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giovedì, 15 novembre 2007

Guerra e Pace



Guerra e Pace di Lev Nikolaevi
c Tolstoj



Una riflessione personale sul romanzo cristiano del grande scrittore russo, dopo la recente fiction televisiva sulle reti rai.



E’ difficile parlare di Guerra e Pace. E’ un romanzo che è più cose insieme: romanzo storico, romanzo di formazione, romanzo psicologico, romanzo epico, romanzo d’amore, romanzo cristiano.



Un grande critico letterario come il Mengaldo (http://www.emsf.rai.it/grillo/trasmissioni.asp?d=893 ) racconta che quando Tolstoj cominciò a scrivere Guerra e Pace aveva trentacinque anni, e che inizialmente volesse scrivere qualcosa sui moti decabristi del 1825. Ma ben presto, tramite il materiale storico che si apprestò a raccogliere, la sua mente creativa venne attratta dalle precedenti campagne napoleoniche e da quello che per la storia russa significò Napoleone.

Quando si accinge a scrivere Guerra e Pace nel 1865 il Principe Lev Nikolaevic Tolstoj… da un lato si rivolge ad Omero addirittura, dall'altro smonta le mitologie patriottiche e l'idea della storia come qualcosa di governabile dalla ragione o dal grande individuo. È difficile dire se Tolstoj abbia creato i suoi personaggi come illustrazione di un sentimento della vita o se quel sentimento germogli dall'essenza dei personaggi. Così come la storia è l'intreccio di individuale e collettivo, di libertà e di necessità, così in Guerra e pace la visione della storia vive nelle vite degli individui. La guerra è la situazione in cui il carattere paradossale dell'esistenza umana si manifesta pienamente. La storia vi manifesta la sua cieca violenza, ma l'individuo vi può manifestare forse la tragica vicinanza alla propria nuda essenza. Per questo in tempi di guerra e in tempi di pace l'opera di Tolstoj è molto più di un romanzo. Una sinfonia di voci, che cercano di rintracciare senso e verità nel caos della storia”.
Cominciamo dalla contrapposizione del titolo: pace in russo significa anche vita, per cui è sia la contrapposizione tra la guerra e la pace, sia tra la morte e la vita.
Una concezione però che non è né manichea, né ideologica né conservatrice (come vorrebbe far credere il Mengaldo – qui mi dissocio dalla sua interpretazione – che afferma che Tolstoj non crede nell’idea del progresso in quanto difensore del conservatorismo della nobiltà); è semplicemente la concezione cristiana della storia, quella secondo cui la storia umana è scritta con due registi: il registro della Divina Provvidenza che s’intreccia in modo mirabile ed imperscrutabile con quello della libertà umana. Per cui anche la vita più infima e miserabile ha valore nella storia della salvezza, e può apportare modifiche alla Grande Storia.
Da ciò si capisce come il personaggio principale (ancora prima di Pierre, di Natascia, di Andrej) sia la grande madre Russia, il cui spirito del popolo si impersonifica per ragioni di narratività in alcuni personaggi singolari che rimandano al popolo russo ed alla sua saggezza inesauribile: due in special modo, il popolano Platon Karatajev ed il generale Kutusov.
Cito sempre dal Mengaldo: “Per Tolstoj l’epoca napoleonica rappresenta un momento importante per la Russia, perché scopre la propria identità. L’invasione condotta da Napoleone si scontra con la resistenza del Generale Kutusov che è una resistenza passiva tipicamente russa. Passiva perché il Generale è convinto che l'individuo non possa modificare la storia, tanto meno con la violenza. Egli crede che il processo storico è decretato dal popolo pacifico e non dalla guerra. È qui che la Russia acquista veramente la propria identità, che è un'identità soprattutto popolare”.
Per il riassunto rimando al sito della Wikipedia (http://it.wikipedia.org/wiki/Guerra_e_pace), quello che mi interessa qui scrivere è il significato profondamente cristiano dell’opera di Tolstoj.
E per farlo bisogna partire dalla fine. Toltoj dissemina per tutti i quattro volumi del romanzo annotazioni sulla storia e sul suo significato, annotazioni considerate sia a partire dai singoli fatti o dai singoli personaggi storici, sia a partire da più ampi spunti a proposito del disegno generale della storia. Sta qui il cuore di questo romanzo.
Come il sole e come ogni atomo dell’etere è una sfera perfetta in sé stessa, e in pari tempo è soltanto un atomo di un tutto, per la sua immensità incomprensibile all’uomo, così ogni individuo porta in sé stesso le proprie finalità e le porta per servire a finalità generali inaccessibili alla mente umana… Quanto più in alto si eleva la mente umana nella scoperta di questi scopi, tanto più le appare evidente la sua incapacità di attingere lo scopo finale… Questo vale anche per gli scopi dei personaggi storici e dei popoli”.[1]
Quando Tolstoj esamina le azioni di Napoleone e dello zar Alessandro I (e di Kutusov), ammette che le scelte militari che essi compirono si basarono su una serie infinita di micro-con-cause, non dipesero cioè se non in minima parte da essi stessi:
Le azioni di Napoleone e di Alessandro, da una parte dei quali dipendeva, in apparenza, che la guerra accadesse o no, erano così poco libere come l’atto di un qualunque soldato che andava alla guerra perché aveva estratto un numero a sorte o perché era stato reclutato.Nè poteva essere altrimenti: perché la volontà di Napoleone e di Alessandro (di quegli uomini dai quali l’evento pareva dipendere) fosse attuata, era necessaria la concomitanza di molteplici circostanze, senza una delle quali l’evento non avrebbe potuto accadere.
… Ogni uomo vive per sé, si vale
della libertà per il conseguimento dei suoi fini personali e sente con tutto il suo essere che può immediatamente compiere o non compiere una data azione; ma non appena egli la compie, questa azione, compiuta in un dato istante nel tempo, diventa irrevocabile e diviene proprietà della storia, nella quale ha un significato non libero ma predeterminato…
Il cuore dei re è nelle mani di Dio”.[2]
“La vittoria non ha mai dipeso e non dipenderà mai né dalla posizione, né dagli armamenti, e nemmeno dal numero… ma… da quel sentimento che è in me, in lui… in ogni soldato… in una battaglia vince colui che ha deciso fermamente di vincere”.[3]

Così la storia è sempre una nuova creazione che sorprende (stupendo l’esempio dei russi che dopo l’assedio di mosca ricostruiscono subito la città, laboriosi come tante formiche all’opera[4]); ad esempio i due matrimoni che ci saremmo aspettati lungo tutta la lettura di tre volumi su quattro, proprio giunti all’ultimo ci si rende conto che non avverrano, per fare posto ad un altro ordine di eventi, ben più giusti: Natascia non sposerà il principe Andrej ma il conte Pierre, e Nikolai non sposerà la cugina Sonja ma la principessa Maria. Un rovesciamento di quanto il lettore si sarebbe aspettato. Perché?
Perché i sentimenti dell’anima umana non sono perfetti, ma densi di dubbi, paure, insudiciati anche dal peccato e nello stesso tempo abitati dalla grazia. Ed è per la combinazione (ad un tempo libera e predestinata) di tutti questi fattori che i fatti che apparentemente seguirebbero un decorso preciso, ad un tratto cambiano: Natascia non crede fino in fondo che il principe Andrej la ami, si sente inferiore rispetto ad un uomo simile, per cui cade facile preda tra le braccia di Anatolio. Parimenti Andrej non riesce a perdonarla (“Ricordo” rispose in fretta il principe Andrej “io dicevo che bisogna perdonare alla donna caduta; ma non ho detto che potessi perdonare. Io non posso”[5]). L’amore per Natascia si trasforma in odio per Anatolio: da allora in avanti Andrej non ha altro desiderio che vendicare l’offesa ricevuta uccidendo il rivale.
Anche quando si rincontreranno, e si riappacificheranno, lo stesso Toltoj con finezza estrema annota che Natascia non riesce ad accettare fino in fondo la malattia di Andrej (e la conseguente morte inesorabile), mentre Andrej si sente già staccato da lei perché per la prima volta nella sua vita capisce che la vita è preparazione alla morte. Così i due, pur vicini, in realtà si allontanano.
Pure Nikolai capirà che l’amore per Sonja non è paragonabile al vero sentimento che prova per la principessina Maria, sorella di Andrej. D’altronde Sonja col suo comportamento sempre “a capo chino”, remissivo, si lascia “scappare” Nikolaj: Natascia-Tolstoj parla di lei con le parole del Vangelo: “A chi ha, sarà dato di più, ma a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha…. È un fiore sterile…come una gatta, si era abituata non alle persone, ma alla casa”.[6]
Il messaggio centrale così appare sempre più marcato dalla figura di Pierre, e dal suo incontro con Platonev.
L’amore universale perché siamo tutti fratelli, figli dello stesso Padre celeste, di Dio. Questa è l’unica cosa che conta.
Tutti i personaggi di Guerra e Pace sono toccati dalla grazia del perdono: Andrej perdona Anatolio riconoscendolo nel ferito che sta accanto a lui, sul tavolaccio dell’infermeria dopo la battaglia di Borodinò. I suoi pensieri guardando l’antico rivale si fanno colmi pieni di misericodia:
“La compassione, l’amore per i fratelli, per coloro che amano; l’amore per coloro che ci odiano, l’amore per i nemici; sì, quell’amore che Dio ha predicato sulla terra, che la principessina Maria mi insegnava e che io non capivo, - ecco perché rimpiangevo la vita”.[7]
Ma c’è anche la “conversione” del vecchio padre di Andrej e di Maria che chiede perdono alla figlia per le angherie che lui l’ha costretta a sopportare, a motivo del suo bruttissismo carattere. E la conversione di Pierre, che sembra quasi profetizzare la conversione al cristianesimo che avrà più tardi lo stesso Tolstoj. Una prima rivelazione della luce e della semplicità che è Dio Pierre ce l’ha dopo la battaglia di Borodinò a cui lui ha assistito da lontano:
“La guerra è la più ardua sottomissione della libertà dell’uomo alle leggi di Dio… la semplicità è obbedienza a Dio; a lui non puoi sottrarti… L’uomo non può aver possesso di nulla finchè ha paura della morte. Ma a colui che non la teme, appartiene tutto. Se non esistesse il dolore, l’uomo non conoscerebbe i propri limiti, non conoscerebbe sé stesso. La cosa più difficile (continuava a pensare Pierre) consiste nel saper unire nella propria anima il significato di tutto… No, non unire, non si possono unire i pensieri, ma collegare insieme tutti questi pensieri, ecco che cosa occorre!”[8].
Fino alla chierezza estrema del senso della vita quando, dopo aver conosciuto il compagno soldato Platon, torna a mosca: Pierre “Non poteva avere uno scopo, perché ora aveva una fede – non una fede in certe regole, o parole, o pensieri, ma in un Dio vivente, percettibile. Prima lo cercava negli scopi che si proponeva. Questa ricerca d’uno scopo non era che la sua ricerca di Dio. E tutto ad un tratto, nella sua prigionia, aveva conosciuto, non con le parole e non con i ragionamenti, ma con un sentimento immediato, ciò che una volta gli diceva la sua bambinaia: che Dio – eccolo – era là, vicino, era dappertutto… Ora a quella domanda:  perché? – nella sua anima era sempre pronta una semplice risposta: perché esiste Dio, quel Dio, senza la volontà del quale non cade un capello dalla testa dell’uomo”.[9]
Altro capolavoro è la frase che Tolstoj mette in bocca al narratore onniscente (lui stesso) per spiegare la rinascita spirituale di Natascia a seguito della morte di Andrej e poi di suo fratello minore, Petia.
“La morte di Petia… quel medesimo dolore che aveva quasi ucciso la contessa (la madre) ricondusse Natascia verso la vita. La ferita morale prodotta dalla lacerazione del corpo spirituale, esattamente come una ferita fisica, per quanto possa sembrare strano, quando si è chiusa e come rimarginata, guarisce solo dall’interno per la forza rigeneratrice della vita. Così rimarginò la ferita di Natascia”.[10]
Tutti i personaggi forniscono un profilo psicologico del comportamento umano di quel tempo, ponendo al lettore dei quesiti ai quali spesso è difficile rispondere. Checov diceva: la letteratura deve porre domande, mai rispondere. E aveva ragione. Domande che possono cambiare il punto di vista del lettore costringendolo a riflessioni sul senso della vita e della storia.

Elisabetta M.


http://it.wikipedia.org/wiki/Lev_Nikolaevi%C4%8D_Tolstoj
http://www.gliscritti.it/approf/2006/conferenze/tolstoj.htm
http://www.radio.rai.it/radio3/terzo_anello/alta_voce/archivio_2003/eventi/2003_07_04_guerra_pace/

http://www.mymovies.it/dizionario/recensione.asp?id=49533

http://cultura.blogosfere.it/2007/10/guerra-senza-pace-tolstoj-in-versione-fiction-delude-meglio-il-cinema.html

 


[1] Guerra e pace, Oscar Mondadori, 1991, pag. 1503-1504 (vol. IV).

[2] Ibid., pag. 801-802 (vol. III).

[3] Ibid, pag. 1024 (vol. III).

[4]Come, guardando le formiche sparpagliate intorno ad un formicaio devastato…si vede dalla tenacia, dall’energia… che tutto è distrutto, tutto, fuorchè qualcosa d’indistruttibile, di immateriale che costituisce la forza del formicaio, così anche Mosca nell’ottobre, benchè non esistessero nè autorità, nè chiese, nè reliquie, nè ricchezze, nè case, era quella stessa Mosca ch’era stata in Agosto. Tutto era distrutto, tranne qualcosa di immateriale, ma di potente e di indistruttibile”. Ibid., pag. 1469 (vol. IV).

[5] Ibid., pag. 792 (vol. II).

[6] Ibid., pag. 1518 (vol. IV).

[7] Ibid., pag. 1080 (vol. III).

[8] Ibid., pag. 1119 (vol. III).

[9] Ibid., pag. 1462-1463 (vol. IV).

[10] Ibid., pag. 1430 (vol. IV).

postato da: Fabrieli alle ore 12:49 | link | commenti (3)
categorie: classico, straniero

Commenti
#1    17 Novembre 2007 - 14:49
 
Molto interessante questo post, poiripasso per leggermelo con calma. Buona domenica :-)
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente BenedettoElia

#2    19 Novembre 2007 - 09:10
 
Grazie, è un libro a me molto caro.
L'ho letto e riletto, e ho scritto questa breve riflessione perchè anche voi condividiate con me la grandezza di questa opera cristiana.
Ciao a tutti!
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente ElisabettaM

#3    03 Ottobre 2009 - 11:54
 
Cara Elisabetta, si può essere d'accordo con te quando parli di messaggio cristiano in linea generale, essendo Tolstoj certamente mosso da principi valori e sentimenti cristiani (in un senso storico, cioè che è difficile ormai non chiamare cristiano ciò che nella vita d'un uomo corrisponde a valori di rispetto, solidarietà, fratellanza); ma starei molto attento a parlare di finalità storiche e di provvidenza in senso manzoniano, poichè mi sembra evidente da un'appendice dello stesso Tolstoj (su "Le antichità russe" del 1888, vol.III) che la "necessità" che sovrasta il libero arbitrio dei singoli individui sia per dirla con T.Mann (vedi saggio "Goethe e Tolstoj") pagana pagana pagana, specie se pensiamo al periodo in cui Tolstoj ha scritto il romanzo. Perchè pagana? Perchè per spiegare cosa intende per finalità a noi sconosciute paragona gli uomini, che si uccidono tra loro pur sapendo che questo è male, alle api che in una certa stagione si uccidono per rispettare il ciclo della vita e facilitare l'arrivo dei nuovi nati. In pratica se si riconosce un fine, certamente non è morale e se c'è un Dio, certamente è Natura, tanto da poter parlare di una vera Necessità organico-biologica, fisica, tutt'altro che spirituale. Del resto la carnalità di Tolstoj è un fatto acquisito e il suo essere cristiano (che fino alla cosiddetta conversione è molto dubbio) vive tra atroci conflitti e d'una spiritualità direi Michelangiolesca, da Pietà Rondanini, da angoscia del vuoto, come felicemente la definì Ungaretti. La mia, non fraintendermi, non vuole essere una questione religiosa, solo che Tolstoj non mi sembra così netto, deciso, ma problematico e incapace di risolvere i problemi dello spirito al di fuori della carne.
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