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E NON DISSE NEMMENO UNA PAROLA di Heinrich Boll
ESTASIA - DANNY MARTINE E LA CORONA INCANTATA di Francesco Falconi
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L'Opera della Divina Commedia
LA CITTADELLA di A. Joseph Cronin
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lunedì, 15 settembre 2008

Sfiorato da un angelo, di Annalisa Margiotta



Sfiorato da un angelo, di Annalisa Margiotta
Editore Il filo, 01.01.2007
pag. 353
ISBN 8861852262
euro: 18




E' noto come il mercato dell'editoria sia in crisi (non stiamo qui a discuterne i motivi, occorrerebbe un post a sè; magari posso anche farlo), nonostante questo qua e là ci sono delle oasi felici: è il caso della narrativa "per ragazzi". Con questo non intendo esclusivamente gli adolescenti, intendo i giovani in generale, e tra di essi gli adulti che sempre più volentieri leggono libri per giovani o libri scritti da giovani; provate a pensare al caso Harry Potter, tanto per citare il solito esempio, ma è anche il caso del lancio del fantasy italiano - e straniero - e della narrativa alla "Fannucci".
Ebbene, spulciando su aNobii.com (dove vado in cerca di libri interessanti da leggere) mi sono imbattuta in questo bel libro della Margiotta, un esempio di libro per giovani scritto da una giovane ventenne.
Innanzitutto complimenti a questo giovane talento letterario!
La storia è semplice ma matura, ben delineata, fresca, schietta, genuina e sincera.
Il registro stilistico si mantiene costante lungo tutto il romanzo, tuttavia la narrazione è gradevole e avvincente (cioè , questo romanzo è un esempio del fatto che non servono parolacce, bruschi cambi di registro o di tono per incoraggiare il lettore a proseguire nella narrazione).
La storia (che in parte è farina del sacco dell'autrice) è una storia d'amore tra un ventiquatrenne già laureato e "sistemato" che lavora come veterinario a Firenze , ed una diciasettenne che sta facendo il Liceo Classico a Palermo.
Sono Marco e Alessia. Si conoscono in chat. Già l'inizio incolla il lettore alla pagina perché ci si chiede come andrà a finire questa storia d'amore a distanza, pergiunta tra un ragazzo ed una ragazza che hanno una così marcata differenza d'età, di esperienze, di abitudini di vita.
Il lettore si sorprende perché i due protagonisti, anziché smettere di sentirsi via chat e via telefonino come vorrebbe il buon senso, proseguono nella loro storia impossibile. Entrambi con pesi sull'anima (Marco è orfano di genitori, morti sette anni prima per un incidente aereo; Alessia figlia di due genitori che non la amano come lei desidererebbe, perciò con un vuoto affettivo da colmare), Marco e Alessia scoprono che sono fatti l'uno per l'altra. Perciò si mettono insieme, e tra alti e bassi (non svelo troppo la trama) i due innamorati arrivano al coronamento finale del loro sogno d'amore. Uno splendido happy end che ha commosso tutte noi lettrici di aNobii (http://www.anobii.com/books/Sfiorato_da_un_angelo/9788861852266/01732b9d5cb8763fce/).
Ci tengo a precisare alcuni elementi positivi che ho trovato in questo romanzo.
Innanzitutto le scene d'amore sono descritte efficacemente ma anche pudicamente. Non c'è "quel troppo" della descrizione che a me personalmente infastidisce.
Poi è un romanzo compiuto, dal sapore addirittura ottocentesco (tipo la mia cara Jane Austen) perché la storia termina con la sua naturale parabola familiare, per cui le pagine finali sono da gustare allo stesso modo di quelle iniziali. Ci sono anche alcuni stratagemmi letterari che mi sono piaciuti, tipo lui che trova il libro-diario di lei e si mette a riscriverlo... e salta fuori che è il romanzo che stiamo leggendo.
Insomma, tanto di cappello a questa scrittrice che è riuscita ad entusiasmarmi!

Elisabetta M.
postato da: Fabrieli alle ore 13:05 | link | commenti (1)
categorie: italiano, attuale, contemporaneo
sabato, 19 luglio 2008

QUASI UNA VITA di Chiara Tozzi


QUASI UNA VITA di Chiara Tozzi

Feltrinelli, 2008
Pagine: 288
ISBN:
978-88-0701-740-7
Prezzo: 16€


I Vanni sono un’agiata famiglia borghese che vive a Firenze negli anni sessanta. Il loro numeroso nucleo familiare comprende un padre architetto affermato, una madre casalinga con il retrogusto dei sogni abbandonati, tre figli, i nonni, gli zii, i cugini e la domestica Teresa che, facendo leva sulla rude affettuosità che le deriva da un’estrazione contadina, conquista la fiducia e la benevolenza di tutti. Attorno a loro rivive un mondo popolato dai compagni di scuola e dai vicini di casa, scandito dalle vacanze in Versilia, dalla comparsa del televisore, allietato dalle canzoni del festival di Sanremo, turbato dagli avvenimenti politici e sociali del periodo e dall’alluvione del ’66. Attraverso il proprio sguardo e le personali impressioni, Marco e la sorella maggiore Caterina ci guidano all’interno del loro composito microcosmo domestico, tra gli umori e gli stati d’animo di chi lo compone, in un periodo lungo quasi una vita perché vi accade tutto ciò che renderà significative le loro future esistenze.

 

Non sempre la sperimentazione, la ricerca di nuove forme espressive e l’introspezione negli abissi più estremi dell’animo umano costituiscono un viatico alla realizzazione di una buona letteratura. Si tratta di intenzioni e velleità normalmente modellate su di un percorso di ricerca generazionale. Chiara Tozzi, nella stesura del suo ultimo libro Quasi una vita, le ignora deliberatamente, adottando un linguaggio caratterizzato da una lucida e fluente capacità di sintesi formale e di contenuti. Leggendolo, infatti, ci troviamo benevolmente spiazzati allorché la semplicità evocata da una cronaca familiare convenzionale e lineare, ci riappacifica con l’antica purezza di una narrativa generosa, coinvolgente e riconoscibile. La scrittrice toscana ci racconta in fondo la vita di una famiglia qualunque, una vicenda tipicamente nostrana, benché ambientata negli anni sessanta, dove il tempo si misura sulle sensazioni che rimodellano la mente nel dipanarsi dei giorni.

Il racconto percorre il profilo di un’agiata famiglia borghese che vive a Firenze, in cui l’invadenza della cronaca politica e sociale – la morte di Marilyn Monroe, l’omicidio di J. F. kennedy, la contestazione studentesca -  l’irruzione di eventi drammatici quali l’alluvione del ’66, sconvolgono la ritualità dinamica e complessa degli accadimenti domestici, lasciando che la percezione del senso ultimo della vita si ritrovi nell’eterno gioco di crescita delle emozioni, tra impressioni, sogni e delusioni.

Quasi una vita è un romanzo in cui la scansione di due momenti fondamentali dell’esistenza, l’adolescenza e la maturità, vengono percorsi attraverso le vicende private di Caterina e di Marco, bambini d’altri tempi, sensibili e spaventati. Quando il cuore illuso e felice corre senza freni perduto in un mondo di sogni sereni ma impatta dolorosamente contro una sensazione di vaga ed indefinibile minaccia; quando la passione folle ed insopprimibile della giovinezza riscaldano ancora la cautela, la saggezza e l’accortezza degli adulti che li circondano.

Questo romanzo tratteggia un percorso lineare, stimolante quanto basta per delineare l’analisi dell’universo familiare, con tutti i compromessi necessari a stabilizzarne le ragioni ed i confini. Non scioglie nodi cruciali, non erige la sacralità di un passato da custodire, ma ricrea con viva acutezza un mondo che abbiamo conosciuto, che profuma di un’umanità diversa, più autentica. Attraverso le pagine risuonano note che avevamo un po’ dimenticate, con cui la scrittrice, qui all’apice della sua espressione artistica, ci preleva dalla fatua apparenza delle cose per riportarci in un paese che ha saputo essere onesto e discreto, adombrando le figure emblematiche di un padre che rivendica con orgoglio la sua indipendenza da prebende affaristiche e clientelari, e di una madre che, nella fedele liturgia della vita domestica, si è rivelata capace di fronteggiare le inevitabili contraddizioni dell’esistenza.

Scrittrice sensibile e complessa, Chiara Tozzi si lascia apprezzare per la sua veste agile ed essenziale, per quella carica di tenerezza e di comprensione, con cui riesce a cogliere  sensazioni ed immagini che si distaccano per diventare cose ed essere amate.

Gian Paolo G.

Intervista a Chiara Tozzi
postato da: Fabrieli alle ore 15:45 | link | commenti
categorie: italiano, attuale
domenica, 06 luglio 2008

Al di là del muro di Maria Viteritti



Al di là del muro, di Maria Viteritti
Lupo Editore, 2008
171 pagine
isbn: 978-88-95861-12-8
13 euro


"A come anticamera, ago, anestesia, atropina, agonia. A come addio. Amaro come la morte. A come Anna".

E' un romanzo duro, d'anticipazione secondo la felice espressione dell'editor Giulio Mozzi che, in un articolo di qualche anno fa (del 2004 per l'esattezza) definiva molti dei manoscritti che gli arrivavano (lavora per Salani Editore) più che di genere fantascientifico, di un nuovo genere: quello d'anticipazione.
Cos'è un romanzo d'anticipazione? E' un romanzo ambientato in un futuro prossimo (perciò non è una vera e propria fantascienza alla viaggi stellari, universo, mondi paralleli, alieni, mostri e cose simili, come Asimov e compagni ci hanno abituato), d'impronta sociologica. Un pò come "I figli degli uomini" della P.D. James (già recensito in questo blog), o come se prendessimo i romanzi di Dick e li ambientassimo a pochi decenni di distanza da noi, ma con le stesse problematiche psicologiche e sociali.
Di cosa parla questo primo romanzo dell'autrice scoperta dalla Lupo Editore? E' la storia di un medico, Giorgio Costa, che si trova a crescere un'esistenza monotona e solitaria con la madre, con un padre che non conosce (si capisce che se ne è andato di casa fin da subito) ma che paga regolarmente le parcelle scolastiche, fino alle tasse dell'università.
Laureato in Medicina, incredibilmente per lui (che si considera una persona mediocre, per cui si aspetta un futuro mediocre) trova lavora nella Clinica di un altissimo luminare della scienza che, in seguito alle nuove leggi italiane sull'eutanasia, ha potuto portare avanti studi di avanguardia e di eccellenza sul risveglio "post mortem". Ovvero, per ogni uomo che volontariamente si sottopone alla morte (eutanasia) nel suo studio privato, il luminare ha trovato il modo di convogliare la carica vitale di questo morituro nel cervello del quasi-morto (di solito molto ricco) lasciato in "stand by" dai parenti dentro un enorme sala refrigerante della Clinica (ricorda un pò Ubik di Dick, per chi l'avesse letto: i quasi-morti che aspettano di essere risvegliati). Il lavoro di Giorgio consiste nel staccare la spina al morituro volontario per attaccarla al quasi-morto che aspetta di essere "risuscitato". Ovviamente un lavoro simile comincia a creare in Giorgio uno stato di paranoia. La cosa più ecclatante è che s'innamora della ragazza che sta "al di là del muro" del suo appartamento (stesso pianerottolo quindi), ma non ha la forza di parlarle, di invitarla fuori, di dichiararsi. Ironia della sorte: una mattina si trova la sua fanciulla di fronte (nello studio medico) che domanda l'eutanasia per un tumore che le hanno diagnosticato. A lui non rimane che capitolare. Triste destino.
La ragazza, morendo, cede la sua carica vitale ad una giovane eroinomane che, risvegliandosi, s'innamora proprio di Giorgio. Lui all'inizio tergiversa, poi si mette insieme a lei (per così dire) perché la giovane fa dei discorsi che gli ricordano tanto la sua amata. Non è una reincarnazione, è solo che parte della linfa vitale della giovane donna, amata da Giorgio, è andata nel cervello della ragazza.
Con alti e bassi la relazione procede, la ragazza rimane pure incinta di Giorgio, fino ad un finale sconvolgente.
E' un libro che fa riflettere, sulla profonda solitudine dell'uomo e sulla sua ricerca disperata di felicità e di comunicazione, spesso frustrata (almeno così denuncia l'autrice).
Il libro è scorrevolissimo, scritto bene (solo a pag.41 c'è un refuso), triste. Nemmeno la fine - che non rivelo - riesce a bucare "il muro" che si è costruito il protagonista e che lo separa dagli altri. Romanzo profetico, in un certo senso, della nostra società quando manca la trascendenza, e ciascuno vive come se fosse già morto. Nemmeno l'amore basta più per risvegliarci dalle nostre ossessioni e dai nostri incubi.
Vale davvero la pena di leggerlo.
Il blog di Maria:
http://aboutblank.splinder.com

Elisabetta M.

http://www.ibs.it/code/9788895861128/viteritti-maria/la-del-muro.html
postato da: Fabrieli alle ore 21:30 | link | commenti (1)
categorie: italiano, attuale, contemporaneo
venerdì, 20 giugno 2008

Intervista a... ANTONIA ROMAGNOLI


ANTONIA ROMAGNOLI
Autrice de Il segreto dell'Alchimista

L'età dell'Acquario, 2007
Pagine:
600
ISBN: 978-88-7136-278-6
Prezzo: 24,00 €


Una catena di efferati omicidi sconvolge le Terre. Le vittime sono i maghi naturali, i pochi eletti in grado di utilizzare la magia in tutta la sua potenza. Mentre nelle regioni del Sud dilaga una misteriosa nebbia, che cela nelle sue profondità un segreto di distruzione e morte, Ester, insegnante di magia, e Nimeon, principe delle Colline, vengono investiti del Mandato che li condurrà a svelare una verità incredibile e inattesa. Accompagnati dal giovane matematico Van e da un gruppo di valorosi cavalieri, i due affronteranno la delicata indagine sulle tracce del temibile e astuto nemico, tra enigmi insoluti, incantesimi, intrighi e inquietanti scoperte. Quale segreto lega Ester all'assassino e all'antica leggenda custodita dai Reali delle Colline? E cosa nascondono le nebbie incantate che lentamente invadono le Terre? Un'avventura al confine tra due mondi. La storia di una donna in lotta contro se stessa. Un fantasy che sfuma nelle tinte moderne del giallo.

Chi è l'autrice:
Antonia Romagnoli è nata a Piacenza nel 1973, dove vive tuttora. Laureata in Scienze e Tecnologie Alimentari, si dedica alla famiglia e alla scrittura.

Finalista al Premio Galassia 2006, ha esordito con alcuni racconti fantastici in riviste e antologie.
Nel 2007 ha pubblicato il romanzo fantasy umoristico “la Magica Terra di Slupp”, Ed. Lulupress, e il mainstream “Pioggia” Ed. Giovane Holden.
Il racconto finalista al Premio Galassia è recentemente uscito sulla rivista ROBOT.

Nel 2008 ha pubblicato il romanzo "Il Segreto dell'Alchimista", Ed. L'Età dell'Acquario, primo volume della saga delle Terre.

Attualmente collabora con il quotidiano La Cronaca di Piacenza nel settore Cultura e Spettacoli, con le redazioni di alcuni siti fantasy e con l'editrice Narrativa Nuova come valutatrice

L'intervista.

1)     Innanzitutto: chi è Antonia Romagnoli e perché ha deciso di scrivere?

 Sono io. Una moglie, una mamma, una persona che ha sempre voluto e amato leggere e scrivere, soprattutto letteratura fantastica. Sono stata per un po’ una tecnologa alimentare, giusto il tempo di prendere in mano una provetta e rimetterla giù. Ho sempre preferito prendere in mano una penna o un mestolo, che sono anche meno odorosi di acido acetico glaciale.

            Esattamente perché ho deciso di scrivere non lo so, perché è una cosa che ho sempre fatto e fa parte di me. Quanto alla scelta del genere, il fantasy lo sento “mio”, è quello in cui riesco a rispecchiarmi meglio.

2)     Nei tuoi scritti parli del mondo reale? E se sì, in che modo?

 
Per ora il mondo reale è molto presente in quello che scrivo, anche perché il fantasy che mi piace descrivere non è quello classico in cui si vive semplicemente in mondi paralleli. Nelle Terre di Slupp il mondo reale è presente sotto forma di personaggi tratti da persone esistenti trasformate in protagonisti di una storia (fantasy) assurda, mentre nel Segreto dell’Alchimista la realtà è presente con nome e cognome, in quanto parte della vicenda è ambientata a Piacenza.

3)     Mi pare di capire che Antonia si lasci ispirare dal Cristianesimo in cui crede. In che modo Cristo entra nei tuoi scritti?

 
Il Cristianesimo entra nei miei scritti perché è una parte imprescindibile della mia cultura e del mio modo di pensare. Nel Segreto i due personaggi protagonisti sono nelle mie intenzioni ispirati al Cantico dei Cantici. È poi quello che vorrei realizzare nella mia vita, nel rapporto che vorrei avere io con Cristo. Questo amore che Nimeon ha per Ester è l’amore che ho visto da parte di Gesù Cristo nella mia vita.

4)     E nella fattispecie: Il Segreto dell’Alchimista ha un sostrato decisamente cristiano. Puoi esplicitarlo? Hai incontrato difficoltà nel far accettare uno scritto di spessore cristiano dagli editori?

 
Il romanzo non si presenta come scritto prettamente cristiano, anche se nella sinossi inviata agli editori questo fattore era chiaramente segnalato. In origine il libro era preceduto da un’introduzione, che peraltro era molto personale, in cui rendevo esplicita la derivazione cristiana della storia. L’editore ha scelto di toglierla, per non fornire al lettore un’interpretazione di partenza del testo. A quanto pare i lettori, finora, non hanno colto nulla di questo aspetto.

5)     Credi che ci sia da parte degli editori italiani una precisa volontà di non pubblicare uno scritto esplicitamente cristiano o pensi sia solo una questione di mercato?

 
Purtroppo penso sia una questione di mercato. Credo che la maggior parte del pubblico non veda molto positivamente la cultura cristiana per come è presentata storicamente. Ho incontrato diversi lettori appassionati di fantasy che dichiarano di essere non credenti, o pagani, o credenti di religioni alternative e visto che questo è il pubblico a cui viene rivolto il libro, gli editori non rischiano di perdere una fetta di pubblico potenziale.

 6)     Cosa ne pensi della letteratura italiana in genere e di quella che si può ascrivere a un filone dichiaratamente cristiano?

 
Sono, con vergogna, una scarsa conoscitrice della letteratura italiana contemporanea. Ho iniziato da poco a leggere romanzi di autori fantasy italiani e trovo sia un settore molto interessante e aperto a notevoli sviluppi. Per il resto, conosco poco, più che altro perché essendo una lettrice accanita di Jane Austen e di romanzi di quel tipo, non trovo un corrispettivo in Italia.

   Per quanto riguarda il filone dichiaratamente cristiano direi che non esiste una narrativa che possa ascriversi a questo termine. C’è una letteratura di “morale”, che viene diffusa e apprezzata dai cristiani, come possono essere i libri di Giussani, ma la narrativa è poco frequente, o per lo meno poco conosciuta.

postato da: Fabrieli alle ore 12:01 | link | commenti (5)
categorie: italiano, attuale
giovedì, 12 giugno 2008

DARE VOCE AL SILENZIO di Patrizia Garofalo


DARE VOCE AL SILENZIO di Patrizia Garofalo

Edizioni Il Foglio, 2008
Pagg. 115
ISBN: 978-88-7606-142-4
Prezzo: € 10,00


Le poesie che riempiono le 111 pagine dell’ultima silloge di Patrizia Garofalo, Dare voce al silenzio, sono quasi tutte di una gradevolezza pensosa. Versi intensi che non lasciano dubbi sulla buona salute della poesia, quella che sa farsi ascoltare ed apprezzare.

Poesia vera, sentita e vissuta, assolutamente trasparente e del tutto ermetica. La linea poetica si mantiene, composizione dopo composizione, su di un tono antiretorico ed antimetafisico. Ci sono versi terribili e versi delicati, con cui cerca di esporre l’esperienza di una vita, la propria vita, i propri sentimenti, lo struggente dolore della solitudine di chi pure ama con tutto l’animo. 

La rivendicazione dell’amore come dato ineliminabile della sua poetica appartiene ad un modo di vita interiore e sensibile, con cui Patrizia Garofalo rivela immagini e sentimenti con una rara spontaneità d’espressione, ponendosi in bilico tra narrazione ed impressione, ma senza mai indulgere al sentimentalismo “Né le tue lacrime/né il tuo sudore/bagnano il mio seno/ma un’attesa/divenuta/mancanza”. pag. 89.

Ma i suoi versi non recano l’andamento di un diario intimistico, bensì una poesia che riesce a dire Io solo nella misura in cui pronuncia un Tu "Posso usare / iperbole / superlativi / e / ridere di eccessi / posso fare/ sberleffi allo specchio / linguacce / smorfie / versare lacrime / cercare parole / posso dirmi bellissima/ interessante / simpatica / affascinante/ posso anche ringraziare / ma tutto / appartiene/ sempre ad un altro”. pag. 41.

Persino nell’esaltazione i suoi slanci affettivi mostrano di preferire l’espressione diretta, la densità corporea, “Inarco la schiena/quando voglio raggiungere la luce/E’ successo/quando ti ho visto/Ti offro/il ritmo di un corpo/che respira/caldo” pag. 49; mentre l’amaro senso dello sconforto ripiega nella severa disciplina di una civile indignazione, di una sobrietà disarmata e sofferta, “Diventerò il fantasma/che si incontra/si cerca/si abbraccia/Sarò/angelo/di dolore e fantasia/su una terra/distratta/arida di desideri/indifferente”. pag. 43, “Meravigliato/il dolore/mi vede/sorridere”. pag. 83.

La vena da cui sgorgano le poesie è molto istintiva, la creatività sprigiona una resistenza attiva, messa in crisi ma mai piegata dal regime repressivo del razionale con dure rilevanze. E’ l’umore che percorre questi versi. In lei vi è la puntigliosità di chi vuol tutto dire ma nulla concede alle pulsioni del proprio cuore, che si sente battere e si avverte più nella sostanza del dire che non nella parola esplicita.

Note essenziali della sua lirica sono la brevità e la fermezza del segno, con il quale nell’economia estremamente rigorosa della parola, riesce a definire un vivo senso del tempo e dell’umano. Vibrazioni che esprimono il graduale sfumare e dissolversi del nulla della realtà, la stretta finale in cui precipita la lenta e penosa consunzione dell’animo umano.

Lo stile incisivo, quasi stenografico, privo di un lessico ricercato, ribadito talvolta dalla reiterazione e dalla stessa brevità del verso, risulta funzionale ad una poetica che mira a prosciugare ogni possibile deriva sentimentale. L’assenza di una regolarità metrica consente invece alla Garofalo di riprodurre nella poesia il ritmo sincopatico di un respiro che diventa rantolo, parola strozzata, voce del silenzio. Uno spazio asfittico questo, in cui si promena la percezione vigile ma niente affatto apprensiva di qualcosa d’inspiegabile; mentre la sua vocazione rimane quella di recuperare il discorso, attraverso una scrittura poetica che, pur nella sua esigua essenzialità, condensa tutti i temi della letteratura più alta, dall’amore alla desolazione, dalla ricerca all’incomprensione.

 

EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE

Patrizia Garofalo, “Dare voce al silenzio”, Il Foglio, Piombino, 2007. Prefazione di Attilio Mauro Caproni 

postato da: Fabrieli alle ore 18:46 | link | commenti
categorie: italiano, attuale
sabato, 05 aprile 2008

CANTO A DUE VOCI - FINITO E INFINITO di Isabella e Tommaso di Paolo


CANTO A DUE VOCI - FINITO E INFINITO
di Isabella Cinti e Tommaso di Paolo























Canto a due voci
Oriente e Occidente, 2003

Finito e Infinito
Libroitaliano Edizioni, 2006
Pag.: 96
ISBN: 8878653039
10 €

Isabella Cinti Di Paolo, classe 1940, è un’ex insegnante che vive attualmente in una casa ubicata nello scenario incantevole e rasserenante del parco naturale del Conero. Ammorbata da una grave malattia ha trovato qui conforto e sostegno tra la natura generosa e benefica. Vanta al suo attivo alcuni libri di poesia ispirati a tematiche religiose e naturalistiche.

Nel 2003, dopo aver scoperto casualmente che anche il figlio architetto coltivava in segreto la sua stessa passione, decide di dare vita ad un’iniziativa molto originale. Si tratta di due libri in cui da un verso si accede ad una sua raccolta di poesie, e da quello opposto nella silloge del figlio Tommaso. Le copertine riportano la stessa immagine, ma ognuna reca il nome del singolo autore e nel “Canto a due voci” anche una colorazione differente. La scelta risulta funzionale alla decisione di non consentire confronti a priori, e costituisce un felice espediente che consente di realizzare un’opera in comune nella salvaguardia delle rispettive identità. Due codici distanti nella liturgia della parola, eppure affini nel modo di rapportarsi alla vita nella ricerca di un significato autentico, che hanno il proprio nucleo generatore nella condivisione di valori comuni inalienabili e profondamente radicati.      

Mentre Isabella trasfonde la sua spiritualità nella tessitura armonica del verso, liberando una poetica tutta pervasa dal dilagante senso dell’infinito, Tommaso sente crescere la volontà di imprigionare colori, profumi, impressioni e li trasfigura in inchiostro vergato sulla carta. Recepisce immagini e sensazioni come un pegno di sublimazione, una suggestiva frazione di eternità che impone alla memoria di restituirla.  

Le parole di Isabella divengono musica celestiale come quella che la contemplazione del mistero della vita le regala ogni giorno, riuscendo a modellare il linguaggio all’unisono con il sentore dell’infinito e dell’eterno che ne pervadono l’animo. Ascolta:quell’amore,/fonte di vita/per tutte le creature,/dolcemente ti canta/in fondo al cuore/ed è voce di madre,/voce d’amico,/voce d’amante,/è voce d’infinito. (pag. 53 Canto a due voci)

La soavità e l’armonia del suo rimare sostituiscono la mancanza metrica lasciando liberamente trasmigrare il suo percorso poetico ed esistenziale in una cornice godibile di purezza lirica personalissima. Scende la sera/dagli occhi di lavanda/e sulla terra/sparge sacro il silenzio./Tiepido il vento/accarezza le siepi,/dolcemente scompiglia/alle querce la chioma/e dei nidi dormienti/lieve rapisce i sogni. pag. 22 Finito ed infinito)

Consapevole che i versi producono sull’anima gli stessi effetti che i farmaci hanno sul corpo, non indugia in vacui commerci con l’oscurità, né in speculazioni metafisiche e spirituali, ma si lascia trascinare docilmente in una dimensione rarefatta da un trepido desiderio di luce.

Padre,/donami un cuore puro/che brami il cielo(…) Padre, fa che il mio cuore/perdutamente/s’innamori di te. (pag. 59 Canto a due voci).

I versi di Tommaso, al contrario, denunciano la fragilità di un poeta ancora schiavo delle pulsazioni istintive. E’ una forza vitale, elementare ed inalienabile a dare consistenza al suo linguaggio poetico, ma non per questo egli riesce a mettere il dito là dove il cuore batte, dove respira, dove gioisce ed inevitabilmente duole, riuscendo a portare in luce, tra le pieghe di una scrittura di bruciante densità, una strana ed imprevedibile tenerezza. I suoi brevi frammenti poetici catturano per il tono vibrante della sua sensibilità, talvolta striata da un’ombra di amarezza, da un fuggevole alito di disincanto. Il troppo sole non riscalda, brucia./Il troppo vento non rinfresca, sradica./La troppa pioggia non disseta, sommerge./Il troppo amore non appaga, uccide. (pag. 23 Finito ed infinito) Nel giardino/le lacrime del cielo/ed i baci del sole/s’incontrano da sempre/portando nuova vita. (pag. 41 Canto a due voci)

I versi di entrambi non cercano l’affetto poiché sono nati e cresciuti con esso; ma recano al contrario l’inappagata ricerca di un desiderio comune di trascendere il mondo, esprimendo un nucleo di valori affini. Per questo motivo le loro liriche realizzano un’opera che guarda contemporaneamente a due mondi che finiscono per specchiarsi inevitabilmente l’uno sull’altro.

C’è un tepore familiare in questi libri, una sottilissima corda d’argento che lega il destino di entrambi, un meraviglioso rapporto d’amore che l’arte magica della parola rafforza e tiene in vita, costituendo per tutti noi un forte antidito alla sopravvivenza.


Gian Paolo G.

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categorie: italiano, contemporaneo
mercoledì, 02 aprile 2008

Geshwa Olers e il viaggio nel Masso Verde, di Fabrizio Valenza



Geshwa Olers e il viaggio nel Masso Verde
di Fabrizio Valenza

L'Età dell'Acquario, 2008
pp.308
isbn:
978-88-7136-300-4
16€


La mia conoscienza del fantasy lascia molto a desiderare: credo si riduca ai libri di Michael Ende (La storia infinita e Momo) e, ovviamente, ai sette Harry Potter. Altro non ho letto. Per cui quando ho preso in mano Geshwa mi sono sentita una profana in materia.
"Non male" mi sono detta. "Mi accosterò al libro con gli occhi di una semplice lettrice che giudica la narrazione per quello che è, senza confrontarla con i capostipiti del filone fantasy classico". Ed è proprio quello che ho cercato di fare.
Tanto per puntigliosità (e curiosità) mi sono letta tutte le recensioni apparse finora su aNobii, gli articoli e le interviste che Fabrizio ha scritto e rilasciato. Per cui adesso qualche idea più chiara ce l'ho, e so cosa significhi il cosiddetto Med-Fantasy (per chi è profano com'ero io: il fantasy ispirato alle leggende italiane, quelle che circolano nel bacino del Mediterraneo; niente a che vedere con quanto ci hanno propinato finora gli anglosassoni - dagli editori fino alla Disney - riempiendoci di storie con Mago Merlino, Re Artù e i cavalieri della tavola rotonda, ecc.).
Benvengano dunque maghi, orchi, fade, anguane e quant'altro ci offrono le leggende nostrane (ci vuole un pò di sano orgoglio nazionale), anche se proprio gli elementi fantasy che appaiono nel primo volume della eptalogia  mi sembrano propri del mondo cimbro-celtico-germanico. A riguardo appurerò direttamente con l'autore...
Sorvolo sulla storia (ne accennerò man mano che scrivo) e veniamo alla critica più comune che è stata rivolta al primo volume di Ges: la scrittura semplice (non semplicistica).
Immagino che il fantasy si nutra di intrighi, colpi di scena, mordente, tensione narrativa ecc. Dunque di una scrittura più veloce e coinvolgente di quella che, a prima vista, appare in Geshwa.
E' vero che qui la narrazione è piana, i colpi di scena (specialmente quando appaiono i maghi) tenuti saldamente al guinzaglio da una narrazione dosata, addirittura spartana nei momenti di massima tensione (appunto quelli dove si parla della magia, della lingua Onoferica che è la lingua della magia), d'altronde la narrazione è in funzione della descrizione del progressivo cambiamento degli stati d'animo di Geshwa.
Questo è un romanzo fantasy senza dubbio, ma è anche un potente romanzo di formazione
. Come la tradizione dei romanzi di formazione insegna (da Salinger, a Hesse, ecc.), azione ed introspezione non vanno a braccetto insieme (a meno di non usare degli stratagemmi narrativi tipo la narrazione in prima persona o il narratore interno che aumentano il grado di coinvolgimento del lettore, o inserendo elementi che generano tensione, ecc.). Se devo presentare un personaggio che da adolescente spensierato diventa ragazzo maturo affrontando una serie di prove ardue, che mai pensava avrebbe superato, beh è ovvio che la narrazione non può fare le acrobazie di un James Bond.
Tolto l'incipit magistrale e il finale che acellera proprio per la presenza di vari elementi magici, la parte centrale della storia è un'adagio (per dirla in termini musicali); narra del viaggio compiuto da Geshwa insieme a suo padre (su due muli, non su due cavalli. Ma si sa, il mulo  - elemento biblico - è la cavalcatura dei re) dentro l'intricata selva del Masso Verde. Dalla città di Senfe (la cui Palude di Sobis è sotto l'influsso di magia malvagia) i due viandanti piegano a sud (giusto? Una cosa importante: ci starebbe bene una bella cartina nel libro, non sono riuscita a raffigurarmi bene la mappa della zona) verso la capitale del Regno di Grodestà dove si trovano il fiume Midilonge e la fattoria della sorella del padre di Ges.
I due si dirigono lì per cercare rifugio e sfuggire così alla magia malvagia che sembra approssimarsi pericolosmaente a Senfe. Non è un caso che, purtroppo per Ges, durante il viaggio rimarrà orfano. E' tipico dei romanzi di formazione. Mamma e nonna, rimaste a casa in attesa che la zia accetti di ospitare Ges e il fratello alla sua fattoria (c'erano stati dissapori un tempo, per cui intanto il padre di Ges pensa di andare avanti lui solo a saggiare il terreno con la sorella) moriranno, sorprese in casa da una esplosione magica. E il padre, dopo averlo accompagnato fino alla fattoria e aver preso accordi con la zia perchè Ges d'ora in poi viva con lei, sparisce. Va a Grodestà (la capitale del Regno) e non fa più ritorno.
Tutto si compie perchè Ges venga iniziato alla vita adulta, alla decisione da prendere su quale debba essere il suo destino. Tutto il viaggio è un rito di iniziazione.
In questo modo l'introspezione che l'autore conduce del personaggio principale (attorniato da figure-chiave come l'amico Nargolian, orfano anch'egli, che gli fa quasi da specchio: difatti alla fine del libro Ges prende la strada dell'esercito mentre Nargo quella opposta di diventare apprendista mago) rallenta indubbiamente il ritmo della narrazione, ma è il pegno da pagare quando si vuole dare un pò di sostanza alla storia, e si vuole portare il lettore a seguire passo passo l'evolversi della coscienza di Ges.
Così alla fine il lettore apprende che, dopo tutte le traversie subite e le prove di coraggio affrontate, Geshwa sente la "vocazione" alla vita militare. E il libro si chiude con la decisione del ragazzo di entrare nell'esercito reale.
Credo che la cifra principale di questo primo volume della storia di Geshwa Olers sia il rapporto di Ges con il padre.
Ed in secondo luogo il rapporto di amicizia con Nargolian.
Questo è anche un racconto sulla paternità e sull'amicizia
: i tre personaggi principali sono Ges, il padre e l'amico Nargolian.
C'è anche un altro personaggio che, in sottofondo, alimenta in modo incredibile il romanzo: è la natura.
Essa è descritta in modo mirabile: la palude di Sobis, il Masso Verde, il Midilonge, lo Sperone del cielo, sembra di vederli, di toccarli; ci sono tantissimi luoghi descritti con perizia e maestria. E si capisce che la natura è il quarto personaggio-chiave del libro. Essa sprigiona forza e magia, quella stessa forza che speriamo faccia legare in maniera forte e decisiva ogni lettore a questa bella saga, per condurlo fino alla fine dell'opera.

Elisabetta M.

http://www.etadellacquario.it/schedaLibro.asp?idLibro=198

http://geshwa.splinder.com/

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sabato, 09 febbraio 2008

"K" - La favola secondo susanna sarti


"K" - La favola secondo Susanna Sarti

Giraldi Editore, 2006
Pagine: 111
ISBN:
8861550339
Prezzo: 12,50€


K come Kindo, un ragazzino dotato di un’intelligenza precoce alle prese con le gioie e le difficoltà della vita; K come Karin, una bella donna che aderisce amorevolmente al ruolo di moglie e di madre; K come Kevin, un uomo calvo, sdentato, con un naso lungo e storto e due sopracciglia folte come la scopa della befana, ridicola parodia di un padre tenero e goffo; K come Kicco, un cane meticcio con le gambe corte e privo di coda.

Forse K come già i Kika Kamillo e Kromo di Francesco Tullio Altan. Oppure K come Key : la chiave per entrare nel cuore di un bambino, come avanza argutamente Daniela Domenica nell’introduzione.  Una chiave che gli adulti hanno obliato tra i tesori infantili quando hanno iniziato a credere a miraggi di verità più ricche di quelle che recavano nella propria anima. Susanna Sarti questa chiave magica per nostra fortuna l’ha conservata e dopo averla riesumata dalla soffitta polverosa del proprio passato l’ha utilizzata riuscendo a calarsi perfettamente nei desideri nascosti e nelle speranze di un bambino.

Kindo racconta in prima persona descrivendo con un delicato tocco di sana ironia, non priva di generoso affetto, lo stravagante nucleo familiare che anima lo scenario della sua infanzia. Fino al giorno in cui si spalanca dinanzi alla sua vista uno scenario seducente ed inebriante di un mondo in cui il sole non tramonta mai sull’ armonia e la pace assoluta.

Tuttavia Kindo riuscirà a resistere alla malia illusoria di un rifugio rassicurante tra i campi aperti dell’eterna giovinezza, avvertendo con rara capacità di discernimento, tutta l’inadeguatezza di un’esistenza priva di affetti e di dolori, di speranze e di delusioni, di amore e di morte. Ma da questa esperienza uscirà profondamente rinnovato, poiché lontano ed estraneo a se stesso l’io diventa meravigliosamente oggettivo, predisponendo il proprio animo ad un impiego stimolante ed impegnato della propria vita.

Con questo racconto piacevole, coinvolgente ed  amabilmente surreale, Susanna Sarti non mira a collocarsi autorevolmente nei luoghi sempre persi e ritrovati della tradizione fiabesca. Nel suo libro non troviamo traccia della fantasia linguistica e dell’eleganza del nonsense rodariano. La sua incursione nel tempo eterno del mito e della fiaba mira, con grande grazia creativa, a trasfigurare le vicende entro una dimensione più consona all’esperienza di oggi, attraverso un convincente equilibrio di fantasia, di fiaba e di realtà quotidiana. L’autrice non punta alla liberazione dirompente della fantasia, né alla mera astrazione consolatoria, ma se ne serve unicamente come strumento di lotta e di dissacrazione, come una lama va ad infilarsi dritta nel cuore degli adulti.

Con un linguaggio che ha il pregio di restare semplice e concreto, di folgorante immediatezza morale e descrittiva, ci offre un prova narrativa che tratta della storia della crescita di un ragazzino, ma anche del tema della maturità affidandosi ad un fine senso dell’umorismo e dell’ironia.

La scrittrice emiliana si conferma scrittrice versatile, capace di creare figure e situazioni che catturano per la loro efficacia, non priva di accenti delicati e di contenuta emotività. E con questo libro ci sforna una pietanza di squisita bontà, in cui c’è tutto, ma proprio tutto ciò che deve avere una fiaba per essere bella. La si divora in poco tempo e lascia un gradevolissimo, delicato sapore di cose buone, genuine e gustose.


Gian Paolo G.

www.susannasarti.com
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categorie: italiano, contemporaneo
domenica, 13 gennaio 2008

LE PORTE DEL PECCATO di Gianfranco Ravasi


LE PORTE DEL PECCATO di Gianfranco Ravasi

Mondadori 2007
Pagine: 243
ISBN: 9788804572657
Prezzo: 17,50 Euro




Non è certamente un compito facile presentare e commentare l’eccellente saggio recentemente scritto da Gianfranco Ravasi.

Del resto, egli si avventura in profondità nelle più oscure latebre di quel dedalo che ogni persona ha dentro di sé.



L’argomento è di quelli scottanti; sì, perché se parliamo di vizi capitali, alle nostre orecchie tale espressione suona un po’ desueta e sa tanto di catechismo preconciliare. Tuttavia, ed è proprio la tesi che si vuole dimostrare, il settenario classico di quei peccati che sono stati sviscerati nei loro aspetti teologici e morali da secoli di elaborazione dottrinale, tuttora conserva intatta una sua provocatoria attualità. Il male è parte della nostra esistenza oggi, come lo è stato per l’umanità del passato; la differenza sta nel fatto che, nella nostra cultura contemporanea, il confine tra bene e male è divenuto, per così dire, piuttosto evanescente. Spesso non sappiamo più che cosa è buono e che cosa non lo è, immersi come siamo in una generalizzata indifferenza per le questioni etiche, che va di pari passo con la “dittatura del relativismo” evocata da Benedetto XVI.

La trattazione segue il solco tracciato dalla dottrina morale dei sette vizi capitali, così come ci è stata trasmessa dalla tradizione della Chiesa; Ravasi attinge costantemente alle Sacre Scritture, oltre che ad opere come i Moralia in Iob di San Gregorio Magno e la Summa Theologiae, le Questiones disputatae, il De Malo del Dottore Angelico Tommaso d’Aquino; è su tali solide fondamenta che si regge l’edificio della sua argomentazione.

Avvalendosi della sua vasta e profonda cultura, l’autore espone una sorta di fenomenologia dei peccati, che sono esaminati in modo multiprospettico, sotto luci diverse. Il coinvolgimento del lettore è continuamente stimolato dal ricorso a trame e soggetti letterari di ogni epoca, tra i quali un’attenzione particolare è accordata alla mitologia e alle letterature latina e greca, nonché alla Commedia dantesca; a passi di scritti filosofici, a rappresentazioni pittoriche e trattati d’iconologia, a concetti psicoanalitici ed anche a citazioni cinematografiche di film d’autore.

In ultima istanza e nella loro più intima essenza, i vizi capitali consistono in abitudini inveterate al peccato e al male; essi, in quanto scaturiscono dal libero arbitrio dell’uomo e dalla sua facoltà di operare scelte deliberate rappresentano, in differenti modi e in diversa misura, una violazione del progetto di Dio sulla creatura umana, che si può esprimere e  riassumere nel precetto cristiano della carità. Chi persevera in un peccato non ama Dio, il prossimo e neppure se stesso.

Le porte del peccato è un libro per tutti, credenti e non credenti, perché in fondo ognuno di noi, leggendolo, non può non sentire un’eco della propria personalità e della propria vita. Come scrive François de la Rochefoucauld, scrittore moralista del Seicento nelle sue Riflessioni o sentenze e massime morali:

 «I vizi ci aspettano nel corso della vita come ospiti dai quali prima o poi bisogna passare. Dubito che l’esperienza servirebbe a farceli evitare nel caso ci fosse concesso di fare due volte la stessa strada».         


Giuseppe Di T.

it.wikipedia.org/wiki/Gianfranco_Ravasi
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categorie: italiano, attuale
sabato, 29 dicembre 2007

SE CONSIDERI LE COLPE di Andrea Bajani


SE CONSIDERI LE COLPE di Andrea Bajani

Einaudi, 2007
Pagine: 170
ISBN:
9788806187194
Prezzo: 14 €


Dopo le sferzanti denuncie dell’inquietante realtà del precariato, e le amare riflessioni sulle dirompenti condizioni sociali dell’opulenza consumistica, Andrea Bajani trova una nuova dimensione comunicativa perlustrando zone d’affetti e d’ombra.


 


Con Se consideri le colpe compone un libro che è un curioso miscuglio di relazione di viaggio, di diario privato e di romanzo, un liquido di contrasto iniettato nel circuito dei nostri pregiudizi.

Il protagonista di questo racconto tenero e coinvolgente sbarca in Romania apparentemente per assistere ai funerali della madre e per comprendere le motivazioni, che in un lontano giorno della sua infanzia, la condussero ad abbandonarlo con il padre adottivo per inseguire un progetto commerciale stravagante ed una passione amorosa mal riposta.

Ma presto il viaggio a Bucarest di Lorenzo si rivela un accurato espediente per allargare la visuale su di un paese stravolto dalla delocalizzazione, un fenomeno economico dietro al quale si dissimula una nuova forma di colonizzazione.  

Gli uomini che atterrano a Bucarest sono in cerca di fortuna. Hanno trasferito li le loro aziende, comprato terreni e fuoristrada ed innalzato capannoni con nomi italiani per mettere le mani su donne e denaro. Sono i nuovi pionieri di un’economia feroce, che non mira alla promozione delle risorse umane ma tende unicamente al loro sfruttamento e che con la presunzione di togliere il medioevo dalla testa di questa gente, compra la loro miseria per pochi soldi. Con i soldi sistemi tutto, i romeni vanno matti per i soldi.

Il protagonista si guarda intorno con un misto di inquietudine e curiosità, osservando con infinita tristezza l’infilata dei capannoni di lamiera, tirati su gli uni accanto agli altri così come l’opprimente presenza del palazzo di Ceausescu.  

Bajani incapsula le parole e gli aggettivi in maniera da vivificare gli ambienti narrati, disegnando con estrema leggerezza e con pudore una serie di immagini concrete e pur lievi, sempre avvolte in un’atmosfera molto tenue, riuscendo mirabilmente a gettare un fascio di luce sulle contraddizioni di una terra lontana squassata dall’avido furore di una devastazione morale.

Con ruvido disincanto egli spoglia il mondo delle sue tinte consolatorie, rendendoci digeribile, ancorché non accettabile, la crudeltà umana e le miserie della vita, accomunando la malinconia di un ragazzo che ha perduto la madre tra le voraci fauci dell’egoismo con il silenzio straziante di coloro che vivono di miseria e di risentimento.

Privo di acredine, l’io narrante si rivolge alla madre con un rimpianto nostalgico che nasce da una maniera di osservare il mondo ad un tempo distaccata e partecipe. Reggendo la lanterna dei suoi ricordi si addentra con pazienza e con determinazione nel buio di un’esistenza ricavandone un sentimento di straziante desolazione.

Hai cominciato a partire che ero piccolo. La prima volta è stato un viaggio di piacere, andare a trovare degli amici che avevano tentato la fortuna. Mi avevi disegnato il mondo sopra un foglio, la sera prima, e mi avevi fatto vedere dove andavi. Noi siamo qui, mi avevi detto, e domani io sarò in questo punto quaggiù. Avevi tracciato una riga con un pennarello rosso che partiva da casa e arrivava fin lì. È un ponte, dicevi, è come passare dall'altra parte del fiume. Così sotto il ponte avevamo colorato tutto di blu, avevamo riempito d'acqua l'Europa. Poi il foglio l'avevamo attaccato con lo scotch allo sportello del frigo, e lì è rimasto per gli anni a venire.

Scritto con un linguaggio duro ma poetico il racconto coinvolge profondamente il lettore che viene assorbito da una narrazione che si dipana lenta ed accattivante. E non si può non entrare in sintonia con un autore capace di sedurre con emozionante naturalezza e di commuovere con raffinata essenzialità espressiva.

Gian Paolo G.


 

Andrea Bajani, nato a Roma nel 1975, vive attualmente a Torino. Ha pubblicato “Morto un papa” Ed. Portofranco , “Qui non ci sono perdenti” Ed. Pequod, “Cordiali saluti” Ed. Einaudi, “Mi spezzo ma non mi piego”  Ed. Einaudi.  Per il teatro è coautore di “Miserabili”, l’ultimo spettacolo di Marco Paolini e “I mercanti di liquore”. Fa parte della redazione di Nazione Indiana, collabora con “La Stampa” e “L’Unità”.

postato da: Fabrieli alle ore 11:57 | link | commenti (4)
categorie: italiano, attuale
lunedì, 03 dicembre 2007

In memoria di Clemente Rebora


A cinquant'anni dalla morte di don Clemente Rebora risplende la figura e l'opera di quest'uomo per l'attualità della sua poesia.
(
Per gentile concessione della rivista In Purissimo Azzurro;
Copyright In Purissimo Azzurro - Tutti i diritti riservati).


Avevo adocchiato l’opera completa delle poesie di Clemente Rèbora già da un po’ di tempo in libreria, ma non avevo un buon motivo per spendere la pesante cifra (per me) per comprarlo. Ora finalmente la proposta di In purissimo azzurro di approfondire le poesie di Clemente Rèbora mi ha fornito un valido motivo nel compiere il passo verso l’aquisto.
Sono sempre stata attratta da Clemente Rèbora, da questa straordinaria figura di poeta del  primo Novecento dalla lirica forte, decisa, urgente, appodato poi alla conversione ed alla vocazione religiosa. Una storia emblematica. La mia attrazione era rimasta sulla soglia della curiosità: qualche lettura sporadica dei suoi versi, la vaga conoscenza della sua vita.
L’occasione di avvicinarmi di più a questo autore mi ha permesso di conoscere meglio la sua opera e di rendermi conto che come uomo e poeta Rebora non ha nulla da invidiare ai più grandi poeti italiani del Novecento, da Ungaretti a Montale a tutti gli altri.
C’è sicuramente un diffuso pregiudizio anti-cattolico nel mondo cultural-intellettuale italiano che ha portato nel corso del tempo ad un progressivo accantonamento della poesia di Rèbora: la conversione al cattolicesimo, la scelta di farsi prete con la conseguente altra constatazione dell’ “abbandono” della scrittura fino ai Canti dell’Infermità (il suo congedo poetico da questa terra), sono tutti elementi difficili da capire per chi vada scrutando il poeta non comprendendo quale forza intrinseca rigenerante possa derivare dall’avvicinarsi a Dio e dall’ intraprendere una nuova vita. Solo in tempi vicini a noi critici illuminati quali Contini, Betocchi, Bandini, Bo hanno iniziato un lavoro fruttuoso di vaglio dello stile personalissimo dell’autore e di spiegazione del suo alto contenuto morale e religioso.
La mia impressione è che ci sia bisogno di ancora più coraggio in campo critico-letterario per far emergere i contenuti pienamente cristiani di Rèbora.
E’ strano, ma il paese la cui letteratura nasce come poesia religiosa (si pensi ai cantici di San Francesco) è il paese che oggi vorrebbe fare a meno delle sue radici cristiane. Come se la poesia religiosa non avesse pieno titolo e cittadinanza nella nostra cultura, nella nostra nazione, varcate le soglie di questo nuovo millennio, e si potesse urtare la sensibilità dei lettori “laici” presentando la grandezza assoluta di un poeta cristiano. Leggendo l’apparato critico che ho potuto consultare, sia dai testi che dai manuali di letteratura, mi sono fatta l’idea che lo stile di Rèbora sia stato perfettamente spiegato fin nei minimi dettagli: la costruzione del verso, l’uso anomalo dei verbi (intransitivi usati come transitivi, preferenza per i verbi che esprimono azione),  l’espressonismo dei Frammenti lirici ed il simbolismo dei Canti anonimi, le sinestesie tutte particolari, un ventaglio di aggettivi di una freschezza ed immaginazioni assoluti, un procedere aspro e “petroso”, ecc.
Rimane invece ancora tanto lavoro per approfondire il il messaggio della sua opera, scavare nell’esperienza della sua vita, far emergere il contenuto cristiano che in filigrana è presente nella sua produzione poetica, magari anche là dove a prima vista non si vede. Ma per far questo è importante che critici cristiani se ne facciano carico. Perché solo un cristiano adulto nella fede sa riconoscere le metafore, le allegorie, i simbolismi e tutte le figure retoriche e gli artifici stilistici che usa un poeta cristiano.
Così alla luce dell’ “avventura cristiana” si comprende pienamente la parabola della vita di Rèbora: proviamo a partire dalla fine. I Canti dell’Infermità sono quanto di più alto, più lirico e più bello lui abbia scritto. Sono il compimento del suo cammino di fede e di carità alla ricerca di quell’amore per il prossimo e per l’universo intero in cui il giovane Rèbora voleva perdersi, confondersi, abissarsi. Ben si comprende allora come, dopo la conversione, non abbia più scritto per parecchi anni. Semplicemente è successo che ha trovato la sua via, o meglio, ha incontrato Qualcuno che l’ha riempito a tal punto che non è stato più necessario scrivere. Si scrive per comunicare, per colmare un vuoto ed un dolore, per assecondare all’urgenza del cuore. Ma quando quest’urgenza è assecondata nell’intimo, in ogni fibra del proprio essere, allora anche la scrittura può diventare un di più.
Infatti Rèbora ha intrapreso dopo l’ordinazione sacerdotale un percorso di “umiltà” e di “spoliazione” direi: i fogli che riguardano le sue attività dentro il Collegio Rosmini di Domodossola rivelano una scrittura semplice, lineare, quasi fanciullesca. Non c’è traccia del raffinato poeta ch’era stato un tempo, non c’è traccia dell’urgenza dei suoi sentimenti e delle descrizioni sofferte e tormentate della natura. Ora l’unica urgenza sembra essere rimasta quella della carità cristiana. Caritas Christi urget nos.
Riporto due poesie che mi stanno a cuore di Clemente Rèbora: Dall’imagine tesa e Pioppo severo.
La prima poesia è quella che chiude i Canti anonimi del 1922, che già contengono l’anelito al cambiamento, alla “vocazione”. L’incipit è emblematico in tal senso:

“Urge la scelta tremenda:
Dire sì, dire no
A qualcosa che so”.

(Da un frammento 1914)

E poi la stessa nota dell’autore: “Queste liriche appartegono ad una condizione/ di spirito che imprigionava nell’individuo quella/speranza la quale sta ormai liberandosi in una/ certezza di bontà operosa, verso un’azione/ di fede nel mondo. Esse ne sono testimonio e pegno/ di assoluzione”.

Dall’imagine tesa
Vigilo l’istante
Con imminenza di attesa –
E non aspetto nessuno:
Nell’ombra accesa
Spio il campanello
Che impercettibile spande
Un polline di suono –
E non aspetto nessuno:
Fra quattro mura
Stupefatte di spazio
Più che un deserto
Non aspetto nessuno:
ma deve venire,
Verrà se resisto,
A sbocciare non visto,
Verrà d’improvviso,
Quando meno l’avverto:
Verrà quasi perdono
Di quanto fa morire,
Verrà a farmi certo
del suo e mio tesoro,
Verrà come ristoro
Delle mie e sue pene,
Verrà, forse già viene
Il suo bisbiglio.

(1920)

Mancano otto anni alla conversione, a quel fatidico Novembre 1928, però già s’intravedono i segni della presenza di Dio.
L’imagine tesa fa pensare ad un crocifisso. Imagine è scritto volutamente senza una “m”, rimanda al latino imago: figura. E siccome siamo in una stanza, una figura tesa può essere benissimo il crocifisso.
“Non aspetto nessuno” si ripete tre volte, chiara numerazione biblica. Tutte le vocazioni hanno tre chiamate (Samuele, Pietro quando Gesù gli chiede “Mi ami tu?”, ecc.): quindi il poeta dice di non aspettare nessuno in particolare, ma di attendere lo stesso un evento che sta per compiersi. Di fatti usa il verbo “vigilo”. Sembra di sentire il Signore quando ci ammonisce: “Vigilate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora”.
E si “vigila” l’istante, il kairòs, il momento opportuno della svolta, quello in cui il Signore verrà e porterà con sé il premio alla nostra fedeltà, quel premio che per Rèbora poteva essere finalmente la “clemenza” (è sempre stato stupito del suo nome), la misericordia, la fede.
Le mura della stanza perciò diventano “stupefatte di spazio”, ecco il participio usato secondo l’abitudine di Rèbora di prediligere i verbi per generare il senso dell’azione; quella stanza – dice il poeta – contiene più spazio lei che il deserto intero. Per questo il poeta è stupefatto. Il deserto è il luogo privilegiato dell’incontro di Dio. Non si dà conversione senza deserto.
Il deserto è anche il luogo della manifestazione, dell’epifania: Mosè nel roveto ardente, sul Sinai, Gesù nel deserto, ecc; è per questo che il poeta è certo: “deve venire” Qualcuno, “Verrà se resisto”, come Giacobbe che lotta con l’angelo e gli resiste, sa che deve lottare contro di lui. E’ un genere di attesa che reca in sé un combattimento, uno “stare per compiersi”.
Il venire è caratterizzato da doni precisi: sarà perdono, tesoro, ristoro. Sembra di leggere tra le righe che questo Qualcuno porterà fede (con la fede si domanda il perdono dei peccati), speranza (“Verrà a farmi certo”), carità ( “ristoro/delle mie e sue pene”).
Come si può notare queste osservazioni sono del tutto personali, frutto della mia adesione sincera alla fede cristiana. Però illuminano il testo e gli forniscono spessore, calore, traspare la lotta di Rèbora per aderire al cristianesimo come Giacobbe in lotta con l’angelo. Ed è solo una parafrasi “cristiana” che può mettere in luce questi aspetti.
A chi contestasse che tutte queste annotazioni sono mie, e che Rèbora non intendesse esprimere tutte queste cose, io obbietto presentando la vita intera di Rèbora. Una vita che si è schiusa alla fede, alla Chiesa, e che sicuramente conteneva già in sé i semi della vocazione. E’ lecito supporre (certo qui la mia competenza si ferma) che Rèbora avesse letto la Bibbia e la conoscesse. D’altronde al momento della fatidica conferenza in quel Novembre 1928 (quella che i critici prendono come punto di riferimento della “conversione”) Rèbora doveva commentare Gli atti dei martiri scillitani per una serie di conferenze sulle religioni. E quella sera toccava al cattolicesimo.

Invece “Il pioppo” fa parte dei Canti dell’Infermità.

 “Vibra nel vento con tutte le sue foglie
il pioppo severo:
spasima l’anima in tutte le sue doglie
nell’ansia del pensiero:
dal tronco in rami per fronde si esprime
tutte al ciel tese con racconte cime:
fermo rimane il tronco del mistero,
e il tronco s’inabissa ov’è più vero”.

 7 Ottobre 1956

 Anche qui come non accorgersi della presenza di un elemento cristiano di massima importanza: il “tronco” rimanda all’albero per eccellenza, quello che i mistici medievali chiamavano “l’albero della salvezza”, cioè la croce di Cristo; che poi diventa, nella meditazione e riflessione, la nostra croce personale. “Il tronco del mistero” è la croce, che s’inabissa nell’infinito amore di Dio Padre, “ov’è più vero”. Il tronco affonda le radici nella terra, in quel seme che gli ha donato la vita morendo. La terra è metafora sia della morte, dell’elemento naturale dentro il quale ritorneremo (“ricordati che sei polvere e in polvere ritornerai”; il tema della caducità delle cose è molto caro a Rèbora), sia della risurrezione, perchè ricorda il gesto d’amore del seme che morendo dà la vita all’albero.
L’anima che spasima nelle sue doglie rimanda alla Lettera di San Paolo ai Romani, là dove dice che la creazione geme e soffre le doglie del parto in attesa della redenzione. Tra l’altro la costruzione dei versi richiama anche visibilmente il ritmo del dolore del parto: contrazione lunga (verso lungo, con rima: foglie/doglie) – contrazione corta (verso corto, con rima: severo/pensiero).
Come si vede sono riferimenti che indicano la profonda lettura cristiana che è si può e si deve fare di Rèbora.
Spero che queste mie annotazioni possano servire a diffondere l’opera del poeta, ad aumentare la voglia di leggere le sue poesie.

Elisabetta Modena

http://www.inpurissimoazzurro.org/novembre_2007.htm
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martedì, 27 novembre 2007

Humanitas opus est. PAGANO di Gianfranco Franchi


Humanitas opus est. PAGANO di Gianfranco Franchi

Associazione Culturale Il Foglio, 2007
Pagine: 150
ISBN: 9788876061585
Prezzo: 10 €



Gianfranco Franchi è un intellettuale di trent'anni alle prese con una società insensibile ai profondi valori della cultura. Egli ne denuncia l'imbarbarimento derivante dalla condizione di precariato, che vessa in modo particolare i giovani della sua generazione, privandoli di progettualità e consegnandoli ad una visione puramente edonistica e frugale della vita.

Certo il suo tentativo di ricercare le proprie radici nel Pagus non costituisce di fatto una chiusura nei confronti della religione cristiana. Il suo appello è rivolto a tutti gli uomini di cultura affinchè si facciano carico di riavviare il motore spento della vita spirituale di milioni di persone. Franchi non è una persona interessata ai dubbi, in quanto portatori sani del virus nichilista; ma cerca ardentemente certezze che possano rischiare il cammino e fare giustizia di un pensiero dominante che vuole ad ogni costo privarci della nostra anima. 

Dinanzi ad una regressione socioculturale sempre più diffusa, Franchi si confessa, in questo antiromanzo, ammorbato da una forma di pessimismo antropologico e ritiene che occorra lottare per far emergere un nuovo centro culturale. Lo stato di precarietà in cui versa la generazione nata dalla crema dei sessantottini spalanca dinanzi a sé uno scenario privo di progettualità, in cui il quotidiano diviene scialo e si realizza nella ritualità delle convenzioni e nell’omologazione dei comportamenti.

La civiltà è ormai preda di ritmi disumani, che ci sottraggono giorno dopo giorno forza, idee e sapere, mentre il privilegio del denaro unito allo snaturamento del senso comune producono una costante inquietudine nelle nostre coscienze.

Partendo dunque dall’amara constatazione di vivere in una società di bassa cultura e popolata di selvaggi abitanti di un modo irrimediabilmente votato al decadimento, l’autore decide di partire per un viaggio che spera possa condurlo a riappropriarsi del tempo dell’humanitas. 

E non sembri, l’utilizzo di questo termine, il vacuo ricorso ad una dotta citazione, o peggio un eccessivo atto di fiducia nei suoi propositi.

No, Franchi non appartiene a quella categoria di persone che pensa di aver trovato nel passato l’utopia per criticare il presente; ma piuttosto a quella di un sapiente umanista, affetto da una sorta di religiosità letteraria, da un religioso amore per il patrimonio storico, letterario della propria nazione.

Il suo atteggiamento lo assimila in maniera del tutto inequivocabile alla figura di quegli antichi umanisti, i quali non badarono unicamente a riproporre i valori di un mondo passato, ma inventarono addirittura l’antichità, creando una nuova mitologia fondativa della cultura europea.

A tal proposito egli sgombra subito il campo da ogni possibile equivoco, chiarendo fin dalle prime pagine che le origini della cultura europea non vanno cercate nella precaria tradizione giudeo-cristiana, come molti sono portati a credere, ma in quella illuminante, raffinata e radiosa dell’universo pagano.

Franchi rifugge dal sentimentalismo buonista e combatte da par suo la montante deriva civile convinto solo che l’etica affondi le radici nelle leggi non scritte degli dèi, quelle che in ogni caso non possono essere mai violate.

La via maestra è quella della messa in valore della cultura; una via che porta, attraverso la riflessione e la dotta consapevolezza, inevitabilmente tra i silenzi inquietanti della solitudine.

E’ questa la ragione per cui non potremo parlare in questo caso di una fuga dal mondo nel compiacimento della propria personale erudizione, ma del ricorso ad uno strumento necessario di rieducazione al senso del bello e della virtù.

I libri costituiscono per lui una frequentazione ineludibile, una fame di quella menzogna letteraria e spirituale che non può non chiamare infinito, la necessità impellente di contrastare l'invasività di un mondo che produce la fine di ogni sacralità.

Egli scrive in preda all’emergenza espressiva di una tensione liberatoria, consegnandoci un testo che non costituisce una maniera distaccata di osservare il mondo, né il tentativo di trascenderlo; ma che è la vibrante presa di posizione di un intellettuale, cui non fanno difetto il coraggio, la sincerità e la crudezza verbale. Ovunque impazza il sarcasmo disincantato di uno scrittore caustico, ribelle ed insolente, che dispensa in maniera equanime i propri strali all’imprenditore brianzolo filoyankee e all’imbolsito professore universitario, dal sorriso bonario.

Chiunque intenda ancora opporsi alla banale adorazione del presente come il migliore dei mondi possibili, troverà in Pagano le tracce inconfondibili di una letteratura di vibrante testimonianza civile.

 

EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE

Gianfranco Franchi (Trieste, 1978), narratore, poeta e critico letterario romano e mitteleuropeo. 

Gianfranco Franchi, “Pagano”, Il Foglio Letterario, Piombino 2007.
Prefazione di Gordiano Lupi. Postfazioni di Francesca Mazzucato e Patrick Karlsen.

Gian Paolo G.



www.kultunderground.org/articoli.asp

www.lankelot.eu/

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martedì, 30 ottobre 2007

DIVISO DUE di Susanna Sarti


DIVISO DUE di Susanna Sarti

Edizioni Creative, 2006
Pagine: 139
ISBN:
88-89841-14-1
Prezzo: 11 €

Sally Marlow, avvocato penalista, quarantenne, capelli rossi, occhi azzurri e penetranti, due gambe da far girare la testa, era una donna molto originale, intelligente ed attraente, che esercitava un fascino magnetico sugli uomini.


Sapeva di sesso, di quella forza ancestrale che la donna racchiude in sé fin dalla notte dei tempi, di quell'abisso profondo che talvolta si ha paura di sondare. Una fluido tormentoso che scorre come un falda sotterranea ma che
alla fine è destinato a riemergere alla luce con una prorompente carica di vitalità. Una forza che, dietro l'apparente sembianza di una donna assorbita dalla propria carriera, si rivelava in lei in tutta la sua potenza devastante, rendendola avida di una dimensione autentica della vita. Ricca di fantasie erotiche, desiderosa di sentirsi donna capace di concedersi al proprio compagno liberava con passione il proprio bisogno trepidante di piacere e di sensualità femminile, consapevole che l'amore è un frutto delizioso che va gustavo fino in fondo.

Bastava guardarla negli occhi per provare un orgasmo mentale indescrivibile.

Ma il destino le avevo teso un vile agguato mortale, logorandola inesorabilmente tra le spire dolorose e soffocanti di un tumore al pancreas.

Di lei, seguendo gli estri della sua ebbra vitalità tesa alla ricerca di una vita pervasa da intense emozioni, ci parlano suo marito Michael ed il suo amante Robert con due racconti entrambi venati da una comune afflizione intensa e palpitante.

Apprezzabile la strategia di consegnarci il ritratto indimenticabile di questa donna facendo leva su due diversi punti di osservazione, che consente all'autore di esplicitare emozioni e sentimenti che attraverso una diversa modalità di scrittura sarebbero andato persi.

Michael dopo averla conosciuta in occasione di una cena indetta da un amico ne era rimasto immediatamente ammaliato e dopo un breve ma intenso periodo di frequentazione si erano sposati dando vita ad un menage famigliare che lo aveva avvolto in un aura di felicità tale da renderlo insensibile a quello stato di inappagante consuetudine di cui Sally al contrario era rimasta vittima. In quel varco lasciato incautamente aperto si era insinuato Robert, un giudice divorziato, che aveva rievocato in lei l'eterno richiamo febbrile della passione, una seduzione invincibile alla quale nessuna forma di educazione sentimentale può resistere. Benché il suo ruolo le consentisse solo di lambire una parte marginale della sua esistenza, le aveva rinvigorito lo spirito rievocando l'incanto suggestivo del sogno, infondendo nuovo alimento alla sua adrenalina, restituendole le ali per volare.

Susanna Sarti ama la sua protagonista, e la sottrae volutamente ad ogni forma di giudizio morale, consapevole che la fame d'amore è più forte di qualsiasi senso di colpa. Pur condensando nella loro esigua essenzialità i temi dell'amore e della ricerca della felicità ella ci conduce ad un passo dall'anima, proprio là dove si spalanca il baratro di una scelta sofferta. Al termine della sua vicenda Sally, prende consapevolezza che la passione amorosa non può che costituire solo l'incipit di una storia d'amore, e che il mantenimento di un rapporto di coppia è un'esperienza che richiede invece impegno costante e condivisione. Per questo motivo ella non prenderà mai in considerazione l'idea di lasciare il marito a cui si sente legata nondimeno da un profondo sentimento d'amore, che la poterà a condividere con lui i momenti dolorosi legati all'infortunio di cui sarà vittima Michael, così come ad abbandonarsi alle premurose cure di quest'ultimo fin dai primi momenti della sua malattia mortale. Questo calvario che deciderà di attraversare accanto al marito, dopo aver definitivamente abbandonato Robert, costituirà per lei il momento culminante di un percorso di maturità che segna a mio avviso il più alto riconoscimento del valore assoluto del matrimonio. I suoi personaggi sono quanto di più quotidiano e vicino a noi si possa immaginare e non si può evitare di entrare in sintonia con loro provandone le stesse emozioni ,lo stesso dolore, la stessa disperazione; mentre nell'abbraccio finale tra i due uomini anche noi ci stringiamo a loro commossi e malinconici con pari necessità di conforto.

Il libro, veloce e scorrevole, lo si divora in poco tempo, restando sedotti con naturalezza dall'utilizzo di una scrittura fluida ed essenziale.

EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE

Susanna Sarti, nata a Bologna, attualmente vive a Faenza. Prima di dedicarsi alla letteratura, è stata dirigente di Banca nella sua città natale. Ha esordito nella narrativa nel 2003 con "Luca" (Stefano Casanova Editore, Faenza) , seguito nel 2005 da "Maledetto" Editino Edizioni, Treviso) e nel 2006 da "K" (Girali editore, Bologna).

Gian Paolo G.

www.susannasarti.com
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lunedì, 15 ottobre 2007

L'ESTATE DELL'ALTRO MILLENNIO di Umberto Piersanti


L'ESTATE DELL'ALTRO MILLENNIO di Umberto Piersanti

Marsilio, 2001
Pagine: 414
ISBN: 8831776606
Prezzo: 17,18 €



Quasi alla stregua di un pensatore votato alla dimensione tragica della modernità, Umberto Piersanti con questo suo libro riporta improvvisamente indietro le lancette dell’orologio all’estate del 1939, individuando in quella data uno snodo essenziale della storia che aprirà uno squarcio non ricomponibile sulla tranquillità della vita di una comunità di giovani e sullo scenario a lui caro di Urbino e delle Cesane.



   Il mondo del ’39, che certo non era bello perché quella guerra l’aveva voluta e preparata, ma insomma quel mondo dove ancora non esisteva l’atomica, finito, finito per sempre.

  
Diversamente dalle sue precedenti opere poetiche La Breve Stagione, Il tempo differente, Passaggio di sequenza, I luoghi persi, e dal romanzo L’uomo delle Cesane, in questa circostanza i personaggi, muovendosi all’interno di un contesto storico ben delineato, escono dall’aura fiabesca del borgo rinascimentale e dall’ incantevole e consueto scenario naturale che ben conoscono i suoi affezionati lettori, per essere catapultati in un percorso non già di formazione ma di duro scontro con la realtà esterna che ne segnerà profondamente il destino.

  
Mentre la rovinosa disfatta nel deserto di El Alamain spezzerà con la morte la gioia di vita spensierata e gaudente, il coraggio e l’eroismo di Ettore Venanzi, la feroce e crudele campagna di guerra nei Balcani legherà i destini di Marco Petroni, poeta malinconico e studente di Urbino travagliato da amore non corrisposto per la bella aristocratica Laura Albani, e di Franco Duranti, contadino ben radicato alle tradizioni e ai sapori delle Cesane, con un filo che congiunge città e campagna, splendore architettonico rinascimentale ed incanto naturale atavico.

  
Seguendo il tragitto di Marco, autentica coscienza etica del libro, l’autore ci conduce con rara accuratezza di dettagli attraverso i muri, la ragnatela di vicoli angusti, le abitazioni, il Caffè Grande al centro della piazza con quell’orologio che gli Urbinati ritengono essere il centro dell’universo, lungo i torrioni, nell’elegante cortile e nella Sala delle Veglie del Palazzo ducale, costruito nella seconda metà del quattrocento da Luciano Laurana, facendoci assaporare quell’atmosfera sospesa e metafisica in cui la città è rimasta assorta come per incanto nelle tele di Piero della Francesca, Raffaello e Barocci. E qui il protagonista ritornerà alla fine della guerra e dell’esperienza partigiana riuscendo a portando con sé il pesante fardello del dolore, la coscienza amara dei sogni infranti ed un senso di impossibilità al riadattamento sociale.

  
Franco, invece, pur provato dalle atrocità vissute tra le alture selvagge del Durmitor, riuscirà a reintegrarsi nell’armonia del suo pattern ambientale sposandosi ed allargando il proprio nucleo famigliare proprio tra gli altipiani aspri e frastagliati delle Cesane. Siamo alle falde dei monti Nerone, Catria e Petrano , tra dense fratte di verde, calanchi di genga liscia e argentea, dove le piante disegnano percorsi fitti e aggrovigliati con tutta una serie di epifanie di olmi, carpini, quercelle, erba spagna e fiori dai colori squillanti ed i profumi intensi, nella cui descrizione Piersanti si prodiga con la stessa accuratezza di un esperto botanico.

  
Restando fedele alla sua innata vocazione rievocativa di cantore di un mondo rurale ormai scomparso, anche in questo romanzo il grande poeta marchigiano adotta il linguaggio dell’oralità contadina tipico del parlato pesarese, mescolandovi talvolta espressioni dialettali per dare vita ad un lessico del tutto originale nell’ambito della letteratura italiana, consegnandoci un’opera tra le più evocative che mi sia capitato di leggere.

EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE

Umberto Piersanti è nato nel 1941 ad Urbino, dove risiede attualmente e dove insegna all’università. Dirige la rivista Pelagos ed è autore dei libri di poesia  La Breve Stagione (1947, Il tempo differente (1974), L’urlo della mente (1977), Nascere nel ’40 (1981), Passaggio di sequenza (1986), I luoghi persi (1944), Nel tempo che precede (2002) di romanzi L’uomo delle Cesane (1994), L’estate dell’altro millennio (2001), Olimpo (2006).

Cantore di un mondo rurale ormai perduto che evoca mediante il linguaggio dell’oralità contadina venata di suggestioni della tradizione classica italiana.


Gian Paolo G.

www.umbertopiersanti.it/la_stampa.php
www.progettobabele.it/autori/umbertopiersanti.php
literary.it/rubriche/dati/intervista/bettiol/umberto_piersanti.html
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martedì, 25 settembre 2007

PONZIO PILATO. CHE COS'E' LA VERITA' a cura di Armando Torno


PONZIO PILATO. CHE COS'E' LA VERITA' a cura di Armando Torno
Con un intervento di Massimo Cacciari

Tascabili Bompiani, 2007
Pagine: 88
ISBN: 9788845258558
Prezzo: 9 €


Il breve ma denso saggio curato da Armando Torno si presenta come un’accurata indagine su un delle figure più controverse del Nuovo Testamento: il prefetto della Giudea Ponzio Pilato. 







Tale tentativo di ricostruire, per quanto è possibile, la personalità del governatore romano, è la condicio sine qua non per gettare luce sul senso di quella domanda la cui eco risuona ancora, dal fondo dei secoli, con tutto il suo fascino e tutto il suo alone di enigmaticità: che cos’è la verità? Per questa ragione, il curatore si avvale di un dovizioso corredo di fonti. Oltre ai passi dei vangeli canonici che riportano il colloquio tra Pilato e Gesù, si dà voce anche alla testimonianza dei vangeli apocrifi, dello scambio epistolare apocrifo tra il prefetto e l’imperatore Tiberio, del racconto di Anatole France Il procuratore della Giudea.

   L’interrogativo che Pilato pone al Cristo s’imbatte nell’eloquente silenzio di quest’ultimo; la possibilità di dare diverse risposte rimane aperta e da allora la domanda sulla verità non ha cessato di ripresentarsi, puntualmente, sulle vie del pensiero e della fede. Lo scopo della ricerca di Torno è proprio quello di «non rimanere ulteriormente in silenzio in mezzo a tutte le possibili risposte» (v.pag.22). Naturalmente, senza la pretesa di trovare risposte esaustive.

   L’intervento di Massimo Cacciari, a mio giudizio, ha il merito di far emergere i fondamentali risvolti problematici di quel dialogo che ha messo di fronte, come lontanissimi interlocutori, il rappresentante del potere imperiale di Roma e il Nazareno che diceva di essere il Messia, il Figlio di Dio. Lontanissimi in quanto non ci può essere vera comunicazione tra di loro; Pilato intende la verità in un’accezione eminentemente giuridica, per cui vero è ciò che è realmente accaduto, nella misura in cui il dibattimento riesce ad accertarlo. Si tratta di un concetto non molto lontano da quello dell’aletheia della filosofia ellenica, per cui la verità è l’idea dell’ente che, nel suo disvelarsi, si rende conoscibile. Gesù afferma di essere lui la verità, che coincide con la sua realtà storica e umana. La verità in lui si è rivelata, incarnandosi in un uomo concreto, storicamente determinato. Per la mente di Pilato «vera è la proposizione che si conforma secondo necessità con l’ente o col fatto da “giudicare”, che costringe all’assenso grazie a tale sua adeguatezza. L’apparire del Vero non libera, ma piuttosto obbliga. E salva solo dall’errore. La verità che è Gesù, invece, libera perché dona vita, vera vita, vita eterna, perché salva dal peccato che è morte» (v.pag.31). Forse Pilato intuisce l’abisso che separa la sua idea di verità, frutto della cultura greco-romana, e quella di cui parlava Gesù. Certo è che il magistrato, trovandosi nella situazione di dover giudicare-asserisce Cacciari-cerca almeno di non farlo.

   Il suo quesito, dopo duemila anni, suona ancora quale monito attualissimo per tutti coloro che, presumendo di avere la verità in tasca, giudicano ritenendo in tal modo di essere “figli di Dio”. Inoltre, mi permetto di aggiungere, potrebbe suonare come monito per tutti coloro che nutrono una fiducia assoluta e incondizionata nelle possibilità della ragione umana; forse Pilato, in modo inconsapevole, ancora oggi con la sua domanda sulla verità ci rivolge lo stesso ammonimento che il sommo poeta mette sulla bocca di Virgilio, in quei meravigliosi versi del terzo canto del Purgatorio:

State contenti, umana gente, al quia;
ché, se potuto aveste veder tutto,

mestier non era parturir Maria".

 

Giuseppe Di T.


www.zam.it/home.ph
www.filosofico.net/cacciari.htm
it.encarta.msn.com/encyclopedia_761553337/Ponzio_Pilato.html

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mercoledì, 12 settembre 2007

NEL TEMPO CHE PRECEDE di Umberto Piersanti


NEL TEMPO CHE PRECEDE di Umberto Piersanti

Einaudi, 2002
Pagine: 166
ISBN:
9788806152574
Prezzo: 13€



Cantore di un mondo ormai in parte perduto, quello agricolo e pastorale delle Cesane (catena collinare tra Urbino e Fossombrone), uno spazio panico e antropologico pregno di misteri e riti antichi senza tempo, che egli ama come fosse il corpo di una donna ed a cui è legato da quello stesso senso della terra che già fu di Cesare Pavese, Piersanti ha in Pascoli e Leopardi i suoi numi tutelari.



Striato da case in rovina il profilo desolato, aspro e impenetrabile delle Cesane ha nella figura archetipa del pastore una costante presenza armonica al centro di immagini e leggende che l'autore trasfigura attraverso un linguaggio poetico denso, suscitando anche in questo libro lo stesso potere evocativo già apprezzato in "I Luoghi persi".
   Mediante una vibrazione di timbro leopardiano e l'accurata ossessione pascoliana con cui reperta nomi di ogni specie animale e vegetale, egli disseppellisce dalle rovine prodotte dagli effetti immemori della tempesta quotidiana questo estremo lembo di civiltà da cui emana un profumo di umanità diversa, più autentica. Si tratta di un'epopea sospesa tra le miti screziature di uno scenario atemporale ove il sentimento estetico del poeta si distende sistematicamente in felici sequenze di endecasillabi comuni, rivelando un trepidante bisogno di lirica.
   Con la stessa forza evocativa con cui si sottrae all'amalgama massificatorio del sociale, restituendo il poeta al ruolo più consono di individuo in lotta contro il destino, egli rivendica, mediante l'impiego del metro più tradizionale, la decisività del fattore musicale nel costituirsi della poesia, schiudendo un varco salvifico e non solo consolatorio verso la bellezza.

Gian Paolo G.

www.italialibri.net/opere/neltempocheprecede.html
it.wikipedia.org/wiki/Umberto_Piersanti
www.progettobabele.it/autori/umbertopiersanti.php
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lunedì, 03 settembre 2007

LE ALI DELL'ANIMA di Reno Bromuro


LE ALI DELL'ANIMA di Reno Bromuro

Edarc Edizioni, 2007
Pagine: 256
ISBN:
978-88-86428-32-3
Prezzo: 15€



Dell’illustre parabola biografica di  Reno Bromuro, costellata di ampi riconoscimenti, di famose frequentazioni culturali e di numerose pubblicazioni, fino ad oggi avevo avuto il piacere di apprezzare solo la cifra poetica non già il talento di romanziere. Deciso a colmare questa lacuna ho acquistato la sua ultima fatica editoriale, il romanzo “Le ali dell’anima”, dalla cui lettura ho ricavato una gradevole piacevolezza.


Si tratta di una storia meravigliosa, profonda, coinvolgente che non vorresti finisse mai e che si legge tutta d’un fiato come un bicchiere di acqua fresca in un giorno di solleone.

Fin dalle prime pagine l’autore rivela una raffinata capacità descrittiva quasi inconsapevole, incidendo le immagini con la stessa precisione del pittore sulla tela  e portando la scrittura ad un alto grado di rifinitura.

Pur non muovendosi in una dimensione autobiografica, egli ci consegna attraverso il personaggio di Giovanni, il naufrago esistenziale, il presbite dell’anima, l’albatro baudeleriano deriso dalla ciurma, in cui non solo è facile intuire momenti della vita dell’autore ma addirittura rinvenire la caratteristica inconfondibile di ogni poeta e di ogni artista.

Reno Bromuro non tratteggia in queste pagine un percorso biografico lineare, ma passando attraverso l’infaticabile ricerca d’amore di Giovanni, l’afflizione intensa e disincantata della moglie Marilena, il delicato trasporto sentimentale di Mavie ed il prezioso contributo delle altre presenze femminili che ruotano attorno al protagonista, dipana la matassa di un intenso e coinvolgente romanzo sentimentale, facendoci vivere tutta una vita di affetti, di slanci e di rinunce amare.  

Chiudendo il libro ho provato un autentico sentimento di gratitudine per questo straordinario letterato che giunto al vertice della sua carriera ha deciso di avventurarsi nel labirinto ove sono racchiuse le ragioni che fanno di un artista una creatura fragile ed incompresa, ha affrontato il Minotauro ed è risalito a raccontarcene la storia.

Gian Paolo G.

www.edarc.it/Autori/Bromuro_Reno/Le_ali_dell_anima.htm
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giovedì, 30 agosto 2007

ESTASIA - DANNY MARTINE E LA CORONA INCANTATA di Francesco Falconi


ESTASIA - DANNY MARTINE E LA CORONA INCANTATA di Francesco Falconi

Armando Curcio Editore, 2007
Pagine: 511
ISBN: 88-95049-08-x
Prezzo: 14,90 €



Francesco Falconi ci stupisce con questo romanzo fantasy, sua opera prima, che si ritaglia un posto indipendente nel mondo della letteratura di genere.
     A dispetto, questo, delle sue molteplici fonti di ispirazione.





Può sembrare un paradosso, ma il primo volume di Estasia appare davvero un'opera indipendente per motivazioni, immagini e motivazione delle immagini, nonostante in questo romanzo ci sia parecchio di molti altri romanzi.
   Ma andiamo con ordine.
   Lo stesso autore ha sempre ammesso di aver scritto la prima parte del romanzo quando aveva 13 anni e di essersi lasciato impressionare dalla bellezza e dalla fantasia narrativa presente ne La Storia Infinita di Michael Ende. La prima metà del romanzo ripropone scene e situazioni presenti in quel romanzo dell'adolescenza. Tuttavia, non ci si può fermare qui. Bisogna anche aggiungere che altre fonti ispirative sono indubbiamente Il Signore degli Anelli di J. R. R. Tolkien e La Divina Commedia di Dante Alighieri.
   Esempi alti, indubbiamente. Ho letto parecchie critiche rivolte all'opera di Falconi proprio a causa della sua somiglianza con Ende, senza tuttavia, leggere altrettanto riguardo all'altra importante ispirazione dovuta a Dante. Come si può definire questo atteggiamento? Sbadataggine o contrapposizione-a-tutti-i-costi? Non mi esprimo.
   Purtroppo (o per fortuna!) non sono d'accordo con chi ha mosso questo genere di osservazioni, soprattutto per un motivo:
- Falconi non ha copiato nulla ma ha rimaneggiato con un'intelligenza e una sapienza culturale notevole del materiale conosciuto.
   Indubbiamente mi attirerò parecchie critiche con questa affermazione, eppure è ciò che penso.
   Le situazioni in questione sono sapienti riletture in una chiave tutta personale e intimista dell'autore stesso. Ogni situazione presentata nella prima parte del romanzo (per farla breve, quella imputata di essere somigliante a La Storia Infinita) viene ripresa e riletta con ottica oserei dire cripto-cristiana nella seconda parte, di ispirazione dantesca.
   La scrittura è molto piacevole, piana e appropriata (a parte un Prologo che non ho ben capito se sia sfuggito di mano all'editor) e Falconi dimostra di saper affrontare bene la narrazione, con cognizione di causa su ciò di cui racconta. Dosa le parti, le proporzioni sono mantenute dentro e fuori i capitoli. Insomma, è un romanzo armonico.
   Lo consiglio, soprattutto ai ragazzi: è una lettura densa di valori e situazioni intriganti. Non vi lascerà fino alla fine.

Fabrizio V.

www.estasia.net/
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domenica, 19 agosto 2007

I BOSCHI DELLA LUNA di Giuseppe Festa


I BOSCHI DELLA LUNA di Giuseppe Festa

Titolo: I Boschi della Luna
Larcher Editore, 2006
isbn 88-88583-18-1
10€





Giuseppe Festa, bardo della Terra di Mezzo, o più sobriamente cantante e musicista dei Lingalad, ci regala questo romanzo, non molto lungo, neppure breve. La domanda alla base di questa narrazione è: cosa succederebbe se la nostra civiltà si trovasse di colpo deprivata dell'elettricità?



L'autore risponde immaginando le possibili conseguenze, creando uno sviluppo che ha del fantasy senza esserlo veramente, nel tentativo di aiutare a riscoprire la magia della natura.

Personalmente ritengo che ci sia riuscito.

Il racconto inizia e prosegue velocemente, senza uno stile pretenzioso quanto, piuttosto, sobrio e semplice. La vicenda del protagonista, Jari Halo, ci interessa perché è il ragazzo che è in tutti noi. Vogliamo tutti sapere cosa saremmo disposti a fare nel momento in cui la nostra tecnologia facesse un passo indietro.

E qui c’è, secondo me, uno degli aspetti più belli del romanzo: la natura. Una natura che sa ancora mostrare una sapienza che viene dall’alto, sapienza che risiede nella bellezza mostrata non appena le luci della tecnologia spengono il loro eccessivo bagliore. Non è detto esplicitamente, ma è lasciato a un sottinteso fine e raffinato, oltre che poetico: c’è qualcun Altro pronto a parlarci nel momento in cui tendiamo l’orecchio.

La storia non è banale tanto meno scontata (il pericolo è sempre dietro l'angolo, in questo genere di narrazioni al limite dell'utopico) ma sa cogliere di sorpresa il lettore perfino al termine del romanzo.

Complimenti a Giuseppe Festa, cantore della Terra di Mezzo e non solo. Se voleste acquistare il romanzo potete farlo visitando il sito www.lingalad.com.


Fabrizio V.

www.larchereditore.com/catalogo/libro.asp
www.lingalad.com
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giovedì, 09 agosto 2007

IMMORTALE ODIUM di Rino Cammilleri



IMMORTALE ODIUM di Rino Cammilleri

Immortale Odium
Rizzoli, Milano 2007
pp. 398
codice ISBN: 978-88-17-01511-0
prezzo: 19 euro


“Qualcuno ha riesumato un’antica società segreta.
Qualcuno ha suggerito un piano grandioso.
Qualcuno ha indicato il modo per metterlo in atto.
Il resto è andato avanti da solo”.
Questa la quarta di copertina.


  E sull’aletta interna della copertina del libro si legge:
Roma, 13 Luglio 1881. Il buio della notte è rischiarato dalle fiaccole che accompagnano la salma di Pio IX dal Vaticano alla chiesa di San Lorenzo in Lucina. Ma piomba sul corteo funebre una banda di fanatici anticlericali. Vogliono gettare la bara del Papa nel Tevere. I reduci dell’assalto, a ricordo dell’impresa, si fregiano di una medaglia con la scritta “Immortale odium et numquam sanabile vulnus”.
Tanti anni dopo, qualcuno comincia ad ucciderli uno ad uno. Don Gaetano Alicante, ex poliziotto e sacerdote sui generis, si mette in moto. Lo affianca il figlioccio don Nicola, gracile e perennemente logorato dai suoi stessi pensieri.
Guidati su una pista inattesa durante un rito di esorcismo a cui si trovano ad assistere, i due presto si accorgono di avere a che fare con un nemico inafferrabile, potente, mefistofelico.
Anche un commissario di polizia, massone e scettico, sta indagando sugli omicidi. E c’è una società segreta che si riunisce in un luogo misterioso nei pressi di Napoli. E’ in atto un piano infernale che deve assolutamente essere fermato. Prima che sia troppo tardi. Ambientato in un’epoca sconvolta da ideali violenti, delitti efferati e passioni mai sopite, Immortale Odium prende le mosse da un fatto storico per indagare gli aspetti più torbidi dell’animo umano e il lato oscuro del potere”.
Precisato il riassunto della nuova fatica letteraria di Rino Cammilleri (da non confondere con Andrea Camilleri creatore del fortunato commissario Montalbano; entrambi però sono siciliani), mi accingo a proporre una mia riflessione sul libro.
La prima cosa che salta agli occhi, anche dei lettori profani o digiuni di narrativa di matrice cattolica, è che qui abbiamo per le mani un libro dalla trama avvincente, che trascina il lettore fino all’ultima pagina. Lo stile è secco, preciso, sciolto, ironico al punto giusto, che non si perde in inutili descrizioni, che mette a fuoco ogni elemento nella sua giusta misura. Sembra di leggere un best-seller, solo che – caspita – è un best-seller cristiano!
Tanto di cappello a Cammilleri che con questa “operazione” letteraria (mi si passi il termine) contribuisce a rompere il pregiudizio nella mente di tanti lettori secondo cui il romanzo cristiano è qualcosa di prolisso, noioso e poco moderno.
La seconda cosa che fa amare il libro è il suo contenuto storico. Davvero impressionante. Anzi, è proprio la mole di fatti storici citati a dare spessore a questo romanzo e a conferirgli un valore di “testimonianza” del clima di quell’epoca. Vale la pena leggerlo anche solo per farsi un’idea di cosa sia stata la massoneria, di quale smisurato odio abbia covato nei confronti della Chiesa e dello Stato Pontificio.
L’unica pecca, a mio avviso, è il fatto che in alcuni punti gli excursus storici prevalgano sulla trama e sui personaggi: pur non diventando mai pesante la trattazione, tuttavia il lettore ha l’impressione che in quei punti la penna sia scivolata di mano all’autore e che questi si sia concesso alla vis polemica contro le birbonate dei massoni e dei fanatici della setta dei Maccabei. Insomma, la storia eccede al racconto, se così si può dire.
Per carità, sono indugi assai godibili e dunque perdonabili: in questi casi si sente l’impronta apologetica dello scrittore.
E veniamo ai personaggi. I tre principali, Don Gaetano Alicante, don Nicola Esposito e il commissario Giorgio Ribaudo, sono ben “costruiti”, benché questa sia una parola da bandire nell’analisi letteraria perché offre l’idea fuorviante che un personaggio si costruisca a tavolino. In realtà i personaggi veri nascono dalla penna e dal cuore dello scrittore, che è tanto più meritevole di lode quanto più riesce ad infondere vita propria ai suoi personaggi.
Infatti una delle cartine di tornasole di un buon romanzo sono i dialoghi. Essi rappresentano uno degli strumenti principe in mano allo scrittore per analizzare ed approfondire i suoi personaggi, per delineare ambientazioni (memorabile la scena dell’esorcismo nel capitolo nono).
Un bellissimo dialogo ad esempio lo si trova già all’inizio, quando don Alicante (possibile simbolo della vecchia generazione pre-unità d’Italia, quella che non ha mai provato troppe simpatie per il Risorgimento) spiega ad un timido don Nicola (la nuova generazione, quella del post-unità d’Italia) come mai non sia una cosa positiva il fatto che il Papa non abbia un suo territorio dove stare sicuro.
Si capisce che don Nicola, incline alle idee di quel periodo secondo cui il potere temporale del Papa sarebbe invece solo un ostacolo alla purezza spirituale della Chiesa (libera Chiesa in libero Stato), non veda di cattivo occhio la perdita di Roma da parte del Papa.
La cosiddetta Questione romana così, lungi dall’essere risolta (bisognerà aspettare il 1929, ma si ha l’impressione che non manchi molto a quella data), si delinea con nettezza nel romanzo, e polarizza gli schieramenti tra quelli che pensano sia stato un bene che il potere temporale sia stato scisso da quello spirituale, e quelli che pensano che un Papa senza regno diverrà facile preda delle potenze straniere.
Altrettanto giusta la scelta dell’autore di non precisare il periodo storico. Così il tempo della narrazione diventa anche un tempo di meditazione, per riflettere su cosa sia successo in quel periodo storico.
Nel finale non poteva mancare lo scontro tra i due “super-poteri”: la Chiesa e la massoneria, rappresentati dai rispettivi personaggi (non sveliamo troppi particolari…): la fine, agghiacciante, è ben pensata e – secondo me – ben riuscita.
In particolare la figura enigmatica dell’alto esponente della massoneria fa riflettere. Nel delineare la strategia a medio e lungo termine da questi perseguita per distruggere la Chiesa, “il vecchio” capo massone getta squarci abissali sulla mente umana e su quanto essa possa essere attratta e guidata solo dalla lusinga del potere.
“Quante volte devo dirtelo che ormai nulla ha più importanza? Quello che ho detto avverrà, puoi giurarci sul tuo Dio. Se non oggi, domani. O dopodomani. Ma nessuno può farci più niente” afferma con forza alla fine “il vecchio” al prete che ha davanti a sé.
Questa frase del vecchio massone fa venire i brividi perché è pari pari a quella che si legge sul retro della copertina: “Il resto è andato avanti da solo”.
Ma il santo prete gli obbietta placidamente: “Fossi in te penserei alla mia anima”.
“No, io tornerò nel Tutto. O nel Nulla, se preferisci chiamarlo così”.
E’ ritratta così l’eterna lotta fra l’incredulità e la fede, che Cammilleri riesce a dipingere con la mano precisa e sicura del vero artista.


Elisabetta M.



Vi segnalo parimenti anche le recensioni di Massimo Introvigne per il CESNUR (Centro Studi Nuove Religioni, www.cesnur.org/2007/mi_07_21a.htm), quella ad opera di Stefano Lorenzetto per il quotidiano Il Giornale (www.ilgiornale.it/a.pic1), ed infine la recensione apparsa sull’ultimo numero della rivista Il Timone ( Luglio 2007, n.65) per mano di Silvia Scaranari.
postato da: Fabrieli alle ore 22:34 | link | commenti
categorie: italiano, attuale

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