettore che viene assorbito da una narrazione che si dipana lenta ed accattivante. E non si può non entrare in sintonia con un autore capace di sedurre con emozionante naturalezza e di commuovere con raffinata essenzialità espressiva.
Andrea Bajani, nato a Roma nel 1975, vive attualmente a Torino. Ha pubblicato “Morto un papa” Ed. Portofranco , “Qui non ci sono perdenti” Ed. Pequod, “Cordiali saluti” Ed. Einaudi, “Mi spezzo ma non mi piego” Ed. Einaudi. Per il teatro è coautore di “Miserabili”, l’ultimo spettacolo di Marco Paolini e “I mercanti di liquore”. Fa parte della redazione di Nazione Indiana, collabora con “

A cinquant'anni dalla morte di don Clemente Rebora risplende la figura e l'opera di quest'uomo per l'attualità della sua poesia.Avevo adocchiato l’opera completa delle poesie di Clemente Rèbora già da un po’ di tempo in libreria, ma non avevo un buon motivo per spendere la pesante cifra (per me) per comprarlo. Ora finalmente la proposta di In purissimo azzurro di approfondire le poesie di Clemente Rèbora mi ha fornito un valido motivo nel compiere il passo verso l’aquisto.
Sono sempre stata attratta da Clemente Rèbora, da questa straordinaria figura di poeta del primo Novecento dalla lirica forte, decisa, urgente, appodato poi alla conversione ed alla vocazione religiosa. Una storia emblematica. La mia attrazione era rimasta sulla soglia della curiosità: qualche lettura sporadica dei suoi versi, la vaga conoscenza della sua vita.
L’occasione di avvicinarmi di più a questo autore mi ha permesso di conoscere meglio la sua opera e di rendermi conto che come uomo e poeta Rebora non ha nulla da invidiare ai più grandi poeti italiani del Novecento, da Ungaretti a Montale a tutti gli altri.
C’è sicuramente un diffuso pregiudizio anti-cattolico nel mondo cultural-intellettuale italiano che ha portato nel corso del tempo ad un progressivo accantonamento della poesia di Rèbora: la conversione al cattolicesimo, la scelta di farsi prete con la conseguente altra constatazione dell’ “abbandono” della scrittura fino ai Canti dell’Infermità (il suo congedo poetico da questa terra), sono tutti elementi difficili da capire per chi vada scrutando il poeta non comprendendo quale forza intrinseca rigenerante possa derivare dall’avvicinarsi a Dio e dall’ intraprendere una nuova vita. Solo in tempi vicini a noi critici illuminati quali Contini, Betocchi, Bandini, Bo hanno iniziato un lavoro fruttuoso di vaglio dello stile personalissimo dell’autore e di spiegazione del suo alto contenuto morale e religioso.
La mia impressione è che ci sia bisogno di ancora più coraggio in campo critico-letterario per far emergere i contenuti pienamente cristiani di Rèbora.
E’ strano, ma il paese la cui letteratura nasce come poesia religiosa (si pensi ai cantici di San Francesco) è il paese che oggi vorrebbe fare a meno delle sue radici cristiane. Come se la poesia religiosa non avesse pieno titolo e cittadinanza nella nostra cultura, nella nostra nazione, varcate le soglie di questo nuovo millennio, e si potesse urtare la sensibilità dei lettori “laici” presentando la grandezza assoluta di un poeta cristiano. Leggendo l’apparato critico che ho potuto consultare, sia dai testi che dai manuali di letteratura, mi sono fatta l’idea che lo stile di Rèbora sia stato perfettamente spiegato fin nei minimi dettagli: la costruzione del verso, l’uso anomalo dei verbi (intransitivi usati come transitivi, preferenza per i verbi che esprimono azione), l’espressonismo dei Frammenti lirici ed il simbolismo dei Canti anonimi, le sinestesie tutte particolari, un ventaglio di aggettivi di una freschezza ed immaginazioni assoluti, un procedere aspro e “petroso”, ecc.
Rimane invece ancora tanto lavoro per approfondire il il messaggio della sua opera, scavare nell’esperienza della sua vita, far emergere il contenuto cristiano che in filigrana è presente nella sua produzione poetica, magari anche là dove a prima vista non si vede. Ma per far questo è importante che critici cristiani se ne facciano carico. Perché solo un cristiano adulto nella fede sa riconoscere le metafore, le allegorie, i simbolismi e tutte le figure retoriche e gli artifici stilistici che usa un poeta cristiano.
Così alla luce dell’ “avventura cristiana” si comprende pienamente la parabola della vita di Rèbora: proviamo a partire dalla fine. I Canti dell’Infermità sono quanto di più alto, più lirico e più bello lui abbia scritto. Sono il compimento del suo cammino di fede e di carità alla ricerca di quell’amore per il prossimo e per l’universo intero in cui il giovane Rèbora voleva perdersi, confondersi, abissarsi. Ben si comprende allora come, dopo la conversione, non abbia più scritto per parecchi anni. Semplicemente è successo che ha trovato la sua via, o meglio, ha incontrato Qualcuno che l’ha riempito a tal punto che non è stato più necessario scrivere. Si scrive per comunicare, per colmare un vuoto ed un dolore, per assecondare all’urgenza del cuore. Ma quando quest’urgenza è assecondata nell’intimo, in ogni fibra del proprio essere, allora anche la scrittura può diventare un di più.
Infatti Rèbora ha intrapreso dopo l’ordinazione sacerdotale un percorso di “umiltà” e di “spoliazione” direi: i fogli che riguardano le sue attività dentro il Collegio Rosmini di Domodossola rivelano una scrittura semplice, lineare, quasi fanciullesca. Non c’è traccia del raffinato poeta ch’era stato un tempo, non c’è traccia dell’urgenza dei suoi sentimenti e delle descrizioni sofferte e tormentate della natura. Ora l’unica urgenza sembra essere rimasta quella della carità cristiana. Caritas Christi urget nos.
Riporto due poesie che mi stanno a cuore di Clemente Rèbora: Dall’imagine tesa e Pioppo severo.
La prima poesia è quella che chiude i Canti anonimi del 1922, che già contengono l’anelito al cambiamento, alla “vocazione”. L’incipit è emblematico in tal senso:
“Urge la scelta tremenda:
Dire sì, dire no
A qualcosa che so”.
(Da un frammento 1914)
E poi la stessa nota dell’autore: “Queste liriche appartegono ad una condizione/ di spirito che imprigionava nell’individuo quella/speranza la quale sta ormai liberandosi in una/ certezza di bontà operosa, verso un’azione/ di fede nel mondo. Esse ne sono testimonio e pegno/ di assoluzione”.
Dall’imagine tesa
Vigilo l’istante
Con imminenza di attesa –
E non aspetto nessuno:
Nell’ombra accesa
Spio il campanello
Che impercettibile spande
Un polline di suono –
E non aspetto nessuno:
Fra quattro mura
Stupefatte di spazio
Più che un deserto
Non aspetto nessuno:
ma deve venire,
Verrà se resisto,
A sbocciare non visto,
Verrà d’improvviso,
Quando meno l’avverto:
Verrà quasi perdono
Di quanto fa morire,
Verrà a farmi certo
del suo e mio tesoro,
Verrà come ristoro
Delle mie e sue pene,
Verrà, forse già viene
Il suo bisbiglio.
(1920)
Mancano otto anni alla conversione, a quel fatidico Novembre 1928, però già s’intravedono i segni della presenza di Dio.
L’imagine tesa fa pensare ad un crocifisso. Imagine è scritto volutamente senza una “m”, rimanda al latino imago: figura. E siccome siamo in una stanza, una figura tesa può essere benissimo il crocifisso.
“Non aspetto nessuno” si ripete tre volte, chiara numerazione biblica. Tutte le vocazioni hanno tre chiamate (Samuele, Pietro quando Gesù gli chiede “Mi ami tu?”, ecc.): quindi il poeta dice di non aspettare nessuno in particolare, ma di attendere lo stesso un evento che sta per compiersi. Di fatti usa il verbo “vigilo”. Sembra di sentire il Signore quando ci ammonisce: “Vigilate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora”.
E si “vigila” l’istante, il kairòs, il momento opportuno della svolta, quello in cui il Signore verrà e porterà con sé il premio alla nostra fedeltà, quel premio che per Rèbora poteva essere finalmente la “clemenza” (è sempre stato stupito del suo nome), la misericordia, la fede.
Le mura della stanza perciò diventano “stupefatte di spazio”, ecco il participio usato secondo l’abitudine di Rèbora di prediligere i verbi per generare il senso dell’azione; quella stanza – dice il poeta – contiene più spazio lei che il deserto intero. Per questo il poeta è stupefatto. Il deserto è il luogo privilegiato dell’incontro di Dio. Non si dà conversione senza deserto.
Il deserto è anche il luogo della manifestazione, dell’epifania: Mosè nel roveto ardente, sul Sinai, Gesù nel deserto, ecc; è per questo che il poeta è certo: “deve venire” Qualcuno, “Verrà se resisto”, come Giacobbe che lotta con l’angelo e gli resiste, sa che deve lottare contro di lui. E’ un genere di attesa che reca in sé un combattimento, uno “stare per compiersi”.
Il venire è caratterizzato da doni precisi: sarà perdono, tesoro, ristoro. Sembra di leggere tra le righe che questo Qualcuno porterà fede (con la fede si domanda il perdono dei peccati), speranza (“Verrà a farmi certo”), carità ( “ristoro/delle mie e sue pene”).
Come si può notare queste osservazioni sono del tutto personali, frutto della mia adesione sincera alla fede cristiana. Però illuminano il testo e gli forniscono spessore, calore, traspare la lotta di Rèbora per aderire al cristianesimo come Giacobbe in lotta con l’angelo. Ed è solo una parafrasi “cristiana” che può mettere in luce questi aspetti.
A chi contestasse che tutte queste annotazioni sono mie, e che Rèbora non intendesse esprimere tutte queste cose, io obbietto presentando la vita intera di Rèbora. Una vita che si è schiusa alla fede, alla Chiesa, e che sicuramente conteneva già in sé i semi della vocazione. E’ lecito supporre (certo qui la mia competenza si ferma) che Rèbora avesse letto la Bibbia e la conoscesse. D’altronde al momento della fatidica conferenza in quel Novembre 1928 (quella che i critici prendono come punto di riferimento della “conversione”) Rèbora doveva commentare Gli atti dei martiri scillitani per una serie di conferenze sulle religioni. E quella sera toccava al cattolicesimo.
Invece “Il pioppo” fa parte dei Canti dell’Infermità.
il pioppo severo:
spasima l’anima in tutte le sue doglie
nell’ansia del pensiero:
dal tronco in rami per fronde si esprime
tutte al ciel tese con racconte cime:
fermo rimane il tronco del mistero,
e il tronco s’inabissa ov’è più vero”.
L’anima che spasima nelle sue doglie rimanda alla Lettera di San Paolo ai Romani, là dove dice che la creazione geme e soffre le doglie del parto in attesa della redenzione. Tra l’altro la costruzione dei versi richiama anche visibilmente il ritmo del dolore del parto: contrazione lunga (verso lungo, con rima: foglie/doglie) – contrazione corta (verso corto, con rima: severo/pensiero).
Come si vede sono riferimenti che indicano la profonda lettura cristiana che è si può e si deve fare di Rèbora.
Spero che queste mie annotazioni possano servire a diffondere l’opera del poeta, ad aumentare la voglia di leggere le sue poesie.
Elisabetta Modena


Gianfranco Franchi è un intellettuale di trent'anni alle prese con una società insensibile ai profondi valori della cultura. Egli ne denuncia l'imbarbarimento derivante dalla condizione di precariato, che vessa in modo particolare i giovani della sua generazione, privandoli di progettualità e consegnandoli ad una visione puramente edonistica e frugale della vita.
Certo il suo tentativo di ricercare le proprie radici nel Pagus non costituisce di fatto una chiusura nei confronti della religione cristiana. Il suo appello è rivolto a tutti gli uomini di cultura affinchè si facciano carico di riavviare il motore spento della vita spirituale di milioni di persone. Franchi non è una persona interessata ai dubbi, in quanto portatori sani del virus nichilista; ma cerca ardentemente certezze che possano rischiare il cammino e fare giustizia di un pensiero dominante che vuole ad ogni costo privarci della nostra anima.
Dinanzi ad una regressione socioculturale sempre più diffusa, Franchi si confessa, in questo antiromanzo, ammorbato da una forma di pessimismo antropologico e ritiene che occorra lottare per far emergere un nuovo centro culturale. Lo stato di precarietà in cui versa la generazione nata dalla crema dei sessantottini spalanca dinanzi a sé uno scenario privo di progettualità, in cui il quotidiano diviene scialo e si realizza nella ritualità delle convenzioni e nell’omologazione dei comportamenti.
La civiltà è ormai preda di ritmi disumani, che ci sottraggono giorno dopo giorno forza, idee e sapere, mentre il privilegio del denaro unito allo snaturamento del senso comune producono una costante inquietudine nelle nostre coscienze.
Partendo dunque dall’amara constatazione di vivere in una società di bassa cultura e popolata di selvaggi abitanti di un modo irrimediabilmente votato al decadimento, l’autore decide di partire per un viaggio che spera possa condurlo a riappropriarsi del tempo dell’humanitas.
E non sembri, l’utilizzo di questo termine, il vacuo ricorso ad una dotta citazione, o peggio un eccessivo atto di fiducia nei suoi propositi.
No, Franchi non appartiene a quella categoria di persone che pensa di aver trovato nel passato l’utopia per criticare il presente; ma piuttosto a quella di un sapiente umanista, affetto da una sorta di religiosità letteraria, da un religioso amore per il patrimonio storico, letterario della propria nazione.
Il suo atteggiamento lo assimila in maniera del tutto inequivocabile alla figura di quegli antichi umanisti, i quali non badarono unicamente a riproporre i valori di un mondo passato, ma inventarono addirittura l’antichità, creando una nuova mitologia fondativa della cultura europea.
A tal proposito egli sgombra subito il campo da ogni possibile equivoco, chiarendo fin dalle prime pagine che le origini della cultura europea non vanno cercate nella precaria tradizione giudeo-cristiana, come molti sono portati a credere, ma in quella illuminante, raffinata e radiosa dell’universo pagano.
Franchi rifugge dal sentimentalismo buonista e combatte da par suo la montante deriva civile convinto solo che l’etica affondi le radici nelle leggi non scritte degli dèi, quelle che in ogni caso non possono essere mai violate.
La via maestra è quella della messa in valore della cultura; una via che porta, attraverso la riflessione e la dotta consapevolezza, inevitabilmente tra i silenzi inquietanti della solitudine.
E’ questa la ragione per cui non potremo parlare in questo caso di una fuga dal mondo nel compiacimento della propria personale erudizione, ma del ricorso ad uno strumento necessario di rieducazione al senso del bello e della virtù.
I libri costituiscono per lui una frequentazione ineludibile, una fame di quella menzogna letteraria e spirituale che non può non chiamare infinito, la necessità impellente di contrastare l'invasività di un mondo che produce la fine di ogni sacralità.
Egli scrive in preda all’emergenza espressiva di una tensione liberatoria, consegnandoci un testo che non costituisce una maniera distaccata di osservare il mondo, né il tentativo di trascenderlo; ma che è la vibrante presa di posizione di un intellettuale, cui non fanno difetto il coraggio, la sincerità e la crudezza verbale. Ovunque impazza il sarcasmo disincantato di uno scrittore caustico, ribelle ed insolente, che dispensa in maniera equanime i propri strali all’imprenditore brianzolo filoyankee e all’imbolsito professore universitario, dal sorriso bonario.
Chiunque intenda ancora opporsi alla banale adorazione del presente come il migliore dei mondi possibili, troverà in Pagano le tracce inconfondibili di una letteratura di vibrante testimonianza civile.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Gianfranco Franchi (Trieste, 1978), narratore, poeta e critico letterario romano e mitteleuropeo.
Gianfranco Franchi, “Pagano”, Il Foglio Letterario, Piombino 2007.
Prefazione di Gordiano Lupi. Postfazioni di Francesca Mazzucato e Patrick Karlsen.

Edizioni Creative, 2006

Marsilio, 2001
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
Umberto Piersanti è nato nel 1941 ad Urbino, dove risiede attualmente e dove insegna all’università. Dirige la rivista Pelagos ed è autore dei libri di poesia
Cantore di un mondo rurale ormai perduto che evoca mediante il linguaggio dell’oralità contadina venata di suggestioni della tradizione classica italiana.

Tascabili Bompiani, 2007State contenti, umana gente, al quia;
ché, se potuto aveste veder tutto,
mestier non era parturir Maria".
Giuseppe Di T.

Einaudi, 2002

Edarc Edizioni, 2007
Si tratta di una storia meravigliosa, profonda, coinvolgente che non vorresti finisse mai e che si legge tutta d’un fiato come un bicchiere di acqua fresca in un giorno di solleone.
Fin dalle prime pagine l’autore rivela una raffinata capacità descrittiva quasi inconsapevole, incidendo le immagini con la stessa precisione del pittore sulla tela e portando la scrittura ad un alto grado di rifinitura.
Pur non muovendosi in una dimensione autobiografica, egli ci consegna attraverso il personaggio di Giovanni, il naufrago esistenziale, il presbite dell’anima, l’albatro baudeleriano deriso dalla ciurma, in cui non solo è facile intuire momenti della vita dell’autore ma addirittura rinvenire la caratteristica inconfondibile di ogni poeta e di ogni artista.
Reno Bromuro non tratteggia in queste pagine un percorso biografico lineare, ma passando attraverso l’infaticabile ricerca d’amore di Giovanni, l’afflizione intensa e disincantata della moglie Marilena, il delicato trasporto sentimentale di Mavie ed il prezioso contributo delle altre presenze femminili che ruotano attorno al protagonista, dipana la matassa di un intenso e coinvolgente romanzo sentimentale, facendoci vivere tutta una vita di affetti, di slanci e di rinunce amare.

Armando Curcio Editore, 2007

Titolo: I Boschi della Luna
L'autore risponde immaginando le possibili conseguenze, creando uno sviluppo che ha del fantasy senza esserlo veramente, nel tentativo di aiutare a riscoprire la magia della natura.
Personalmente ritengo che ci sia riuscito.
Il racconto inizia e prosegue velocemente, senza uno stile pretenzioso quanto, piuttosto, sobrio e semplice. La vicenda del protagonista, Jari Halo, ci interessa perché è il ragazzo che è in tutti noi. Vogliamo tutti sapere cosa saremmo disposti a fare nel momento in cui la nostra tecnologia facesse un passo indietro.
E qui c’è, secondo me, uno degli aspetti più belli del romanzo: la natura. Una natura che sa ancora mostrare una sapienza che viene dall’alto, sapienza che risiede nella bellezza mostrata non appena le luci della tecnologia spengono il loro eccessivo bagliore. Non è detto esplicitamente, ma è lasciato a un sottinteso fine e raffinato, oltre che poetico: c’è qualcun Altro pronto a parlarci nel momento in cui tendiamo l’orecchio.
La storia non è banale tanto meno scontata (il pericolo è sempre dietro l'angolo, in questo genere di narrazioni al limite dell'utopico) ma sa cogliere di sorpresa il lettore perfino al termine del romanzo.
Complimenti a Giuseppe Festa, cantore della Terra di Mezzo e non solo. Se voleste acquistare il romanzo potete farlo visitando il sito www.lingalad.com.

Immortale Odium