



L'età dell'Acquario, 2007
1) Innanzitutto: chi è Antonia Romagnoli e perché ha deciso di scrivere?
Esattamente perché ho deciso di scrivere non lo so, perché è una cosa che ho sempre fatto e fa parte di me. Quanto alla scelta del genere, il fantasy lo sento “mio”, è quello in cui riesco a rispecchiarmi meglio.
Per ora il mondo reale è molto presente in quello che scrivo, anche perché il fantasy che mi piace descrivere non è quello classico in cui si vive semplicemente in mondi paralleli. Nelle Terre di Slupp il mondo reale è presente sotto forma di personaggi tratti da persone esistenti trasformate in protagonisti di una storia (fantasy) assurda, mentre nel Segreto dell’Alchimista la realtà è presente con nome e cognome, in quanto parte della vicenda è ambientata a Piacenza.
Il Cristianesimo entra nei miei scritti perché è una parte imprescindibile della mia cultura e del mio modo di pensare. Nel Segreto i due personaggi protagonisti sono nelle mie intenzioni ispirati al Cantico dei Cantici. È poi quello che vorrei realizzare nella mia vita, nel rapporto che vorrei avere io con Cristo. Questo amore che Nimeon ha per Ester è l’amore che ho visto da parte di Gesù Cristo nella mia vita.
Il romanzo non si presenta come scritto prettamente cristiano, anche se nella sinossi inviata agli editori questo fattore era chiaramente segnalato. In origine il libro era preceduto da un’introduzione, che peraltro era molto personale, in cui rendevo esplicita la derivazione cristiana della storia. L’editore ha scelto di toglierla, per non fornire al lettore un’interpretazione di partenza del testo. A quanto pare i lettori, finora, non hanno colto nulla di questo aspetto.
Purtroppo penso sia una questione di mercato. Credo che la maggior parte del pubblico non veda molto positivamente la cultura cristiana per come è presentata storicamente. Ho incontrato diversi lettori appassionati di fantasy che dichiarano di essere non credenti, o pagani, o credenti di religioni alternative e visto che questo è il pubblico a cui viene rivolto il libro, gli editori non rischiano di perdere una fetta di pubblico potenziale.
Sono, con vergogna, una scarsa conoscitrice della letteratura italiana contemporanea. Ho iniziato da poco a leggere romanzi di autori fantasy italiani e trovo sia un settore molto interessante e aperto a notevoli sviluppi. Per il resto, conosco poco, più che altro perché essendo una lettrice accanita di Jane Austen e di romanzi di quel tipo, non trovo un corrispettivo in Italia.
Per quanto riguarda il filone dichiaratamente cristiano direi che non esiste una narrativa che possa ascriversi a questo termine. C’è una letteratura di “morale”, che viene diffusa e apprezzata dai cristiani, come possono essere i libri di Giussani, ma la narrativa è poco frequente, o per lo meno poco conosciuta.

Edizioni Il Foglio, 2008
Le poesie che riempiono le 111 pagine dell’ultima silloge di Patrizia Garofalo, Dare voce al silenzio, sono quasi tutte di una gradevolezza pensosa. Versi intensi che non lasciano dubbi sulla buona salute della poesia, quella che sa farsi ascoltare ed apprezzare.
Poesia vera, sentita e vissuta, assolutamente trasparente e del tutto ermetica. La linea poetica si mantiene, composizione dopo composizione, su di un tono antiretorico ed antimetafisico. Ci sono versi terribili e versi delicati, con cui cerca di esporre l’esperienza di una vita, la propria vita, i propri sentimenti, lo struggente dolore della solitudine di chi pure ama con tutto l’animo.
La rivendicazione dell’amore come dato ineliminabile della sua poetica appartiene ad un modo di vita interiore e sensibile, con cui Patrizia Garofalo rivela immagini e sentimenti con una rara spontaneità d’espressione, ponendosi in bilico tra narrazione ed impressione, ma senza mai indulgere al sentimentalismo “Né le tue lacrime/né il tuo sudore/bagnano il mio seno/ma un’attesa/divenuta/mancanza”. pag. 89.
Ma i suoi versi non recano l’andamento di un diario intimistico, bensì una poesia che riesce a dire Io solo nella misura in cui pronuncia un Tu "Posso usare / iperbole / superlativi / e / ridere di eccessi / posso fare/ sberleffi allo specchio / linguacce / smorfie / versare lacrime / cercare parole / posso dirmi bellissima/ interessante / simpatica / affascinante/ posso anche ringraziare / ma tutto / appartiene/ sempre ad un altro”. pag. 41.
Persino nell’esaltazione i suoi slanci affettivi mostrano di preferire l’espressione diretta, la densità corporea, “Inarco la schiena/quando voglio raggiungere la luce/E’ successo/quando ti ho visto/Ti offro/il ritmo di un corpo/che respira/caldo” pag. 49; mentre l’amaro senso dello sconforto ripiega nella severa disciplina di una civile indignazione, di una sobrietà disarmata e sofferta, “Diventerò il fantasma/che si incontra/si cerca/si abbraccia/Sarò/angelo/di dolore e fantasia/su una terra/distratta/arida di desideri/indifferente”. pag. 43, “Meravigliato/il dolore/mi vede/sorridere”. pag. 83.
La vena da cui sgorgano le poesie è molto istintiva, la creatività sprigiona una resistenza attiva, messa in crisi ma mai piegata dal regime repressivo del razionale con dure rilevanze. E’ l’umore che percorre questi versi. In lei vi è la puntigliosità di chi vuol tutto dire ma nulla concede alle pulsioni del proprio cuore, che si sente battere e si avverte più nella sostanza del dire che non nella parola esplicita.
Note essenziali della sua lirica sono la brevità e la fermezza del segno, con il quale nell’economia estremamente rigorosa della parola, riesce a definire un vivo senso del tempo e dell’umano. Vibrazioni che esprimono il graduale sfumare e dissolversi del nulla della realtà, la stretta finale in cui precipita la lenta e penosa consunzione dell’animo umano.
Lo stile incisivo, quasi stenografico, privo di un lessico ricercato, ribadito talvolta dalla reiterazione e dalla stessa brevità del verso, risulta funzionale ad una poetica che mira a prosciugare ogni possibile deriva sentimentale. L’assenza di una regolarità metrica consente invece alla Garofalo di riprodurre nella poesia il ritmo sincopatico di un respiro che diventa rantolo, parola strozzata, voce del silenzio. Uno spazio asfittico questo, in cui si promena la percezione vigile ma niente affatto apprensiva di qualcosa d’inspiegabile; mentre la sua vocazione rimane quella di recuperare il discorso, attraverso una scrittura poetica che, pur nella sua esigua essenzialità, condensa tutti i temi della letteratura più alta, dall’amore alla desolazione, dalla ricerca all’incomprensione.
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
Patrizia Garofalo, “Dare voce al silenzio”, Il Foglio, Piombino, 2007. Prefazione di Attilio Mauro Caproni