




Dopo le sferzanti denuncie dell’inquietante realtà del precariato, e le amare riflessioni sulle dirompenti condizioni sociali dell’opulenza consumistica, Andrea Bajani trova una nuova dimensione comunicativa perlustrando zone d’affetti e d’ombra.
Il protagonista di questo racconto tenero e coinvolgente sbarca in Romania apparentemente per assistere ai funerali della madre e per comprendere le motivazioni, che in un lontano giorno della sua infanzia, la condussero ad abbandonarlo con il padre adottivo per inseguire un progetto commerciale stravagante ed una passione amorosa mal riposta.
Ma presto il viaggio a Bucarest di Lorenzo si rivela un accurato espediente per allargare la visuale su di un paese stravolto dalla delocalizzazione, un fenomeno economico dietro al quale si dissimula una nuova forma di colonizzazione.
Gli uomini che atterrano a Bucarest sono in cerca di fortuna. Hanno trasferito li le loro aziende, comprato terreni e fuoristrada ed innalzato capannoni con nomi italiani per mettere le mani su donne e denaro. Sono i nuovi pionieri di un’economia feroce, che non mira alla promozione delle risorse umane ma tende unicamente al loro sfruttamento e che con la presunzione di togliere il medioevo dalla testa di questa gente, compra la loro miseria per pochi soldi. Con i soldi sistemi tutto, i romeni vanno matti per i soldi.
Il protagonista si guarda intorno con un misto di inquietudine e curiosità, osservando con infinita tristezza l’infilata dei capannoni di lamiera, tirati su gli uni accanto agli altri così come l’opprimente presenza del palazzo di Ceausescu.
Bajani incapsula le parole e gli aggettivi in maniera da vivificare gli ambienti narrati, disegnando con estrema leggerezza e con pudore una serie di immagini concrete e pur lievi, sempre avvolte in un’atmosfera molto tenue, riuscendo mirabilmente a gettare un fascio di luce sulle contraddizioni di una terra lontana squassata dall’avido furore di una devastazione morale.
Con ruvido disincanto egli spoglia il mondo delle sue tinte consolatorie, rendendoci digeribile, ancorché non accettabile, la crudeltà umana e le miserie della vita, accomunando la malinconia di un ragazzo che ha perduto la madre tra le voraci fauci dell’egoismo con il silenzio straziante di coloro che vivono di miseria e di risentimento.
Privo di acredine, l’io narrante si rivolge alla madre con un rimpianto nostalgico che nasce da una maniera di osservare il mondo ad un tempo distaccata e partecipe. Reggendo la lanterna dei suoi ricordi si addentra con pazienza e con determinazione nel buio di un’esistenza ricavandone un sentimento di straziante desolazione.
Hai cominciato a partire che ero piccolo. La prima volta è stato un viaggio di piacere, andare a trovare degli amici che avevano tentato la fortuna. Mi avevi disegnato il mondo sopra un foglio, la sera prima, e mi avevi fatto vedere dove andavi. Noi siamo qui, mi avevi detto, e domani io sarò in questo punto quaggiù. Avevi tracciato una riga con un pennarello rosso che partiva da casa e arrivava fin lì. È un ponte, dicevi, è come passare dall'altra parte del fiume. Così sotto il ponte avevamo colorato tutto di blu, avevamo riempito d'acqua l'Europa. Poi il foglio l'avevamo attaccato con lo scotch allo sportello del frigo, e lì è rimasto per gli anni a venire.
Scritto con un linguaggio duro ma poetico il racconto coinvolge profondamente il lettore che viene assorbito da una narrazione che si dipana lenta ed accattivante. E non si può non entrare in sintonia con un autore capace di sedurre con emozionante naturalezza e di commuovere con raffinata essenzialità espressiva.
Andrea Bajani, nato a Roma nel 1975, vive attualmente a Torino. Ha pubblicato “Morto un papa” Ed. Portofranco , “Qui non ci sono perdenti” Ed. Pequod, “Cordiali saluti” Ed. Einaudi, “Mi spezzo ma non mi piego” Ed. Einaudi. Per il teatro è coautore di “Miserabili”, l’ultimo spettacolo di Marco Paolini e “I mercanti di liquore”. Fa parte della redazione di Nazione Indiana, collabora con “

LA CITTADELLA di Cronin, Archibald j.
Titolo originale: The Citadel
Bompiani tascabili, 2000
Pagine: 368
Codice isbn : 45246821
Prezzo: 8,50 €

In un tempo in cui si va incontro ogni giorno sempre di più verso le barbarie, servono sempre di più incentivi all’umanità all’umanizzarsi dell’uomo. Quando parlo di umanizzazione dell’uomo, intendo la riscoperta da parte di quest’ultimo del suo essere creatura, quindi fatta anche di limiti e dalla forte possibilità di errare.
Ovviamente accanto a questo non vanno mai dimenticati i sentimenti e le forze di bene di cui ogni persona è dotata. Per dirla in poche parole chiare: avere la consapevolezza di essere sì un prodigio ma con la possibilità e la reale probabilità di commettere errori.
Tutto questo si trova nello splendido libro di Cronin “la Cittadella”. Storia di un uomo, che fa della sua professione di medico uno dei capisaldi della sua vita ma che ben presto, perdendone il controllo, lo condurrà su vie inaspettate. Senza anticiparne troppo la storia, egli si troverà a percorrere le strade dell’innamoramento, del successo professionale, del vendersi per la carriera, del tradimento dell’amore e della morte. Tuttavia il finale in agrodolce - seppur con tutta la sua drammaticità- apre nella realtà di una vicenda umanissima un grosso spiraglio di speranza. Un libro scritto senza distaccarsi mai dalla realtà, un libro datato ma di un’incredibile attualità. Questo perché Cronin è riuscito sempre a narrare il cuore dell’uomo senza mai tirarsi indietro di fronte alle sue brutture, sapendolo capace di grandi riscosse. Del resto la storia dell’uomo si ripete sempre a grandi linee e seppur rimane vero come dice la Bibbia che “Il cuore dell’uomo è un abisso e solo Dio lo conosce” resta altrettanto vero che è possibile per tutti conoscere ciò che abita il cuore dei propri fratelli.
E’ questa un po’ la sfida che l’autore cerca di lanciare o meglio denunciare. Ci sono forze che apparentemente sembrano buone e valide ma che ben presto alienano l’uomo perché si ergono ad idoli della sua vita facendogli da ombra sulle cose e sui valori veri. Questa è la sfida. Saper vivere “la buona battaglia” una lotta spirituale che metta ordine nella vita e dia priorità alla cosa che conta di più. L’amore è il bene assoluto che realizza l’uomo. L’amore per se stessi che si riversa sule persone più vicine, sulle donna con cui dividere una vita intera, su i figli, su chi ha bisogno…
Tutto questo viene fuori dal romanzo di Cronin, e viene fuori senza che l’autore dia un giudizio o voglia influenzare il lettore. Egli si limita a evidenziare i sentimenti dei protagonisti che come caratteristica hanno una vera e autentica umanità, dove ognuno di noi può trovare riscontro. Un libro che lascia una scia di riflessione, che tocca il cuore e spinge a riflettere sui sentimenti, buoni e brutti. Una riflessione che umanizza e che si rende urgente di questi tempi.
Alessandro L.

Confesso ex abrupto che il mio costante interesse per la figura storica di Federico II, non è estraneo al fatto di risiedere nelle vicinanze “della nobile città della Marca ove la sua culla risplendette”. Fin dai tempi del liceo le vestigia fridericiane disseminate lungo la penisola sono state per me oggetto di frequenti pellegrinaggi.
In primis ovviamente nella sua città natale, a poche decine di chilometri da Ancona, ove nel centro storico è stata eretta una statua che lo riproduce proprio nel punto in cui, secondo il cronista storico Giovanni Villani, fu concepito sotto una tende dalla madre Costanza d’Altavilla il 26 dicembre del 1194. Jesi ospita inoltre una illustre Associazione Fridericiana, promotrice di congressi ed iniziative a scopo divulgativo.
Quindi a seguire i resti dei castelli e dei manieri che fece costruire prevalentemente nel sud d’Italia, tra cui in particolare la massa imponente e misteriosa del prisma ottagonale di Castel del Monte, la cui funzione è ancora al oggi centro del dibattito storiografico.
Inoltre i testi redatti dagli storici più autorevoli e di vario orientamento ideologico hanno costituito per me oggetto di approfondito e costante aggiornamento.
Tra le migliori biografie reperibili in lingua italiana quelle accreditate di maggior rigore storico restano ancora oggi quelle redatte da Ernst Kantorowicz, da Eberhard Horst e da David Abulafia.
La monumentale opera del Kantorowicz (1) del 1927, corredata da un’imponente massa di note bibliografiche costituisce il primo autorevole tentativo di accreditare l’Imperatore medioevale come il fondatore di uno Stato laico ante litteram, regolato per la prima volta sulla base di un apparato legislativo e non più solamente sulla legittimazione divina.
Si tratta di una lettura eccessivamente personalizzata, tipica della storiografia liberale, secondo la quale sono le idee e le res gestae dei grandi uomini a fare la storia. Ma lo storico tedesco si spinge oltre fino a veicolare con ardita disinvoltura la mistica icona di un Federico II persuaso di incarnare la nuova figura del redentore, contrapponendola all’atteggiamento di una Chiesa lontana dai valori cristiani.
Cinquant’anni più tardi Eberhard Horst (2), pur restando nell’ambito dell’approccio metodologico della storiografia liberale tedesca, fa giustizia di un luogo comune secondo il quale l’imperatore svevo avrebbe tentato per la prima volta di unificare l’Italia sotto il profilo linguistico e culturale oltre che politico e territoriale. Pur dimostrando l’inadeguatezza delle incaute teorie di chi voleva veder in lui un Cavour medievale, non manca tuttavia di incensarlo sottolineando che fondò scuole, dette legislazioni e chiamò alla sua corte eruditi di ogni estrazione culturale finendo per trasfigurarlo a sua volta in un antesignano Principe rinascimentale.
Quella dell’insigne storico inglese David Abulafia (3) del 1988, altrettanto prodiga di fonti e carte storiche relative al periodo, ha avuto il merito di contrastare efficacemente questa impostazione romanzesca e marezzata da toni di sapore agiografico, denunciando i limiti di un’ardita teoria precostituita e metastorica.
Egli, pur obbedendo al pregevole intento di ricollocare lo Stupor Mundi entro i limiti ben definiti di una maggiore contestualizzazione storica, eccede tuttavia nella misura opposta consegnandoci la figura di un regnante dalle caratteristiche troppo affini ai parametri degli altri monarchi coevi, disconoscendo palesemente l’indubbio merito di aver contrapposto di fatto per la prima volta uno Stato di diritto al potere della Chiesa.
Entrambe le correnti di pensiero storiografico, alle quali i contributi successivi si sono di volta in volta allineati senza marcare un percorso alternativo, hanno avuto nondimeno il merito di avviare un confronto sulla storia di un grande personaggio del passato, il cui profilo a distanza di sette secoli e mezzo non è ancora stato definitivamente delineato.
La biografia di Ornella Mariani (4) del 2001, pur collocandosi anch’essa nel solco tracciato dalla storiografia tedesca, divarica ulteriormente la forbice che divideva Impero e Papato, facendo di Federico II un implacabile avversario della Santa Sede. Il suo lavoro, benché utile e dettagliato, risulta viziato da un forte risentimento nei confronti della Chiesa del tempo, rea di aver ostacolato l’imponente progetto a lui attribuito di ricostituzione del Sacro Romano Impero. Da un lato abbiamo una politica chiusa e retriva, corrotta e lontana dalla gente; dall’altro religiosità intelligente e dignità, libertà e giustizia, pace sociale e benessere dei sudditi. Ma anche lei di questi sudditi e di questo popolo non dice nulla offrendoci un’antesignana figura di eroe romantico avulsa da ogni contesto sociale.
Alla luce di quanto sopra risulta evidente che occorra uscire dai limiti angusti di un confronto che tende a porre sotto il cono di luce dell’analisi storiografica unicamente la figura dell’Imperatore, così nella parossistica esaltazione come nella scettica sottovalutazione dei meriti, senza riporre alcuna attenzione alle reali condizioni sociali ed economiche che fecero da sfondo alla sua parabola esistenziale.
I testi fin qui prodotti hanno accompagnato pedissequamente lo Stupor Mundi attraverso le stanze dei suoi innumerevoli castelli, cogliendone perfino gli aspetti più reconditi della vita privata e raccontandoci con dovizia di particolari i suoi amori, la sua passione per la falconeria, l’interesse per la filosofia, la poesia e la cultura in generale. Ci hanno minuziosamente testimoniato le tappe del suo costante scontro concorrenziale con la Chiesa del XIII secolo, le sue peregrinazioni nei conventi cistercensi, i suoi lunghi viaggi nella terra degli avi e nelle province del suo impero, gli intrighi e le lotte intestine per la conservazione del potere.
Ma nessuno se l’è mai sentita di mettere il piede fuori dalla sua corte per andare a conoscere con altrettanta accuratezza le condizioni sociali in cui versavano le popolazioni a lui assoggettate e raccontarci gli effetti che produssero su di loro le sue tanto conclamate o vituperate virtù.
Jacques Le Goff, nel tracciare la corposa biografia di Luigi IX detto San Luigi (5) del 1996, coevo dell’Imperatore, pur non disdegnando di utilizzare un impianto di ampio respiro narrativo, ci ha insegnato che spiegare un uomo nella sua totalità significa spogliarla di ogni orpello e considerare un massimo di realtà storiche.
Ma gli storici più recenti, non hanno manifestato alcun interesse a dirigersi in quella direzione, rinunciando inspiegabilmente a delinearne il contesto storico e a far emergere gli aspetti più dolenti che contrassegnarono proprio nel periodo del suo governo la crisi più profonda dell’Impero.
La Fumagalli Beonio Brocchieri (6) del 2004 , insigne storica del pensiero, nel suo recente lavoro uscito da Laterza, pur cogliendo un aspetto solo parziale del problema ricostruisce magistralmente il nuovo fermento culturale che tra il XII ed il XIII secolo produsse una significativa innovazione nello stile di vita delle popolazioni. Ma il suo lavoro risulta fondamentale poiché finalmente si prende consapevolezza che ” La conoscenza della società è necessaria per guardare il costituirsi del personaggio individuale, che è d’altra parte anche un ottimo punto di osservazione”.
La storia riconquista la propria identità rivelandosi in definitiva un movimento di lunga durata, che si sviluppa con lentezza attraversando gli uomini, e riservando loro solamente uno spazio di libertà interstiziale. Per questo motivo la vita di Federico II ha continuato a ghermirci per tutti questi anni come un idioma dai caratteri indecifrabili attorno al quale si sono avvicendate inutilmente schiere di interpreti.
Il testo della Fumagalli Beonio Brocchieri, al di là dell’incisività dei contributi alla ricerca storica su cui ritengo ci sia ancora molto lavoro da svolgere, segna finalmente una linea di svolta fondamentale nel dibattito storiografico. Da questo momento in poi costruire una biografia, prescindendo da questa constatazione, apparirà ormai un’impresa priva di significato e di valore storico. E le gesta di Federico II assumeranno contorni più ragionevoli, meno oscuri e mistificati.
Note :
1) FEDERICO II IMPERATORE
Di Ernst H. Kantorowicz
Ed. Garzanti 2000
2) FEDERICO II DI SVEVIA
Di Eberhard Horst
Ed. Rizzoli 1994
3) FEDERICO II
Di David Abulafia
Ed. Einaudi 2006
4) FEDERICO II HOHENSTAUFEN
Di Ornella Mariani
Ed. Controcorrente 2001
5) SAN LUIGI
Di Jacques Le Goff
Ed. Einaudi 1999
6) FEDERICO II RAGIONE E FORTUNA
Di Mariateresa Fumagalli Beonio Brocchieri
Ed. Laterza 2006

A cinquant'anni dalla morte di don Clemente Rebora risplende la figura e l'opera di quest'uomo per l'attualità della sua poesia.Avevo adocchiato l’opera completa delle poesie di Clemente Rèbora già da un po’ di tempo in libreria, ma non avevo un buon motivo per spendere la pesante cifra (per me) per comprarlo. Ora finalmente la proposta di In purissimo azzurro di approfondire le poesie di Clemente Rèbora mi ha fornito un valido motivo nel compiere il passo verso l’aquisto.
Sono sempre stata attratta da Clemente Rèbora, da questa straordinaria figura di poeta del primo Novecento dalla lirica forte, decisa, urgente, appodato poi alla conversione ed alla vocazione religiosa. Una storia emblematica. La mia attrazione era rimasta sulla soglia della curiosità: qualche lettura sporadica dei suoi versi, la vaga conoscenza della sua vita.
L’occasione di avvicinarmi di più a questo autore mi ha permesso di conoscere meglio la sua opera e di rendermi conto che come uomo e poeta Rebora non ha nulla da invidiare ai più grandi poeti italiani del Novecento, da Ungaretti a Montale a tutti gli altri.
C’è sicuramente un diffuso pregiudizio anti-cattolico nel mondo cultural-intellettuale italiano che ha portato nel corso del tempo ad un progressivo accantonamento della poesia di Rèbora: la conversione al cattolicesimo, la scelta di farsi prete con la conseguente altra constatazione dell’ “abbandono” della scrittura fino ai Canti dell’Infermità (il suo congedo poetico da questa terra), sono tutti elementi difficili da capire per chi vada scrutando il poeta non comprendendo quale forza intrinseca rigenerante possa derivare dall’avvicinarsi a Dio e dall’ intraprendere una nuova vita. Solo in tempi vicini a noi critici illuminati quali Contini, Betocchi, Bandini, Bo hanno iniziato un lavoro fruttuoso di vaglio dello stile personalissimo dell’autore e di spiegazione del suo alto contenuto morale e religioso.
La mia impressione è che ci sia bisogno di ancora più coraggio in campo critico-letterario per far emergere i contenuti pienamente cristiani di Rèbora.
E’ strano, ma il paese la cui letteratura nasce come poesia religiosa (si pensi ai cantici di San Francesco) è il paese che oggi vorrebbe fare a meno delle sue radici cristiane. Come se la poesia religiosa non avesse pieno titolo e cittadinanza nella nostra cultura, nella nostra nazione, varcate le soglie di questo nuovo millennio, e si potesse urtare la sensibilità dei lettori “laici” presentando la grandezza assoluta di un poeta cristiano. Leggendo l’apparato critico che ho potuto consultare, sia dai testi che dai manuali di letteratura, mi sono fatta l’idea che lo stile di Rèbora sia stato perfettamente spiegato fin nei minimi dettagli: la costruzione del verso, l’uso anomalo dei verbi (intransitivi usati come transitivi, preferenza per i verbi che esprimono azione), l’espressonismo dei Frammenti lirici ed il simbolismo dei Canti anonimi, le sinestesie tutte particolari, un ventaglio di aggettivi di una freschezza ed immaginazioni assoluti, un procedere aspro e “petroso”, ecc.
Rimane invece ancora tanto lavoro per approfondire il il messaggio della sua opera, scavare nell’esperienza della sua vita, far emergere il contenuto cristiano che in filigrana è presente nella sua produzione poetica, magari anche là dove a prima vista non si vede. Ma per far questo è importante che critici cristiani se ne facciano carico. Perché solo un cristiano adulto nella fede sa riconoscere le metafore, le allegorie, i simbolismi e tutte le figure retoriche e gli artifici stilistici che usa un poeta cristiano.
Così alla luce dell’ “avventura cristiana” si comprende pienamente la parabola della vita di Rèbora: proviamo a partire dalla fine. I Canti dell’Infermità sono quanto di più alto, più lirico e più bello lui abbia scritto. Sono il compimento del suo cammino di fede e di carità alla ricerca di quell’amore per il prossimo e per l’universo intero in cui il giovane Rèbora voleva perdersi, confondersi, abissarsi. Ben si comprende allora come, dopo la conversione, non abbia più scritto per parecchi anni. Semplicemente è successo che ha trovato la sua via, o meglio, ha incontrato Qualcuno che l’ha riempito a tal punto che non è stato più necessario scrivere. Si scrive per comunicare, per colmare un vuoto ed un dolore, per assecondare all’urgenza del cuore. Ma quando quest’urgenza è assecondata nell’intimo, in ogni fibra del proprio essere, allora anche la scrittura può diventare un di più.
Infatti Rèbora ha intrapreso dopo l’ordinazione sacerdotale un percorso di “umiltà” e di “spoliazione” direi: i fogli che riguardano le sue attività dentro il Collegio Rosmini di Domodossola rivelano una scrittura semplice, lineare, quasi fanciullesca. Non c’è traccia del raffinato poeta ch’era stato un tempo, non c’è traccia dell’urgenza dei suoi sentimenti e delle descrizioni sofferte e tormentate della natura. Ora l’unica urgenza sembra essere rimasta quella della carità cristiana. Caritas Christi urget nos.
Riporto due poesie che mi stanno a cuore di Clemente Rèbora: Dall’imagine tesa e Pioppo severo.
La prima poesia è quella che chiude i Canti anonimi del 1922, che già contengono l’anelito al cambiamento, alla “vocazione”. L’incipit è emblematico in tal senso:
“Urge la scelta tremenda:
Dire sì, dire no
A qualcosa che so”.
(Da un frammento 1914)
E poi la stessa nota dell’autore: “Queste liriche appartegono ad una condizione/ di spirito che imprigionava nell’individuo quella/speranza la quale sta ormai liberandosi in una/ certezza di bontà operosa, verso un’azione/ di fede nel mondo. Esse ne sono testimonio e pegno/ di assoluzione”.
Dall’imagine tesa
Vigilo l’istante
Con imminenza di attesa –
E non aspetto nessuno:
Nell’ombra accesa
Spio il campanello
Che impercettibile spande
Un polline di suono –
E non aspetto nessuno:
Fra quattro mura
Stupefatte di spazio
Più che un deserto
Non aspetto nessuno:
ma deve venire,
Verrà se resisto,
A sbocciare non visto,
Verrà d’improvviso,
Quando meno l’avverto:
Verrà quasi perdono
Di quanto fa morire,
Verrà a farmi certo
del suo e mio tesoro,
Verrà come ristoro
Delle mie e sue pene,
Verrà, forse già viene
Il suo bisbiglio.
(1920)
Mancano otto anni alla conversione, a quel fatidico Novembre 1928, però già s’intravedono i segni della presenza di Dio.
L’imagine tesa fa pensare ad un crocifisso. Imagine è scritto volutamente senza una “m”, rimanda al latino imago: figura. E siccome siamo in una stanza, una figura tesa può essere benissimo il crocifisso.
“Non aspetto nessuno” si ripete tre volte, chiara numerazione biblica. Tutte le vocazioni hanno tre chiamate (Samuele, Pietro quando Gesù gli chiede “Mi ami tu?”, ecc.): quindi il poeta dice di non aspettare nessuno in particolare, ma di attendere lo stesso un evento che sta per compiersi. Di fatti usa il verbo “vigilo”. Sembra di sentire il Signore quando ci ammonisce: “Vigilate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora”.
E si “vigila” l’istante, il kairòs, il momento opportuno della svolta, quello in cui il Signore verrà e porterà con sé il premio alla nostra fedeltà, quel premio che per Rèbora poteva essere finalmente la “clemenza” (è sempre stato stupito del suo nome), la misericordia, la fede.
Le mura della stanza perciò diventano “stupefatte di spazio”, ecco il participio usato secondo l’abitudine di Rèbora di prediligere i verbi per generare il senso dell’azione; quella stanza – dice il poeta – contiene più spazio lei che il deserto intero. Per questo il poeta è stupefatto. Il deserto è il luogo privilegiato dell’incontro di Dio. Non si dà conversione senza deserto.
Il deserto è anche il luogo della manifestazione, dell’epifania: Mosè nel roveto ardente, sul Sinai, Gesù nel deserto, ecc; è per questo che il poeta è certo: “deve venire” Qualcuno, “Verrà se resisto”, come Giacobbe che lotta con l’angelo e gli resiste, sa che deve lottare contro di lui. E’ un genere di attesa che reca in sé un combattimento, uno “stare per compiersi”.
Il venire è caratterizzato da doni precisi: sarà perdono, tesoro, ristoro. Sembra di leggere tra le righe che questo Qualcuno porterà fede (con la fede si domanda il perdono dei peccati), speranza (“Verrà a farmi certo”), carità ( “ristoro/delle mie e sue pene”).
Come si può notare queste osservazioni sono del tutto personali, frutto della mia adesione sincera alla fede cristiana. Però illuminano il testo e gli forniscono spessore, calore, traspare la lotta di Rèbora per aderire al cristianesimo come Giacobbe in lotta con l’angelo. Ed è solo una parafrasi “cristiana” che può mettere in luce questi aspetti.
A chi contestasse che tutte queste annotazioni sono mie, e che Rèbora non intendesse esprimere tutte queste cose, io obbietto presentando la vita intera di Rèbora. Una vita che si è schiusa alla fede, alla Chiesa, e che sicuramente conteneva già in sé i semi della vocazione. E’ lecito supporre (certo qui la mia competenza si ferma) che Rèbora avesse letto la Bibbia e la conoscesse. D’altronde al momento della fatidica conferenza in quel Novembre 1928 (quella che i critici prendono come punto di riferimento della “conversione”) Rèbora doveva commentare Gli atti dei martiri scillitani per una serie di conferenze sulle religioni. E quella sera toccava al cattolicesimo.
Invece “Il pioppo” fa parte dei Canti dell’Infermità.
il pioppo severo:
spasima l’anima in tutte le sue doglie
nell’ansia del pensiero:
dal tronco in rami per fronde si esprime
tutte al ciel tese con racconte cime:
fermo rimane il tronco del mistero,
e il tronco s’inabissa ov’è più vero”.
L’anima che spasima nelle sue doglie rimanda alla Lettera di San Paolo ai Romani, là dove dice che la creazione geme e soffre le doglie del parto in attesa della redenzione. Tra l’altro la costruzione dei versi richiama anche visibilmente il ritmo del dolore del parto: contrazione lunga (verso lungo, con rima: foglie/doglie) – contrazione corta (verso corto, con rima: severo/pensiero).
Come si vede sono riferimenti che indicano la profonda lettura cristiana che è si può e si deve fare di Rèbora.
Spero che queste mie annotazioni possano servire a diffondere l’opera del poeta, ad aumentare la voglia di leggere le sue poesie.
Elisabetta Modena