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sabato, 05 aprile 2008

CANTO A DUE VOCI - FINITO E INFINITO di Isabella e Tommaso di Paolo


CANTO A DUE VOCI - FINITO E INFINITO
di Isabella Cinti e Tommaso di Paolo























Canto a due voci
Oriente e Occidente, 2003

Finito e Infinito
Libroitaliano Edizioni, 2006
Pag.: 96
ISBN: 8878653039
10 €

Isabella Cinti Di Paolo, classe 1940, è un’ex insegnante che vive attualmente in una casa ubicata nello scenario incantevole e rasserenante del parco naturale del Conero. Ammorbata da una grave malattia ha trovato qui conforto e sostegno tra la natura generosa e benefica. Vanta al suo attivo alcuni libri di poesia ispirati a tematiche religiose e naturalistiche.

Nel 2003, dopo aver scoperto casualmente che anche il figlio architetto coltivava in segreto la sua stessa passione, decide di dare vita ad un’iniziativa molto originale. Si tratta di due libri in cui da un verso si accede ad una sua raccolta di poesie, e da quello opposto nella silloge del figlio Tommaso. Le copertine riportano la stessa immagine, ma ognuna reca il nome del singolo autore e nel “Canto a due voci” anche una colorazione differente. La scelta risulta funzionale alla decisione di non consentire confronti a priori, e costituisce un felice espediente che consente di realizzare un’opera in comune nella salvaguardia delle rispettive identità. Due codici distanti nella liturgia della parola, eppure affini nel modo di rapportarsi alla vita nella ricerca di un significato autentico, che hanno il proprio nucleo generatore nella condivisione di valori comuni inalienabili e profondamente radicati.      

Mentre Isabella trasfonde la sua spiritualità nella tessitura armonica del verso, liberando una poetica tutta pervasa dal dilagante senso dell’infinito, Tommaso sente crescere la volontà di imprigionare colori, profumi, impressioni e li trasfigura in inchiostro vergato sulla carta. Recepisce immagini e sensazioni come un pegno di sublimazione, una suggestiva frazione di eternità che impone alla memoria di restituirla.  

Le parole di Isabella divengono musica celestiale come quella che la contemplazione del mistero della vita le regala ogni giorno, riuscendo a modellare il linguaggio all’unisono con il sentore dell’infinito e dell’eterno che ne pervadono l’animo. Ascolta:quell’amore,/fonte di vita/per tutte le creature,/dolcemente ti canta/in fondo al cuore/ed è voce di madre,/voce d’amico,/voce d’amante,/è voce d’infinito. (pag. 53 Canto a due voci)

La soavità e l’armonia del suo rimare sostituiscono la mancanza metrica lasciando liberamente trasmigrare il suo percorso poetico ed esistenziale in una cornice godibile di purezza lirica personalissima. Scende la sera/dagli occhi di lavanda/e sulla terra/sparge sacro il silenzio./Tiepido il vento/accarezza le siepi,/dolcemente scompiglia/alle querce la chioma/e dei nidi dormienti/lieve rapisce i sogni. pag. 22 Finito ed infinito)

Consapevole che i versi producono sull’anima gli stessi effetti che i farmaci hanno sul corpo, non indugia in vacui commerci con l’oscurità, né in speculazioni metafisiche e spirituali, ma si lascia trascinare docilmente in una dimensione rarefatta da un trepido desiderio di luce.

Padre,/donami un cuore puro/che brami il cielo(…) Padre, fa che il mio cuore/perdutamente/s’innamori di te. (pag. 59 Canto a due voci).

I versi di Tommaso, al contrario, denunciano la fragilità di un poeta ancora schiavo delle pulsazioni istintive. E’ una forza vitale, elementare ed inalienabile a dare consistenza al suo linguaggio poetico, ma non per questo egli riesce a mettere il dito là dove il cuore batte, dove respira, dove gioisce ed inevitabilmente duole, riuscendo a portare in luce, tra le pieghe di una scrittura di bruciante densità, una strana ed imprevedibile tenerezza. I suoi brevi frammenti poetici catturano per il tono vibrante della sua sensibilità, talvolta striata da un’ombra di amarezza, da un fuggevole alito di disincanto. Il troppo sole non riscalda, brucia./Il troppo vento non rinfresca, sradica./La troppa pioggia non disseta, sommerge./Il troppo amore non appaga, uccide. (pag. 23 Finito ed infinito) Nel giardino/le lacrime del cielo/ed i baci del sole/s’incontrano da sempre/portando nuova vita. (pag. 41 Canto a due voci)

I versi di entrambi non cercano l’affetto poiché sono nati e cresciuti con esso; ma recano al contrario l’inappagata ricerca di un desiderio comune di trascendere il mondo, esprimendo un nucleo di valori affini. Per questo motivo le loro liriche realizzano un’opera che guarda contemporaneamente a due mondi che finiscono per specchiarsi inevitabilmente l’uno sull’altro.

C’è un tepore familiare in questi libri, una sottilissima corda d’argento che lega il destino di entrambi, un meraviglioso rapporto d’amore che l’arte magica della parola rafforza e tiene in vita, costituendo per tutti noi un forte antidito alla sopravvivenza.


Gian Paolo G.

postato da: Fabrieli alle ore 07:28 | link | commenti (2)
categorie: italiano, contemporaneo
mercoledì, 02 aprile 2008

Geshwa Olers e il viaggio nel Masso Verde, di Fabrizio Valenza



Geshwa Olers e il viaggio nel Masso Verde
di Fabrizio Valenza

L'Età dell'Acquario, 2008
pp.308
isbn:
978-88-7136-300-4
16€


La mia conoscienza del fantasy lascia molto a desiderare: credo si riduca ai libri di Michael Ende (La storia infinita e Momo) e, ovviamente, ai sette Harry Potter. Altro non ho letto. Per cui quando ho preso in mano Geshwa mi sono sentita una profana in materia.
"Non male" mi sono detta. "Mi accosterò al libro con gli occhi di una semplice lettrice che giudica la narrazione per quello che è, senza confrontarla con i capostipiti del filone fantasy classico". Ed è proprio quello che ho cercato di fare.
Tanto per puntigliosità (e curiosità) mi sono letta tutte le recensioni apparse finora su aNobii, gli articoli e le interviste che Fabrizio ha scritto e rilasciato. Per cui adesso qualche idea più chiara ce l'ho, e so cosa significhi il cosiddetto Med-Fantasy (per chi è profano com'ero io: il fantasy ispirato alle leggende italiane, quelle che circolano nel bacino del Mediterraneo; niente a che vedere con quanto ci hanno propinato finora gli anglosassoni - dagli editori fino alla Disney - riempiendoci di storie con Mago Merlino, Re Artù e i cavalieri della tavola rotonda, ecc.).
Benvengano dunque maghi, orchi, fade, anguane e quant'altro ci offrono le leggende nostrane (ci vuole un pò di sano orgoglio nazionale), anche se proprio gli elementi fantasy che appaiono nel primo volume della eptalogia  mi sembrano propri del mondo cimbro-celtico-germanico. A riguardo appurerò direttamente con l'autore...
Sorvolo sulla storia (ne accennerò man mano che scrivo) e veniamo alla critica più comune che è stata rivolta al primo volume di Ges: la scrittura semplice (non semplicistica).
Immagino che il fantasy si nutra di intrighi, colpi di scena, mordente, tensione narrativa ecc. Dunque di una scrittura più veloce e coinvolgente di quella che, a prima vista, appare in Geshwa.
E' vero che qui la narrazione è piana, i colpi di scena (specialmente quando appaiono i maghi) tenuti saldamente al guinzaglio da una narrazione dosata, addirittura spartana nei momenti di massima tensione (appunto quelli dove si parla della magia, della lingua Onoferica che è la lingua della magia), d'altronde la narrazione è in funzione della descrizione del progressivo cambiamento degli stati d'animo di Geshwa.
Questo è un romanzo fantasy senza dubbio, ma è anche un potente romanzo di formazione
. Come la tradizione dei romanzi di formazione insegna (da Salinger, a Hesse, ecc.), azione ed introspezione non vanno a braccetto insieme (a meno di non usare degli stratagemmi narrativi tipo la narrazione in prima persona o il narratore interno che aumentano il grado di coinvolgimento del lettore, o inserendo elementi che generano tensione, ecc.). Se devo presentare un personaggio che da adolescente spensierato diventa ragazzo maturo affrontando una serie di prove ardue, che mai pensava avrebbe superato, beh è ovvio che la narrazione non può fare le acrobazie di un James Bond.
Tolto l'incipit magistrale e il finale che acellera proprio per la presenza di vari elementi magici, la parte centrale della storia è un'adagio (per dirla in termini musicali); narra del viaggio compiuto da Geshwa insieme a suo padre (su due muli, non su due cavalli. Ma si sa, il mulo  - elemento biblico - è la cavalcatura dei re) dentro l'intricata selva del Masso Verde. Dalla città di Senfe (la cui Palude di Sobis è sotto l'influsso di magia malvagia) i due viandanti piegano a sud (giusto? Una cosa importante: ci starebbe bene una bella cartina nel libro, non sono riuscita a raffigurarmi bene la mappa della zona) verso la capitale del Regno di Grodestà dove si trovano il fiume Midilonge e la fattoria della sorella del padre di Ges.
I due si dirigono lì per cercare rifugio e sfuggire così alla magia malvagia che sembra approssimarsi pericolosmaente a Senfe. Non è un caso che, purtroppo per Ges, durante il viaggio rimarrà orfano. E' tipico dei romanzi di formazione. Mamma e nonna, rimaste a casa in attesa che la zia accetti di ospitare Ges e il fratello alla sua fattoria (c'erano stati dissapori un tempo, per cui intanto il padre di Ges pensa di andare avanti lui solo a saggiare il terreno con la sorella) moriranno, sorprese in casa da una esplosione magica. E il padre, dopo averlo accompagnato fino alla fattoria e aver preso accordi con la zia perchè Ges d'ora in poi viva con lei, sparisce. Va a Grodestà (la capitale del Regno) e non fa più ritorno.
Tutto si compie perchè Ges venga iniziato alla vita adulta, alla decisione da prendere su quale debba essere il suo destino. Tutto il viaggio è un rito di iniziazione.
In questo modo l'introspezione che l'autore conduce del personaggio principale (attorniato da figure-chiave come l'amico Nargolian, orfano anch'egli, che gli fa quasi da specchio: difatti alla fine del libro Ges prende la strada dell'esercito mentre Nargo quella opposta di diventare apprendista mago) rallenta indubbiamente il ritmo della narrazione, ma è il pegno da pagare quando si vuole dare un pò di sostanza alla storia, e si vuole portare il lettore a seguire passo passo l'evolversi della coscienza di Ges.
Così alla fine il lettore apprende che, dopo tutte le traversie subite e le prove di coraggio affrontate, Geshwa sente la "vocazione" alla vita militare. E il libro si chiude con la decisione del ragazzo di entrare nell'esercito reale.
Credo che la cifra principale di questo primo volume della storia di Geshwa Olers sia il rapporto di Ges con il padre.
Ed in secondo luogo il rapporto di amicizia con Nargolian.
Questo è anche un racconto sulla paternità e sull'amicizia
: i tre personaggi principali sono Ges, il padre e l'amico Nargolian.
C'è anche un altro personaggio che, in sottofondo, alimenta in modo incredibile il romanzo: è la natura.
Essa è descritta in modo mirabile: la palude di Sobis, il Masso Verde, il Midilonge, lo Sperone del cielo, sembra di vederli, di toccarli; ci sono tantissimi luoghi descritti con perizia e maestria. E si capisce che la natura è il quarto personaggio-chiave del libro. Essa sprigiona forza e magia, quella stessa forza che speriamo faccia legare in maniera forte e decisiva ogni lettore a questa bella saga, per condurlo fino alla fine dell'opera.

Elisabetta M.

http://www.etadellacquario.it/schedaLibro.asp?idLibro=198

http://geshwa.splinder.com/

postato da: Fabrieli alle ore 10:45 | link | commenti (3)
categorie: italiano, attuale, contemporaneo

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