






Evidentemente Jane Austen va di moda, se il cinema ci ha appena sfornato nel 2006 la riedizione di Pride and Prejudice (con Keira Knightley, candidata all’oscar come migliore attrice protagonista) e nel 2007 è uscito Becoming Jane (con Anne Hathaway che narra il flirt di una giovanissima Jane per Tom Leroy (vero e documentato), amore corrisposto ma non convolato a sospirate nozze per l’ostacolo del censo sociale della famiglia Austen, non sufficiente per aspirare ad una parentela con i nobili Leroy, e da cui la scrittrice si presume abbia tratto ampio materiale per i suoi due primi capolavori: Orgoglio e Pregiudizio e Ragione e Sentimento.
A parte questi due film, c’è da notare che in Inghilterra nell’ultimo decennio sono state tratte riduzioni televisive e cinematografiche da tutti i sei romanzi della Austen, e che di alcuni esistono anche due versioni a pochi anni di distanza una dall’altra (basta andare su You Tube e digitare Jane Austen, o su Amazon.uk per comprare i dvd in inglese).
Viene da pensare che, essendo rara al giorno d’oggi una buona sceneggiatura, sia sempre proficuo saccheggiare dall’immaginario di Jane.
Mansfield Park è uno dei romanzi meno conosciuti di Jane Austen (1775-1817), però è unanimemente considerato il più complesso e da alcuni (tra cui io) il suo capolavoro. Anche di questo esiste l’ottima versione cinematografica datata 1999, ovviamente in inglese perché per motivi incomprensibili il film non è mai stato distribuito in Italia); persino i nostri critici (che evidentemente l’hanno visto) ne hanno parlato in maniera lusinghiera.
Il soggetto è esigente, quello che più si stacca dal consueto schema austeniano eroina- avventura travagliata-conclusione. Di solito Jane adotta lo schema classico, quello secondo la teoria aristotelica della narrativa: la collusione, la crisi e la catarsi. (Jane si colloca prima dell’avvento del romanticismo; anche se può considerarsi pre-romantica, è avvisa da tutte le scrittrici romantiche, ad esempio dalle sorelle Bronte che considerano le sue protagoniste delle insulse anti-eroine. Sono Walter Scott la ammira. Per fortuna le sue opere all’epoca circolavano indipendentemente dai favori degli scrittori in auge in quel momento).
Eppure qui la protagonista non è tanto la fanciulla di cui Jane racconterà, ma una tenuta signorile: Mansfield Park, e tutte le vicende che ruoteranno attorno ad essa.
Scritto tra il 1812 ed il 1814, pubblicato nel 1814, rimane un romanzo in parte oscuro. Jane lo scrisse in una stagione della sua vita in cui aveva capito che, ormai, forse non si sarebbe più sposata. Il padre era morto, lei con la madre e la sorella Cassandra (nubile come lei) vivevano in una condizione di precarietà, con una piccola rendita appena sufficiente. Si sono trasferite in un cottage molto meno costoso, con un mobilio essenziale. E' in questa situazione difficile, certamente non immaginata (non si aspettavano che la morte del padre le avrebbe gettate in miseria), che Jane si accinge a scrivere questo romanzo, atipico per la sua produzione narrativa.
La protagonista, Fanny Price, è appartenente alla lower class, caso unico nella narrativa austeniana. Suo malgrado si ritroverà a fare la “scalata sociale” (esempi simili li troviamo tranquillamente nei romanzi dell’epoca, basti pensare a Pamela di Samuel Richardson), ma c’è qualcosa di anti-moderno in questo romanzo: la critica ai costumi della società che, secondo Jane Austen, cominciavano ad essere troppo licenziosi, specialmente quelli provenienti da Londra. La critica al teatro ed alle nuove commedie, apportatrici di dis-valori, la critica alla town come città tentacolare ingannatrice, in opposizione alla quiete della campagna, del park (Mansfield Park è la tenuta nobiliare in cui è situata la villa della famiglia Bertram, la famiglia che accoglie in casa Fanny e la crescerà come una figlia[1]). La critica al fariseismo nobiliare e alla rigida divisione in caste sociali: i nobili che potevano godere della loro ricchezza grazie alle piantagioni e alle usurpazioni degli schiavi nei loro possedimenti nelle Indie (di fatti sir Thomas Bertram ha un possedimento coloniale alle Antille).
Un’esaustiva trama si trova su wikipedia (http://it.wikipedia.org/wiki/Mansfield_Park). Io ne faccio appena i cenni salienti:
Fanny è il “prezzo” da pagare (di fatti fa Price di cognome) perché il ricco sir Thomas Bertram senta di far qualcosa per i suoi parenti poveri; quasi come riscatto dell’appartenere alla upper-class sir Thomas decide di allevare in casa sua una figlia della sorella della moglie (sposata con un ufficiale povero di marina). La scelta cade su Fanny, che quindi viene condotta a Mansfield Park per crescervi insieme agli altri quattro figli di sir Thomas e lady Bertram. Tom, Mary e Giulia si dimostrano vacui e frivoli. Sono Edmund (che di fatti è il più integerrimo dei quattro, quello non aspira alla carriere ma che vuol diventare pastore) dimostra simpatia per Fanny. Col tempo Fanny s’innamora del cugino, mentre il cugino dimostra solo una passione fraterna per lei. Le cose si complicano quando, mentre sir Thomas è alle Antille in visita ai suoi domini coloniali, arrivano nella tenuta vicino al Park una coppia di fratelli dalle abitudini un po’ più vivaci: Hanry e Mary Crowford. Edmund s’innamora di Mary, che pur desidererebbe che un ottimo partito come lui non si desse via alla semplice vita di pastore di campagna. Hanry invece fa la corte contemporaneamente alle due sorelle, per poi prediligere proprio quella fidanzata. La cosa precipita nel momento in cui la compagnia di amici decide di mettere in scena la recita di una commedia teatrale che andava di moda all’epoca. Le donne non potevano recitare, ma secondo più libertine usanze le sorelle Bertram e Mary Crowford vi prendono parte. Edmund e Fanny non vorrebbero parteciparvi, ma alla fine vi sono costretti. La rappresentazione va a monte solo perché, all’ultimo momento, arriva da Antigua sir Thomas che – non approvando la recita – la fa andare all’aria. Tom e i due Crowford vengono allontanati, Mary si sposerà col fidanzato e le cose sembrano per il momento mettersi bene.
Ma quando Hanry e sua sorella fanno ritorno, Hanry decide a mò di passatempo di far innamorare di sé Fanny. La poverina, che non s’aspetta un corteggiamento in piena regola e che ha occhi solo per Edmund, si trova a dover subire la pressione di sir Thomas che vorrebbe che sposasse Hanry. Lui, che non conosce così bene i due fratelli Crowford come li conosce lei, non ci vede nulla di male nell’unione tra Hanry e Fanny. Per cui, all’intestardimento di lei di non sposarlo, decide di mandarla a casa sua, dalla sua povera famiglia, sperando che metta la testa a posto e cambi idea.
Di fatto Hanry veramente sembra sul punto di cambiare vita, e lei di smettere di pensare ad Edmund (che nel frattempo sembra indirizzarsi verso il matrimonio con Mary Crowford), salvo che – in un momento in cui Hanry è a Londra (la città tentacolare) e reincontra la sua antica fiamma Mary Bertram, cede alla voglia di ricorteggiarla nonostante sia sposata. Lei si abbandona alle dichiarazioni del libertino Hanry e le cose si ingarbugliano al punto tale che, alla fine, scapperanno insieme. È un fulmine a ciel sereno: la disgrazia a questo punto colpisce la famiglia Bertram. Il marito di Mary chiede ed ottiene il divorzio, sir Thomas e la sua famiglia si convincono dei costumi libertini dei Crowford (pure Mary, dicendo che suo fratello si era comportato male, però in fondo lo giustificava), e Fanny viene richiamata a Mansfied Park. A questo punto si aprono gli occhi ad Edmund che finalmente comincia a vedere la cugina come una donna e se ne innamora. Alla fine si sposeranno e vivranno nella tenuta di Manfield Park, lui come pastore e lei come moglie del pastore.
Il libro si chiude nel migliore dei modi, come se nell'immaginario di Jane la tradizione con i suoi sani valori vincesse sui pericoli e sulle tentazioni che la scrittrice vede avvicinarsi da Londra. Di fatto Londra espanderà la sua influenza sulla società inglese, ma è come se l'animo di Jane rimanesse puro e ancorato ai sani principi paterni; forse è questo uno dei motivi che ne fanno una scrittrice fuori dal tempo.
Riporto alcune recensioni significative:
http://www.internetbookshop.it/code/9788817172622/austen-jane/mansfield-park.html
Anche altri lettori oltre a me confermano questi miei giudizi:
“Fanny Price è diversa da tutte le altre eroine di Jane Austen: non ha il senso dell’umorismo di Elizabeth Bennet né la frivolezza di Emma, e nemmeno la consapevolezza di Elinor Dashwood o l’irruenza di sua sorella Marianne. Fanny è tutta buon senso, umiltà, riservatezza e vulnerabilità. È il personaggio più passivo del romanzo, eppure dal punto di vista dell’azione morale, Fanny è la più attiva perché è l’unica che riesce a vedere le cose nella giusta prospettiva fin dal principio. Nella sua immobilità, è un personaggio chiave, simbolo di quel mondo di pacata quiete e solidi valori che era l’Inghilterra rurale del primo Settecento, contrapposto alla frenesia e dinamicità di una Londra ormai alle soglie della Rivoluzione industriale. Con Fanny, Jane Austen disegna il ritratto di un’eroina positiva non per abbondanza, ma per difetto di qualità mondane: un’eroina che fa dell’immobilità la propria forza, e vince senza fare nulla.
…Fanny, vittima dell' egoismo e della superficialità di nobili alquanto sciatti interiormente.
… Mansfield Park è senza dubbio il più profondo, serio e morale dei romanzi della Austen. Non affrontatelo aspettandovi un'eroina brillante e audace come Elizabeth o Emma. Fanny è timida, schiva, riservata e "immobile". E' il simbolo positivo di Mansfield, colei che impedisce che la famiglia vada in pezzi, la figura che salvaguarda la stabilità dei buoni principi in cui Jane Austen credeva, in un'epoca che avrebbe conosciuto di lì a poco dei cambiamenti radicali, che avrebbero spazzato via il tranquillo mondo rurale che fa da sfondo alle vicende umane dei personaggi dei suoi libri, ma anche a quelle personali dell'autrice. Mansfiel Park è un romanzo che si propone di ribadire, difendere questo mondo e i suoi valori contro quelli "cittadini" dei fratelli Crawford. La storia d'amore, che pure è presente (non sarebbe davvero Jane Austen se non ci fosse!) è un diversivo, un pretesto che permette all'autrice di parlare d'altro. L'ironia non è messa del tutto da parte, anche se non è paragonabile (a mio parere)a quella, divertentissima, di Emma. Fanny è forse un'eroina difficile da amare: non è bella, non è vivace, non compie mai errori, che la renderebbero più vicina al lettore. Resta sempre ferma sui propri principi e idee, non si lascia incantare dalle belle apparenze, sa riconoscere il male e la depravazione dietro alla facciata. Ma è il simbolo di quel mondo tranquillo, che sarebbe stato travolto dalla nuova era industriale e che Jane Austen consapevolmente difende e, almeno nella finzione letteraria, fa trionfare.”
Elisabetta M.
[1] Era abitudine comune all’epoca “cedere” uno dei vari figli (specialmente se la famiglia era numerosa) ai parenti perché venisse allevato, specialmente se questi parenti fossero stati più ricchi e perciò più pronti a supportare le spese di educazione ed istruzione del figlio. La stessa famiglia Austen “cedette” un fratello maggiore di Jane a dei parenti nobili. La cosa fu un bene, perché quando morì il padre di Jane, Jane con sua sorella Cassandra e con la madre dopo varie peripezie (caddero in povertà, sebbene Jane non ne parli molto nelle sue lettere, per altro quasi tutte andate bruciate dalla sorella per volontà stessa di Jane) furono accolte proprio in casa del fratello che era stato allevato dai parenti ricchi e che, una volta morto lo zio, aveva ereditato l’intera proprietà nobiliare.

E’ difficile parlare di Guerra e Pace. E’ un romanzo che è più cose insieme: romanzo storico, romanzo di formazione, romanzo psicologico, romanzo epico, romanzo d’amore, romanzo cristiano.
“Quando si accinge a scrivere Guerra e Pace nel 1865 il Principe Lev Nikolaevic Tolstoj… da un lato si rivolge ad Omero addirittura, dall'altro smonta le mitologie patriottiche e l'idea della storia come qualcosa di governabile dalla ragione o dal grande individuo. È difficile dire se Tolstoj abbia creato i suoi personaggi come illustrazione di un sentimento della vita o se quel sentimento germogli dall'essenza dei personaggi. Così come la storia è l'intreccio di individuale e collettivo, di libertà e di necessità, così in Guerra e pace la visione della storia vive nelle vite degli individui. La guerra è la situazione in cui il carattere paradossale dell'esistenza umana si manifesta pienamente. La storia vi manifesta la sua cieca violenza, ma l'individuo vi può manifestare forse la tragica vicinanza alla propria nuda essenza. Per questo in tempi di guerra e in tempi di pace l'opera di Tolstoj è molto più di un romanzo. Una sinfonia di voci, che cercano di rintracciare senso e verità nel caos della storia”.
Cominciamo dalla contrapposizione del titolo: pace in russo significa anche vita, per cui è sia la contrapposizione tra la guerra e la pace, sia tra la morte e la vita.
Una concezione però che non è né manichea, né ideologica né conservatrice (come vorrebbe far credere il Mengaldo – qui mi dissocio dalla sua interpretazione – che afferma che Tolstoj non crede nell’idea del progresso in quanto difensore del conservatorismo della nobiltà); è semplicemente la concezione cristiana della storia, quella secondo cui la storia umana è scritta con due registi: il registro della Divina Provvidenza che s’intreccia in modo mirabile ed imperscrutabile con quello della libertà umana. Per cui anche la vita più infima e miserabile ha valore nella storia della salvezza, e può apportare modifiche alla Grande Storia.
Da ciò si capisce come il personaggio principale (ancora prima di Pierre, di Natascia, di Andrej) sia la grande madre Russia, il cui spirito del popolo si impersonifica per ragioni di narratività in alcuni personaggi singolari che rimandano al popolo russo ed alla sua saggezza inesauribile: due in special modo, il popolano Platon Karatajev ed il generale Kutusov.
Cito sempre dal Mengaldo: “Per Tolstoj l’epoca napoleonica rappresenta un momento importante per la Russia, perché scopre la propria identità. L’invasione condotta da Napoleone si scontra con la resistenza del Generale Kutusov che è una resistenza passiva tipicamente russa. Passiva perché il Generale è convinto che l'individuo non possa modificare la storia, tanto meno con la violenza. Egli crede che il processo storico è decretato dal popolo pacifico e non dalla guerra. È qui che la Russia acquista veramente la propria identità, che è un'identità soprattutto popolare”.
Per il riassunto rimando al sito della Wikipedia (http://it.wikipedia.org/wiki/Guerra_e_pace), quello che mi interessa qui scrivere è il significato profondamente cristiano dell’opera di Tolstoj.
E per farlo bisogna partire dalla fine. Toltoj dissemina per tutti i quattro volumi del romanzo annotazioni sulla storia e sul suo significato, annotazioni considerate sia a partire dai singoli fatti o dai singoli personaggi storici, sia a partire da più ampi spunti a proposito del disegno generale della storia. Sta qui il cuore di questo romanzo.
“Come il sole e come ogni atomo dell’etere è una sfera perfetta in sé stessa, e in pari tempo è soltanto un atomo di un tutto, per la sua immensità incomprensibile all’uomo, così ogni individuo porta in sé stesso le proprie finalità e le porta per servire a finalità generali inaccessibili alla mente umana… Quanto più in alto si eleva la mente umana nella scoperta di questi scopi, tanto più le appare evidente la sua incapacità di attingere lo scopo finale… Questo vale anche per gli scopi dei personaggi storici e dei popoli”.[1]
Quando Tolstoj esamina le azioni di Napoleone e dello zar Alessandro I (e di Kutusov), ammette che le scelte militari che essi compirono si basarono su una serie infinita di micro-con-cause, non dipesero cioè se non in minima parte da essi stessi:
“Le azioni di Napoleone e di Alessandro, da una parte dei quali dipendeva, in apparenza, che la guerra accadesse o no, erano così poco libere come l’atto di un qualunque soldato che andava alla guerra perché aveva estratto un numero a sorte o perché era stato reclutato.Nè poteva essere altrimenti: perché la volontà di Napoleone e di Alessandro (di quegli uomini dai quali l’evento pareva dipendere) fosse attuata, era necessaria la concomitanza di molteplici circostanze, senza una delle quali l’evento non avrebbe potuto accadere.
… Ogni uomo vive per sé, si vale della libertà per il conseguimento dei suoi fini personali e sente con tutto il suo essere che può immediatamente compiere o non compiere una data azione; ma non appena egli la compie, questa azione, compiuta in un dato istante nel tempo, diventa irrevocabile e diviene proprietà della storia, nella quale ha un significato non libero ma predeterminato…
Il cuore dei re è nelle mani di Dio”.[2]
“La vittoria non ha mai dipeso e non dipenderà mai né dalla posizione, né dagli armamenti, e nemmeno dal numero… ma… da quel sentimento che è in me, in lui… in ogni soldato… in una battaglia vince colui che ha deciso fermamente di vincere”.[3]
Così la storia è sempre una nuova creazione che sorprende (stupendo l’esempio dei russi che dopo l’assedio di mosca ricostruiscono subito la città, laboriosi come tante formiche all’opera[4]); ad esempio i due matrimoni che ci saremmo aspettati lungo tutta la lettura di tre volumi su quattro, proprio giunti all’ultimo ci si rende conto che non avverrano, per fare posto ad un altro ordine di eventi, ben più giusti: Natascia non sposerà il principe Andrej ma il conte Pierre, e Nikolai non sposerà la cugina Sonja ma la principessa Maria. Un rovesciamento di quanto il lettore si sarebbe aspettato. Perché?
Perché i sentimenti dell’anima umana non sono perfetti, ma densi di dubbi, paure, insudiciati anche dal peccato e nello stesso tempo abitati dalla grazia. Ed è per la combinazione (ad un tempo libera e predestinata) di tutti questi fattori che i fatti che apparentemente seguirebbero un decorso preciso, ad un tratto cambiano: Natascia non crede fino in fondo che il principe Andrej la ami, si sente inferiore rispetto ad un uomo simile, per cui cade facile preda tra le braccia di Anatolio. Parimenti Andrej non riesce a perdonarla (“Ricordo” rispose in fretta il principe Andrej “io dicevo che bisogna perdonare alla donna caduta; ma non ho detto che potessi perdonare. Io non posso”[5]). L’amore per Natascia si trasforma in odio per Anatolio: da allora in avanti Andrej non ha altro desiderio che vendicare l’offesa ricevuta uccidendo il rivale.
Anche quando si rincontreranno, e si riappacificheranno, lo stesso Toltoj con finezza estrema annota che Natascia non riesce ad accettare fino in fondo la malattia di Andrej (e la conseguente morte inesorabile), mentre Andrej si sente già staccato da lei perché per la prima volta nella sua vita capisce che la vita è preparazione alla morte. Così i due, pur vicini, in realtà si allontanano.
Pure Nikolai capirà che l’amore per Sonja non è paragonabile al vero sentimento che prova per la principessina Maria, sorella di Andrej. D’altronde Sonja col suo comportamento sempre “a capo chino”, remissivo, si lascia “scappare” Nikolaj: Natascia-Tolstoj parla di lei con le parole del Vangelo: “A chi ha, sarà dato di più, ma a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha…. È un fiore sterile…come una gatta, si era abituata non alle persone, ma alla casa”.[6]
Il messaggio centrale così appare sempre più marcato dalla figura di Pierre, e dal suo incontro con Platonev.
L’amore universale perché siamo tutti fratelli, figli dello stesso Padre celeste, di Dio. Questa è l’unica cosa che conta.
Tutti i personaggi di Guerra e Pace sono toccati dalla grazia del perdono: Andrej perdona Anatolio riconoscendolo nel ferito che sta accanto a lui, sul tavolaccio dell’infermeria dopo la battaglia di Borodinò. I suoi pensieri guardando l’antico rivale si fanno colmi pieni di misericodia:
“La compassione, l’amore per i fratelli, per coloro che amano; l’amore per coloro che ci odiano, l’amore per i nemici; sì, quell’amore che Dio ha predicato sulla terra, che la principessina Maria mi insegnava e che io non capivo, - ecco perché rimpiangevo la vita”.[7]
Ma c’è anche la “conversione” del vecchio padre di Andrej e di Maria che chiede perdono alla figlia per le angherie che lui l’ha costretta a sopportare, a motivo del suo bruttissismo carattere. E la conversione di Pierre, che sembra quasi profetizzare la conversione al cristianesimo che avrà più tardi lo stesso Tolstoj. Una prima rivelazione della luce e della semplicità che è Dio Pierre ce l’ha dopo la battaglia di Borodinò a cui lui ha assistito da lontano:
“La guerra è la più ardua sottomissione della libertà dell’uomo alle leggi di Dio… la semplicità è obbedienza a Dio; a lui non puoi sottrarti… L’uomo non può aver possesso di nulla finchè ha paura della morte. Ma a colui che non la teme, appartiene tutto. Se non esistesse il dolore, l’uomo non conoscerebbe i propri limiti, non conoscerebbe sé stesso. La cosa più difficile (continuava a pensare Pierre) consiste nel saper unire nella propria anima il significato di tutto… No, non unire, non si possono unire i pensieri, ma collegare insieme tutti questi pensieri, ecco che cosa occorre!”[8].
Fino alla chierezza estrema del senso della vita quando, dopo aver conosciuto il compagno soldato Platon, torna a mosca: Pierre “Non poteva avere uno scopo, perché ora aveva una fede – non una fede in certe regole, o parole, o pensieri, ma in un Dio vivente, percettibile. Prima lo cercava negli scopi che si proponeva. Questa ricerca d’uno scopo non era che la sua ricerca di Dio. E tutto ad un tratto, nella sua prigionia, aveva conosciuto, non con le parole e non con i ragionamenti, ma con un sentimento immediato, ciò che una volta gli diceva la sua bambinaia: che Dio – eccolo – era là, vicino, era dappertutto… Ora a quella domanda: perché? – nella sua anima era sempre pronta una semplice risposta: perché esiste Dio, quel Dio, senza la volontà del quale non cade un capello dalla testa dell’uomo”.[9]
Altro capolavoro è la frase che Tolstoj mette in bocca al narratore onniscente (lui stesso) per spiegare la rinascita spirituale di Natascia a seguito della morte di Andrej e poi di suo fratello minore, Petia.
“La morte di Petia… quel medesimo dolore che aveva quasi ucciso la contessa (la madre) ricondusse Natascia verso la vita. La ferita morale prodotta dalla lacerazione del corpo spirituale, esattamente come una ferita fisica, per quanto possa sembrare strano, quando si è chiusa e come rimarginata, guarisce solo dall’interno per la forza rigeneratrice della vita. Così rimarginò la ferita di Natascia”.[10]
Tutti i personaggi forniscono un profilo psicologico del comportamento umano di quel tempo, ponendo al lettore dei quesiti ai quali spesso è difficile rispondere. Checov diceva: la letteratura deve porre domande, mai rispondere. E aveva ragione. Domande che possono cambiare il punto di vista del lettore costringendolo a riflessioni sul senso della vita e della storia.
Elisabetta M.
[1] Guerra e pace, Oscar Mondadori, 1991, pag. 1503-1504 (vol. IV).
[2] Ibid., pag. 801-802 (vol. III).
[3] Ibid, pag. 1024 (vol. III).
[4] “Come, guardando le formiche sparpagliate intorno ad un formicaio devastato…si vede dalla tenacia, dall’energia… che tutto è distrutto, tutto, fuorchè qualcosa d’indistruttibile, di immateriale che costituisce la forza del formicaio, così anche Mosca nell’ottobre, benchè non esistessero nè autorità, nè chiese, nè reliquie, nè ricchezze, nè case, era quella stessa Mosca ch’era stata in Agosto. Tutto era distrutto, tranne qualcosa di immateriale, ma di potente e di indistruttibile”. Ibid., pag. 1469 (vol. IV).
[5] Ibid., pag. 792 (vol. II).
[6] Ibid., pag. 1518 (vol. IV).
[7] Ibid., pag. 1080 (vol. III).
[8] Ibid., pag. 1119 (vol. III).
[9] Ibid., pag. 1462-1463 (vol. IV).
[10] Ibid., pag. 1430 (vol. IV).


