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3 - Prolusione Card. O'Malley A.A. 2007/2008 Laurentianum
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DIVISO DUE di Susanna Sarti
E NON DISSE NEMMENO UNA PAROLA di Heinrich Boll
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IMMORTALE ODIUM di Rino Cammilleri
IN MEMORIA DI CLEMENTE REBORA
Inaugurazione a.a. 2007/2008 Laurentianum con l'intervento del Card. di Boston Seàn Patrick O'Malley
K di Susanna Sarti
L'altro mi interpella: Frodo e Gollum
L'ESTATE DELL'ALTRO MILLENNIO di Umberto Piersanti
L'ISOLA di Sàndor Màrai
L'Opera della Divina Commedia
LA CITTADELLA di A. Joseph Cronin
LA LUNGA MARCIA di Stephen King
LA SIGNORA DI AVALON di Marion Zimmer Bradley
LA ZONA MORTA di Stephen King
LE ALI DELL'ANIMA di Reno Bromuro
LE BRACI di Sandor Marai
LE INTERMITTENZE DELLA MORTE di José Saramago
LE PORTE DEL PECCATO di Gianfranco Ravasi
MANSFIELD PARK di Jane Austen
MANUALE DEL GUERRIERO DELLA LUCE di Paulo Coelho
NEL TEMPO CHE PRECEDE di Umberto Piersanti
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RAGIONE E SENTIMENTO di Jane Austen
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mercoledì, 28 novembre 2007

Arriva L'Opera della Divina Commedia



La Divina Commedia diventa un'opera musicale ad opera del talento di mons. Marco Frisina, Maestro Direttore della Cappella Musicale Lateranense e autore delle colonne sonore di oltre trenta film-tv trasmessi da Rai e Mediaset.

Il 23 Novembre è andata in scena la prima assoluta dell'Opera musicale-evento dell'anno 2007: La Divina Commedia, sottotitolo: L'uomo che cerca l'Amore.
Il Kolossal musicale, prodotto dalla Nova Ars Musica Arte Cultura, è patrocinato dalla Camera dei Deputati, dal Senato della Repubblica, dal Ministero dell'Istruzione e degli Esteri, dalle Regioni Lazio e Toscana, dalle Province di Roma e Firenze, dalla società Dante Alighieri, dal Pontificio Consiglio della Cultura, dalla Conferenza Episcopale Italiana, dal Vicariato di Roma.
Una colonna sonora complessa, che attraversa il rock ed il blues per l'Inferno, che toccherà il gregoriano per il Purgatorio ed esploderà nella lirica sinfonica per il Paradiso. Il libretto è di Gianmario Pagano, ispirato al testo dantesco.

Diretto da Elisabetta Marchetti e Daniele Falleri, lo spettacolo vanta la partecipazione di un maestro del cinema internazionale: il tre volte premio Oscar Carlo Rambaldi, creatore degli effetti speciali di E.T. l'Extraterrestre e di King Kong, ha concepito per l'occasione le figure fantastiche che animano l'opera tra cui il Grifone, le maschere delle Tre Furie (Aletto, Tesifone e Megera) realizzate da Sergio Stivaletti e la figura di Lucifero, inquietante presenza resa in forma di proiezione.
Interamente italiano anche il ricco cast, con Vittorio Matteucci - il Frollo di "Notre Dame de Paris" - nei panni di Dante, Lalo Cibelli nel ruolo di Virgilio e Stefania Fratepietro in quello di Beatrice e altri 21 cantanti-attori, 24 ballerini, 10 acrobati e 20 comparse che si muoveranno sul gigantesco palcoscenico sulle coreografie di Anna Cuocolo e Francesca Romana Di Maio, e le musiche incise dall'orchestra "Roma Sinfonietta" e da un coro di oltre 40 giovani talenti.
L'opera persegue anche finalità sociali: una parte del ricavato andrà infatti a finanziare iniziative no profit legate al territorio in ogni città che ospiterà le rappresentazioni, mentre agevolazioni e riduzioni sono previste per famiglie, anziani, studenti e disabili, allo scopo di contribuire al sostegno e alla diffusione della cultura italiana nel mondo.

Un bell'articolo sulla "prima" mondiale lo trovate qui:
http://www.cinemavvenire.it/articoli.asp?IDartic=6599.

Qui c'è l'intervista a Beatrice-Stefania Fratepietro:
http://dietrolequinte.blogosfere.it/2007/11

Altri links utili:
http://www.diocesifrosinone.com/Ultime/La-Divina-Commedia-Opera-musical
http://www.repubblica.it/2007/01

http://www.korazym.org/news1.asp?Id=20848
http://www.novars.info/home.php

Elisabetta M.

postato da: Fabrieli alle ore 10:09 | link | commenti (1)
categorie:
martedì, 27 novembre 2007

Humanitas opus est. PAGANO di Gianfranco Franchi


Humanitas opus est. PAGANO di Gianfranco Franchi

Associazione Culturale Il Foglio, 2007
Pagine: 150
ISBN: 9788876061585
Prezzo: 10 €



Gianfranco Franchi è un intellettuale di trent'anni alle prese con una società insensibile ai profondi valori della cultura. Egli ne denuncia l'imbarbarimento derivante dalla condizione di precariato, che vessa in modo particolare i giovani della sua generazione, privandoli di progettualità e consegnandoli ad una visione puramente edonistica e frugale della vita.

Certo il suo tentativo di ricercare le proprie radici nel Pagus non costituisce di fatto una chiusura nei confronti della religione cristiana. Il suo appello è rivolto a tutti gli uomini di cultura affinchè si facciano carico di riavviare il motore spento della vita spirituale di milioni di persone. Franchi non è una persona interessata ai dubbi, in quanto portatori sani del virus nichilista; ma cerca ardentemente certezze che possano rischiare il cammino e fare giustizia di un pensiero dominante che vuole ad ogni costo privarci della nostra anima. 

Dinanzi ad una regressione socioculturale sempre più diffusa, Franchi si confessa, in questo antiromanzo, ammorbato da una forma di pessimismo antropologico e ritiene che occorra lottare per far emergere un nuovo centro culturale. Lo stato di precarietà in cui versa la generazione nata dalla crema dei sessantottini spalanca dinanzi a sé uno scenario privo di progettualità, in cui il quotidiano diviene scialo e si realizza nella ritualità delle convenzioni e nell’omologazione dei comportamenti.

La civiltà è ormai preda di ritmi disumani, che ci sottraggono giorno dopo giorno forza, idee e sapere, mentre il privilegio del denaro unito allo snaturamento del senso comune producono una costante inquietudine nelle nostre coscienze.

Partendo dunque dall’amara constatazione di vivere in una società di bassa cultura e popolata di selvaggi abitanti di un modo irrimediabilmente votato al decadimento, l’autore decide di partire per un viaggio che spera possa condurlo a riappropriarsi del tempo dell’humanitas. 

E non sembri, l’utilizzo di questo termine, il vacuo ricorso ad una dotta citazione, o peggio un eccessivo atto di fiducia nei suoi propositi.

No, Franchi non appartiene a quella categoria di persone che pensa di aver trovato nel passato l’utopia per criticare il presente; ma piuttosto a quella di un sapiente umanista, affetto da una sorta di religiosità letteraria, da un religioso amore per il patrimonio storico, letterario della propria nazione.

Il suo atteggiamento lo assimila in maniera del tutto inequivocabile alla figura di quegli antichi umanisti, i quali non badarono unicamente a riproporre i valori di un mondo passato, ma inventarono addirittura l’antichità, creando una nuova mitologia fondativa della cultura europea.

A tal proposito egli sgombra subito il campo da ogni possibile equivoco, chiarendo fin dalle prime pagine che le origini della cultura europea non vanno cercate nella precaria tradizione giudeo-cristiana, come molti sono portati a credere, ma in quella illuminante, raffinata e radiosa dell’universo pagano.

Franchi rifugge dal sentimentalismo buonista e combatte da par suo la montante deriva civile convinto solo che l’etica affondi le radici nelle leggi non scritte degli dèi, quelle che in ogni caso non possono essere mai violate.

La via maestra è quella della messa in valore della cultura; una via che porta, attraverso la riflessione e la dotta consapevolezza, inevitabilmente tra i silenzi inquietanti della solitudine.

E’ questa la ragione per cui non potremo parlare in questo caso di una fuga dal mondo nel compiacimento della propria personale erudizione, ma del ricorso ad uno strumento necessario di rieducazione al senso del bello e della virtù.

I libri costituiscono per lui una frequentazione ineludibile, una fame di quella menzogna letteraria e spirituale che non può non chiamare infinito, la necessità impellente di contrastare l'invasività di un mondo che produce la fine di ogni sacralità.

Egli scrive in preda all’emergenza espressiva di una tensione liberatoria, consegnandoci un testo che non costituisce una maniera distaccata di osservare il mondo, né il tentativo di trascenderlo; ma che è la vibrante presa di posizione di un intellettuale, cui non fanno difetto il coraggio, la sincerità e la crudezza verbale. Ovunque impazza il sarcasmo disincantato di uno scrittore caustico, ribelle ed insolente, che dispensa in maniera equanime i propri strali all’imprenditore brianzolo filoyankee e all’imbolsito professore universitario, dal sorriso bonario.

Chiunque intenda ancora opporsi alla banale adorazione del presente come il migliore dei mondi possibili, troverà in Pagano le tracce inconfondibili di una letteratura di vibrante testimonianza civile.

 

EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE

Gianfranco Franchi (Trieste, 1978), narratore, poeta e critico letterario romano e mitteleuropeo. 

Gianfranco Franchi, “Pagano”, Il Foglio Letterario, Piombino 2007.
Prefazione di Gordiano Lupi. Postfazioni di Francesca Mazzucato e Patrick Karlsen.

Gian Paolo G.



www.kultunderground.org/articoli.asp

www.lankelot.eu/

postato da: Fabrieli alle ore 16:30 | link | commenti
categorie: italiano, attuale
lunedì, 19 novembre 2007

O MUNDO COMO IDEIA - Bruno Tolentino


O MUNDO COMO IDEIA - Bruno Tolentino

Il 27 giugno scorso si è spenta la voce di Bruno Tolentino, il più illustre e prolifico poeta brasiliano contemporaneo, per diversi anni direttore della prestigiosa rivista Bravo, attorno alla quale era riuscito a raccogliere i più significativi fermenti del mondo intellettuale di quella immensa e feconda nazione.


 

Amico personale di Giuseppe Ungaretti, presso il quale soggiornò durante un breve periodo durante gli anni di esilio in Europa seguiti al colpo di stato del 1964 in Brasile, nel corso delle sue lunghe peregrinazioni ebbe il privilegio di frequentare i più illustri intellettuali e poeti del secolo scorso tra cui spiccano i nomi di Sartre, Serao, Montale, Bishop, Auden, Pasolini, Levi  e Quasimodo.

Bruno Tolentino deve la sua fama al conseguimento nel 1995 e nel 2006 del premio Jabuti, il più importante riconoscimento letterario del suo paese , a vent'anni di onorato insegnamento ad Oxford ma anche a due anni di soggiorno in carcere sotto le pesanti accuse di spaccio e contrabbando. Ma in Italia, ove tornava periodicamente essendovi  strettamente legato dalle antiche radici famigliari e da un sentimento di profondo affetto, negli ultimi anni era noto soprattutto per lo stretto sodalizio con Don Giussani e l'ambiente culturale cattolico a seguito della sua  radicale conversione religiosa. 

Tra le sue opere più prestigiose ricordiamo "O mundo como Idéia ", in cui il poeta manifesta il bisogno di varcare le anguste sembianze della prefigurazione concettuale, che privano l'uomo della necessità di infinitarsi  nel ampio respiro della totalità dell'essere.  

L'arte ebbe a dire una volta è una menzogna che dice la verità ma il varco di montaliana memoria attraverso cui raggiungerla e che lo ha condotto dapprima nei bassifondi di Varsavia, quindi sul teatro di guerra libanese ed infine nelle segrete delle carceri si è materializzato infine nell'incanto dolente di una notte stellata sotto le sembianze inattese di una conversione alla fede cattolica. E pur consegnando alla storia la parabola esistenziale di un poeta che ha lambito tutte le correnti culturali del Novecento, pur resistendo stoicamente al richiamo del senso di appartenenza,  si congeda da questo mondo nella convinzione che il poeta sia un uomo inutile e che il problema non stia nella ricerca di una rettitudine morale ma nella possibilità di una piena realizzazione dell'essere attraverso il calvario di un'estenuante ricerca anche tra gli anfratti più oscuri.

 

O MUNDO COMO IDÉIA

O mundo como idéia (ou pensamento).
Entre a gnose e o real (talvez) o acordo.
Mas no ramo (imperene) cantão tordo
(provisório) e invisível vem o vento

e leva o canto e deixa um desalento,
a queixa dos sentidos... Não recordo
se sonhei tudo isso ou não: um tordo
e a noite em meus ouvidos um momento,
outro rapto no vento... Mas supor
que o triunfo moral do cognitivo
restitua-me o ser menos a dor,
é resignar-me a um perfume tão rápido

que não existe quase, insubstantivo
como a Idéia... Não: o mundo como rapto!

 

Bruno Tolentino

IL MONDO COME IDEA

Il mondo come idea (o pensiero)
Tra la gnosi e la realtà (forse) l'accordo.
Ma nel ramoscello (imminente) canta il tordo
(inatteso) e invisibile sopraggiunge il vento
portandosi via il canto e lasciando una malinconia,
a lagnarsi dei sensi.... Non ricordo
se ho sognato tutto questo oppure no: un tordo
e la notte nei miei orecchi un istante,
un'altro raptus nel vento...Ma supporre
che il trionfo morale della consapevolezza
possa ridarmi meno dolore,
è abbandonarmi rapito ad un profumo
che quasi non esiste, infondato
come l'idea....Non il mondo come raptus !

 

(Traduz. di Suerda Maria Alves)


Gian Paolo G.


www.revista.agulha.nom.br/btolentino.html
 
postato da: Fabrieli alle ore 11:05 | link | commenti (1)
categorie: attuale, straniero
giovedì, 15 novembre 2007

Guerra e Pace



Guerra e Pace di Lev Nikolaevi
c Tolstoj



Una riflessione personale sul romanzo cristiano del grande scrittore russo, dopo la recente fiction televisiva sulle reti rai.



E’ difficile parlare di Guerra e Pace. E’ un romanzo che è più cose insieme: romanzo storico, romanzo di formazione, romanzo psicologico, romanzo epico, romanzo d’amore, romanzo cristiano.



Un grande critico letterario come il Mengaldo (http://www.emsf.rai.it/grillo/trasmissioni.asp?d=893 ) racconta che quando Tolstoj cominciò a scrivere Guerra e Pace aveva trentacinque anni, e che inizialmente volesse scrivere qualcosa sui moti decabristi del 1825. Ma ben presto, tramite il materiale storico che si apprestò a raccogliere, la sua mente creativa venne attratta dalle precedenti campagne napoleoniche e da quello che per la storia russa significò Napoleone.

Quando si accinge a scrivere Guerra e Pace nel 1865 il Principe Lev Nikolaevic Tolstoj… da un lato si rivolge ad Omero addirittura, dall'altro smonta le mitologie patriottiche e l'idea della storia come qualcosa di governabile dalla ragione o dal grande individuo. È difficile dire se Tolstoj abbia creato i suoi personaggi come illustrazione di un sentimento della vita o se quel sentimento germogli dall'essenza dei personaggi. Così come la storia è l'intreccio di individuale e collettivo, di libertà e di necessità, così in Guerra e pace la visione della storia vive nelle vite degli individui. La guerra è la situazione in cui il carattere paradossale dell'esistenza umana si manifesta pienamente. La storia vi manifesta la sua cieca violenza, ma l'individuo vi può manifestare forse la tragica vicinanza alla propria nuda essenza. Per questo in tempi di guerra e in tempi di pace l'opera di Tolstoj è molto più di un romanzo. Una sinfonia di voci, che cercano di rintracciare senso e verità nel caos della storia”.
Cominciamo dalla contrapposizione del titolo: pace in russo significa anche vita, per cui è sia la contrapposizione tra la guerra e la pace, sia tra la morte e la vita.
Una concezione però che non è né manichea, né ideologica né conservatrice (come vorrebbe far credere il Mengaldo – qui mi dissocio dalla sua interpretazione – che afferma che Tolstoj non crede nell’idea del progresso in quanto difensore del conservatorismo della nobiltà); è semplicemente la concezione cristiana della storia, quella secondo cui la storia umana è scritta con due registi: il registro della Divina Provvidenza che s’intreccia in modo mirabile ed imperscrutabile con quello della libertà umana. Per cui anche la vita più infima e miserabile ha valore nella storia della salvezza, e può apportare modifiche alla Grande Storia.
Da ciò si capisce come il personaggio principale (ancora prima di Pierre, di Natascia, di Andrej) sia la grande madre Russia, il cui spirito del popolo si impersonifica per ragioni di narratività in alcuni personaggi singolari che rimandano al popolo russo ed alla sua saggezza inesauribile: due in special modo, il popolano Platon Karatajev ed il generale Kutusov.
Cito sempre dal Mengaldo: “Per Tolstoj l’epoca napoleonica rappresenta un momento importante per la Russia, perché scopre la propria identità. L’invasione condotta da Napoleone si scontra con la resistenza del Generale Kutusov che è una resistenza passiva tipicamente russa. Passiva perché il Generale è convinto che l'individuo non possa modificare la storia, tanto meno con la violenza. Egli crede che il processo storico è decretato dal popolo pacifico e non dalla guerra. È qui che la Russia acquista veramente la propria identità, che è un'identità soprattutto popolare”.
Per il riassunto rimando al sito della Wikipedia (http://it.wikipedia.org/wiki/Guerra_e_pace), quello che mi interessa qui scrivere è il significato profondamente cristiano dell’opera di Tolstoj.
E per farlo bisogna partire dalla fine. Toltoj dissemina per tutti i quattro volumi del romanzo annotazioni sulla storia e sul suo significato, annotazioni considerate sia a partire dai singoli fatti o dai singoli personaggi storici, sia a partire da più ampi spunti a proposito del disegno generale della storia. Sta qui il cuore di questo romanzo.
Come il sole e come ogni atomo dell’etere è una sfera perfetta in sé stessa, e in pari tempo è soltanto un atomo di un tutto, per la sua immensità incomprensibile all’uomo, così ogni individuo porta in sé stesso le proprie finalità e le porta per servire a finalità generali inaccessibili alla mente umana… Quanto più in alto si eleva la mente umana nella scoperta di questi scopi, tanto più le appare evidente la sua incapacità di attingere lo scopo finale… Questo vale anche per gli scopi dei personaggi storici e dei popoli”.[1]
Quando Tolstoj esamina le azioni di Napoleone e dello zar Alessandro I (e di Kutusov), ammette che le scelte militari che essi compirono si basarono su una serie infinita di micro-con-cause, non dipesero cioè se non in minima parte da essi stessi:
Le azioni di Napoleone e di Alessandro, da una parte dei quali dipendeva, in apparenza, che la guerra accadesse o no, erano così poco libere come l’atto di un qualunque soldato che andava alla guerra perché aveva estratto un numero a sorte o perché era stato reclutato.Nè poteva essere altrimenti: perché la volontà di Napoleone e di Alessandro (di quegli uomini dai quali l’evento pareva dipendere) fosse attuata, era necessaria la concomitanza di molteplici circostanze, senza una delle quali l’evento non avrebbe potuto accadere.
… Ogni uomo vive per sé, si vale
della libertà per il conseguimento dei suoi fini personali e sente con tutto il suo essere che può immediatamente compiere o non compiere una data azione; ma non appena egli la compie, questa azione, compiuta in un dato istante nel tempo, diventa irrevocabile e diviene proprietà della storia, nella quale ha un significato non libero ma predeterminato…
Il cuore dei re è nelle mani di Dio”.[2]
“La vittoria non ha mai dipeso e non dipenderà mai né dalla posizione, né dagli armamenti, e nemmeno dal numero… ma… da quel sentimento che è in me, in lui… in ogni soldato… in una battaglia vince colui che ha deciso fermamente di vincere”.[3]

Così la storia è sempre una nuova creazione che sorprende (stupendo l’esempio dei russi che dopo l’assedio di mosca ricostruiscono subito la città, laboriosi come tante formiche all’opera[4]); ad esempio i due matrimoni che ci saremmo aspettati lungo tutta la lettura di tre volumi su quattro, proprio giunti all’ultimo ci si rende conto che non avverrano, per fare posto ad un altro ordine di eventi, ben più giusti: Natascia non sposerà il principe Andrej ma il conte Pierre, e Nikolai non sposerà la cugina Sonja ma la principessa Maria. Un rovesciamento di quanto il lettore si sarebbe aspettato. Perché?
Perché i sentimenti dell’anima umana non sono perfetti, ma densi di dubbi, paure, insudiciati anche dal peccato e nello stesso tempo abitati dalla grazia. Ed è per la combinazione (ad un tempo libera e predestinata) di tutti questi fattori che i fatti che apparentemente seguirebbero un decorso preciso, ad un tratto cambiano: Natascia non crede fino in fondo che il principe Andrej la ami, si sente inferiore rispetto ad un uomo simile, per cui cade facile preda tra le braccia di Anatolio. Parimenti Andrej non riesce a perdonarla (“Ricordo” rispose in fretta il principe Andrej “io dicevo che bisogna perdonare alla donna caduta; ma non ho detto che potessi perdonare. Io non posso”[5]). L’amore per Natascia si trasforma in odio per Anatolio: da allora in avanti Andrej non ha altro desiderio che vendicare l’offesa ricevuta uccidendo il rivale.
Anche quando si rincontreranno, e si riappacificheranno, lo stesso Toltoj con finezza estrema annota che Natascia non riesce ad accettare fino in fondo la malattia di Andrej (e la conseguente morte inesorabile), mentre Andrej si sente già staccato da lei perché per la prima volta nella sua vita capisce che la vita è preparazione alla morte. Così i due, pur vicini, in realtà si allontanano.
Pure Nikolai capirà che l’amore per Sonja non è paragonabile al vero sentimento che prova per la principessina Maria, sorella di Andrej. D’altronde Sonja col suo comportamento sempre “a capo chino”, remissivo, si lascia “scappare” Nikolaj: Natascia-Tolstoj parla di lei con le parole del Vangelo: “A chi ha, sarà dato di più, ma a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha…. È un fiore sterile…come una gatta, si era abituata non alle persone, ma alla casa”.[6]
Il messaggio centrale così appare sempre più marcato dalla figura di Pierre, e dal suo incontro con Platonev.
L’amore universale perché siamo tutti fratelli, figli dello stesso Padre celeste, di Dio. Questa è l’unica cosa che conta.
Tutti i personaggi di Guerra e Pace sono toccati dalla grazia del perdono: Andrej perdona Anatolio riconoscendolo nel ferito che sta accanto a lui, sul tavolaccio dell’infermeria dopo la battaglia di Borodinò. I suoi pensieri guardando l’antico rivale si fanno colmi pieni di misericodia:
“La compassione, l’amore per i fratelli, per coloro che amano; l’amore per coloro che ci odiano, l’amore per i nemici; sì, quell’amore che Dio ha predicato sulla terra, che la principessina Maria mi insegnava e che io non capivo, - ecco perché rimpiangevo la vita”.[7]
Ma c’è anche la “conversione” del vecchio padre di Andrej e di Maria che chiede perdono alla figlia per le angherie che lui l’ha costretta a sopportare, a motivo del suo bruttissismo carattere. E la conversione di Pierre, che sembra quasi profetizzare la conversione al cristianesimo che avrà più tardi lo stesso Tolstoj. Una prima rivelazione della luce e della semplicità che è Dio Pierre ce l’ha dopo la battaglia di Borodinò a cui lui ha assistito da lontano:
“La guerra è la più ardua sottomissione della libertà dell’uomo alle leggi di Dio… la semplicità è obbedienza a Dio; a lui non puoi sottrarti… L’uomo non può aver possesso di nulla finchè ha paura della morte. Ma a colui che non la teme, appartiene tutto. Se non esistesse il dolore, l’uomo non conoscerebbe i propri limiti, non conoscerebbe sé stesso. La cosa più difficile (continuava a pensare Pierre) consiste nel saper unire nella propria anima il significato di tutto… No, non unire, non si possono unire i pensieri, ma collegare insieme tutti questi pensieri, ecco che cosa occorre!”[8].
Fino alla chierezza estrema del senso della vita quando, dopo aver conosciuto il compagno soldato Platon, torna a mosca: Pierre “Non poteva avere uno scopo, perché ora aveva una fede – non una fede in certe regole, o parole, o pensieri, ma in un Dio vivente, percettibile. Prima lo cercava negli scopi che si proponeva. Questa ricerca d’uno scopo non era che la sua ricerca di Dio. E tutto ad un tratto, nella sua prigionia, aveva conosciuto, non con le parole e non con i ragionamenti, ma con un sentimento immediato, ciò che una volta gli diceva la sua bambinaia: che Dio – eccolo – era là, vicino, era dappertutto… Ora a quella domanda:  perché? – nella sua anima era sempre pronta una semplice risposta: perché esiste Dio, quel Dio, senza la volontà del quale non cade un capello dalla testa dell’uomo”.[9]
Altro capolavoro è la frase che Tolstoj mette in bocca al narratore onniscente (lui stesso) per spiegare la rinascita spirituale di Natascia a seguito della morte di Andrej e poi di suo fratello minore, Petia.
“La morte di Petia… quel medesimo dolore che aveva quasi ucciso la contessa (la madre) ricondusse Natascia verso la vita. La ferita morale prodotta dalla lacerazione del corpo spirituale, esattamente come una ferita fisica, per quanto possa sembrare strano, quando si è chiusa e come rimarginata, guarisce solo dall’interno per la forza rigeneratrice della vita. Così rimarginò la ferita di Natascia”.[10]
Tutti i personaggi forniscono un profilo psicologico del comportamento umano di quel tempo, ponendo al lettore dei quesiti ai quali spesso è difficile rispondere. Checov diceva: la letteratura deve porre domande, mai rispondere. E aveva ragione. Domande che possono cambiare il punto di vista del lettore costringendolo a riflessioni sul senso della vita e della storia.

Elisabetta M.


http://it.wikipedia.org/wiki/Lev_Nikolaevi%C4%8D_Tolstoj
http://www.gliscritti.it/approf/2006/conferenze/tolstoj.htm
http://www.radio.rai.it/radio3/terzo_anello/alta_voce/archivio_2003/eventi/2003_07_04_guerra_pace/

http://www.mymovies.it/dizionario/recensione.asp?id=49533

http://cultura.blogosfere.it/2007/10/guerra-senza-pace-tolstoj-in-versione-fiction-delude-meglio-il-cinema.html

 


[1] Guerra e pace, Oscar Mondadori, 1991, pag. 1503-1504 (vol. IV).

[2] Ibid., pag. 801-802 (vol. III).

[3] Ibid, pag. 1024 (vol. III).

[4]Come, guardando le formiche sparpagliate intorno ad un formicaio devastato…si vede dalla tenacia, dall’energia… che tutto è distrutto, tutto, fuorchè qualcosa d’indistruttibile, di immateriale che costituisce la forza del formicaio, così anche Mosca nell’ottobre, benchè non esistessero nè autorità, nè chiese, nè reliquie, nè ricchezze, nè case, era quella stessa Mosca ch’era stata in Agosto. Tutto era distrutto, tranne qualcosa di immateriale, ma di potente e di indistruttibile”. Ibid., pag. 1469 (vol. IV).

[5] Ibid., pag. 792 (vol. II).

[6] Ibid., pag. 1518 (vol. IV).

[7] Ibid., pag. 1080 (vol. III).

[8] Ibid., pag. 1119 (vol. III).

[9] Ibid., pag. 1462-1463 (vol. IV).

[10] Ibid., pag. 1430 (vol. IV).

postato da: Fabrieli alle ore 12:49 | link | commenti (3)
categorie: classico, straniero
sabato, 10 novembre 2007

AUGUSTO CAPITE VELATO ad Ancona


AUGUSTO CAPITE VELATO
Ancona, Museo Tattile Statale Omero

  

Esposto ad Ancona un raro reperto scultoreo del I sec. d.C.  in cui attraverso il  rigore formale l´artista ci consegna l´immagine di Cesare Augusto Ottaviano ornata da un lembo della veste di Pontifex Maximus.       

 


 

Nell´attesa che le sale del Museo Archeologico Nazionale delle Marche,  ancora danneggiate dal terremoto del 1972, possano esporla in modo permanente, la scultura dell´Augusto capite velato sarà ospitata fino al 31.05.2008 presso il Museo Tattile Statale Omero di Ancona. Collocata all´interno della sala romana, in questo ambiente unico in Italia per la possibilità che offre  non solo di essere vista dal pubblico normale ma anche fruita attraverso il contatto tattile dai non vedenti, ritrova meritata accoglienza e opportuna rivalutazione. Repertata nel 1863 nei pressi di Palazzo Ferretti e nelle immediate adiacenze dell´antico anfiteatro romano, la scultura ritrae, nel livido candore del marmo,  il volto di Cesare Augusto Ottaviano (63 a.C. - 14 d.C) con pregevole fattura ed esemplare raffinatezza stilistica. Il volto, ornato del velo caratteristico della carica di Pontefice Massimo, con cui il Senato Romano gli aveva conferito unitamente autorità politica e religiosa, apparteneva originariamente ad una statua realizzata sullo stesso modello iconografico dell´Augusto Pontefice da via Labicana a Roma . Si tratta di un´opera di assoluto rilievo storico ed artistico, che in virtù delle sue caratteristiche tecniche è stata datata intorno agli inizi del I sec. d.C. , negli anni in cui il suo potere volgeva ormai al tramonto.

Il suo volto, incorniciato da un lembo dell´abito sacerdotale,  attraverso fattezze somatiche di rara purezza formale  ed un´espressione di serena lucentezza, coglie con rara maestria quell´atteggiamento di pia devozione verso gli dèi con cui si rivolgeva loro affidandovi il destino imperiale di Roma.  

Un leggero incavo delle guance ed alcuni accenni di rughe che solcano la superficie morbida e ben modellata ci consegnano l´aspetto di un uomo maturo avvolto in aura di arcana pensosità.


Augusto capite velato
Mole Tattile Statale Omero
Via Tiziano, 50 60121 Ancona
Tel. 0712811935 Fax 071 2818358
Da martedì a sabato: 9.00 / 13.00
- 15.00 / 19.00
Domenica: 16.00 / 19.30
- 13.00 / 17.00 - 20.00
Chiuso 25 e 31 dicembre, 1 maggio.
In occasione della mostra sono previsti specifici laboratori.
Costo laboratorio Eur. 2.40 ad alunno
Costo visita guidata Eur. 1.20 ad alunno
Disabili ed accompagnatori gratuito.
Sito  http://www.museoomero.it
E-mail : info@museoomero.it
Ufficio stampa Gabriella Papini "Economia&Cultura info tel. 071200648 - 2079603

Gian Paolo G.


 

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categorie: mostre
giovedì, 08 novembre 2007

JACOB LENZ DI WOLFGANG RIHM a Macerata



Nonostante le proibitive condizioni climatiche lo sconsigliassero, mercoledì scorso al termine di un’affaticante giornata di lavoro, sono tornato a percorrere la strada che la scorsa estate mi aveva più volte portato a Macerata in occasione della stagione lirica dello Sferisterio, per assistere al Teatro Lauro Rossi per la prima volta in vita mia al Jacob Lenz del compositore tedesco Wolfgang Rihm.

Si tratta di un’opera da camera su libretto di Michael Frohling, prodotta da Georg Buchner  nell’ambito del progetto “Palcoscenico Marche – le parole della musica” che è stato concepito dal Polo Lirico-Sinfonico M3 con il contributo tra gli altri del Ministro per i Beni e le Attività Culturali allo scopo di offrire maggiore visibilità alle vocazioni culturali e musicali delle Marche.

L’opera costituita da un unico atto articolato in dodici quadri ed un epilogo, fu rappresentata per la prima volta allo Staatsoper di Amburgo nel 1979. Narra la vicenda del grande poeta tedesco Jakob Lenz, antesignano di quel primo romanticismo marezzato da una profonda inquietudine spirituale, nel momento in cui, giunto preda della disillusione nei confronti della natura umana e travagliato dal morbo accecante della passione amorosa, decide di mettersi in cammino alla ricerca del proprio io. Dal confronto con l’arte predicatoria del parroco Oberlin e con il pensiero pragmatico del filantropo Kaufmann, emergerà l’inconciliabilità dei propri sentimenti con i limiti imposti dal tempo e dalla ragione, facendolo piombare negli abissi più profondi ed irreversibili del delirio. Nella parabola esistenziale di questo poeta Rihm adombra il destino di tutti coloro che nella ricerca di un inadeguato e radicale concetto di assoluto perdono di vista il fondamentale rapporto con il mondo che li circonda precipitando nell’irrazionale che è sempre sinonimo di follia.

Rispetto alla partitura originale questo allestimento curato da Henning Brockhaus si contraddistingue per l’inserimento all’interno dei tredici quadri brevi del parlato, che al di là dello scopo didattico finisce per appesantirlo inutilmente, privando il linguaggio musicale di quella suggestione evocativa e poetica cui tanto ambiva Rihm.

Lo spettacolo risulta tuttavia coinvolgente anche visivamente grazie alla scenografia che ben ricostruisce l’atmosfera livida ed inquietante di un incubo che avvolge i protagonisti in una comune e delirante schizofrenia.

Tra gli interpreti occorre magnificare la prova di Thomas Mowes che ha vestito i panni di Jacob Lenz rivelando di possedere una notevole capacità interpretativa unitamente ad una voce baritonale dal timbro sicuro e superbo.

L’orchestra filarmonica marchigiana, qui composta da soli undici strumentisti in ossequio agli intenti del compositore che non prevedeva l’impiego di violini e flauti, è stata diretta con mano sapiente da Giuseppe Ratti, evocando molto spesso citazioni bachiane. L’ensemble delle sei voci corali e delle due voci bianche, che fungono da doppio della personalità del protagonista, si sono cimentate con lodevole capacità nelle diverse forme del linguaggio polifonico previste come il mottetto e il madrigale.


 

Gian Paolo G.


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RADU LUPU PIANISTA ALLE MUSE DI ANCONA



Martedì 30 ottobre, gli organizzatori della stagione concertistica  di Ancona hanno realizzato un’impresa di assoluto rilievo, portando sulla scena del Teatro delle Muse Radu Lupu, uno tra i più prestigiosi pianisti internazionali. Nato nel 1945 in Romania, insignito nel corso della sua lunga e gloriosa carriera di ambiti riconoscimenti tra cui il Van Cliburn nel 1966, L’Enescu Inernational nel 1967, il Concorso di Leeds nel 1969, il Premio Abbiati nel 1989 e nel 2006 e il Premio Arturo Bendetti Michelangeli sempre nel 2006, egli alterna al ruolo di solista un’intesa attività concertistica in collaborazione con le principali orchestre di tutto il mondo.

Lupu non è mai stato connivente con il circo mediatico e non se n’è mai lasciato coinvolgere, rilasciando rare interviste ed offrendo di sé l’immagine di un uomo solitario, schivo e sfuggente. Il suo volto conserva fin dai primi momenti una calma impenetrabilità, destinata a frustrare il desiderio di poterlo facilmente decifrare. Escludendo il nostro sguardo curioso dal suo io interiore, sembra voglia difendere il mistero della propria musica che pure ci concede benevolmente, rivelandosi un interprete dal ciglio augusto benchè capace di inaspettate tenerezze. Dietro l’spetto ieratico ed austero di un barbuto filosofo dell’antica Grecia, si cela infatti quella fragilità mortale tipica dei semidei, che li rende amabili al pubblico quanto e forse più dei loro stessi successi.

Il suo indiscutibile virtuosismo pianistico vola tra le alte cime della solennità, trascende la soglia entro la quale l’orecchio umano coglie la musica e ci avvolge in un’atmosfera ammaliante dal primo respiro fino all’ultimo.

Il volo spicca subito sul tonico incipit dell’Allegro Vivace – primo movimento della Sonata n. 17 in Re maggiore D 850 di Franz Schubert – che dopo essersi cautamente disteso su lontane tonalità melodiche si chiude con passo brillante e vigoroso. Il seguente movimento Con moto ci trasferisce tra la quiete contemplativa della natura che, benché marezzato di guizzi possenti e progressivi, disegna un quadro armonico di una bellezza incantevole. Qui il pianismo di Lupu raggiunge a mio avviso il più alto livello di splendore sonoro dell’intero concerto. La Sonata, dopo aver ripreso il tono iniziale nello Scherzo (Allegro e vivace) si chiude sulla grazia svagata e disinvolta del Rondò.

Nella seconda parte assistiamo alla melodia né triste né allegra dei Preludi I Libro di Claude Debussy, che recano il sapore ineffabile della suggestione fantastica. Il pianista esegue la composizione con studiata lentezza, in fedele ossequio alla volontà del compositore e al climax d’indefinita ambiguità in cui si viene proiettati. Come un refolo dal soffio veloce ma leggerissimo che accarezza la superficie oleosa del mare, le dita scorrono delicatamente sulla tastiera, trasfigurando in musica il verso di Charles Baudelaire les sons et les parfums tournent dans l’air du soir che nomina il quarto preludio. Un accenno di nostalgia dai contorni delicati e banali della cantilena ci introduce quindi tra i silenzi ovattati di un paesaggio invernale algido e dolente, che riportano alla mente la Louveciennes impressionista di Alfred Sisley. Nemmeno il tempo di goderne il lieve candore che il  ratto soprassalto tonale della romba agita i flutti di nuove tensioni armoniche, creando con andamento irregolare una disgregante sensazione di straniamento e di squilibrio dinanzi alle guglie inghiottite e poi riaffiorate della cattedrale d’Ys. Il concerto culminerà infine a sorpresa nell’ultimo preludio con un nuovo prevaricante ritorno del ritmo brillante e beffardo.

Si è trattato di una prova intensa e convincente con cui Lupu  non ha tradito l’aspettativa di quanti hanno inteso avvalersi del  raro privilegio di assistere al recital di un’icona assoluta del pianismo internazionale. Il suo talento si è rivelato sapientemente incisivo consentendo alla musica di gonfiarsi sotto il suo tocco imperioso e di tornare a distendersi maestosa nel suo alveo lirico ed intimistico, lasciandosi alle spalle un paesaggio stravolto dai primordi di un antesignano linguaggio grottesco, che si affermerà stabilmente nel periodo tra le due guerre mondiali.


Gian Paolo G.

it.wikipedia.org/wiki/Radu_Lupu
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domenica, 04 novembre 2007

IL POETA E' UN PROFETA


IL POETA E' UN PROFETA
Incontro con Franco Loi

A seguito dei numerosi interventi apparsi sulla nostra rivista circa la natura della poesia desidero condividere con voi le suggestioni e la gioia provate in occasione di un mio recente incontro in provincia di Ancona con Franco Loi,  che viene considerato uno tra i più importanti poeti italiani viventi.

Il poeta si è recato il 27 marzo scorso a Falconara Marittima (AN) ove io risiedo, ed ha tenuto una conferenza sul tema del rapporto tra la figura del poeta e Dio, nell'ambito della manifestazione  "Il Dio Nascosto" promossa dal Centro Francescano delle Marche e da un'associazione di poesia vernacolare marchigiana organizzatrice del Festival dialettale di Varano (AN).

Il responsabile dell'Associazione Prof. Fabio Serpilli, egli stesso poeta, che da diversi anni ormai si è accreditato come un instancabile organizzatore di eventi culturali legati alla fruizione e alla divulgazione sul territorio della poesia dialettale ed in particolare di quella marchigiana, al cui progetto peraltro ho collaborato marginalmente anche io, mi ha concesso l'onore di conoscerlo personalmente. Devo dire che è una persona veramente amabile, che mette subito l'interlocutore a proprio agio tanto che ho avuto il privilegio di conversare lungamente con Lui al termine della sua prolusione. Come ben saprete egli scrive in un dialetto ibrido e moderno contaminato dal gergo tratto dagli ambiti popolari dell’hinterland milanese, e dopo una lunga militanza nel partito comunista italiano, nel corso degli ultimi anni si è avvicinato a posizioni culturali e spirituali molto affini al francescanesimo. 

Nel corso del Suo intervento, ricco di innumerevoli spunti di riflessione, ho avuto modo di apprezzare in particolare il tema del poeta/profeta introdotto dalla citazione della nota affermazione di Montale secondo il quale il poeta è un santo laico e da quella di Petrarca per il quale la poesia è sempre sacra scrittura. 

Il nostro ha sostenuto in buona sostanza che la figura del poeta sarebbe assimilabile a quella del mistico, se non fosse che a differenza di quest'ultimo egli non tace,  poiché è posseduto da un'ossessione arcana che abita in lui e che desidera disperatamente esistere. Ciò che scrive produce in lui l'effetto inatteso e gradito di una sorpresa, come se se si trattasse di un fiume sotterraneo che dopo averlo attraversato erompe con la forza di un impeto inconsapevole sotto forma di versi.

Partendo dall'assunto che Dio è un'entità ineffabile, ritiene che lo si possa trovare solo attraverso un percorso di ricerca interiore e che il poeta, risultando in costante rapporto con il proprio spirito, si collochi in questa ricerca nella posizione più consona, rivelandosi in definitiva un autentico profeta. Da qui prende le mosse la convinzione che la poesia, più ancora di ogni altra manifestazione artistica, si appalesi come la strada più autentica e sicura verso un ritrovato cammino di redenzione.

Infine ha citato Karl Marx il quale aveva detto che i poeti sono il termometro della vita e pertanto i politici farebbero bene a chiedere loro consigli che possano illuminare le loro scelte.  

Ho colto ovviamente l'occasione per omaggiarlo di una copia del mio libro chiedendogli se fosse possibile riceverne un giudizio critico e libero da pregiudizi, attraverso il mio indirizzo di posta elettronica. Ha inforcato un altro paio di occhiali dalle lenti ancora più spesse, ha sfogliato in religioso silenzio alcune pagine, quindi sollevando nuovamente il capo ha disteso il volto in un sorriso di compiaciuta serenità e mi ha sussurrato all'orecchio "Io non ho mai posseduto un computer, dammi pure il tuo indirizzo civico e ti scriverò due righe".

Mi ha abbracciato con tenera effusione incitandomi a proseguire con tenacia il cammino e congedandomi da lui ho avuto la netta percezione di quanto quell'uomo sia una fonte zampillante di rara umanità.


BREVI NOTE


Poeta, saggista e critico, Franco Loi è nato a Genova il 21 gennaio 1930, ma vive dal '37 a Milano, città di cui ha abbracciato il dialetto come cifra della propria vena poetica . Tra le sue raccolte, I cart, Edizioni 32, Milano 1973; Poesie d’amore, Edizione Il Ponte, Firenze 1974; Stròlegh, Einaudi 1975; Teater, Einaudi 1978; L’Aria, Einaudi 1981; Lünn, Ed. Il Ponte 1982; Bach, Scheiwiller 1986; Liber, Garzanti 1988; Umber, Manni, Lecce 1992; Poesie. Antologia personale, Fondazione Piazzolla, Roma 1992; L’angel, Mondadori 1994; Arbur, Moretti & Vitali, Bergamo 1994, El vent, Campanotto editore, Udine 2000 Isman, Einaudi, Torino 2002, Aguabella, Interlinea, Novara 2004, Pomo del pomo, insieme a Erminia Lucchini, Perosini, Verona 2006. Ha pubblicato un libro di racconti, L’ampiezza del cielo, Milano 2001, a cura di Ignazio Maria Gallino. Ha pubblicato inoltre numerosi saggi, tra cui una raccolta, Diario breve, edito con prefazione di Davide Rondoni da Nuova Compagnia Editrice, Forlì-Bologna 1995.

Ha ricevuto numerosi premi: dal Premio Bonfiglio per Stròlegh al premio Nonino per Liber al recente Librex-Montale. Ha inoltre ricevuto la medaglia d’oro della Provincia di Milano, l’Ambrogino d’oro del Comune di Milano e il Sigillo Longobardo della Regione Lombardia. Sue poesie sono state tradotte in quasi tutti i Paesi d’Europa, in Corea, Brasile, nei Paesi Arabi e negli Stati Uniti.Alla fine del 2005 l’editore Einaudi ha pubblicato un’abbondante scelta di poesie dal 1973 al 2002 col titolo Aria de la memoria.Attualmente collabora al supplemento culturale della domenica de «Il Sole-24 Ore».


Gian Paolo G.

www.lastampa.it/_web/_RUBRICHE/poesia/dizionario/l/loi.asp
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ANGOSCIA E TIMORE NELLA MESSA DA REQUIEM DI VERDI


ANGOSCIA E TIMORE NELLA MESSA DA REQUIEM DI VERDI

Nel giorno che la Chiesa cattolica dedica alla celebrazione di tutti i Santi, il Polo lirico-sinfonico regionale M3, nell’ambito del progetto “Palcoscenico Marche”, ha messo in scena la “Messa da requiem”  di Giuseppe Verdi, la sola composizione celebrativa realizzata dal cigno di Busseto.

Il vibrato teso, serrato di questo imponente monumento alla memoria di Alessandro Manzoni, che rappresenta un contributo alla musica sacra inconsueto e per l’autore e per il periodo in cui venne concepito, ha raccolto un nutrito pubblico convenuto al Teatro Le Muse di Ancona attirato da una composizione che si è rivelata imperiosamente grande per dimensioni, respiro, potenza vocale e strumentale.

Il Requiem di Verdi, offre da sempre un’Irrinunciabile terreno di confronto con le composizioni omonime di Mozart e di Brahms, nelle quali la morte è percepita con uno stato d’animo di sereno equilibrio che derivava loro dal clima di profonda fede religiosa in cui erano avvolti.

Mentre nel compositore italiano, privo di ogni fideistica certezza nel post mortem, prevale al contrario una mancata rassegnazione, un’atmosfera di inquietudine e di terrore.

Pertanto Il suo disperato e bruciante grido di dolore per la dipartita dell’autore dei Promessi Sposi, nei confronti del quale egli nutriva una stima incondizionata, assume i toni di una laica meditazione sul mistero angosciante della morte. Tuttavia in lui non prevale il bieco risentimento di un uomo sedotto dall’invincibile richiamo dell’ambito terreno, nei cui confronti avverte peraltro un lancinante senso di inadeguatezza, ma al contrario un senso angoscioso dell’esistenza che lascia intravedere un’ansia di trascendenza ben adombrata nello struggente lirismo del “Lacrimosa”.

Ma l’incedere tonante e la virulenza espressiva dell’incipit del “Dies Irae” , rivela la sconcertante distanza che lo separa da un Dio che avverte lontano e inesorabile e che, nello squassante fragore della scansione fonica, incute un senso di terrore e di sgomento. Incerto ed angosciato decide allora di rivolgere ne “l’Ingemisco” , intonato in maniera suprema dal giovane basso polacco Rafal Siwek, un’invocazione a Dio sul misterioso significato della morte.

Ne l’ “Offertorio” e l’ “Hostias et preces”  la tensione improvvisamente cala, l’animo si placa in un clima di trasognata pensosità e di sospensione strumentale, che precede il disperato urlo del rimpianto a cui si abbandona definitivamente nel “Libera me” conclusivo.


 

Gian Paolo G.


www.giuseppeverdi.it/page.asp
www.teatrodellemuse.org/-1-italian/archivio/M3---POLO-/M3---GLI-S/index.asp


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E NON DISSE NEMMENO UNA PAROLA di Heinrich Boll


E NON DISSE NEMMENO UNA PAROLA di Heinrich Boll

Titolo originale: Und sagte kein einziges Wort
Mondadori, 1998
Traduttore: Chiusano I. A.
Pagine: 224
ISBN: 8804455624
Prezzo: 7,80 €


In questo clima di aberrante celebrazione dell’effimero, in cui il pensiero è stato messo al bando nell’illusione di aver ormai colmato gli infiniti vuoti della vita, ci vorrebbe la rilettura di questo romanzo per ristabilire un contatto con il senso più profondo della vita.


La vicenda di Fred e Kate ci avvicina al ruvido disincanto di una quotidianità segnata dall’indigenza e dagli stenti provocati dai rovesci della guerra. Marito e moglie hanno conservato immutato l’amore reciproco ma le conseguenze psicologiche della guerra hanno reso impossibile la loro convivenza, il mantenimento dell’unità famigliare sotto un tetto comune come se nulla fosse accaduto. La guerra ha aperto uno squarcio disorientante nella serenità di Fred privandolo della capacità di reagire e di recuperare il senso della vita. Kate invece, facendo appello a quella forma di resistenza al dolore che solo le donne riescono a conservare nei passaggi più dolorosi dell’esistenza, conserva la propria funzione materna accudendo i tre figli.

Apprezzabile la strategia di affidare il racconto ai due protagonisti in un alternarsi di punti di vista, di sentimenti e di modi di leggere la realtà che attraverso un solo io narrante sarebbero andati smarriti. Heinrich Boll si fronteggia in questo libro con temi ardui pervenendo ad una sostanza di indubbio spessore che preme sotto la superficie seduttiva di un linguaggio semplice e lineare.

Tra le macerie morali prima ancora che materiali della città di Colonia, devastata dai bombardamenti, i due protagonisti sopravvivono in un clima di angosciante attesa nella speranza che dai loro contatti furtivi possa scoccare prima o poi la scintilla capace di alimentare nuovamente il focolare domestico.

Pur gravati dal fardello inatteso della miseria entrambi conservano inalterato un profondo senso di umanità che li sottrae all’enfasi rancorosa della ribellione, rendendoli al contrario testimoni dolenti di una pietas di inequivocabile matrice giansenistica.

Nel corso del fine settimana, che vorrebbe segnare il ricongiungimento del loro rapporto sotto le apparenze canoniche della convivenza matrimoniale, giacciono l’uno accanto all’altra nel letto di una squallida camera di albergo, privi di confortanti certezze dinanzi al richiamo inquietante delle prime avvisaglie del consumismo. Tuttavia, avvolti solamente in un manto di tenera speranza, accettano l’ombra mutevole del destino che si portano alle spalle come se fosse la propria croce senza dire nemmeno una parola.

Gian Paolo G.

it.wikipedia.org/wiki/Heinrich_B%C3%B6ll
www.viaggio-in-germania.de/lett_bol.html
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categorie: contemporaneo, straniero

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