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sabato, 15 novembre 2008

SUNSET LIMITED di Cormac McCarthy


SUNSET LIMITED di Cormac McCarthy

Einaudi 2008
Traduttore: M. Testa
Pagine: 120
ISBN:
8806192175
Prezzo: 10 €


Si potrebbe cominciare dal dire che "Sunset limited" è un buon libro. Buono prima che bello.

Un buon libro direi che si distingue se è capace di sedimentare e di far germinare a lungo: un buon libro è più terreno che frutto insomma, e come la buona terra che da buoni frutti va a fondo e ogni strato, dal più fertile e nero al più profondo e compatto, sono in relazione e sostegno l'uno per l'altro.


Una buona lettura di questo libro non può quindi prescindere dalla complessa stratificazione di cui è tessuto e in cui lo scritture si è, visibilmente, compiaciuto, dando luogo a una creazione che ha vita e spazio propri.

Tanto per dire il tema uso le parole di Doninelli: "Nero, un uomo di colore, ex-galeotto poi fattosi cristiano, salva Bianco, un intellettuale, dal suicidio: stava per gettarsi sotto il Sunset Limited, il treno passeggeri in servizio tra la California e la Florida fino alla fine del 2005, quando l'uragano Katrina devastò la rete ferroviaria di New Orleans e dintorni. Nero porta Bianco a casa sua, ma Bianco non è contento di essere stato salvato: voleva e vuole morire. La conversazione si svolge intorno a un tavolo, i cui lati sono come i due lati dell'Universo."

A una prima lettura la situazione è semplice e schematica: il bianco è un triste intellettuale scettico, il nero un toccato dalla grazia. Il nero parla e il bianco ascolta. Il bianco non ha argomenti se non la sconfitta dei suoi stessi ideali e il nero è ricco di una ricchezza, una facondia di parola che non è in fin dei conti sua ("quando vi interrogheranno non abbiate timore di cosa dovrete dire, perché sarà lo Spirito a parlare in voi"). Il nero ha ragione e il bianco scappa. Tutto molto chiaro, dall'inizio alla fine.

O quasi. Perché in definitiva è la fine, la chiusa, che riapre totalmente i giochi e alza un cartello grande così: "NON TUTTO E' COSI' CHIARO E SEMPLICE, PER NESSUNO", e costringe a chiedersi quale sia il senso vero di quel che ci[1] è avvenuto leggendo. In effetti il Mistero, latente (quasi sornione) in tutto il dialogo, irrompe ed anzi straripa nelle ultime tre quattro frasi e così mette in luce che, in realtà, è sempre stato lì, ma nessuno (nessuno! dei due nessuno) lo aveva guardato. E con quello strappo costringe il nero a arrivare al centro di sé e chiedere, per la prima volta, la ragione per sé di quel dialogo, invece di cercare le ragioni per il bianco. E' questo rovesciamento, questo dentro-fuori-dentro (ciò che era dentro, al fondo del dialogo, finalmente viene fuori, per poter entrare davvero e definitivamente nel nero) che costituisce non la chiave di lettura (le chiavi aprono e chiudono) ma il movimento, il gesto, la gestualità principale del racconto. Dentro-fuori-dentro e a fondo in un contesto che pare chiuso, definito e definitorio: è un modo per lo scrittore di far vedere (costringere a cercare, in primis) il mistero senza mai indicarlo e parlarne.

Cominciamo dal titolo: è il nome del treno che deve "prendere" il bianco, ma questo non lo sappiamo e il titolo è il primo punto di attacco e quindi non possiamo non guardare il potere evocativo che queste parole hanno. Una traduzione può essere, letteralmente, "tramonto limitato", ovvero "tramonto, ma con un limite, una limitazione": "limitato" come in "proprietà limitata" o "responsabilità limitata[2]", che non va oltre un certo limite, che si ferma su una soglia. Un tramonto ma con dei limiti, non definitivo, come se il sole non tramontasse davvero ma si limitasse a arrivare basso sull'orizzonte, quasi tutto sotto il limite (appunto) dell'orizzonte ma come una promessa di rialzarsi, ri-sorgere (up-rising). L'inglese ha una espressione per questa zona di chiaro-scuro: "twilight zone", quasi intraducibile[3], che indica, diremmo noi "l'ora in cui tutti gatti sono bigi". Il bianco e il nero si confondono, fondono, scambiano gli ruoli. Perché la posizione interessante dell'autore è che, senza "prendere posizione" tra i due, non per questo li confonde in un indistinto "tutti hanno ragione e tutti hanno torto": è chiaro che uno solo può aver ragione, ma non si sa chi è, e averli portati al "limite del tramonto" li porta a scambiarsi in definitiva i ruoli. Ancora il movimento di rovesciamento che si esplicita appunto nel nero che si interroga su di sé: il problema è il suo, il dramma è il suo, è lui che deve essere salvato, è lui che ha bisogno di un angelo custode che lo venga a salvare.

E dunque non è fin dall'inizio così: chi è tentato (dalla morte, dal fallimento) non è il bianco ma il nero, chi dubita davvero alla fine è il nero, che deve ritrovare la forza di non "prendere il treno" ma di ributtarsi tutto nel mistero. E allora il nero non è l'angelo salvatore: il bianco è forse invece l'angelo tentatore, non mandato da Dio ma da Dio permesso perché la virtù del nero sia provata (Giobbe). La partita non è fra le ragioni del credente e le ragioni dell'ateo: la partita in definitiva è tra il credente e Dio (Giacobbe al passaggio del fiume) e chi ha perso (il nero) può uscirne vincitore (ma segnato nel corpo). Dentro-fuori-dentro.

Perché di una partita evidentemente si tratta: "il nero muove", "il bianco abbozza una difesa", "il nero tenta un attacco", "il bianco arrocca". E' fin troppo evidente nel succedersi di nero-bianco-nero ma anche nell'ambientazione (due davanti a un tavolino spoglio, un tot di tempo a testa) e nella successione delle aperture e delle strategie. Il nero attacca ingenuamente, il bianco è più tattico, il nero cerca tempo per ulteriori mosse ma il bianco lo logora lentamente mangiandogli i pezzi, fino al contrattacco finale, spietato, "il bianco muove e vince in tre mosse[4]", fine (no). E non si può non farsi venire in mente un'altra grande partita a scacchi con in palio vita e morte: quella tra il Cavaliere e la Morte ne "Il settimo sigillo" di Ingmar Bergman. La morte lì è nera, sarcastica, terribilmente razionale e il cavaliere bianco muove per scappare dalla morte ma poi per andarle incontro.

Come d'altronde non si può non tenere presente gli altri spunti letterari[5] collegati al tema dell'angelo custode/protettore e eventualmente salvatore di un tentato suicida: "La vita è meravigliosa" di Frank Capra e "Il cielo sopra Berlino" di Wim Wenders. Del primo rimane l'idea dell'aspirante angelo (il nero qui, lì il buffo Clarence) che deve fare una buona azione per meritarsi le ali[6], nel secondo (più prossimo) il tema del rovesciamento dei ruoli è esplicito, gli angeli[7] scelgono di diventare uomini e gli uomini (lo stazzonatissimo Peter Falk che interpreta se stesso) ricordano di essere stati angeli. Indirettamente quindi anche le poesie di Rilke che fecero da ispirazione a Wenders.

Ripercorrendo all'indietro sono poi tanti gli indizi che costruiscono i molti strati di lettura del libro. Il salvataggio del bianco non è sostanzialmente fisico: quasi non c'è un gesto ma un prima (il tentato suicidio) e complanare l'abbraccio del nero. La stessa presenza e posizione del nero nella stazione ha del misterioso. La stessa ambientazione un po' claustrofobia (i chiavistelli alla porta, i drogati che assediano la stanza) contribuisce a un'atmosfera di sospensione.

In definitiva il libro che pare in fin dei conti bloccato (tanto che ci si chiede, avanzando nella lettura: "vediamo ora come ne esce fuori, l'autore, da questo avviluppo") è poi sfondato e riaperto ad ogni possibilità. Avendo dato per centocinque pagine ragione al nero e silenzio al bianco,  rovesciando poi la vittoria dal campo del nero a quello del bianco e riaprendo tutto con l'urlo finale, non c'è nulla di concluso, ma tutto è (di nuovo) possibile. Il nero può farcela. Il bianco stesso (perché dovremmo essere certi del contrario?) può farcela.


Note

[1] E' assolutamente straordinaria la capacità di McCarty (qui come ne "La strada" o "Non è un paese per vecchi", qui con pure parole di dialogo, lì con dialogo e azione) di portare il lettore all'immedesimazione. Per questo dico "ci è avvenuto", perché accade al nero, quindi a noi. E come il nero infine si interroga (o meglio, interroga il mistero) così noi siamo condotti a cercare che cosa in effetti ci sia accaduto leggendo.

[2] "Limited" è il termine giuridico inglese per i brevetti  ("limitano" la possibilità di usare un bene o una proprietà intellettuale) e per le società (società in cui la responsabilità degli azionisti "si limita", non va oltre il capitale in azioni).

[3] "Zona del crepuscolo": il momento in cui il sole è tramontato ma ancora c'è luce per effetto della rifrazione dell'atmosfera.

[4] Scrive sempre Doninelli: "Perché lì Nero ha commesso l'errore decisivo: ha creduto che i giochi fossero fatti, cedendo all'idea che, se Dio gli aveva permesso di salvare quell'uomo, la storia non poteva che terminare con la sua conversione. La sua passione per i calcoli e i numeri, in sé eccellente, qui lo tradisce. C'è un vizio americano, per così dire, che abbassa per un attimo la tensione, e Bianco ne approfitta per colpire e poi andarsene."

[5] Filmici in realtà, almeno quelli che mi vengono primi in mente. D'altronde McCarty è filmico per natura: i suoi libri sono già tutti sceneggiature.

[6] Ma qui la buona azione non riuscirà.

[7] Il punto di vista degli angeli nel film è rappresentato in bianco e nero…

Andrea B.

Scheda Einaudi della traduzione italiana
Sito dell'autore
Il blog di Andrea Bonvicini
postato da: Fabrieli alle ore 10:11 | link | commenti (1)
categorie: contemporaneo, straniero
lunedì, 15 settembre 2008

Sfiorato da un angelo, di Annalisa Margiotta



Sfiorato da un angelo, di Annalisa Margiotta
Editore Il filo, 01.01.2007
pag. 353
ISBN 8861852262
euro: 18




E' noto come il mercato dell'editoria sia in crisi (non stiamo qui a discuterne i motivi, occorrerebbe un post a sè; magari posso anche farlo), nonostante questo qua e là ci sono delle oasi felici: è il caso della narrativa "per ragazzi". Con questo non intendo esclusivamente gli adolescenti, intendo i giovani in generale, e tra di essi gli adulti che sempre più volentieri leggono libri per giovani o libri scritti da giovani; provate a pensare al caso Harry Potter, tanto per citare il solito esempio, ma è anche il caso del lancio del fantasy italiano - e straniero - e della narrativa alla "Fannucci".
Ebbene, spulciando su aNobii.com (dove vado in cerca di libri interessanti da leggere) mi sono imbattuta in questo bel libro della Margiotta, un esempio di libro per giovani scritto da una giovane ventenne.
Innanzitutto complimenti a questo giovane talento letterario!
La storia è semplice ma matura, ben delineata, fresca, schietta, genuina e sincera.
Il registro stilistico si mantiene costante lungo tutto il romanzo, tuttavia la narrazione è gradevole e avvincente (cioè , questo romanzo è un esempio del fatto che non servono parolacce, bruschi cambi di registro o di tono per incoraggiare il lettore a proseguire nella narrazione).
La storia (che in parte è farina del sacco dell'autrice) è una storia d'amore tra un ventiquatrenne già laureato e "sistemato" che lavora come veterinario a Firenze , ed una diciasettenne che sta facendo il Liceo Classico a Palermo.
Sono Marco e Alessia. Si conoscono in chat. Già l'inizio incolla il lettore alla pagina perché ci si chiede come andrà a finire questa storia d'amore a distanza, pergiunta tra un ragazzo ed una ragazza che hanno una così marcata differenza d'età, di esperienze, di abitudini di vita.
Il lettore si sorprende perché i due protagonisti, anziché smettere di sentirsi via chat e via telefonino come vorrebbe il buon senso, proseguono nella loro storia impossibile. Entrambi con pesi sull'anima (Marco è orfano di genitori, morti sette anni prima per un incidente aereo; Alessia figlia di due genitori che non la amano come lei desidererebbe, perciò con un vuoto affettivo da colmare), Marco e Alessia scoprono che sono fatti l'uno per l'altra. Perciò si mettono insieme, e tra alti e bassi (non svelo troppo la trama) i due innamorati arrivano al coronamento finale del loro sogno d'amore. Uno splendido happy end che ha commosso tutte noi lettrici di aNobii (http://www.anobii.com/books/Sfiorato_da_un_angelo/9788861852266/01732b9d5cb8763fce/).
Ci tengo a precisare alcuni elementi positivi che ho trovato in questo romanzo.
Innanzitutto le scene d'amore sono descritte efficacemente ma anche pudicamente. Non c'è "quel troppo" della descrizione che a me personalmente infastidisce.
Poi è un romanzo compiuto, dal sapore addirittura ottocentesco (tipo la mia cara Jane Austen) perché la storia termina con la sua naturale parabola familiare, per cui le pagine finali sono da gustare allo stesso modo di quelle iniziali. Ci sono anche alcuni stratagemmi letterari che mi sono piaciuti, tipo lui che trova il libro-diario di lei e si mette a riscriverlo... e salta fuori che è il romanzo che stiamo leggendo.
Insomma, tanto di cappello a questa scrittrice che è riuscita ad entusiasmarmi!

Elisabetta M.
postato da: Fabrieli alle ore 13:05 | link | commenti (1)
categorie: italiano, attuale, contemporaneo
domenica, 06 luglio 2008

Al di là del muro di Maria Viteritti



Al di là del muro, di Maria Viteritti
Lupo Editore, 2008
171 pagine
isbn: 978-88-95861-12-8
13 euro


"A come anticamera, ago, anestesia, atropina, agonia. A come addio. Amaro come la morte. A come Anna".

E' un romanzo duro, d'anticipazione secondo la felice espressione dell'editor Giulio Mozzi che, in un articolo di qualche anno fa (del 2004 per l'esattezza) definiva molti dei manoscritti che gli arrivavano (lavora per Salani Editore) più che di genere fantascientifico, di un nuovo genere: quello d'anticipazione.
Cos'è un romanzo d'anticipazione? E' un romanzo ambientato in un futuro prossimo (perciò non è una vera e propria fantascienza alla viaggi stellari, universo, mondi paralleli, alieni, mostri e cose simili, come Asimov e compagni ci hanno abituato), d'impronta sociologica. Un pò come "I figli degli uomini" della P.D. James (già recensito in questo blog), o come se prendessimo i romanzi di Dick e li ambientassimo a pochi decenni di distanza da noi, ma con le stesse problematiche psicologiche e sociali.
Di cosa parla questo primo romanzo dell'autrice scoperta dalla Lupo Editore? E' la storia di un medico, Giorgio Costa, che si trova a crescere un'esistenza monotona e solitaria con la madre, con un padre che non conosce (si capisce che se ne è andato di casa fin da subito) ma che paga regolarmente le parcelle scolastiche, fino alle tasse dell'università.
Laureato in Medicina, incredibilmente per lui (che si considera una persona mediocre, per cui si aspetta un futuro mediocre) trova lavora nella Clinica di un altissimo luminare della scienza che, in seguito alle nuove leggi italiane sull'eutanasia, ha potuto portare avanti studi di avanguardia e di eccellenza sul risveglio "post mortem". Ovvero, per ogni uomo che volontariamente si sottopone alla morte (eutanasia) nel suo studio privato, il luminare ha trovato il modo di convogliare la carica vitale di questo morituro nel cervello del quasi-morto (di solito molto ricco) lasciato in "stand by" dai parenti dentro un enorme sala refrigerante della Clinica (ricorda un pò Ubik di Dick, per chi l'avesse letto: i quasi-morti che aspettano di essere risvegliati). Il lavoro di Giorgio consiste nel staccare la spina al morituro volontario per attaccarla al quasi-morto che aspetta di essere "risuscitato". Ovviamente un lavoro simile comincia a creare in Giorgio uno stato di paranoia. La cosa più ecclatante è che s'innamora della ragazza che sta "al di là del muro" del suo appartamento (stesso pianerottolo quindi), ma non ha la forza di parlarle, di invitarla fuori, di dichiararsi. Ironia della sorte: una mattina si trova la sua fanciulla di fronte (nello studio medico) che domanda l'eutanasia per un tumore che le hanno diagnosticato. A lui non rimane che capitolare. Triste destino.
La ragazza, morendo, cede la sua carica vitale ad una giovane eroinomane che, risvegliandosi, s'innamora proprio di Giorgio. Lui all'inizio tergiversa, poi si mette insieme a lei (per così dire) perché la giovane fa dei discorsi che gli ricordano tanto la sua amata. Non è una reincarnazione, è solo che parte della linfa vitale della giovane donna, amata da Giorgio, è andata nel cervello della ragazza.
Con alti e bassi la relazione procede, la ragazza rimane pure incinta di Giorgio, fino ad un finale sconvolgente.
E' un libro che fa riflettere, sulla profonda solitudine dell'uomo e sulla sua ricerca disperata di felicità e di comunicazione, spesso frustrata (almeno così denuncia l'autrice).
Il libro è scorrevolissimo, scritto bene (solo a pag.41 c'è un refuso), triste. Nemmeno la fine - che non rivelo - riesce a bucare "il muro" che si è costruito il protagonista e che lo separa dagli altri. Romanzo profetico, in un certo senso, della nostra società quando manca la trascendenza, e ciascuno vive come se fosse già morto. Nemmeno l'amore basta più per risvegliarci dalle nostre ossessioni e dai nostri incubi.
Vale davvero la pena di leggerlo.
Il blog di Maria:
http://aboutblank.splinder.com

Elisabetta M.

http://www.ibs.it/code/9788895861128/viteritti-maria/la-del-muro.html
postato da: Fabrieli alle ore 21:30 | link | commenti (1)
categorie: italiano, attuale, contemporaneo
sabato, 05 aprile 2008

CANTO A DUE VOCI - FINITO E INFINITO di Isabella e Tommaso di Paolo


CANTO A DUE VOCI - FINITO E INFINITO
di Isabella Cinti e Tommaso di Paolo























Canto a due voci
Oriente e Occidente, 2003

Finito e Infinito
Libroitaliano Edizioni, 2006
Pag.: 96
ISBN: 8878653039
10 €

Isabella Cinti Di Paolo, classe 1940, è un’ex insegnante che vive attualmente in una casa ubicata nello scenario incantevole e rasserenante del parco naturale del Conero. Ammorbata da una grave malattia ha trovato qui conforto e sostegno tra la natura generosa e benefica. Vanta al suo attivo alcuni libri di poesia ispirati a tematiche religiose e naturalistiche.

Nel 2003, dopo aver scoperto casualmente che anche il figlio architetto coltivava in segreto la sua stessa passione, decide di dare vita ad un’iniziativa molto originale. Si tratta di due libri in cui da un verso si accede ad una sua raccolta di poesie, e da quello opposto nella silloge del figlio Tommaso. Le copertine riportano la stessa immagine, ma ognuna reca il nome del singolo autore e nel “Canto a due voci” anche una colorazione differente. La scelta risulta funzionale alla decisione di non consentire confronti a priori, e costituisce un felice espediente che consente di realizzare un’opera in comune nella salvaguardia delle rispettive identità. Due codici distanti nella liturgia della parola, eppure affini nel modo di rapportarsi alla vita nella ricerca di un significato autentico, che hanno il proprio nucleo generatore nella condivisione di valori comuni inalienabili e profondamente radicati.      

Mentre Isabella trasfonde la sua spiritualità nella tessitura armonica del verso, liberando una poetica tutta pervasa dal dilagante senso dell’infinito, Tommaso sente crescere la volontà di imprigionare colori, profumi, impressioni e li trasfigura in inchiostro vergato sulla carta. Recepisce immagini e sensazioni come un pegno di sublimazione, una suggestiva frazione di eternità che impone alla memoria di restituirla.  

Le parole di Isabella divengono musica celestiale come quella che la contemplazione del mistero della vita le regala ogni giorno, riuscendo a modellare il linguaggio all’unisono con il sentore dell’infinito e dell’eterno che ne pervadono l’animo. Ascolta:quell’amore,/fonte di vita/per tutte le creature,/dolcemente ti canta/in fondo al cuore/ed è voce di madre,/voce d’amico,/voce d’amante,/è voce d’infinito. (pag. 53 Canto a due voci)

La soavità e l’armonia del suo rimare sostituiscono la mancanza metrica lasciando liberamente trasmigrare il suo percorso poetico ed esistenziale in una cornice godibile di purezza lirica personalissima. Scende la sera/dagli occhi di lavanda/e sulla terra/sparge sacro il silenzio./Tiepido il vento/accarezza le siepi,/dolcemente scompiglia/alle querce la chioma/e dei nidi dormienti/lieve rapisce i sogni. pag. 22 Finito ed infinito)

Consapevole che i versi producono sull’anima gli stessi effetti che i farmaci hanno sul corpo, non indugia in vacui commerci con l’oscurità, né in speculazioni metafisiche e spirituali, ma si lascia trascinare docilmente in una dimensione rarefatta da un trepido desiderio di luce.

Padre,/donami un cuore puro/che brami il cielo(…) Padre, fa che il mio cuore/perdutamente/s’innamori di te. (pag. 59 Canto a due voci).

I versi di Tommaso, al contrario, denunciano la fragilità di un poeta ancora schiavo delle pulsazioni istintive. E’ una forza vitale, elementare ed inalienabile a dare consistenza al suo linguaggio poetico, ma non per questo egli riesce a mettere il dito là dove il cuore batte, dove respira, dove gioisce ed inevitabilmente duole, riuscendo a portare in luce, tra le pieghe di una scrittura di bruciante densità, una strana ed imprevedibile tenerezza. I suoi brevi frammenti poetici catturano per il tono vibrante della sua sensibilità, talvolta striata da un’ombra di amarezza, da un fuggevole alito di disincanto. Il troppo sole non riscalda, brucia./Il troppo vento non rinfresca, sradica./La troppa pioggia non disseta, sommerge./Il troppo amore non appaga, uccide. (pag. 23 Finito ed infinito) Nel giardino/le lacrime del cielo/ed i baci del sole/s’incontrano da sempre/portando nuova vita. (pag. 41 Canto a due voci)

I versi di entrambi non cercano l’affetto poiché sono nati e cresciuti con esso; ma recano al contrario l’inappagata ricerca di un desiderio comune di trascendere il mondo, esprimendo un nucleo di valori affini. Per questo motivo le loro liriche realizzano un’opera che guarda contemporaneamente a due mondi che finiscono per specchiarsi inevitabilmente l’uno sull’altro.

C’è un tepore familiare in questi libri, una sottilissima corda d’argento che lega il destino di entrambi, un meraviglioso rapporto d’amore che l’arte magica della parola rafforza e tiene in vita, costituendo per tutti noi un forte antidito alla sopravvivenza.


Gian Paolo G.

postato da: Fabrieli alle ore 07:28 | link | commenti (2)
categorie: italiano, contemporaneo
mercoledì, 02 aprile 2008

Geshwa Olers e il viaggio nel Masso Verde, di Fabrizio Valenza



Geshwa Olers e il viaggio nel Masso Verde
di Fabrizio Valenza

L'Età dell'Acquario, 2008
pp.308
isbn:
978-88-7136-300-4
16€


La mia conoscienza del fantasy lascia molto a desiderare: credo si riduca ai libri di Michael Ende (La storia infinita e Momo) e, ovviamente, ai sette Harry Potter. Altro non ho letto. Per cui quando ho preso in mano Geshwa mi sono sentita una profana in materia.
"Non male" mi sono detta. "Mi accosterò al libro con gli occhi di una semplice lettrice che giudica la narrazione per quello che è, senza confrontarla con i capostipiti del filone fantasy classico". Ed è proprio quello che ho cercato di fare.
Tanto per puntigliosità (e curiosità) mi sono letta tutte le recensioni apparse finora su aNobii, gli articoli e le interviste che Fabrizio ha scritto e rilasciato. Per cui adesso qualche idea più chiara ce l'ho, e so cosa significhi il cosiddetto Med-Fantasy (per chi è profano com'ero io: il fantasy ispirato alle leggende italiane, quelle che circolano nel bacino del Mediterraneo; niente a che vedere con quanto ci hanno propinato finora gli anglosassoni - dagli editori fino alla Disney - riempiendoci di storie con Mago Merlino, Re Artù e i cavalieri della tavola rotonda, ecc.).
Benvengano dunque maghi, orchi, fade, anguane e quant'altro ci offrono le leggende nostrane (ci vuole un pò di sano orgoglio nazionale), anche se proprio gli elementi fantasy che appaiono nel primo volume della eptalogia  mi sembrano propri del mondo cimbro-celtico-germanico. A riguardo appurerò direttamente con l'autore...
Sorvolo sulla storia (ne accennerò man mano che scrivo) e veniamo alla critica più comune che è stata rivolta al primo volume di Ges: la scrittura semplice (non semplicistica).
Immagino che il fantasy si nutra di intrighi, colpi di scena, mordente, tensione narrativa ecc. Dunque di una scrittura più veloce e coinvolgente di quella che, a prima vista, appare in Geshwa.
E' vero che qui la narrazione è piana, i colpi di scena (specialmente quando appaiono i maghi) tenuti saldamente al guinzaglio da una narrazione dosata, addirittura spartana nei momenti di massima tensione (appunto quelli dove si parla della magia, della lingua Onoferica che è la lingua della magia), d'altronde la narrazione è in funzione della descrizione del progressivo cambiamento degli stati d'animo di Geshwa.
Questo è un romanzo fantasy senza dubbio, ma è anche un potente romanzo di formazione
. Come la tradizione dei romanzi di formazione insegna (da Salinger, a Hesse, ecc.), azione ed introspezione non vanno a braccetto insieme (a meno di non usare degli stratagemmi narrativi tipo la narrazione in prima persona o il narratore interno che aumentano il grado di coinvolgimento del lettore, o inserendo elementi che generano tensione, ecc.). Se devo presentare un personaggio che da adolescente spensierato diventa ragazzo maturo affrontando una serie di prove ardue, che mai pensava avrebbe superato, beh è ovvio che la narrazione non può fare le acrobazie di un James Bond.
Tolto l'incipit magistrale e il finale che acellera proprio per la presenza di vari elementi magici, la parte centrale della storia è un'adagio (per dirla in termini musicali); narra del viaggio compiuto da Geshwa insieme a suo padre (su due muli, non su due cavalli. Ma si sa, il mulo  - elemento biblico - è la cavalcatura dei re) dentro l'intricata selva del Masso Verde. Dalla città di Senfe (la cui Palude di Sobis è sotto l'influsso di magia malvagia) i due viandanti piegano a sud (giusto? Una cosa importante: ci starebbe bene una bella cartina nel libro, non sono riuscita a raffigurarmi bene la mappa della zona) verso la capitale del Regno di Grodestà dove si trovano il fiume Midilonge e la fattoria della sorella del padre di Ges.
I due si dirigono lì per cercare rifugio e sfuggire così alla magia malvagia che sembra approssimarsi pericolosmaente a Senfe. Non è un caso che, purtroppo per Ges, durante il viaggio rimarrà orfano. E' tipico dei romanzi di formazione. Mamma e nonna, rimaste a casa in attesa che la zia accetti di ospitare Ges e il fratello alla sua fattoria (c'erano stati dissapori un tempo, per cui intanto il padre di Ges pensa di andare avanti lui solo a saggiare il terreno con la sorella) moriranno, sorprese in casa da una esplosione magica. E il padre, dopo averlo accompagnato fino alla fattoria e aver preso accordi con la zia perchè Ges d'ora in poi viva con lei, sparisce. Va a Grodestà (la capitale del Regno) e non fa più ritorno.
Tutto si compie perchè Ges venga iniziato alla vita adulta, alla decisione da prendere su quale debba essere il suo destino. Tutto il viaggio è un rito di iniziazione.
In questo modo l'introspezione che l'autore conduce del personaggio principale (attorniato da figure-chiave come l'amico Nargolian, orfano anch'egli, che gli fa quasi da specchio: difatti alla fine del libro Ges prende la strada dell'esercito mentre Nargo quella opposta di diventare apprendista mago) rallenta indubbiamente il ritmo della narrazione, ma è il pegno da pagare quando si vuole dare un pò di sostanza alla storia, e si vuole portare il lettore a seguire passo passo l'evolversi della coscienza di Ges.
Così alla fine il lettore apprende che, dopo tutte le traversie subite e le prove di coraggio affrontate, Geshwa sente la "vocazione" alla vita militare. E il libro si chiude con la decisione del ragazzo di entrare nell'esercito reale.
Credo che la cifra principale di questo primo volume della storia di Geshwa Olers sia il rapporto di Ges con il padre.
Ed in secondo luogo il rapporto di amicizia con Nargolian.
Questo è anche un racconto sulla paternità e sull'amicizia
: i tre personaggi principali sono Ges, il padre e l'amico Nargolian.
C'è anche un altro personaggio che, in sottofondo, alimenta in modo incredibile il romanzo: è la natura.
Essa è descritta in modo mirabile: la palude di Sobis, il Masso Verde, il Midilonge, lo Sperone del cielo, sembra di vederli, di toccarli; ci sono tantissimi luoghi descritti con perizia e maestria. E si capisce che la natura è il quarto personaggio-chiave del libro. Essa sprigiona forza e magia, quella stessa forza che speriamo faccia legare in maniera forte e decisiva ogni lettore a questa bella saga, per condurlo fino alla fine dell'opera.

Elisabetta M.

http://www.etadellacquario.it/schedaLibro.asp?idLibro=198

http://geshwa.splinder.com/

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martedì, 25 marzo 2008

Il nemico, di Michael O'Brien



Il nemico (Father Elijah.  An Apocalypse)
2006, San Paolo Edizioni, collana Le vele
traduttore: Monica Rimoldi
pp.547
codice isbn:978-88-215-5752-1
19,50 euro


Ci sono scrittori che traspaiono dalla pagina scritta (in maniera più o meno assordante), e altri che si limitano a far trasparire i loro personaggi. O' Brien è di quelli che traspaiono in filigrana: nel mentre la lettura procede in avanti non si può non percepire - in maniera discreta, non rumorosa - il suo modo di ragionare (e di far ragionare i personaggi).
Oltre che scrittore O' Brien è un celebre pittore canadese, cattolicissimo, che ha all'attivo varie pubblicazioni nell'alveo della letteratura cristiana. Father Elijah è uscito nel 1996 per la Ignatius Press (
la stessa casa editrice di papa Benedetto XVI, T. Howard, G. K. Chesterton, H. De Lubac, L. Bouyer); dopo dieci anni, e numerose segnalazioni da parte dei vari media tutte molto molto favorevoli, è approdato in Italia per le Edizioni San Paolo.
La collana che lo ospita è la famosa collana Le vele, dedicata alla letteratura contemporanea, perciò tanto di cappello a O'Brien.
Questo libro è stato accostato dal critico letterario Edoardo Rialti sia al Padrone del mondo di Benson (per l'evidente parallelismo al tema dell'apocalisse usata in chiave apologetica), sia al Signore degli Anelli di Tolkien (libro che O'Brien stesso cita nel suo romanzo, insieme anche alla Divina Commedia di Dante e ai Promessi Sposi di Manzoni. Ovviamente noi italiani non possiamo che essere orgogliosi di tali citazioni).
La storia è densissima, perciò rimando alla lettura del libro (la quale lettura mi è risultata un pò pesante, sia per i molteplici livelli di lettura sia per i lunghi meandri in cui la storia a volte s'infila).
Qui mi limito ad accennarla: il padre carmelitano Elijha, canuto anziano, archeologo, ebreo polacco giunto in Israele dopo la seconda guerra mondiale, ex-personalità di spicco nel mondo politico ebraico, convertitosi al cattolicesimo e ritiratosi in convento, riceve l'invito dal Vaticano a venire da Israele a Roma per discutere un compito importantissimo che il Papa vorrebbe affidargli. Si scopre che questo compito delicatissimo altro
non è che annunciare al Presidente dell'Unione Europea, uomo di punta della politica mondiale, osannatissimo, che sta veleggiando per diventare l'uomo più potente della terra grazie ad una serie di alleanze politiche, strategie di perseguimento della pace mondiale, donazioni, una nuova filosofia cosmico-universale, ecc. dicevo, annunciargli che Cristo è l'unico Signore della storia. Cristo, e non - come tutti credono - lui, il Presidente.
Il compito è di quelli di far accapponare la pelle, difatti padre Elia continua a dire ai suoi superiori (Stato e Dottrina, cioè il Card. Segretario di Stato e il prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, oltreché al Papa stesso) che non si sente all'altezza, che è debole, incapace di parlare con uno come il Presidente che ha al massimo grado il dono dell'oratoria, di convincere soavemente i suoi interlocutori.
La posta in gioco è che il Presidente diventi nientemeno che l'Anticristo (Il nemico del titolo): è per questo motivo che va "salvato" con la predicazione di un messaggero inviato da parte della Chiesa.
In effetti questo è un romanzo catechetico: è come leggere una catechesi sulla trasmissione della fede, sulla salvezza che opera Cristo mediante la Chiesa ed il Primato di Pietro, sul demonio e sulle forze dell'Anticristo. O'Brien non poteva essere più chiaro ed efficace. Come leggere i libri apologetici dei primi secoli del cristianesimo, da Giustino a Tertulliano ad Agostino.
Tornando alla nostra storia, padre Elijha riuscirà nella sua opera di evangelizzazione (Il nemico non si convertirà, ma almeno avrà ascoltato la Parola del messaggero della Chiesa e dunque la sua scelta per il male sarà definitiva. D'ora in avanti "il demonio entrò in lui" come dicono i vangeli a proposito di Giuda, durante l'ultima cena), solo che la strada che lo condurrà verso la progressiva riuscita nell'impresa è una strada di spoliazione dell'uomo vecchio (l'uomo del peccato, per dirla con le parole di San Paolo), di abbassamento, mortificazione, umiliazione. Dovrà fare i conti con il suo passato sepolto dentro di lui ma non accettato fino in fondo: l'olocausto della sua gente, la perdita della sua famiglia portata nei campi di concentramento, l'amore per la sua Polonia, l'amore per il suo benefattore che lo accolse orfano dei genitori e che si farà catturare al suo posto, la moglie incinta dilaniata da una bomba quando viveva in Israele, e da ultimo l'affetto pulito e quasi paterno per Anna Benedetti, una vedova illustre della cerchia del Presidente che lo aiuterà a smascherare l'ipocrisia e la menzogna del Presidente (e che per questo morirà).
Tra colpi di scena, dialoghi serrati e profondissimi (ci sono tantissimi dialoghi in questo libro, che poi sono il mezzo per presentare l'insegnamento catechetico), excursus storici che fanno rivivere i tempi della guerra e dell'immediato dopoguerra, descrizioni della natura e dei personaggi sempre precise, puntuali e ricche, O'Brien ci conduce come un fiume in piena verso la foce della storia, verso il punto finale. Verso l'apocalisse finale che lui lascia intravedere, senza descriverla.
Preziosissima è l'introduzione che ha scritto O'Brien per farci capire il suo libro:
"Il lettore incontrerà qui un'apocalisse nel senso letterario antico, ma scritta alla luce della rivelazione cristiana. E' una speculazione, un'opera di fantasia. Non tenta di predire dettagli dell'apocalisse finale, quanto piuttosto di domandarsi come la personalità umana risponderebbe ad una situazione di tensione intollerabile, in un clima morale che diventa sempre più gelido... questo libro... offre la Croce. Essa testimonia - spero - la vittoria finale della luce".

Elisabetta M.

http://studiobrien.com/site/index.php
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sabato, 09 febbraio 2008

"K" - La favola secondo susanna sarti


"K" - La favola secondo Susanna Sarti

Giraldi Editore, 2006
Pagine: 111
ISBN:
8861550339
Prezzo: 12,50€


K come Kindo, un ragazzino dotato di un’intelligenza precoce alle prese con le gioie e le difficoltà della vita; K come Karin, una bella donna che aderisce amorevolmente al ruolo di moglie e di madre; K come Kevin, un uomo calvo, sdentato, con un naso lungo e storto e due sopracciglia folte come la scopa della befana, ridicola parodia di un padre tenero e goffo; K come Kicco, un cane meticcio con le gambe corte e privo di coda.

Forse K come già i Kika Kamillo e Kromo di Francesco Tullio Altan. Oppure K come Key : la chiave per entrare nel cuore di un bambino, come avanza argutamente Daniela Domenica nell’introduzione.  Una chiave che gli adulti hanno obliato tra i tesori infantili quando hanno iniziato a credere a miraggi di verità più ricche di quelle che recavano nella propria anima. Susanna Sarti questa chiave magica per nostra fortuna l’ha conservata e dopo averla riesumata dalla soffitta polverosa del proprio passato l’ha utilizzata riuscendo a calarsi perfettamente nei desideri nascosti e nelle speranze di un bambino.

Kindo racconta in prima persona descrivendo con un delicato tocco di sana ironia, non priva di generoso affetto, lo stravagante nucleo familiare che anima lo scenario della sua infanzia. Fino al giorno in cui si spalanca dinanzi alla sua vista uno scenario seducente ed inebriante di un mondo in cui il sole non tramonta mai sull’ armonia e la pace assoluta.

Tuttavia Kindo riuscirà a resistere alla malia illusoria di un rifugio rassicurante tra i campi aperti dell’eterna giovinezza, avvertendo con rara capacità di discernimento, tutta l’inadeguatezza di un’esistenza priva di affetti e di dolori, di speranze e di delusioni, di amore e di morte. Ma da questa esperienza uscirà profondamente rinnovato, poiché lontano ed estraneo a se stesso l’io diventa meravigliosamente oggettivo, predisponendo il proprio animo ad un impiego stimolante ed impegnato della propria vita.

Con questo racconto piacevole, coinvolgente ed  amabilmente surreale, Susanna Sarti non mira a collocarsi autorevolmente nei luoghi sempre persi e ritrovati della tradizione fiabesca. Nel suo libro non troviamo traccia della fantasia linguistica e dell’eleganza del nonsense rodariano. La sua incursione nel tempo eterno del mito e della fiaba mira, con grande grazia creativa, a trasfigurare le vicende entro una dimensione più consona all’esperienza di oggi, attraverso un convincente equilibrio di fantasia, di fiaba e di realtà quotidiana. L’autrice non punta alla liberazione dirompente della fantasia, né alla mera astrazione consolatoria, ma se ne serve unicamente come strumento di lotta e di dissacrazione, come una lama va ad infilarsi dritta nel cuore degli adulti.

Con un linguaggio che ha il pregio di restare semplice e concreto, di folgorante immediatezza morale e descrittiva, ci offre un prova narrativa che tratta della storia della crescita di un ragazzino, ma anche del tema della maturità affidandosi ad un fine senso dell’umorismo e dell’ironia.

La scrittrice emiliana si conferma scrittrice versatile, capace di creare figure e situazioni che catturano per la loro efficacia, non priva di accenti delicati e di contenuta emotività. E con questo libro ci sforna una pietanza di squisita bontà, in cui c’è tutto, ma proprio tutto ciò che deve avere una fiaba per essere bella. La si divora in poco tempo e lascia un gradevolissimo, delicato sapore di cose buone, genuine e gustose.


Gian Paolo G.

www.susannasarti.com
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categorie: italiano, contemporaneo
martedì, 05 febbraio 2008

MANUALE DEL GUERRIERO DELLA LUCE di Paulo Coelho


MANUALE DEL GUERRIERO DELLA LUCE di Paulo Coelho


Titolo orig.: MANUAL DO GUERREIRO DA LUZ
Bompiani, 1997
Pagine: 156
ISBN: 88-452-3183-6
Prezzo: 10€

                   

Questo piccolo best seller di Paolo Cohelo, si può definire uno di quei libri che non possono assolutamente mancare in una libreria.

Di per sé non è un libro che segue una sua logica come siamo abituati solitamente. In questo sta anche la sua originalità e bellezza. E’ la storia di un ragazzo che sulle sponde del mare è invitato da una misteriosa donna ad ascoltare il suono delle campane. Un chiaro invito all’interiorità, ad ascoltare se stessi, a ritornare in sé.  Un tema caro a molte religioni e carissimo al Cristianesimo. Basti pensare ad Abramo che è invitato da Dio a “uscire dalla sua terra”leggiamo sulle nostre traduzioni, ma in verità la corretta espressione dall’ebraico sarebbe “Va verso te stesso, ritorna verso te stesso” per riscoprirti e ritrovarti aggiungeremmo noi. Un tema dunque in comune con gli ebrei e non solo; un tema chiarissimo anche nella tradizione cristiana autentica, radicata nelle scritture; come non far venire alla mente la parabola del Figlio prodigo, dove il minore dei fratelli una volta toccato il fondo di se stesso “ritorna in sé” – dice il brano – e decide di ritornare da suo padre.

Questo è un sicuramente il filo rosso di questo piccolo gioiello di letteratura moderna, che si snoda in piccole raccolte - oserei dire- sapienziali che danno luce in chi le legge. Oltre al tema del cercare dentro di sé la verità e la forza, sono affrontati temi quali il discernere, il perdono, lo scegliere sempre la parte buona della vita ma anche la capacità di accettare i propri limiti e di superarli nel tempo. Ovviamente non manca il grande tema dell’Amore. Non solo inteso quale rapporto tra uomo e donna ma anche come realizzazione di sé; Amore come risposta alla domanda profonda sul senso della vita.

Chi s’imbatte in questo libro conosciutissimo in tutto il mondo, trova sempre una pagina, una frase, una situazione che parla del suo momento, alla sua situazione. E’ un libro che per sua natura si presta a essere riletto molte volte; il lettore non saprà resistere nel ritornare sul corpo centrale del libro per andare a cercare la pagina che più può aiutarlo in quel momento.

In definitiva è un piccolo breviario d spiritualità dal quale chiunque e in qualsiasi momento della giornata può attingerne la forza e la luce.

 

Alessandro L.


 
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categorie: contemporaneo, straniero
mercoledì, 12 dicembre 2007

LA CITTADELLA di Cronin, Archibald j.


LA CITTADELLA di Cronin, Archibald j.

 

Titolo originale: The Citadel
Bompiani tascabili, 2000
Pagine: 368
Codice isbn : 45246821
Prezzo: 8,50 €


In un tempo in cui si va incontro ogni giorno sempre di più verso le barbarie, servono sempre di più incentivi all’umanità all’umanizzarsi dell’uomo. Quando parlo di umanizzazione dell’uomo, intendo la riscoperta da parte di quest’ultimo del suo essere creatura, quindi fatta anche di limiti e dalla forte possibilità di errare.


Ovviamente accanto a questo non vanno mai dimenticati i sentimenti e le forze di bene di cui ogni persona è dotata. Per dirla in poche parole chiare: avere la consapevolezza di essere sì un prodigio ma con la possibilità e la reale probabilità di commettere errori.

Tutto questo si trova nello splendido libro di Cronin “la Cittadella”. Storia di un uomo, che fa della sua professione di medico uno dei capisaldi della sua vita ma che ben presto, perdendone il controllo, lo condurrà su vie inaspettate. Senza anticiparne troppo la storia, egli si troverà a percorrere le strade dell’innamoramento, del successo professionale, del vendersi per la carriera, del tradimento dell’amore e della morte. Tuttavia il finale in agrodolce  - seppur con tutta la sua drammaticità- apre nella realtà di una vicenda umanissima un grosso spiraglio di speranza. Un libro scritto senza distaccarsi mai dalla realtà, un libro datato ma di un’incredibile attualità. Questo perché Cronin è riuscito sempre a narrare il cuore dell’uomo senza mai tirarsi indietro di fronte alle sue brutture, sapendolo capace di grandi riscosse. Del resto la storia dell’uomo si ripete sempre a grandi linee e seppur rimane vero come dice la Bibbia che “Il cuore dell’uomo è un abisso e solo Dio lo conosce” resta altrettanto vero che è possibile per tutti conoscere ciò che abita il cuore dei propri fratelli.

E’ questa un po’ la sfida che l’autore cerca di lanciare o meglio denunciare. Ci sono forze che apparentemente sembrano buone e valide ma che ben presto alienano l’uomo perché si ergono ad idoli della sua vita facendogli da ombra sulle cose e sui valori veri. Questa è la sfida. Saper vivere “la buona battaglia” una lotta spirituale che metta ordine nella vita e dia priorità alla cosa che conta di più. L’amore è il bene assoluto che realizza l’uomo. L’amore per se stessi che si riversa sule persone più vicine, sulle donna con cui dividere una vita intera, su i figli, su chi ha bisogno…

Tutto questo viene fuori dal romanzo di Cronin, e viene fuori senza che l’autore dia un giudizio o voglia influenzare il lettore. Egli si limita a evidenziare i sentimenti dei protagonisti che come caratteristica hanno una vera e autentica umanità, dove ognuno di noi può trovare riscontro. Un libro che lascia una scia di riflessione, che tocca il cuore e spinge a riflettere sui sentimenti, buoni e brutti. Una riflessione che umanizza e che si rende urgente di questi tempi.

 

Alessandro L.


it.wikipedia.org/wiki/La_cittadella_(romanzo


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categorie: contemporaneo, straniero
domenica, 04 novembre 2007

E NON DISSE NEMMENO UNA PAROLA di Heinrich Boll


E NON DISSE NEMMENO UNA PAROLA di Heinrich Boll

Titolo originale: Und sagte kein einziges Wort
Mondadori, 1998
Traduttore: Chiusano I. A.
Pagine: 224
ISBN: 8804455624
Prezzo: 7,80 €


In questo clima di aberrante celebrazione dell’effimero, in cui il pensiero è stato messo al bando nell’illusione di aver ormai colmato gli infiniti vuoti della vita, ci vorrebbe la rilettura di questo romanzo per ristabilire un contatto con il senso più profondo della vita.


La vicenda di Fred e Kate ci avvicina al ruvido disincanto di una quotidianità segnata dall’indigenza e dagli stenti provocati dai rovesci della guerra. Marito e moglie hanno conservato immutato l’amore reciproco ma le conseguenze psicologiche della guerra hanno reso impossibile la loro convivenza, il mantenimento dell’unità famigliare sotto un tetto comune come se nulla fosse accaduto. La guerra ha aperto uno squarcio disorientante nella serenità di Fred privandolo della capacità di reagire e di recuperare il senso della vita. Kate invece, facendo appello a quella forma di resistenza al dolore che solo le donne riescono a conservare nei passaggi più dolorosi dell’esistenza, conserva la propria funzione materna accudendo i tre figli.

Apprezzabile la strategia di affidare il racconto ai due protagonisti in un alternarsi di punti di vista, di sentimenti e di modi di leggere la realtà che attraverso un solo io narrante sarebbero andati smarriti. Heinrich Boll si fronteggia in questo libro con temi ardui pervenendo ad una sostanza di indubbio spessore che preme sotto la superficie seduttiva di un linguaggio semplice e lineare.

Tra le macerie morali prima ancora che materiali della città di Colonia, devastata dai bombardamenti, i due protagonisti sopravvivono in un clima di angosciante attesa nella speranza che dai loro contatti furtivi possa scoccare prima o poi la scintilla capace di alimentare nuovamente il focolare domestico.

Pur gravati dal fardello inatteso della miseria entrambi conservano inalterato un profondo senso di umanità che li sottrae all’enfasi rancorosa della ribellione, rendendoli al contrario testimoni dolenti di una pietas di inequivocabile matrice giansenistica.

Nel corso del fine settimana, che vorrebbe segnare il ricongiungimento del loro rapporto sotto le apparenze canoniche della convivenza matrimoniale, giacciono l’uno accanto all’altra nel letto di una squallida camera di albergo, privi di confortanti certezze dinanzi al richiamo inquietante delle prime avvisaglie del consumismo. Tuttavia, avvolti solamente in un manto di tenera speranza, accettano l’ombra mutevole del destino che si portano alle spalle come se fosse la propria croce senza dire nemmeno una parola.

Gian Paolo G.

it.wikipedia.org/wiki/Heinrich_B%C3%B6ll
www.viaggio-in-germania.de/lett_bol.html
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categorie: contemporaneo, straniero
lunedì, 15 ottobre 2007

L'ESTATE DELL'ALTRO MILLENNIO di Umberto Piersanti


L'ESTATE DELL'ALTRO MILLENNIO di Umberto Piersanti

Marsilio, 2001
Pagine: 414
ISBN: 8831776606
Prezzo: 17,18 €



Quasi alla stregua di un pensatore votato alla dimensione tragica della modernità, Umberto Piersanti con questo suo libro riporta improvvisamente indietro le lancette dell’orologio all’estate del 1939, individuando in quella data uno snodo essenziale della storia che aprirà uno squarcio non ricomponibile sulla tranquillità della vita di una comunità di giovani e sullo scenario a lui caro di Urbino e delle Cesane.



   Il mondo del ’39, che certo non era bello perché quella guerra l’aveva voluta e preparata, ma insomma quel mondo dove ancora non esisteva l’atomica, finito, finito per sempre.

  
Diversamente dalle sue precedenti opere poetiche La Breve Stagione, Il tempo differente, Passaggio di sequenza, I luoghi persi, e dal romanzo L’uomo delle Cesane, in questa circostanza i personaggi, muovendosi all’interno di un contesto storico ben delineato, escono dall’aura fiabesca del borgo rinascimentale e dall’ incantevole e consueto scenario naturale che ben conoscono i suoi affezionati lettori, per essere catapultati in un percorso non già di formazione ma di duro scontro con la realtà esterna che ne segnerà profondamente il destino.

  
Mentre la rovinosa disfatta nel deserto di El Alamain spezzerà con la morte la gioia di vita spensierata e gaudente, il coraggio e l’eroismo di Ettore Venanzi, la feroce e crudele campagna di guerra nei Balcani legherà i destini di Marco Petroni, poeta malinconico e studente di Urbino travagliato da amore non corrisposto per la bella aristocratica Laura Albani, e di Franco Duranti, contadino ben radicato alle tradizioni e ai sapori delle Cesane, con un filo che congiunge città e campagna, splendore architettonico rinascimentale ed incanto naturale atavico.

  
Seguendo il tragitto di Marco, autentica coscienza etica del libro, l’autore ci conduce con rara accuratezza di dettagli attraverso i muri, la ragnatela di vicoli angusti, le abitazioni, il Caffè Grande al centro della piazza con quell’orologio che gli Urbinati ritengono essere il centro dell’universo, lungo i torrioni, nell’elegante cortile e nella Sala delle Veglie del Palazzo ducale, costruito nella seconda metà del quattrocento da Luciano Laurana, facendoci assaporare quell’atmosfera sospesa e metafisica in cui la città è rimasta assorta come per incanto nelle tele di Piero della Francesca, Raffaello e Barocci. E qui il protagonista ritornerà alla fine della guerra e dell’esperienza partigiana riuscendo a portando con sé il pesante fardello del dolore, la coscienza amara dei sogni infranti ed un senso di impossibilità al riadattamento sociale.

  
Franco, invece, pur provato dalle atrocità vissute tra le alture selvagge del Durmitor, riuscirà a reintegrarsi nell’armonia del suo pattern ambientale sposandosi ed allargando il proprio nucleo famigliare proprio tra gli altipiani aspri e frastagliati delle Cesane. Siamo alle falde dei monti Nerone, Catria e Petrano , tra dense fratte di verde, calanchi di genga liscia e argentea, dove le piante disegnano percorsi fitti e aggrovigliati con tutta una serie di epifanie di olmi, carpini, quercelle, erba spagna e fiori dai colori squillanti ed i profumi intensi, nella cui descrizione Piersanti si prodiga con la stessa accuratezza di un esperto botanico.

  
Restando fedele alla sua innata vocazione rievocativa di cantore di un mondo rurale ormai scomparso, anche in questo romanzo il grande poeta marchigiano adotta il linguaggio dell’oralità contadina tipico del parlato pesarese, mescolandovi talvolta espressioni dialettali per dare vita ad un lessico del tutto originale nell’ambito della letteratura italiana, consegnandoci un’opera tra le più evocative che mi sia capitato di leggere.

EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE

Umberto Piersanti è nato nel 1941 ad Urbino, dove risiede attualmente e dove insegna all’università. Dirige la rivista Pelagos ed è autore dei libri di poesia  La Breve Stagione (1947, Il tempo differente (1974), L’urlo della mente (1977), Nascere nel ’40 (1981), Passaggio di sequenza (1986), I luoghi persi (1944), Nel tempo che precede (2002) di romanzi L’uomo delle Cesane (1994), L’estate dell’altro millennio (2001), Olimpo (2006).

Cantore di un mondo rurale ormai perduto che evoca mediante il linguaggio dell’oralità contadina venata di suggestioni della tradizione classica italiana.


Gian Paolo G.

www.umbertopiersanti.it/la_stampa.php
www.progettobabele.it/autori/umbertopiersanti.php
literary.it/rubriche/dati/intervista/bettiol/umberto_piersanti.html
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categorie: italiano, contemporaneo
venerdì, 12 ottobre 2007

LA ZONA MORTA di Stephen King


LA ZONA MORTA di Stephen King

Titolo originale: The Dead Zone
Sperling Paperback, 1981
Traduttore: A. Terzi
Pagine: 460
ISBN: 88-8274-429-9
Prezzo: 9,20 €



Risvegliandosi dal coma durato quattro anni, Johnny Smith si ritrova essere diverso e speciale, dotato di un dono di spessore biblico: è capace di leggere la mente, il passato, il presente e, quel che è peggio, il futuro delle persone con cui entra in contatto.

Due cose vorrei sottolineare di questo romanzo scritto senz'altro molto bene:
- al termine di un inesorabile cammino verso la tragedia, che si acuisce di svolta in svolta e di incidente in incidente (dopo i quali il protagonista si ritrova con un potere sempre più ampio), risalta nel romanzo l'idea che il potere speciale di Johnny non sia dovuto a un caso ma che sia stato voluto proprio da un dio che vigila sulla storia umana; anzi: non un dio ma Dio, proprio quello con connotazioni cristiane, capace di prendere in mano la vita di una persona e di condurla alla consapevolezza delle proprie possibilità. Il protagonista sviluppa una coscienza del proprio ruolo sempre più decisiva nelle vicende del romanzo e da scettico diventa un credente, nel vero senso del termine. Si lascia andare alla volontà di chi ha disegnato per lui un compito speciale.
- Tuttavia il Cristianesimo che ne esce è qualcosa di frammentario, caotico, in piena crisi. John Smith è circondato da un'aura di mistero e di diffidenza crescente che lo pone a diretto contatto con la strampalata fede della madre. Questo personaggio femminile si fa carico delle teorie fideistico-ufologiche sviluppatesi negli Stati Uniti negli ultimi decenni. Dapprincipio la madre crede fermamente che il figlio sia il destinatario di un grande progetto da parte di Dio. E su questo ci ha visto giusto. Ma poi lei degenera abbracciando sempre più teorie assurde che mettono in luce la difficoltà di credere nel mondo d'oggi: si percepisce l'esistenza di un dio, finanche di quello cristiano, ma c'è una grande difficoltà nell'accogliere il sistema di fede veicolato dalla tradizione. Il giudizio su questa fede contorta e sfigurata, da parte di Stephen King è pesante: per bocca del marito e del figlio, la madre sta vivendo un'esperienza da psicoterapia ma si ha come l'impressione che tuttavia il romanzo non possa che essere la fotografia di uno stato di cose.

In definitiva, questo è un romanzo - secondo me - in parte autobiografico, che riguarda da vicino la fede di Stephen King molto più di quanto possa sembrare a una lettura veloce. Vi ho ritrovato un sincero movente religioso, alla base, già riscontrato in romanzi come L'ombra dello Scorpione o La lunga marcia. Ma la crisi della fede occidentale si diffonde in queste pagine con tutta la sua potenza.

Fabrizio V.

it.wikipedia.org/wiki/La_zona_morta_%28romanzo%29
www.stephenkingofficial.it/
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categorie: contemporaneo, straniero
lunedì, 01 ottobre 2007

IL PAPA DEFINITIVO di Clifford D. Simak


IL PAPA DEFINITIVO di Clifford D. Simak

Titolo originale: Project Pope
Editrice Nord, 1983
Traduzione: Roberta Rambelli
Pagine: 287
ISBN:
8842903574
fuori catalogo


La fantascienza di Simak (premio Hugo nel 1959, nel 1964 e nel 1981) è una fantascienza sui generis, imbastita di alieni buoni, di robot umanizzati e di scene "campestri". Non per nulla il genere di Simak è stato comunemente definito: "gentile e pastorale".
C'è lo spazio, ma non ci sono roboanti scene di invasioni di alieni, di inseguimenti su navi spaziali, o di lotte e guerre. Lo spazio sembra essere più l'ampiezza cui Simak spinge il suo sguardo, uno sguardo che si abbevera alle smisurate larghezze dell'universo per descrivere, con toni pacati, le varie esistenze di esseri che anelano tra loro alla pace ed alla concordia. La narrazione del futuro, infatti, è vista da un lato umanistico, in cui prevalgono un messaggio di pace e di fratellanza universale.
Uno stile sobrio, diretto , pieno di dialoghi e di trame ben congeniate senza troppi filtri letterari ad appesantire la narrazione (senza cioè introspezioni particolari, digressioni filosofiche, excursus vari...), in Simak è centrale su tutto la ricerca della verità. Simak è indubbiamente un agnostico, ma aperto alla dimensione del soprannaturale. Per cui le sue opere rivelano una tendenza al misticismo, ad una religiosità di base che si esplica spesso in una sorta di panteismo universale, di religiosità naturale che permea tutte le specie viventi della Galassia.
Anche questo suo romanzo non sfugge all'aria bucolica di Simak. Su di un pianeta ai margini della Galassia (dal nome emblematico Fine di Niente), a cui si giunge tramite la nave Viandante, uomini e robot lavorano da mille anni ad un progetto segretissimo chiamato Progetto Papa. L'edificio in cui si lavora a questo progetto prende il nome di Vatican-17, con tanto di Basilica annessa, di robot cardinali (ma anche di robot semplici frati e di robot e basta), ed il robot più importante è un immenso computer chiamato Papa.
Si intuisce ben presto che quello che questo progetto sta cercando è l'unificazione di tutte le conoscenze dell'universo (anche quelle ottenute da esseri alieni) in un'unica grande mente "divina", quale può essere quella del papa-computer. Un computer in grado di selezionare ed accrescere da solo la mole sconfinata di informazioni.
Simak descrive in questo romanzo la speranza che prima o poi uomini e robot giungano a considerarsi fratelli, uniti nella ricerca delle supreme conoscenze universali. Come a dire: solo a partire dall'armonia degli esseri dell'universo, siano essi robot, alieni o umani, si giungerà alla suprema conoscenza dell'universo.

Elisabetta M.

http://www.startrekitaliamagazine.it/93/html/fantalibri.htm
http://www.fantabancarella.com/curios14.html




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giovedì, 27 settembre 2007

LE BRACI di Sandor Marai


LE BRACI di Sandor Marai

Titolo originale: A Gyertyák Csonkig Egnek
Adelphi, 1998
A cura di: Marinella D'Alessandro
Pagine: 181
ISBN:
9788845913730
Prezzo: 15 €


Mentre racconta la vita di questo aristocratico generale, asserragliato nella tana solitaria di un castello ai piedi dei Carpazi, Sandor Marai, compiendo il solito percorso a ritroso nel tempo a lui molto caro, scava dentro il suo animo con spietata precisione, perlustrando vaste zone d’affetti e d’ombre e consegnandoci il ritratto indelebile di una figura emblematica di un’epoca che volge irreversibilmente al tramonto.

Questi consuma la propria esistenza in un clima pietrificato di dolorosa attesa e di desolato rimpianto nella speranza che Konrad, artista parvenu e simbolo di un’emergente  borghesia cinica e rancorosa, gli riveli le ragioni ultime di un comportamento che, aprendo uno squarcio nell’apparente tranquillità della sua vita familiare, ha spento la funzione vitale di Kristina ed ha confinato la sua in un’atmosfera di gravosa sospensione. Con l’attenta scrupolosità di un fuochista egli alimenta ostinatamente la vampa del ricordo rinvigorendola ogni giorno con l’aggiunta di nuovi ceppi, affinché si mantenga accesa fino a quando il tempo scoccherà il vano rintocco della verità.

La storia si conchiuderà infine là dove era principiata, nello spazio di un equivoco insanato, di un’amicizia incapace di resistere al richiamo dell’artificio e dell’inganno.  

Ricorrendo come sempre ad una prosa dallo stile fluido ed elegante, l’autore rivela di possedere il raro pregio di sedurre il lettore coinvolgendolo emotivamente in un racconto spoglio di dialoghi, che si dipana nell’angusto spazio di sole due stanze e nei luoghi sempre persi e ritrovati della memoria. La padronanza assoluta del linguaggio, che fa di Marai uno dei più grandi scrittori del Novecento si rivela nel lungo monologo del protagonista, che induce il lettore ad un cimento non facile, ma di indubbio interesse.

Al centro della riflessione dell’autore non ci sono temi universalmente noti come l’amore ed il tradimento, ma l’impossibilità di accettare la deriva di una civiltà e nello stesso tempo la febbrile necessità di identificare il punto esatto in cui si spalanca il baratro di un nuovo mondo a cui avvertiamo con disagio di non poter appartenere.


Gian Paolo G.

it.wikipedia.org/wiki/S%C3%A1ndor_M%C3%A1rai
www.liberonweb.com/adelphi/aut_marai.asp
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giovedì, 20 settembre 2007

UN CANTICO PER LEIBOWITZ di Walter M. Miller Jr.


UN CANTICO PER LEIBOWITZ di Walter M. Miller Jr.

Titolo originale: A canticle for Leibowitz
Classici Urania, Mondadori, 1986
pagine: 284
ISBN: 88-04-31779-5
fuori commercio


Dalla biblioteca comunale (qualche volta bisogna pur andare lì, giusto per non prosciugare il portafoglio in libreria) ho reperito questo favoloso romanzo americano di fantascienza del 1959, insignito del prestigioso premio Hugo nel 1961.




Per spiegare la genesi di questo libro conosciutissimo in tutto il mondo e che negli Stati Uniti si legge tranquillamente tra i classici scolastici, bisogna risalire alla vita dell’autore: Walter Miller Jr, e all’evento che nella mente  e nel cuore di Miller ha lasciato tracce indelebili. Era il 15 febbraio 1944, infatti, quando l’antichissima abbazia di Montecassino, culla del monachesimo occidentale nonché monumento nazionale, veniva rasa al suolo da un massiccio bombardamento alleato, per il fatto (mai provato in modo inoppugnabile) che era divenuta una centrale di tiro dell’artiglieria tedesca.

Su uno dei bombardieri alleati si trovava il giovane Walter M. Miller Jr., ventiduenne elettrotecnico nativo della Florida, che non era però a conoscenza del vero obbiettivo del bombardamento.
Saputa la verità nacque in lui un grande sommovimento interiore che lo portò fra l’altro a convertirsi al cattolicesimo e poi a scrivere diversi racconti di fantascienza, e infine “Un cantico per Leibowitz” .
Il romanzo è un caso particolare nella storia della letteratura fantascientifica, perché poi Miller non ne scrisse altri. Anzi, si può dire che smise quasi di scrivere. In realtà la vena creativa non si esaurì, ma si affiovolì, sia a causa del suo carattere ombroso (non voleva conoscere nessuno), sia per motivi di salute (una forte depressione che lo portò al suicidio dopo la morte della moglie),  sia perché la sua mente fervida restò concentrata sull’idea portante del Cantico per Leibowitz concependo un seguito a quest’ultimo, un seguito incompiuto (lo terminò lo scrittore Terry Bisson su commissione dell’editore), dal titolo: Saint Leibowitz and the Wild Horse Woman”.
Ma torniamo a noi: A Canticle, come comunemente viene sopranominato, è in realtà un romanzo composto di tre racconti. Inizialmente Miller aveva pubblicato separatamente i tre racconti (come un unico romanzo che consisteva di tre parti), uno all' anno, su una rivista di fantascienza. Poi decise di mettere mano all'opera ampliandola e riscrivendola. Nacque così il Canticle così come lo conosciamo noi oggi.
I tre racconti sono ambientati rispettivamente sei secoli, dodici secoli e diciotto secoli dopo una catastrofe atomica avvenuta nel ventesimo secolo che ha distrutto la civiltà, lasciando pochi superstiti nella barbarie assoluta. La Chiesa è sopravvissuta al disastro ed è oggetto della riflessione dell’autore. 

Il primo racconto, “Fiat Homo” è ambientato in un’epoca paragonabile all’incirca all’alto medioevo e vi leggiamo l’epopea di un novizio dell’ordine Leibowitziano, frate Francis Gerard dello Utah, che rinviene dei resti collegabili al santo fondatore. Considerati come preziose reliquie, questi reperti contribuiscono alla causa di beatificazione di Leibowitz.

Nel secondo racconto, “Fiat Lux”, siamo alla vigilia di un nuovo Rinascimento della scienza moderna.
Il geniale scienziato laico Thon Taddeo Pfardentrott, a servizio però di un principe ignorante e senza scrupoli, sta ponendo le basi del metodo sperimentale ed esplora vari campi delle scienze naturali, ma ad un certo punto viene a sapere che nei sotterranei dell’abbazia di San Leibowitz sono conservati documenti dell’antica civiltà scomparsa. Quando ha finalmente modo di studiarli si rende conto che contengono una scienza avanzatissima e, benché si tratti di frammenti, possono far fare enormi balzi avanti in moltissimi campi. Si vede chiaramente come le scienze naturali stiano per emanciparsi dalla tutela religiosa e inorgoglite dalla loro forza si considerano “Luce”, bollando come “tenebre” e “oscurantismo” tutto ciò che le ha precedute, in primis la religione.

Nel terzo racconto, “Fiat Voluntas Tua”, la civiltà ha raggiunto nuovamente il punto in cui quella precedente si era autodistrutta e anche di più: ci sono armi atomiche, astronavi interstellari, macchine elettroniche ecc.
La tensione tra le due grandi potenze dell’epoca è al limite e si percepisce come imminente una escalation nucleare.
L’abbazia dell’ordine di Leibowitz c’è ancora, ma si capisce che il cristianesimo e la Chiesa sono di fatto minoranza e le loro sono considerate come opinioni al pari di tutte le altre. È forte la presenza del relativismo etico, e sorprende come uno scrittore degli anni cinquanta abbia potuto essere così profetico riguardo all’attualità di questi anni.
La Chiesa, in previsione di un olocausto nucleare che questa volta potrebbe cancellare completamente il genere umano, ha preparato un piano per sopravvivere trasferendosi sulle colonie terrestri di Alfa Centauri.
L’epilogo vede l’astronave con a bordo un gruppo di famiglie, di vescovi e di suore decollare verso la lontana colonia spaziale, come fosse un piccolo germoglio dell’umanità e della Chiesa scampato al diluvio per essere trapiantato e perpetuare laggiù ciò che ormai sulla terra è distrutto. Il momento è reso quasi tragico dal gesto dell’ultimo frate che prima di chiudere il portello scuote la polvere dai sandali, come Gesù aveva detto ai suoi discepoli: “Se qualcuno poi non vi accoglierà e non darà ascolto alle vostre parole, uscite da quella casa o da quella città e scuotete la polvere dai vostri piedi. In verità vi dico, nel giorno del giudizio il paese di Sòdoma e Gomorra avrà una sorte più sopportabile di quella città” (Mt. 10,14-15).
L'autore sembra volerci dire che l’umanità progredisce molto da un punto di vista tecnologico e molto poco da un punto di vista morale perché ripiomba sempre negli stessi errori.
Citiamo dal libro: […] (Il mondo) non è mai stato migliore, e non sarà mai migliore. Sarà soltanto più ricco o più povero, più triste, ma non più saggio, fino all’ultimo giorno. […] (pag.176).
È un concetto profondamente cristiano: in ogni epoca l’uomo, che sia colto o ignorante, tecnologico o medievale, ha sempre un cuore povero che ha bisogno di essere salvato.
Una frase, quella di Milleri, che ne ricorda un'altra. Di un salmo: "Insegnaci a contare i nostri giorni, e giungeremo alla sapienza del cuore".

Francesco T.


en.wikipedia.org/wiki/Walter_M._Miller,_Jr.
www.wsu.edu:8080/~brians/science_fiction/canticle.htm
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martedì, 18 settembre 2007

GUIDA GALATTICA PER GLI AUTOSTOPPISTI di Douglas Adams


GUIDA GALATTICA PER GLI AUTOSTOPPISTI di Douglas Adams

Titolo originale: The hitchhicker's guide to the Galaxy
Mondadori, 1999
Traduttore: Laura Serra
Pagine: 212
ISBN: 978-88-04-46463-1
Prezzo: 8,40 €




Avete presente le importanti direttive della Confederazione dei Pianeti di Star Trek oppure l'Enciclopedia Galattica edita dalla Fondazione di Terminus nella creazione di Asimov? Mettetevi il cuore in pace, perché Douglas Adams si diverte a ironizzare sulle classiche invenzioni della fantascienza anglosassone.

Scritto con grande intelligenza e fine umorismo, questa Guida Galattica per gli autostoppisti si presenta fin dall'inizio come una sapiente opera di "relativismo" scientifico. Teorie scientifiche, filosofie umane, tecnologie "magiche" vengono costantemente mostrate per il loro aspetto divertente, per quel grado di auto-ironia nascosto al loro interno (senza che, in realtà, esse stesse ne siano consapevoli). Vi propongo un brano tratto dall'introduzione del libro, per farvi capire la tipologia di ironia:

"Lontano, nei dimenticati spazi non segnati nelle carte geografiche dell'estremo limite della Spirale Ovest della Galassia, c'è un piccolo e insignificante sole giallo.
   A orbitare intorno a esso, alla distanza di centoquarantanove milioni di chilometri, c'è un piccolo, trascurabilissimo pianeta azzurro-verde, le cui forme di vita, discendenti dalle scimmie, sono così incredibilmente primitive che credono ancora che gli orologi da polso digitali siano un'ottima invenzione.
   Questo pianeta ha, o meglio aveva, un fondamentale problema: la maggior parte dei suoi abitanti era affllitta da una quasi costante infelicità. Per risolvere il problema di questa infelicità furono suggerite varie proposte, ma queste perlopiù concernevano lo scambio continuo di pezzetti di carta verde, un fatto indubbiamente strano, visto che a essere infelici non erano i pezzetti di carta verde, ma gli abitanti del pianeta.
   E così il problema restava inalterato: quasi tutti si sentivano tristi e infelici, perfino quelli che avevano gli orologi digitali.
   [...]
   E poi, un certo giovedì, quasi duemila anni dopo che un uomo era stato inchiodato a un palo per avere detto che sarebbe stato molto bello cambiare il modo di vivere e cominciare a volersi bene gli uni con gli altri, una ragazza seduta da sola a un piccolo caffé di Rickmansworth capì d'un tratto cos'era che per tutto quel tempo non era andato per il verso giusto, e finalmente comprese in che modo il mondo sarebbe potuto diventare un luogo di felicità. Questa volta la soluzione era quella giusta, non poteva non funzionare, e nessuno sarebbe stato inchiodato ad alcunché.
   Purtroppo però, prima che la ragazza riuscisse a raggiungere un telefono per comunicare a qualcuno la sua idea, successe una stupida quanto terribile catastrofe, e di quell'idea non si seppe mai più nulla.
   Questa non è la storia della ragazza".


   Questo è lo stile del romanzo, uno stile divertente, mai volgare, sempre profondo anche se leggero (sembra quasi l'attuazione perfetta di una delle cinque Lezioni Americane di Calvino, quella sulla Leggerezza). E non fatevi fuorivare dal termine che ho usato: relativismo. Qui non si mette in discussione l'uomo e la sua ricerca di senso. Quel che si ironizza riguarda l'idea di onnipotenza serpeggiante nella nostra scienza.

Fabrizio V.

it.wikipedia.org/wiki/Guida_galattica_per_gli_autostoppisti_(romanzo)
www.fantascienza.com/magazine/libri/6167www.douglasadams.com/
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categorie: contemporaneo, straniero
venerdì, 14 settembre 2007

LA LUNGA MARCIA di Stephen King


LA LUNGA MARCIA di Stephen King

Titolo originale: The long walk
Sperling, 1998
Traduttore: Beata della Frattina
Pagine: 279
ISBN: 88-8274-482-5
Prezzo: 8,50 €



Coperto dallo pseudonimo Richard Bachman, Stephen King ha pubblicato questo strano romanzo nel 1970. Mette in scena una sfida mortale, quasi senza senso, in un'America che ha gran poco di democratico.


Il sedicenne Garraty si iscrive alla Lunga Marcia, una gara impossibile ai limiti della crudeltà, istituita da un fantomatico generale in un paese - pare - governato da una dittatura. Dai confini con il Canada fino a Boston, 100 volontari corrono a piedi senza mai fermarsi, senza mai scendere sotto la velocità di sette chilometri orari e con tre ammonizioni disponibili per pause non maggiori di 30 secondi. La punizione è un'esclusione definitiva: dalla vita! Infatti chi viene punito è direttamente eliminato dalla faccia della terra, ucciso.

     Il romanzo presenta un'America cinica ai limiti della cattiveria, in cui la Lunga Marcia è attesa come un evento clou dell'anno mediatico, polo attrattore di curiosità e fanatismi quotidiani. Tutto ciò che fanno e che producono i corridori nella loro marcia estenuante (escrementi compresi!) diventa ambito trofeo. Il feticismo e la privazione di valori di un paese in assoluta povertà morale emerge con vigore da questo ritratto spietato.
 
   In effetti, al di là della costruzione fantastica che King ingegna per mettere in scena questo dramma, quel che spicca dalle righe del romanzo è il realismo di una condizione americana eccessiva. Non si pensi che Stephen King parli di qualcosa di totalmente inventato o estraneo alla realtà: leggendo queste pagine (che si divorano tutto d'un fiato in poco tempo) mi sono venute in mente altre rappresentazioni al limite, prima fra tutte quella di Sugarland Express di Steven Spielberg: proprio degli stessi anni del nostro romanzo, anche il regista ha messo in scena quello che doveva essere un vizio americano in crescita, ovvero il voyeurismo, malattia importata anche da noi e che già minaccia la nostra società italiana.

   I valori emergono nel corso della gara, nella competizione tra i partecipanti: odio, concorrenza, pazzia non possono soffocare l'amore che emerge a un certo punto nella narrazione, e che diventa dono gratuito di uno dei partecipanti a favore del protagonista, rosa che sboccia in un deserto di cinismo. Secondo me questo particolare, sebbene possa apparire debole nel devastante ritratto, è la chiave di lettura del romanzo. Senza svelare il finale, si scopre proprio alla fine dove sta la vera realtà, il vero calore umano.

Fabrizio V.

it.wikipedia.org/wiki/La_lunga_marcia
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mercoledì, 12 settembre 2007

NEL TEMPO CHE PRECEDE di Umberto Piersanti


NEL TEMPO CHE PRECEDE di Umberto Piersanti

Einaudi, 2002
Pagine: 166
ISBN:
9788806152574
Prezzo: 13€



Cantore di un mondo ormai in parte perduto, quello agricolo e pastorale delle Cesane (catena collinare tra Urbino e Fossombrone), uno spazio panico e antropologico pregno di misteri e riti antichi senza tempo, che egli ama come fosse il corpo di una donna ed a cui è legato da quello stesso senso della terra che già fu di Cesare Pavese, Piersanti ha in Pascoli e Leopardi i suoi numi tutelari.



Striato da case in rovina il profilo desolato, aspro e impenetrabile delle Cesane ha nella figura archetipa del pastore una costante presenza armonica al centro di immagini e leggende che l'autore trasfigura attraverso un linguaggio poetico denso, suscitando anche in questo libro lo stesso potere evocativo già apprezzato in "I Luoghi persi".
   Mediante una vibrazione di timbro leopardiano e l'accurata ossessione pascoliana con cui reperta nomi di ogni specie animale e vegetale, egli disseppellisce dalle rovine prodotte dagli effetti immemori della tempesta quotidiana questo estremo lembo di civiltà da cui emana un profumo di umanità diversa, più autentica. Si tratta di un'epopea sospesa tra le miti screziature di uno scenario atemporale ove il sentimento estetico del poeta si distende sistematicamente in felici sequenze di endecasillabi comuni, rivelando un trepidante bisogno di lirica.
   Con la stessa forza evocativa con cui si sottrae all'amalgama massificatorio del sociale, restituendo il poeta al ruolo più consono di individuo in lotta contro il destino, egli rivendica, mediante l'impiego del metro più tradizionale, la decisività del fattore musicale nel costituirsi della poesia, schiudendo un varco salvifico e non solo consolatorio verso la bellezza.

Gian Paolo G.

www.italialibri.net/opere/neltempocheprecede.html
it.wikipedia.org/wiki/Umberto_Piersanti
www.progettobabele.it/autori/umbertopiersanti.php
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categorie: italiano, contemporaneo
domenica, 26 agosto 2007

I DONI di Ursula K. Le Guin


I DONI di Ursula K. Le Guin

Titolo originale: Gifts
Editrice Nord, 2006
Traduttore: Riccardo Valla
Pagine: 235
ISBN: 88-429-1435-5
Prezzo: 17,60 €



Gli abitanti dei Monti - un territorio impervio e selvaggio - possiedono dei Doni: uno per famiglia, passato ai discendenti per via ereditaria. Due ragazzi decidono di non usarli.



Romanzo scritto con maestria, semplicità e profondità da Ursula K. Le Guin, questo Gifts colpisce soprattutto per due cose: la sconcertante pericolosità che i doni possiedono e la libera scelta di non usarli dei due giovani protagonisti.

Ambientato in un mondo rurale in cui il nostro mondo occidentale sembra appena abbozzato e agli albori, I doni aiuta a riflettere tramite la violenza esemplare contenuta nella narrazione. Ogni famiglia dei Monti possiede un dono tipico: chi la capacità di far esplodere, chi la capacità di ascoltare i pensieri, chi la capacità di attrarre gli animali e far compiere la sua volontà. Colpisce subito che a causa di questi doni si instauri un equilibrio del terrore tra i Monti e le pianure, e tra i dominion dei Monti stessi. Ogni famiglia è schiava della paura che l'odio si scateni in distruzione.
Non fosse per due ragazzi, Gry e Orrec, che decidono di non utilizzare le loro capacità, la scena sarebbe sempre dominata dalla ferocia e dalla sopraffazione. Ma per l'appunto questi due giovani non vogliono distruggere nulla, tanto meno costringere gli animali a far quanto desiderano. Sono alla ricerca di un equilibrio con il mondo che la loro stessa natura sembra voler mettere sempre in forse.

Si fa strada, in questo modo, la maturità di una scelta che va contro corrente, che sceglie di correre personalmente il rischio per non far rischiare gli altri: una scelta animata dall'intuizione che forse, un giorno ormai passato, quei doni erano tutti in positivo e che la sete umana ha trasformato in strumenti di violenza e usurpazione.

Fabrizio V.

it.wikipedia.org/wiki/Ursula_K._Le_Guin
www.ursulakleguin.com/UKL_info.html
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categorie: contemporaneo, straniero
mercoledì, 22 agosto 2007

LE INTERMITTENZE DELLA MORTE di José Saramago


LE INTERMITTENZE DELLA MORTE di José Saramago

Titolo: Le intermittenze della morte (As Intermitências da Morte)
Einaudi, 2005
Traduzione: Rita Desti
Pagine: 205
Isbn: 88-06-17937-3
Prezzo: 17 €


Josè Saramago ha fatto centro un'altra volta, mi dicono. Portoghese nato nel 1922, stabilmente tradotto in italiano e pubblicato per i tipi di Einaudi, ha vinto il premio Nobel per la Letteratura (quella con la L maiuscola) nel 1998.



Comincio a leggere il suo ultimo romanzo, dunque, Le intermittenze della morte e mi trovo in difficoltà già verso la terza o quarta pagina. Quest'uomo scrive in una maniera strana. O per lo meno la sua traduttrice, Rita Desti, adotta una forma quanto mai inusuale (ma credo proprio che rispecchi le abitudini stilistiche del suo autore). Mi devo costringere a forza per andare avanti.

Accidenti!, la storia è interessante. La morte (con la m minuscola, non maiuscola) ha deciso di non operare più per ben sette mesi e gli abitanti di un'intera nazione sono sgomenti di fronte a una simile decisione. L'autore si diverte e prevedere quali siano le roccambolesche decisioni del governo e delle categorie economiche per far sì che questo sciopero della sorella dalla falce sempre pronta (una falce che non parla mai pur essendo molto espressiva!) non porti a un disastro economico e sociale.

Ma come ho già accennato, l'autore usa una forma un pò strana, che incontro per la prima volta. Non ci sono « o » di sorta, nemmeno il «-» è più in auge in Portogallo, a quanto sembra. Tanto meno le «"» aiutano a distinguere il discorso diretto da quello indiretto. Solo una piccola e timida «,» permette di passare dal diretto all'indiretto. In sostanza è come se una persona parlasse sempre con lo stesso tono per lunghi paragrafi di un argomento ostico. Davvero difficile starci dietro.

Però la mia pervicacia è servita a qualcosa: andando avanti nella lettura ci si abitua a questa strana forma e il racconto va avanti che è una delizia! Il linguaggio è ricco e colorito, e ciò che avviene è tragicomico, come lo spirito umano sottoposto a lunghe e minacciose situazioni.

La seconda parte del romanzo sorprende, perché la morte che ha deciso di far capire all'uomo che cosa ne sarebbe dell'uomo stesso senza la morte, a un certo punto è costretto a imparare a sue spese quale sia la forza dell'amore e della vita.

Sebbene il romanzo non si presenti come un romanzo esplicitamente cristiano - non nella materia tanto meno nell'approccio - devo dire che aiuta, tramite un linguaggio ironico e sarcastico, a riflettere sulla fragilità dell'essere umano e sul momento culminante e pregno di significato che può essere la morte. Questa realtà vitale abbandonata dalle considerazioni moderne, proprio nel romanzo finisce per risultare come quell'attimo cruciale in cui l'essere umano e le società sono chiamate a dar significato alla propria esistenza. Non a caso tutta la seconda parte del romanzo si sofferma sul tentativo della morte di comprendere il perché il suo "pupillo" abbia deciso di non morire. E' indubbiamente questa la parte migliore del romanzo, la più profonda e, anche, poetica.

Ho scoperto uno scrittore. Mi sono entusiasmato e lo propongo a tutti.


it.wikipedia.org/wiki/Jos%C3%A9_Saramago
www.comitatomst.it/sarabio.htm
www.liberonweb.com/einaudi/tas_saramago.asp
postato da: Fabrieli alle ore 07:59 | link | commenti (2)
categorie: contemporaneo, straniero
martedì, 14 agosto 2007


LA SIGNORA DI AVALON di Marion Zimmer Bradley

Titolo: La Signora di Avalon (Lady of Avalon)
TEA 1998
Traduttore: Annarita Guarnieri
Pagine: 563
5,90 €


Più che perdere tempo dietro a polemiche suscitate da romanzi come se fossero pericolosi quali "Il codice da Vinci", credo che uno sguardo critico e attento vada rivolto a romanzi come quelli di Marion Zimmer Bradley, indubbiamente ben scritti e a volte interessanti.
   Lo dico per un cristiano che voglia essere accorto. Ecco i perché.




Marion Zimmer Bradley, affermata e celebrata scrittrice fantasy, tra le cose migliori che ha scritto ci ha lasciato questo romanzo che fa parte della saga di Avalon.

Chi lo definisce un romanzo di genere fantasy, chi lo inserisce nella categoria epica, resta il fatto che il respiro narrativo della scrittrice sa attingere a storia, mito e fantasy per coniugarli in un insieme perfettamente coerente. La storia della Britannia e del suo affrancamento progressivo dall'Impero Romano si snoda a suon di rituali pagani e di consacrazioni di guerrieri e sacerdotesse. Lo stile è solido e la prosa è semplice e diretta, anche se non asciutta. Inoltre, si nota subito che la mano autrice è di una donna: le descrizioni, soprattutto degli amplessi, sono tificamente femminili.

Quali sono gli aspetti, secondo me, negativi? Innanzitutto la ripetitività narrativa. Le tre parti del romanzo si sommano una all'altra senza riuscire a evitare un effetto ridondante che appesantisce un pò la narrazione. Inoltre il rapporto madre-figlia che si instaura quasi sempre negativamente tra le protagoniste del romanzo può anche essere un elemento di veridicità o verosimiglianza del romanzo, ma rischia di stufare il lettore.

Devo rilevare anche un aspetto che mi ha molto infastidito. Il Cristianesimo viene presentato dall'autrice o in un'aura mitica intrisa di teorie alternative (vedi tutta la storia relativa a Giuseppe d'Arimatea...) oppure sotto una luce talmente negativa, trita e ritrita nella quale le uniche isole di luce sono costituite dalle dottrine eretiche di Pelagio. Per di più si fa un bel miscuglio New Age di idee spirituali per le quali tutte le divinità in realtà sarebbero una, lo stesso dio che non importa distinguere nelle singole religioni: in sostanza uno vale l'altro. Ecco, questo ha urtato la mia intelligenza prima ancora che la mia fede.

Fabrizio V.


http://it.wikipedia.org/wiki/Marion_Zimmer_Bradley
http://mzbworks.home.att.net/bio.htm

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categorie: contemporaneo, straniero

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