



Edizioni Creative, 2006

Dopo aver apprezzato il concerto del 20 u.s. eseguito al Teatro Le Muse di Ancona dall’ Accademy of S, Martin, che ho avuto modo di recensire in un mio articolo precedente, desidero proporre alcune riflessioni suggerite dal confronto con le esecuzioni dell’altrettanto celebre ensemble The English Concert. Come ho avuto modo di accennare nel mio precedente articolo, l'Accademy of S.Martin in the fields nel tempo ha abdicato a questa originaria vocazione, uscendo dagli angusti canoni interpretativi della musica barocca, per contaminare o arricchire - dipende dal punto di osservazione - il proprio repertorio non solo con esecuzioni della tradizione romantica ma addentrandosi perfino nel più recente contesto del Novecento. L'inserimento nel concerto a cui ho assistito della composizione Aurora per orchestra d'archi di Thea Musgrave del 1999 ne è la conferma più evidente.
Ben altro percorso filologico è stato invece quello perseguito dal rinomato ensemble The English Concert, sia nel corso dell’intenso trentennio sapientemente diretto da Trevor Pinnock, che sotto la conduzione più sorniona di Andrew Manze, concentrando la propria attività esclusivamente nell'interpretazione della musica barocca e classica sugli strumenti d'epoca. Mentre sir Neville Marrinner, pur avendo ceduto il podio ad una conduzione fin qui caratterizzata dall'alternanza di numerosi maestri, ha conservato per sé il ruolo di presidente onorario; Trevor Pinnock è ritornato alla sua prima vocazione di clavicembalista, ottenendo straordinari riconoscimenti in tutto il mondo sia come solista che collaborando talvolta con le orchestre più prestigiose.
Attualmente, dopo il periodo non felice di Manze, l'English Concert è stata affidata all'eccellente Harry Bicket, che auspico possa conferirle un piglio più brillante rispetto al suo pur lodevole predecessore.
Mentre trovo encomiabile che Pinnock alla veneranda età di oltre sessant’ anni nel corso della scorsa stagione concertistica abbia riproposto in varie sale europee l’esecuzione integrale dei Concerti Brandeburghesi di Bach e per questo progetto abbia costituito lo “European Brandenburg Ensemble”, un nuovo gruppo composto dai migliori musicisti che ha incontrato nella sua lunga carriera.
Dell' English Concert, sotto la sua inarrivabile direzione, conservo moltissime incisioni, tra cui i concerti per organo di Haendel in Fa maggiore HWV
Esattamente un anno fà, il 3 novembre 2006, ho avuto il raro privilegio di assistere al Teatro Sperimentale di Ancona ad un suo concerto in veste di solista, in cui ha eseguito di Bach
Gian Paolo G.

Quando pensiamo alla Creazione le prime immagini che possono venirci in mente sono principalmente due: la Creazione opera di un Dio che dal nulla trae qualcosa, e il riferimento in questo caso non può che andare al Dio ebraico-cristiano di cui tutta la nostra mentalità è impregnata come una spugna con acqua colorata; oppure alla creazione di un’opera d’arte, nella fattispecie una statua, il famoso “perché non parli?” rivolto da Michelangelo alla sua scultura tratta dal blocco di marmo in cui era rinchiusa.
Non a caso sono queste le prime immagini che ci vengono alla memoria, perché esprimono, in effetti, due caratteristiche essenziali di ciò che si possa intendere col termine di creazione. Intendo effettuare una distinzione tra i due termini apparentemente simili di creazione e invenzione, per poi analizzare l’opera di Tolkien – sebbene superficialmente – alla luce del guadagno terminologico che ne avrò tratto.
Alcune definizioni, quindi.
Creazione.
Da Wikipedia leggo che sarebbe l'atto con cui Dio o più divinità o esseri celesti danno origine alle cose dal nulla; la Creazione per antonomasia è la creazione dell'universo. Per estensione: l'invenzione, l'ideazione o l'esecuzione di un'opera o un oggetto innovativo mediante un atto di creatività. In fisica la creazione è l'opposto dell'annichilazione.
Una simile definizione è carente o confusionaria da più punti di vista. Innanzitutto la caratteristica di trarre qualcosa dal nulla è tipico dell’atto divino ebraico-cristiano, non certo delle culture e mitologie greco-romane o mesopotamiche. Tanto meno delle altre mitologie extra-eurasiatiche. In secondo luogo la creazione per antonomasia non spetta certo all’accezione riguardante la creazione dell’universo (idea che pecca a mio parere di scientismo) quanto alla creazione del mondo, intenso sì come tutto ma come tutto abitato dall’uomo, all’interno di determinati confini, che possono essere i mari, delle catene montuose non oltrepassabili o dei confini irraggiungibili in quanto allontanati o guardati “a vista” da esseri divini. Inoltre portare l’invenzione nell’ambito della creazione è pericoloso, in quanto – come ha ben affermato il professor Guido Iorio, docente di Storia Medievale presso la S.I.S.S. Università di Salerno, nel suo intervento “L’istituto della regalità nell’Irlanda Medievale” all’ultima edizione Hobbiton – “tra creazione e invenzione c’è un’evidente differenza, perché l’invenzione è una bugia”.
La definizione “fisica” della creazione può essere d’aiuto per sottolineare un aspetto tipico di questo atto, cioè l’opposto di ciò che significa creare, ovvero annullare. Creare vuol dire “fare qualcosa dal nulla”; a questo atto vitale si contrappone l’annullare, cioè “riportare qualcosa che esiste all’inesistenza”.
Venendo a una definizione più cogente, tratta dall’Enciclopedia Garzanti di Filosofia, la creazione è, nel linguaggio teologico, l’atto con cui Dio fa esistere l’universo dal nulla. È questa la prima idea di creazione, ma come abbiamo già detto per universo si intende il sistema di realtà esistenti in funzione dell’uomo – pianeti e stelle compresi.
“L’idea di creazione è diffusa presso numerose culture, comprese quelle cosiddette primitive; ma in genere è considerata come azione di uno o più esseri divini su qualcosa che preesiste”. Diversi possono essere i metodi di creazione:
- con la potenza della parola che evoca e crea le realtà dando ordine al caos;
- creazione dell’uomo come atto simile al modellare una figura;
- creazione per autosacrificio o per metamorfosi: tutte le realtà derivano dalle varie parti del corpo di un essere mitico detto “dema”;
- una serie di miti, infine, attribuisce la creazione non all’Essere Supremo ma a una figura secondaria, il demiurgo, che spesso è in antagonismo con tale Essere. Sulla stessa linea è la creazione di tipo dualistico.
All’idea di una creazione dal nulla si è sempre contrapposta quella di una derivazione del cosmo da Dio per emanazione, ma anche questa, in realtà, è assimilabile alla creazione di qualcosa di pre-esistente.
Venendo alla definizione di Invenzione, stando sempre a quella fornita da Wikipedia, leggiamo che
Invenzione è un oggetto, un procedimento o una tecnica che presenta elementi di innovazione e originalità. Nel diritto civile, l'invenzione è un modo di acquisto della proprietà a titolo originario.
Vediamo subito che qui abbiamo a che fare con un ambito semantico più ristretto. L’invenzione non riguarda il tutto, non riguarda l’universo-mondo, non riguarda nemmeno l’essere, ma oggetti o procedimenti. Io invento un oggetto che ha qualcosa di diverso rispetto a un oggetto simile che già c’era. Oppure con atto di invenzione rendo qualcosa di esistente differente rispetto a ciò che era anteriormente al mio atto di invenzione. Addirittura inventare o inventariare vuol dire affermare il possesso su qualcosa.
Il genio non ha a che fare con l’invenzione; piuttosto lavora nell’ambito della creazione, perché non modifica qualcosa di esistente, ma trae significati esistenti da materiali che non li posseggono, crea qualcosa di significativo dal nulla che non ha alcunché di significativo. Basti pensare ai primi geni che ci vengono in mente: i filosofi greci trassero i significati dalla materia inerte e priva di senso, oppure i grandi artisti italiani del Rinascimento, un Leonardo o un Michelangelo che danno anima a materiali inerti quali colori e marmo e a regole matematiche quali la prospettiva e l’armonia; o ancora basti pensare a geni scientifici quali Copernico, Newton, Galileo e Einstein, che informarono l’universo e la materia di significati globali, in grado di spiegare il funzionamento di una materia, ancora una volta, altrimenti inerte e casuale.
Oppure basti pensare a Tolkien.
Ovviamente non è l’unico scrittore in grado di fare una cosa del genere, cioè trarre dal nulla inerte della parola sciolta una creazione ricca di significato sempre vero. Ma è quello di cui ci vogliamo occupare in questa sede.
Stando a quanto scritto dall’autore stesso nel saggio “Sulle Fiabe”, in Albero e foglia, edizione Bompiani del 2002, a pag. 53, “i bambini sono capaci, com’è ovvio, di credulità letteraria, qualora l’arte dell’inventore di fiabe sia sufficiente a indurla. Si tratta di uno stato d’animo che è stato definito «volontaria sospensione dell’incredulità». Ma non mi sembra una valida descrizione di quanto accade in realtà, ed è che l’inventore di fiabe si rivela un felice «subcreatore», il quale costruisce un Mondo Secondario in cui la mente del fruitore può entrare. All’interno di tale mondo, ciò che egli riferisce è «vero», nel senso che concorda con le leggi che vi vigono. Di conseguenza ci si crede, mentre vi si è, per così dire, dentro. Nel momento stesso in cui l’incredulità si manifesta, l’incantesimo è rotto; la magia, anzi l’arte, ha fatto fiasco. E rieccoci allora nel Mondo Primario, a guardare dall’esterno il piccolo, abortito Mondo Secondario”.
Ciò di cui ci informa Tolkien in questo felice brano è, in sostanza, quanto abbiamo già visto con le definizioni di inizio articolo:
- l’inventore in realtà non inventa, ma crea. Per usare il termine da lui coniato, l’inventore di fiabe “subcrea”, costruisce un Mondo Secondario nel quale si può abitare e si fa esperienza di una armonia e di una realtà percepita come vera perché coerente.
- Questo avviene tramite un atto di fiducia che il lettore accorda allo scrittore e alla sua creazione: la sospensione della incredulità. Il lettore è disposto a credere in ciò che lo scrittore gli sta raccontando. È un ripetersi del mito che viene accolto e fatto proprio dal fruitore e dal nuovo abitante del Mondo Secondario.
- Il termine “subcreatore” fa riferimento a un “super” che precede la subcreazione. La creazione letteraria fa riferimento a un esistente dal quale trae linfa, motivo per cui la subcreazione ci appare comunque vera, a patto che sia coerente, ordinata e si lasci ispirare dalla vita dell’uomo. Si ripropone qui il significato di creazione umana, capace di dare qualcosa di nuovo al mondo pur utilizzando qualcosa di preesistente.
Alle pagine 95 e 96 dello stesso saggio, Tolkien ci fornisce un altro illuminante brano, che secondo me riguarda più da vicino le sue opere. “I Vangeli contengono molte meraviglie, di un’artisticità particolare, belle e commoventi: «mitiche» nel loro significato perfetto, in sé conchiuso: e tra le meraviglie c’è l’eucatastrofe massima e più completa che si possa concepire. Solo che questa vicenda ha penetrato di sé la Storia e il mondo primario; il desiderio e l’anelito alla subcreazione sono stati elevati al compimento della Creazione. La nascita del Cristo è l’eucatastrofe della storia dell’Uomo; la Resurrezione, l’eucatastrofe della storia dell’Incarnazione. […] Non c’è racconto mai narrato che gli uomini possano trovare più vero di questo, e nessun racconto che tanti scettici abbiano accettato come vero per i suoi propri meriti. Ché l’Arte di esso ha il tono, supremamente convincente, dell’Arte Primaria, vale a dire della Creazione. E rifiutarla porta o alla tristezza o all’iracondia”.
Dunque parla dei Vangeli. I Vangeli raccontano la vita e le vicende della Morte e Resurrezione di un uomo, Gesù, divenuto il Cristo, l’unto del Signore. Una storia umana, sembrerebbe, narrata nei racconti fatti da altri uomini che hanno però visto ciò che si nasconde dietro l’apparente disfatta di un uomo e della sua idea dell’intervento di Dio nella vicenda di ogni essere umano: un’eucatastrofe.
Anche questo è un termine coniato da Tolkien e sta a significare l’improvvisa conclusione positiva di una vicenda estremamente negativa. Di certo pensiamo subito al finale del Signore degli Anelli, in cui si intravede una mano superiore guidare gli eventi e portare alla soluzione di un problema al quale né Uomini né Elfi né Hobbit sono in grado di rispondere efficacemente fino in fondo. La distruzione dell’Anello è l’eucatastrofe del Signore degli Anelli. La Risurrezione è l’eucatastrofe della sconfitta (solo apparente) dell’uomo Gesù. Nella Risurrezione la cortina di pioggia si apre e si vede il mondo al di là, dove un Padre ama a tal punto da restituire la pienezza di vita. Nella distruzione dell’Anello Dio, Iluvatar, interviene nella storia dell’uomo traendo il bene dal male.
Abbiamo qui due esempi di creazione superlativi. Il primo è la Risurrezione, una nuova Creazione, un portare a compimento ciò che – già creato precedentemente – ne era privo. Il secondo è la distruzione dell’Anello, un rivelare definitivo che ogni cosa ha il suo frutto se lasciata nelle mani del Creatore (mi riferisco, ovviamente, alla vita di Gollum, pietosamente lasciato in vita da un Bilbo improvvisamente mosso da comprensione). Le due sono in un rapporto di subordinazione, in quanto il secondo esempio dipende direttamente dal primo.
Anzi, proprio questo rapporto di sudditanza e derivazione rivela che cosa si intenda per atto creativo umano o per subcreazione e, differentemente, per Creazione o creazione primaria.
La subcreazione e l’eucatastrofe tolkieniana dipendono direttamente e assumono vita e verità dalla nuova creazione ed eucatastrofe del mondo reale, la Risurrezione di Gesù Cristo. È l’affermazione assoluta di vita operata da Dio sulla Terra che conferisce vigore e significato alla vittoria dell’intervento divino di Iluvatar nella Terra di Mezzo, intervento coadiuvato dall’impegno umano, elfico, nanesco e degli hobbit.
Per limiti di spazio ho centrato l’attenzione sull’esito dell’eucatastrofe dell’opera di Tolkien piuttosto che su altri aspetti, ma non è escluso che in un futuro mi soffermi ad analizzare la subcreazione del Mondo Secondario di Tolkien nella sua vastità. È un’operazione che vale la pena di fare, perché ci parla direttamente – tramite immagini poetiche e mitiche – della nostra realtà personale.
Fabrizio V.
(articolo già pubblicato su "La Voce di Edoras n. 9 anno II - ottobre 2007)


Si è aperta la stagione di prosa 2007/2008 al Teatro delle Muse di Ancona con la messinscena della dark commedy Misura per Misura di W. SHakespeare nell’allestimento del Teatro di Roma e della Compagnia Lavia.Benché l’opera si presti alla tentazione di mettere molta carne sul fuoco offrendo numerosi spunti di riflessione, il regista privilegia in questo allestimento il tema della rilassatezza dei costumi morali di una società che, sotto la coltre ipocrita del perbenismo, cela un trepidante bisogno di liberare i propri freni inibitori.
Pur consapevole di aver a lungo vestito i panni di un padre troppo permissivo, lasciando crescere a dismisura l’erba infestante della licenziosità, Lavia incarna un Duca che è apparentemente un leone ormai troppo vecchio per poter ripristinare l’autorità e predare ogni rea manifestazione. Ma in verità il suo provvisorio ritiro in convento sotto le mentite spoglie di un frate minore obbedisce ad un desiderio di comprendere da un osservatorio neutrale se la rigida applicazione della legge risulti un antidoto efficace o un meschino tentativo in cui il potere reprime negli altri i propri istinti. Nel temporaneo passaggio di consegne con cui il Duca cede il centro della scena al proprio vicario non è azzardato leggere anche un altrettanto simbolico scambio delle parti che consente a Lavia di offrire al figlio Lorenzo la parte con cui egli debuttò da giovane. E questi lo ripaga con moneta sonante offrendoci un’interpretazione austera e di assoluto rigore formale di quel saggio Angelo apparentemente integerrimo, di costume rigoroso, che sta in guardia contro la malvagità e che ottunde la punta dell’istinto con i godimenti dello spirito incarnando l’ipocrisia delle convenzioni sociali.
Ma il padre, forte della sua maturità artistica si muove sul palco con un’ impareggiabile capacità comunicativa che ha il suo momento culminante nel corso della prima parte del terzo atto nell’esortazione rivolta a Claudio ad accettare la morte contro l’ignobile compromesso morale di cui dovrebbe essere vittima la sorella Isabella.
Claudio e Giulietta legati da un vincolo sposalia per verba de presenti ritenuto legale dalla società del tempo divengono oggetto di un’ingiusta persecuzione a causa dello stato di gravidanza in cui si trova la ragazza, incorrendo nei nuovi rigori della legge che spalancano a Claudio la dolorosa via del patibolo. Da qui prende le mosse tutta una sequenza di accadimenti caratterizzati da una marcata conflittualità, ma anche da generosi slanci altruistici che consentiranno di fare piena luce sull’estrema complessità dell’animo umano a cui non risulterà estraneo nemmeno il Duca, il quale entrerà nel finale in quello stesso cono di luce ambigua sottraendo a sorpresa Isabella dalla sua vocazione religiosa pretendendone la mano. Le nostre nature perseguono, come ratti che divorano il proprio veleno, una sete maligna e moriamo. Il finale apparentemente a lieto fine, avvolge pertanto il pubblico in un clima di angosciante sconcertazione, che non gli impedisce tuttavia di omaggiare il cast con una serie infinita di ovazioni.
Gian Paolo G.

INTRODUZIONE DEL PRESIDE P. GIANLUIGI PASQUALE OFM Cap.

Eminenze Reverendissime, Cardinale e confratello Séan O’Malley e stimato Patriarca Cardinale Scola, Eccellenza Reverendissima P. Flavio Roberto Carraro, Magnifico Rettore Prof. Pier Francesco Ghetti, carissimi Ministri Provinciali di Venezia e di Trento, illustri Autorità Civili e Militari, carissimi confratelli, studenti e amici, proprio quaranta anni fa alcuni Docenti Cappuccini, molti dei quali contemplano ora il volto radioso di Dio nell’eternità, ottenevano dalla Pontificia Università «Antonianum» di Roma l’affiliazione del nostro Studio Teologico Cappuccino «Laurentianum» alla Facoltà di Teologia di quella Università. Quella lungimirante decisione diede forma a una realtà accademica che è ininterrottamente presente qui a Venezia, presso il complesso palladiano del SS.mo Redentore, da oltre 450 anni e che rappresenta a tutt’oggi il cuore formativo della Provincia Veneta dei Frati Minori Cappuccini. In questi locali hanno studiato – e poi insegnato – sacra Teologia umili, eppur grandi, Cappuccini quali San Lorenzo da Brindisi, Dottore della Chiesa, i beati Marco d’Aviano e Mons. Andrea Giacinto Longhin, san Leopoldo Mandić, e molti altri ancora il cui nome è racchiuso nel cuore di Dio. Lo Studio Teologico «Laurentianum» è, però, naturalmente legato a Venezia anche per ben tre precisi motivi. Il primo per quell’anima – se così possiamo dire – «francescana» a tutt’oggi vivamente presente in questo meraviglioso Capoluogo lagunare e visivamente rintracciabile nella Basilica dei Frari, nella Chiesa di San Francesco della Vigna, nell’eremo di San Francesco del Deserto, qui dai Cappuccini al SS.mo Redentore, nelle innumerevoli congregazioni di suore francescane, nonché nell’Ordine Francescano Secolare ovunque capillarmente diffuso; il secondo motivo che lega lo Studio Teologico «Laurentianum» a Venezia sono gli intensi e cordiali rapporti con l’Università degli Studi «Ca’ Foscari», soprattutto con la Facoltà di Lettere e Filosofia, mediante il continuo interscambio di Docenti e Studenti che intercorre da molti anni. Il terzo motivo è certamente – e comunque – il più importante ossia il pluriforme e ricchissimo legame con la Chiesa locale che tanto ci onora e verso la quale ci sentiamo in gioioso servizio. Fu l’allora Patriarca Giuseppe Sarto, poi san Pio X, che conobbe qui al Redentore il beato Andrea Giacinto Longhin e lo volle vescovo a Treviso. Fu il Patriarca Angelo Giuseppe Roncalli, poi beato Giovanni XXIII, che dichiarò Lorenzo da Brindisi Dottore della Chiesa. E sono davvero molti gli anni durante i quali lo Studio Teologico del Seminario Patriarcale di Venezia collabora con lo Studio Teologico «Laurentianum», in unità di intenti e di energie. Da questi esatta – e a noi Cappuccini quanto mai cara – prospettiva, proprio qui al Redentore sono passati venerati e stimatissimi Docenti sacerdoti, del cui esemplare insegnamento di vita e di dottrina beneficia a tutt’oggi ogni Cappuccino Veneto. Chi si può scordare dei compianti Prof. don Germano Pattaro, Prof. Mons. Attilio Costantini, Prof. Mons. Silvio Tramonti, Prof. Mons. Mario D’Este e di molti altri, nonché dei seminaristi che, autentici compagni di viaggio dei nostri giovani Cappuccini, hanno condiviso il meraviglioso e unico ideale del sacerdozio, oppure della vocazione missionaria, come è successo con l’indimenticabile e indimenticato don Giacomo Basso, soltanto per fare un nome? È questo, infatti, il momento per me più consono per ringraziare vivamente i vescovi di Venezia – e in particolare il Patriarca Angelo Card. Scola e le Autorità del Seminario Patriarcale – per l’incoraggiamento che ci hanno sempre manifestato nel continuare con questo servizio culturale ed ecclesiale alla Diocesi e alla Città di Venezia, oggi più che mai rinvigorito dalla prestigiosa e neonata istituzione dello Studium Generale Marcianum.
In questa precisa cornice ecclesiale e, come si è detto francescana, si inserisce il tema della Prolusione che il Card. Séan O’Malley terrà sul tema: «Riflessioni sulla Regola e le Costituzioni in vista dell’VIII Centenario della Protoregola francescana (2009)». Sua Eminenza, Seán Patrick Cardinal O’Malley, O.F.M., Cap., è nato il 29 Giugno del
Avvicinandosi l’VIII Centenario della Protoregola Francescana nel 2009, ovvero del «proposito» di vita evangelica ispirato da Dio al Poverello di Assisi, Francesco, di vivere secondo la forma del Santo Vangelo, sine glossa, volentieri vogliamo sentire ora da un suo degno successore per umiltà, affabilità e umanità, il Cardinale O’Malley, una parola per come poter essere anche noi oggi immagine di quel Francesco che – a dire di Benedetto XVI – è «adesso più vicino a Dio perché lo aveva, tra tutti, amato di più». A Lei Eminenza, dunque, la parola.

Marsilio, 2001
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
Umberto Piersanti è nato nel 1941 ad Urbino, dove risiede attualmente e dove insegna all’università. Dirige la rivista Pelagos ed è autore dei libri di poesia
Cantore di un mondo rurale ormai perduto che evoca mediante il linguaggio dell’oralità contadina venata di suggestioni della tradizione classica italiana.

Titolo originale: The Dead Zone

Poiché il Signore ha detto “Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura” (Mc 16,15), anche Lulu.com (www.lulu.com/it) può essere un campo opportuno dove spargere con operosa fede e buona volontà il seme del Vangelo; e la buona semente sono i libri cristiani.Elisabetta M.

Intanto spieghiamo il titolo della mia rubrica: leggere la nuova narrativa cristiana.
Partiamo dall’aggettivo nuova: nuova non perché non ci sia mai stata prima d’ora una narrativa cristiana, quanto semmai perché ci piacerebbe che essa riuscisse ad uscire dall’isolamento in cui è stata cacciata dal mercato editoriale e tornare così alla ribalta.
Proviamo a pensare, infatti, perché se entro in una libreria e chiedo “Il quinto evangelio di Mario Pomilio” o “Il cavallo rosso” di Eugenio Corti, tanto per citare libri definiti unanimemente dei capolavori, facilmente non ci sono, mentre se chiedo i libri di Wilbur Smith, di Patricia Cornwell o di Valerio Manfredi (con tutto il rispetto per loro, tanto che li ho pure letti) questi ci sono?
Allora, un primo problema è la diffusione.
Diffondere libri che non ricalcano i soliti cliché (perciò più impegnativi, non sboccati, senza scene di sesso, non violenti…), e che per questo potrebbero avere un mercato di nicchia, è uno spreco di denaro. Meglio puntare sui cavalli di razza delle scuderie editoriali. E badate bene che nemmeno se uno scrive un best-seller, la diffusione gli è garantita: Marco Buticchi ha dichiarato al quinto convegno della rivista “Letture” (25 ottobre 2000) che trattava il fenomeno dei best-seller, che all’inizio i libri se li stampava lui e andava in giro con la moglie a chiedere ai librai se facevano posto anche ai suoi libri. Il tutto funzionò bene, tanto che al terzo libro gli arrivò una proposta del grande editore Mario Spagnol per Longanesi.
http://www.stpauls.it/letture00/0012let/0012le08.htm
Oppure l’editore Mazziarol, della Santi Quaranta (piccola casa editrice trevigiana) che ha riscoperto il valore del passamano per edicole; prendo un brano di un articolo che si trova tra i vari link nel sito della casa editrice:
“L'editore-rappresentante piazza i suoi libri fra edicole e biblioteche, fra sodali e piccole e grandi librerie. La sua rete anomala: 800 punti vendita, fittissimi a Nordest, meno al Nord (Milano, Liguria, Emilia), con propaggini al centro e al Sud. Memore forse di quando inseguiva le persone, per vendere ("e me ne scappava sempre qualcuno"), Mazzariol ha conservato l'umiltà per considerare ogni potenziale cliente una risorsa”.
Link: http://www.santiquaranta.com/chisiamo6.html
Credo che sia un esempio da non sottovalutare.
Il fatto che il mercato letterario cattolico non decolli è una spada di Damocle che incombe sia sulle teste di chi scrive, sia su quelle dei volonterosi editori che pur vorrebbero inserirsi nell’agone delle vendite ma non ci riescono. Sembra che il lettore medio si tenga ben lontano dal visitare queste terre letterarie che così rimangono pressoché vergini, come se da certa parte del mondo editoriale non venisse nulla di buono, all’altezza dei tempi odierni.
C’è anche da dire che le piccole case editrici non sono minimamente tutelate, a tutto vantaggio dei colossi dell’editoria che possono permettersi il lusso del lancio pubblicitario, la distribuzione nei mega-store e nelle edicole, la presenza nelle Fiere del Libro, la vendita con sconti sul prezzo di copertina e così via. Col risultato che la gente va a comprare i libri all’ipermercato dove li trova con l’offerta, e le librerie indipendenti fanno sempre più fatica a stare a galla.
Un altro serio problema è la lettura. In Italia siamo pochi a leggere.
Ad esempio fa onore una proposta di legge per inserire l’assegno di lettura nelle scuole, agli studenti meritevoli.
Gli stessi fenomeni editoriali sono appunto “fenomeni”, nel senso Kantiano del termine: apparentemente uno vende due milioni di copie (Susanna Tamaro nel 2004 con Va dove ti porta il cuore e probabilmente molte di queste copie sono anche state lette), però in tanti casi il libro si compra perché è uno status-symbol, salvo poi rimandare la lettura alle calende greche. Così, però, non si crea quel magico contatto tra autore e lettore che dovrebbe fare la fortuna dell’autore, quella sorta di magica alchimia, di cordone ombelicale per cui quando l’autore del cuore pubblica un libro, subito il lettore affezionato si precipita a comprarlo.
Se questo non si crea, appunto, alla sucessiva uscita di altri libri è possibile che l’autore incassi dei flop clamorosi.
E’ vero che lo stile di vita odierno non contribuisce certo alla lettura: tra orari impazziti di lavoro, incombenze, casa, famiglia, problemi vari, uno quand’è che dovrebbe leggere un libro? Di sera prima di addormentarsi? Eh no, quel momento è sacro, è monopolio della tv (digitale terrestre, tv normale, satellite…).
In pausa sul lavoro? Ma quando mai?!
Nei momenti liberi? Quali?!
Insomma, anche leggere è diventata un’impresa eroica.
Ecco un’interessante analisi di Ferruccio Parrazzoli dal Convegno di Letture “Per la narrativa tra Novecento e nuovo Millennio”, Roma – Milano 29 Ottobre 1997:
«I libri che non hanno memoria sono libri che hanno solo una superficie», avverte Francesca Sanvitale. Secondo La Capria la causa del filo spezzato fra autore e pubblico sarebbe piuttosto da ricercare in un eccesso di produzione che avrebbe impoverito l’immaginazione. Un eccesso di sapere produce il non sapere, inflazione e svalutazione proprio di quella parola che Pontiggia indicava come pietra angolare di ogni narrazione… scrive Giulio Mozzi, «leviamoci dalla testa che lo scrivere sia una funzione... leviamoci dalla testa che lo scrivere sia una missione, leviamoci dalla testa che si possa parlare di qualcosa di diverso dalla verità...». Mi pare che Mozzi abbia enunciato qualcosa di incredibilmente antico e di essenziale: che la verità non può essere dimostrata ma soltanto raccontata. Vedi i Vangeli, aggiungo io.” (n.d.r. Ferruccio Parrazzoli)
http://www.stpauls.it/letture00/1297let/1297le6.htm
Una terza considerazione che ho fatto alla ricerca di possibili testi per una nuova stagione della narrativa cristiana è stata la seguente: ma quali sono gli autori cristiani di oggi?
Provate a pensare a chi vi viene in mente.
Quando ho aperto il mio blog cominciando l’avventura su internet, ho passato alcuni mesi a scorrere i vari blog e siti registrati nei portali cattolici per trovare potenziali autori da leggere. Ebbene, sapete quanti ne ho scovati? Pochissimi.
Rino Cammilleri, Vittorio Messori, Eugenio Corti, Maria Di Lorenzo, Guido Pagliarino, Paolo Gulisano, Mario Pomilio, Luca Doninelli, Luciano Marigo… per citare nomi noti.
Ma c’è un sottobosco di autori cristiani, specialmente italiani, che stenta ad emergere, vuoi perché gli editori faticano a piazzare sul mercato le loro opere, vuoi perché per gli autori è difficile contattare gli editori e creare un rapporto basato sulla fiducia reciproca (e non sul marketing). Spedisci il manoscritto (siccome te lo devi stampare e rilegare da te, puoi farne un numero esiguo di copie) e stai ad aspettare per mesi l’eventuale, sospirata accettazione o il più probabile rifiuto.
In tal senso, però, dovrebbero essere di stimolo esempi come Mary Flannery O’Connor o Michael D. O’Brien che, tradotti, vendono tantissime copie con la loro narrativa a sfondo cristiano.
Allora, nel mio piccolo vorrei fornire alcune considerazioni per approcciare nuovamente il lettore al romanzo d’autore, per farci venire di nuovo voglia di leggere. E magari, di leggere romanzi d’ispirazione cristiana.
E’ incredibile come qui in Italia gli scrittori cattolici siano ghettizzati: Giuseppe Pontiggia con il toccante Nati due volte, Riccardo Bacchelli con Il Mulino del Po’, e tanti altri ancora ignorati, mentre in Francia si sta riscoprendo la narrativa cristiana dopo la scuola dei Bernanos, dei Peguy ed in Gran Bretagna hanno avuto Tolkien, Lewis, Chesterton e Graham Green.
Tutti sono nomi blasonati, che hanno raccolto premi e consensi, che vengono citati – qui da noi – con timore e venerazione. Perché i nostri scrittori non contano?
Perché, soprattutto, noi non li facciamo contare?
La risposta che mi sono data, considerando con senso critico l’attuale panorama letterario, è che noi cattolici subiamo ancora gli strascichi del complesso d’inferiorità in cui ci siamo cacciati confrontandoci con la cultura relativista, nichilita, marxista che ha dominato il secolo Ventesimo.
Specialmente dal secondo dopoguerra in avanti, e poi con la crisi del 1968, la Chiesa (in quanto comunità di cristiani) non ha potuto esimersi dal confrontarsi con la forza pregnante delle ideologie. E per dialogare con gli “avversari” ha usato la loro stessa arma, se così si può dire: la ragione. Non che questo non vada bene, la ragione è lo strumento principe per dialogare con tutti, nel rispetto reciproco. Ce l’ha ricordato anche Papa Benedetto XVI con il noto discorso di Ratisbona. Però, a mio avviso, si è privilegiato di più l’esercizio della ragione a discapito dell’uso della fantasia creativa, che è poi l’anima del capolavoro letterario.
Per spiegare la nostra fede abbiamo prodotto una mole smisurata di saggi, come a dover giustificare con un ragionamento convincente il fatto di credere; mentre i romanzi, che avrebbero veramente potuto aiutare i non credenti (una narrazione avvincente e profonda può essere in grado di “scardinare” l’anima dubbiosa anche più della ragione), li abbiamo letteralmente lasciati nel cassetto di tanti autori validi.
A tutt’oggi anche scrittori che magari hanno già pubblicato qualche volta, faticano a rimanere nel circuito editoriale. E per i neofiti c’è ancora meno spazio, fagocitati tra le agenzie letterarie, per la maggior parte a pagamento, e le case editrici che spesso cestinano i romanzi d’esordio che arrivano loro.
Anche San Paolo ha detto di dare ragione della speranza che è in noi, ma l’arte, la vera arte, stupisce di più con la bellezza che col convincimento.
Ecco, a proposito, una bellissima citazione di Corti:
“A volte mi succede di paragonare i miei scritti agli archi romani, opere tutto considerato particolari, consistenti in due sole colonne che in alto si fondono tra loro: le mie due colonne sono – o almeno io cerco che siano – la verità e la bellezza. Una delle soddisfazioni maggiori, nello scrivere, la provo quando riesco ad afferrare la verità e a renderla compiutamente, con forza. Per presentarla agli altri, però, è indispensabile anche la bellezza: ogni pagina deve incantare, affascinare”.
(Eugenio Corti, in Paola Scaglione, Parole Scolpite. I giorni e l’opera di Eugenio Corti, Ares, Milano, 2002, pag.52).
Se io ripenso alla mia educazione cattolica, cosa ricordo? I genitori, la parrocchia, gli educatori, gli insegnanti, le figure di riferimento… e i libri. La narrativa, come Le confessioni di Sant’Agostino, i romanzi dei grandi scrittori dell’Ottocento, il nostro Manzoni, Dante. I classici, insomma, che offrono la loro risposta alle grandi domande sul significato della vita e dei problemi dell’umanità.
Ma nessun saggio.
Cosa leggeva Santa Teresa Benedetta della Croce (Edith Stein) prima di convertirsi? L’autobiografia di santa Teresa D’Avila! E Sant’Ignazio di Loyola quando, malato, cominciava a mettere in dubbio il suo desiderio di compiere eroiche imprese militari? Le vite dei santi, specialmente La vita di San Francesco d’Assisi.
E così via.
Allora, per tirare le fila di questo mio primo lungo articolo, suggerirei al lettore al quale stiano a cuore questi discorsi di fare una seria, attenta riflessione sulla qualità di quanto ha letto finora, magari facendo a volte anche autocritica. Perché leggere un tascabile leggero, d’evasione, quando potrei benissimo rilassarmi con un romanzo a sfondo apologetico o religioso? Ad esempio con “Il padrone del mondo” di Robert Benson, o così via? Sì, devo solo fare la fatica di cercarlo. Ma si trova, con pazienza, si trova!
E dovremmo provare a guardare alla pagina scritta attraverso il filtro di due categorie, chiamiamole così, senza avere la pretesa di fare critica letteraria: Realismo ed Autenticità.
Per realismo intendo la capacità di descrivere tout court, di descrivere anche con minuziosa esattezza una storia: particolari, concretezza, oggettività, ecc.
Per autenticità intendo la capacità di infondere vita ai personaggi e alle ambientazioni. E’ questa la caratteristica del capolavoro letterario.
Non è detto che un romanzo realistico (tipo tutti i best-seller famosi delle varie case editrici) siano autentici, cioè veri (di fatti anche il lettore più smaliziato sa che, pure se le scene sono descritte con minuziosa verità, in realtà sempre di letteratura d’evasione si tratta), mentre alcuni romanzi autentici da cui il lettore assorbe “materia viva”, non è detto che siano per forza rispondenti ai canoni del realismo. Possono anche essere di fantascienza, fantasy (Tolkien), e così via.
Paradossalmente ci piacciono i romanzi contemporanei, quelli che vanno in voga, e ci immergiamo con avidità nella lettura perché ci sembrano “veri” rispetto alle descrizioni noiose dei romanzi del passato, senza accorgerci purtroppo che questi best-seller sono veri quanto una pizza surgelata. Scusate il paragone.
Riprendo le parole di un altro scrittore al Convegno di Letture, prima citato, sulla narrativa: il messicano Paco Ignacio Taibo II:
“Credo senz’altro che il romanzo non sia un ritratto realista e che ogni città che viene descritta sia inventata, ricostruita. Credo che la finzione riordini la realtà inventandola. Credo che la letteratura sia artificio, simulazione della realtà, invenzione dopotutto. Credo che un buon romanzo parta da un patto diabolico col lettore, dalla convenzione: "Mi crederai finché mi starai leggendo". Credo che la chiave sia la credibilità e non la realtà. Che non si lavori con le fotocopie, ma con l’essenza delle cose .… Credo che il romanzo sia la vita e che la vita sia la letteratura e che tutte e due si muovano in spazi condivisibili e intercambiabili”.
http://www.stpauls.it/letture00/1097let/letterat2.htm
Qui si apre il dibattito tra fantasia e realtà.
Finchè la letteratura ha conservato un legame tra realtà e fantasia, essa ha prodotto opere pregevoli.
Purtroppo una cesura non trascurabile è avvenuta intorno agli anni Ottanta: scrittori come Eco e Calvino, spinti dalle loro convinzioni letterarie, hanno separato la realtà dalla verità (un processo questo, in realtà, già iniziato da tempo e la cui origine non è da ricercarsi certo in Italia) ed hanno usato la fantasia come risorsa per sperimentare, per giocare con la realtà e con i suoi significati. Ma così facendo, hanno decretato la morte del romanzo come fino ad allora lo si era conosciuto.
Non è un caso che tutti i critici siano d’accordo nel dire che dopo il 1980 (anno di pubblicazione per Umberto Eco de “Il nome della rosa”, e l’anno prima per Calvino di “Se una notte d’inverno un viaggiatore”) la letteratura stia languendo, passando per vie piatte, sperimentali, intellettuali, intimistiche.
Cito dal sito di Antonio Spadaro:
“Eco e Calvino, pur diversi, sono uniti da una sorta di illuminismo scettico e da un'idea di letteratura combinatoria, citazionista, labirintica tra enciclopedia e cruciverba (Ée dunque da una sfiducia radicale per la narrazione!). Si può forse affermare che la "vendetta" del mercato su Eco è avvenuta nel 1994 con il successo della Tamaro (2 milioni di copie vendute) che, pur con toni da saggezza prêt à porter, ha il coraggio di mettere in scena sentimenti elementari, comuni. Con Eco comincia la marcia trionfale della scrittura euforica che accantona le problematiche profonde della letteratura, compresa quella della tensione linguistica, in favore di un'esibizione spavalda e geniale del lato comunicativo della parola applicato ad un congegno di fascinazione fabulatoria accattivante. L'aspetto positivo è il rinato gusto per il racconto. Si apre la stagione del romanzo di successo (e, a volte, anche di consumo).”
http://www.antoniospadaro.net/
La frattura tra fantasia, usata solo come artificio, come gioco fra i significanti, e tra realtà ha portato al moltiplicarsi dei romanzi d’evasione.
I libri sono diventati preda delle case editrici e degli editors. Si scrivono a tavolino. Si pianificano le trame.
L’ispirazione, che dovrebbe avere a che fare con la vita vera, viene invece messa da parte perché il più delle volte è la vita vera stessa ad essere “automatizzata”, dentro una società che vuole omologare tutto e tutti tramite il demone della globalizzazione.
Mary Flannery O’Connor diceva che la scrittura potente, quella vera destinata ad essere intramontabile e a valicare persino i confini delle nazioni, è un corpo a corpo con l’ispirazione: “lo scrittore deve lottare «come Giacobbe con l’angelo […]. La stesura di un romanzo degno di questo nome è una sorta di duello personale».
«La narrativa riguarda tutto ciò che è umano e noi siamo polvere, dunque se disdegnate d’impolverarvi, non dovreste tentar di scrivere narrativa».
A queste cose «bisogna dar corpo, creare un mondo dotato di peso e di spessore»: scrivere narrativa non è questione di “dire cose”, ma di “farle vedere” al lettore.
Prendo dall’articolo di Spadaro: “Il volto violento della grazia”:
«Il mondo dello scrittore di narrativa è colmo di materia», mentre spesso si crede che siano le emozioni tumultuose o le idee grandiose a fare un racconto. Nient’affatto: con i concetti astratti e i presupposti teorici non si fanno storie; le cose che vediamo, ascoltiamo, annusiamo e tocchiamo ci condizionano molto prima che iniziamo a credere in qualcosa che sia astratto e dunque la caratteristica principale, e più evidente, della narrativa «è quella d’affrontare la realtà tramite ciò che si può vedere, sentire, odorare, gustare, toccare. È questa una cosa che non si può imparare solo con la testa; va appresa come un’abitudine, come un modo abituale di guardare le cose». E quest’abitudine deve mettere radici profonde in tutta la personalità dell’artista. È la materia e la concretezza della vita che danno realtà al mistero del nostro essere nel mondo”.
Si viene così a delineare il senso cristiano dello scrivere narrativa o, come recita il titolo di quest’articolo, il fatto che il romanzo cristiano non sia un genere letterario (giacchè può appartenere alla categoria del thriller, della fantascienza, del romanzo storico…) ma un modo di scrivere:
«Il fondamento morale della Poesia [n.d.r.: e per esteso anche della narrativa ] è il nominare in maniera accurata le cose di Dio …rendere quanta più giustizia possibile all’universo visibile» perché esso «è un riflesso di quello invisibile».
http://www.bombacarta.com/?p=71#more-71
Sulla rivista apologetica “Il timone” ho trovato un interessante articolo di Roberto Beretta che riporta un’intervista a Luca Doninelli, critico letterario e scrittore cristiano.
“Il buon cristiano si vede dal romanzo? Anche. E dice Doninelli: Lo scaffale della letteratura è fondamentale per un cattolico, perché il cristianesimo è un racconto. Anzi, secondo me uno dei sintomi della crisi della fede in Italia è il fatto che non produce più narrativa. Molta saggistica sì, teologia, sociologia. Ma il cristianesimo non può essere solo un dato intellettuale”.
E Doninelli cita i 10 libri che dovrebbe contenere lo scaffale cristiano di narrativa:
Le Confessioni di Sant’Agostino, La Divina Commedia di Dante, La Gerusalemme Liberata di Torquato Tasso, tutta la drammaturgia di William Shakespeare, gli Inni alla notte di Novalis e La cristianità ovvero l’Europa dello stesso poeta tedesco, il francese Charles Peguy, l’inglese Thomas S. Eliot, i russi, uno su tutti Dostoevskij, Hemingway (così leggendolo si capisce fino a dove conduce il non accettare la proposta di fede cristiana), l’americana cattolica Mary Flannery O’Connor, i nostri Alessandro Manzoni, Clemente Rebora e Giuseppe Ungaretti.
Questa è la lista compilata da Doninelli. Io aggiungerei Tolkien e Lewis, e tutti i grandi romanzieri europei dell’Ottocento.
Concludo col decalogo di Pontiggia, che fa molto riflettere: le dieci regole per scrivere; le prendo dal sito di Letture:
http://www.stpauls.it/letture00/0198let/0198le26.htm
1) Ricòrdati che la parola è il mezzo di comunicazione più antico, il primo dopo il gesto, e comprensibilmente il più logoro. Defraudata, degradata, decrepita, defunta, la parola può però rinascere. Scrivere è trovare il punto di intersezione tra la paura di ripetere e l’avventura di scoprire.
2) Alle soglie del terzo Millennio le tradizioni si moltiplicano, si attraversano, si dissolvono. L’Europa è diventata Africa, Asia, America, Australia. Non ancora Antartide, ma perché è disabitata. Una volta la tradizione classica dominava l’Occidente, oggi convive con le altre. Non propone più modelli, ma esempi. È finita l’idea di tradizione cara a Hegel e a Sainte-Beuve, a Croce e a Eliot e a Curtius e ai molteplici canoni, dal Medioevo a Steiner e a Bloom. È scomparso un miraggio. Sono rimasti i classici. Il problema non è se siano attuali, loro lo sono a priori (basta, a posteriori, leggerli), il problema è se siamo attuali noi. Leggi Apuleio e il Satyricon. Vedrai che non siamo noi a visitarli, ma loro a visitare noi.
3) Evadere dalla gabbia dei generi letterari. Non alla maniera di Croce, che ne aveva creati altri due, la poesia e la non poesia, né alla maniera della contaminatio latina e del bricolage contemporaneo, che li conservano mescolandoli. Semmai una prosa come intersezione di piani che hanno dimenticato di appartenere a un genere.
4) Non si è mai aspirato tanto al romanzo come nell’epoca in cui si è tanto parlato del suo declino o del suo decesso. Lascialo a chi abbia un progetto che diventi struttura e linguaggio. Lìberati dall’ossessione stupida sia di farlo sia di distruggerlo, non meno rovinosa della prima.
5) La narrativa rischia di essere soffocata dall’ipertrofia della critica, che occupa – come una piovra mostruosa e inevitabile, temibile e utile – qualsiasi spazio. La colpa è della narrativa, che la osserva ipnotizzata e nei casi peggiori, i più frequenti, la segue anziché precederla. Spesso lo fa anche l’avanguardia, il reparto che dovrebbe precedere le truppe.
6) Ricòrdati che quando scrivi non stai risolvendo i mali del mondo e neanche quelli del tuo Paese. Chi vuol essere ricordato per le buone intenzioni sarà, nei casi migliori, ricordato per queste. Goffredo Mameli c’è riuscito. I narratori di solito hanno ambizioni meno altruistiche e i posteri, come diceva Jules Renard, hanno un debole per lo stile.
7) La critica di solito rimprovera a un artista di non essere un altro. Così molti rimproverano alla narrativa di non essere giornalismo o sociologia o politica o esotismo o consolazione o Storia. Il romanzo nell’Ottocento ha creduto in questi equivoci e sappiamo quanto l’equivoco possa essere fecondo, se pensiamo ai matrimoni riusciti. Oggi il romanzo deve scoprire ogni volta la propria identità. Lo si scrive anche per questo.
8) Non dimenticare il lettore. Non il lettore massa da accudire nel suo legittimo bisogno di qualche ora di distrazione, né il lettore snob da accontentare nelle sue piccole voglie da gravidanza isterica. Non si scrive per sé, come ti dice l’esordiente quando ti porge il manoscritto, né si scrive per gli altri, come dicono gli apologeti della letteratura commerciale o i missionari della letteratura sociale. Si scrive per quel sé che coincide idealmente con gli altri.
9) Eversione linguistica e innovazione dissimulata non sono tanto distanti come si suppone. Sembrano opposti ma, visti più da vicino, vogliono la stessa cosa, l’una fingendo di distruggere, l’altra di conservare.
10) Il Novecento ha visto il trionfo e insieme il naufragio della Storia. Tutto diventa Storia, ma questo riguarda il passato. Il narratore non racconta la Storia, il narratore la fa.
Elisabetta M.
Titolo originale: Project Pope