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5 - Suggestioni barocche
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7 - Federico II tra storia e mito

Le nostre recensioni

DIVISO DUE di Susanna Sarti
E NON DISSE NEMMENO UNA PAROLA di Heinrich Boll
ESTASIA - DANNY MARTINE E LA CORONA INCANTATA di Francesco Falconi
Evangelizzare è la nostra missione
FEDERICO SECONDO TRA STORIA E MITO
GUERRA E PACE DI Lev Nikolaevic Tolstoj
GUIDA GALATTICA PER GLI AUTOSTOPPISTI di Douglas Adams
I BOSCHI DELLA LUNA di Giuseppe Festa
I DONI di Ursula K. Le Guin
I FIGLI DEGLI UOMINI di P. D. James
I FIGLI DI HURIN di J. R. R. Tolkien
IL PAPA DEFINITIVO di Clifford D. Simak
IL ROMANZO CRISTIANO NON E' UN GENERE di Elisabetta Modena
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L'altro mi interpella: Frodo e Gollum
L'ESTATE DELL'ALTRO MILLENNIO di Umberto Piersanti
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L'Opera della Divina Commedia
LA CITTADELLA di A. Joseph Cronin
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LE PORTE DEL PECCATO di Gianfranco Ravasi
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NEL TEMPO CHE PRECEDE di Umberto Piersanti
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RAGIONE E SENTIMENTO di Jane Austen
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martedì, 30 ottobre 2007

DIVISO DUE di Susanna Sarti


DIVISO DUE di Susanna Sarti

Edizioni Creative, 2006
Pagine: 139
ISBN:
88-89841-14-1
Prezzo: 11 €

Sally Marlow, avvocato penalista, quarantenne, capelli rossi, occhi azzurri e penetranti, due gambe da far girare la testa, era una donna molto originale, intelligente ed attraente, che esercitava un fascino magnetico sugli uomini.


Sapeva di sesso, di quella forza ancestrale che la donna racchiude in sé fin dalla notte dei tempi, di quell'abisso profondo che talvolta si ha paura di sondare. Una fluido tormentoso che scorre come un falda sotterranea ma che
alla fine è destinato a riemergere alla luce con una prorompente carica di vitalità. Una forza che, dietro l'apparente sembianza di una donna assorbita dalla propria carriera, si rivelava in lei in tutta la sua potenza devastante, rendendola avida di una dimensione autentica della vita. Ricca di fantasie erotiche, desiderosa di sentirsi donna capace di concedersi al proprio compagno liberava con passione il proprio bisogno trepidante di piacere e di sensualità femminile, consapevole che l'amore è un frutto delizioso che va gustavo fino in fondo.

Bastava guardarla negli occhi per provare un orgasmo mentale indescrivibile.

Ma il destino le avevo teso un vile agguato mortale, logorandola inesorabilmente tra le spire dolorose e soffocanti di un tumore al pancreas.

Di lei, seguendo gli estri della sua ebbra vitalità tesa alla ricerca di una vita pervasa da intense emozioni, ci parlano suo marito Michael ed il suo amante Robert con due racconti entrambi venati da una comune afflizione intensa e palpitante.

Apprezzabile la strategia di consegnarci il ritratto indimenticabile di questa donna facendo leva su due diversi punti di osservazione, che consente all'autore di esplicitare emozioni e sentimenti che attraverso una diversa modalità di scrittura sarebbero andato persi.

Michael dopo averla conosciuta in occasione di una cena indetta da un amico ne era rimasto immediatamente ammaliato e dopo un breve ma intenso periodo di frequentazione si erano sposati dando vita ad un menage famigliare che lo aveva avvolto in un aura di felicità tale da renderlo insensibile a quello stato di inappagante consuetudine di cui Sally al contrario era rimasta vittima. In quel varco lasciato incautamente aperto si era insinuato Robert, un giudice divorziato, che aveva rievocato in lei l'eterno richiamo febbrile della passione, una seduzione invincibile alla quale nessuna forma di educazione sentimentale può resistere. Benché il suo ruolo le consentisse solo di lambire una parte marginale della sua esistenza, le aveva rinvigorito lo spirito rievocando l'incanto suggestivo del sogno, infondendo nuovo alimento alla sua adrenalina, restituendole le ali per volare.

Susanna Sarti ama la sua protagonista, e la sottrae volutamente ad ogni forma di giudizio morale, consapevole che la fame d'amore è più forte di qualsiasi senso di colpa. Pur condensando nella loro esigua essenzialità i temi dell'amore e della ricerca della felicità ella ci conduce ad un passo dall'anima, proprio là dove si spalanca il baratro di una scelta sofferta. Al termine della sua vicenda Sally, prende consapevolezza che la passione amorosa non può che costituire solo l'incipit di una storia d'amore, e che il mantenimento di un rapporto di coppia è un'esperienza che richiede invece impegno costante e condivisione. Per questo motivo ella non prenderà mai in considerazione l'idea di lasciare il marito a cui si sente legata nondimeno da un profondo sentimento d'amore, che la poterà a condividere con lui i momenti dolorosi legati all'infortunio di cui sarà vittima Michael, così come ad abbandonarsi alle premurose cure di quest'ultimo fin dai primi momenti della sua malattia mortale. Questo calvario che deciderà di attraversare accanto al marito, dopo aver definitivamente abbandonato Robert, costituirà per lei il momento culminante di un percorso di maturità che segna a mio avviso il più alto riconoscimento del valore assoluto del matrimonio. I suoi personaggi sono quanto di più quotidiano e vicino a noi si possa immaginare e non si può evitare di entrare in sintonia con loro provandone le stesse emozioni ,lo stesso dolore, la stessa disperazione; mentre nell'abbraccio finale tra i due uomini anche noi ci stringiamo a loro commossi e malinconici con pari necessità di conforto.

Il libro, veloce e scorrevole, lo si divora in poco tempo, restando sedotti con naturalezza dall'utilizzo di una scrittura fluida ed essenziale.

EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE

Susanna Sarti, nata a Bologna, attualmente vive a Faenza. Prima di dedicarsi alla letteratura, è stata dirigente di Banca nella sua città natale. Ha esordito nella narrativa nel 2003 con "Luca" (Stefano Casanova Editore, Faenza) , seguito nel 2005 da "Maledetto" Editino Edizioni, Treviso) e nel 2006 da "K" (Girali editore, Bologna).

Gian Paolo G.

www.susannasarti.com
postato da: Fabrieli alle ore 16:29 | link | commenti (3)
categorie: italiano, attuale
domenica, 28 ottobre 2007

SUGGESTIONI BAROCCHE


SUGGESTIONI BAROCCHE

Dopo aver apprezzato il concerto del 20 u.s. eseguito al Teatro Le Muse di Ancona dall’ Accademy of S, Martin, che ho avuto modo di recensire in un mio articolo precedente, desidero proporre alcune riflessioni suggerite dal confronto con le esecuzioni dell’altrettanto celebre ensemble The English Concert. 



Mi corre l’obbligo di premettere che al di là dei rispettivi meriti che hanno accreditato entrambe le orchestre di un larghissimo credito presso il pubblico internazionale affine a questo genere musicale, ritengo che l’ascolto  di esecuzioni che utilizzino solamente strumenti d'epoca riesca a trasmettere suggestioni emotive più intense, ricostruendo l'atmosfera barocca mediante una sonorità più fedele e aderente al contesto evocato.

Come ho avuto modo di accennare nel mio precedente articolo, l'Accademy of S.Martin in the fields nel tempo ha abdicato a questa originaria vocazione, uscendo dagli angusti canoni interpretativi della musica barocca, per contaminare o arricchire - dipende dal punto di osservazione - il proprio repertorio non solo con esecuzioni della tradizione romantica ma addentrandosi perfino nel più recente contesto del Novecento. L'inserimento nel concerto a cui ho assistito della composizione Aurora per orchestra d'archi di Thea Musgrave del 1999 ne è la conferma più evidente.

Ben altro percorso filologico è stato invece quello perseguito dal rinomato ensemble The English Concert, sia nel corso dell’intenso trentennio sapientemente diretto da Trevor Pinnock, che sotto la conduzione più sorniona di Andrew Manze, concentrando la propria attività esclusivamente nell'interpretazione della musica barocca e classica sugli strumenti d'epoca. Mentre sir Neville Marrinner, pur avendo ceduto il podio ad una conduzione fin qui caratterizzata dall'alternanza di numerosi maestri, ha conservato per sé il ruolo di presidente onorario; Trevor Pinnock è ritornato alla sua prima vocazione di clavicembalista, ottenendo straordinari riconoscimenti in tutto il mondo sia come solista che collaborando talvolta con le orchestre più prestigiose.

Attualmente, dopo il periodo non felice di Manze, l'English Concert è stata affidata all'eccellente Harry Bicket, che auspico possa conferirle un piglio più brillante rispetto al suo pur lodevole predecessore.

Mentre trovo encomiabile che Pinnock alla veneranda età di oltre sessant’ anni nel corso della scorsa stagione concertistica abbia riproposto in varie sale europee l’esecuzione integrale dei Concerti Brandeburghesi di Bach e per questo progetto abbia costituito lo “European Brandenburg Ensemble”, un nuovo gruppo composto dai migliori musicisti che ha incontrato nella sua lunga carriera.

Dell' English Concert, sotto la sua inarrivabile direzione, conservo moltissime incisioni, tra cui i concerti per organo di Haendel in Fa maggiore HWV 295, in Sol minore HWV 291, in Re minore HWV 309 e in Sol minore HWV 310 che considero del suo repertorio il CD preferito.

Esattamente un anno fà, il 3 novembre 2006,  ho avuto il raro privilegio di assistere al Teatro Sperimentale di Ancona ad un suo concerto in veste di solista, in cui ha eseguito di Bach la  Toccata in Re magg. BWV 912, la  Suite Francese n° 5 BWV 816, e il Concerto italiano, nonché la Toccata in La minore suite di Froberger e il “Mein junges Leben hat ein End" di Sweelinck, rivelando di possedere un'inalterata esuberanza artistica, che lascia trasparire sempre leggerezza, disincanto, ma soprattutto un inesauribile piacere di fare musica.

Gian Paolo G.


www.englishconcert.co.uk/
it.encarta.msn.com/encyclopedia_981522578/Musica_barocca.html


postato da: Fabrieli alle ore 07:41 | link | commenti
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mercoledì, 24 ottobre 2007

CREAZIONE E INVENZIONE


CREAZIONE E INVENZIONE in J. R. R. Tolkien

Quando pensiamo alla Creazione le prime immagini che possono venirci in mente sono principalmente due: la Creazione opera di un Dio che dal nulla trae qualcosa, e il riferimento in questo caso non può che andare al Dio ebraico-cristiano di cui tutta la nostra mentalità è impregnata come una spugna con acqua colorata; oppure alla creazione di un’opera d’arte, nella fattispecie una statua, il famoso “perché non parli?” rivolto da Michelangelo alla sua scultura tratta dal blocco di marmo in cui era rinchiusa.


     Non a caso sono queste le prime immagini che ci vengono alla memoria, perché esprimono, in effetti, due caratteristiche essenziali di ciò che si possa intendere col termine di creazione. Intendo effettuare una distinzione tra i due termini apparentemente simili di creazione e invenzione, per poi analizzare l’opera di Tolkien – sebbene superficialmente – alla luce del guadagno terminologico che ne avrò tratto.

 

Alcune definizioni, quindi.

 

Creazione.

Da Wikipedia leggo che sarebbe l'atto con cui Dio o più divinità o esseri celesti danno origine alle cose dal nulla; la Creazione per antonomasia è la creazione dell'universo. Per estensione: l'invenzione, l'ideazione o l'esecuzione di un'opera o un oggetto innovativo mediante un atto di creatività. In fisica la creazione è l'opposto dell'annichilazione.

            Una simile definizione è carente o confusionaria da più punti di vista. Innanzitutto la caratteristica di trarre qualcosa dal nulla è tipico dell’atto divino ebraico-cristiano, non certo delle culture e mitologie greco-romane o mesopotamiche. Tanto meno delle altre mitologie extra-eurasiatiche. In secondo luogo la creazione per antonomasia non spetta certo all’accezione riguardante la creazione dell’universo (idea che pecca a mio parere di scientismo) quanto alla creazione del mondo, intenso sì come tutto ma come tutto abitato dall’uomo, all’interno di determinati confini, che possono essere i mari, delle catene montuose non oltrepassabili o dei confini irraggiungibili in quanto allontanati o guardati “a vista” da esseri divini. Inoltre portare l’invenzione nell’ambito della creazione è pericoloso, in quanto – come ha ben affermato il professor Guido Iorio, docente di Storia Medievale presso la S.I.S.S. Università di Salerno, nel suo intervento “L’istituto della regalità nell’Irlanda Medievale” all’ultima edizione Hobbiton – “tra creazione e invenzione c’è un’evidente differenza, perché l’invenzione è una bugia”.

            La definizione “fisica” della creazione può essere d’aiuto per sottolineare un aspetto tipico di questo atto, cioè l’opposto di ciò che significa creare, ovvero annullare. Creare vuol dire “fare qualcosa dal nulla”; a questo atto vitale si contrappone l’annullare, cioè “riportare qualcosa che esiste all’inesistenza”.

 

Venendo a una definizione più cogente, tratta dall’Enciclopedia Garzanti di Filosofia, la creazione è, nel linguaggio teologico, l’atto con cui Dio fa esistere l’universo dal nulla. È questa la prima idea di creazione, ma come abbiamo già detto per universo si intende il sistema di realtà esistenti in funzione dell’uomo – pianeti e stelle compresi.

L’idea di creazione è diffusa presso numerose culture, comprese quelle cosiddette primitive; ma in genere è considerata come azione di uno o più esseri divini su qualcosa che preesiste”. Diversi possono essere i metodi di creazione: 

- con la potenza della parola che evoca e crea le realtà dando ordine al caos;

- creazione dell’uomo come atto simile al modellare una figura;

- creazione per autosacrificio o per metamorfosi: tutte le realtà derivano dalle varie parti del corpo di un essere mitico detto “dema”;

- una serie di miti, infine, attribuisce la creazione non all’Essere Supremo ma a una figura secondaria, il demiurgo, che spesso è in antagonismo con tale Essere. Sulla stessa linea è la creazione di tipo dualistico.

All’idea di una creazione dal nulla si è sempre contrapposta quella di una derivazione del cosmo da Dio per emanazione, ma anche questa, in realtà, è assimilabile alla creazione di qualcosa di pre-esistente.

 

Venendo alla definizione di Invenzione, stando sempre a quella fornita da Wikipedia, leggiamo che

 

Invenzione è un oggetto, un procedimento o una tecnica che presenta elementi di innovazione e originalità. Nel diritto civile, l'invenzione è un modo di acquisto della proprietà a titolo originario.

 

            Vediamo subito che qui abbiamo a che fare con un ambito semantico più ristretto. L’invenzione non riguarda il tutto, non riguarda l’universo-mondo, non riguarda nemmeno l’essere, ma oggetti o procedimenti. Io invento un oggetto che ha qualcosa di diverso rispetto a un oggetto simile che già c’era. Oppure con atto di invenzione rendo qualcosa di esistente differente rispetto a ciò che era anteriormente al mio atto di invenzione. Addirittura inventare o inventariare vuol dire affermare il possesso su qualcosa.

Il genio non ha a che fare con l’invenzione; piuttosto lavora nell’ambito della creazione, perché non modifica qualcosa di esistente, ma trae significati esistenti da materiali che non li posseggono, crea qualcosa di significativo dal nulla che non ha alcunché di significativo. Basti pensare ai primi geni che ci vengono in mente: i filosofi greci trassero i significati dalla materia inerte e priva di senso, oppure i grandi artisti italiani del Rinascimento, un Leonardo o un Michelangelo che danno anima a materiali inerti quali colori e marmo e a regole matematiche quali la prospettiva e l’armonia; o ancora basti pensare a geni scientifici quali Copernico, Newton, Galileo e Einstein, che informarono l’universo e la materia di significati globali, in grado di spiegare il funzionamento di una materia, ancora una volta, altrimenti inerte e casuale.

            Oppure basti pensare a Tolkien.

            Ovviamente non è l’unico scrittore in grado di fare una cosa del genere, cioè trarre dal nulla inerte della parola sciolta una creazione ricca di significato sempre vero. Ma è quello di cui ci vogliamo occupare in questa sede.

           

Stando a quanto scritto dall’autore stesso nel saggio Sulle Fiabe”, in Albero e foglia, edizione Bompiani del 2002, a pag. 53, i bambini sono capaci, com’è ovvio, di credulità letteraria, qualora l’arte dell’inventore di fiabe sia sufficiente a indurla. Si tratta di uno stato d’animo che è stato definito «volontaria sospensione dell’incredulità». Ma non mi sembra una valida descrizione di quanto accade in realtà, ed è che l’inventore di fiabe si rivela un felice «subcreatore», il quale costruisce un Mondo Secondario in cui la mente del fruitore può entrare. All’interno di tale mondo, ciò che egli riferisce è «vero», nel senso che concorda con le leggi che vi vigono. Di conseguenza ci si crede, mentre vi si è, per così dire, dentro. Nel momento stesso in cui l’incredulità si manifesta, l’incantesimo è rotto; la magia, anzi l’arte, ha fatto fiasco. E rieccoci allora nel Mondo Primario, a guardare dall’esterno il piccolo, abortito Mondo Secondario”.

            Ciò di cui ci informa Tolkien in questo felice brano è, in sostanza, quanto abbiamo già visto con le definizioni di inizio articolo:

-         l’inventore in realtà non inventa, ma crea. Per usare il termine da lui coniato, l’inventore di fiabe “subcrea”, costruisce un Mondo Secondario nel quale si può abitare e si fa esperienza di una armonia e di una realtà percepita come vera perché coerente.

-         Questo avviene tramite un atto di fiducia che il lettore accorda allo scrittore e alla sua creazione: la sospensione della incredulità. Il lettore è disposto a credere in ciò che lo scrittore gli sta raccontando. È un ripetersi del mito che viene accolto e fatto proprio dal fruitore e dal nuovo abitante del Mondo Secondario.

-         Il termine “subcreatore” fa riferimento a un “super” che precede la subcreazione. La creazione letteraria fa riferimento a un esistente dal quale trae linfa, motivo per cui la subcreazione ci appare comunque vera, a patto che sia coerente, ordinata e si lasci ispirare dalla vita dell’uomo. Si ripropone qui il significato di creazione umana, capace di dare qualcosa di nuovo al mondo pur utilizzando qualcosa di preesistente.

 

Alle pagine 95 e 96 dello stesso saggio, Tolkien ci fornisce un altro illuminante brano, che secondo me riguarda più da vicino le sue opere. “I Vangeli contengono molte meraviglie, di un’artisticità particolare, belle e commoventi: «mitiche» nel loro significato perfetto, in sé conchiuso: e tra le meraviglie c’è l’eucatastrofe massima e più completa che si possa concepire. Solo che questa vicenda ha penetrato di sé la Storia e il mondo primario; il desiderio e l’anelito alla subcreazione sono stati elevati al compimento della Creazione. La nascita del Cristo è l’eucatastrofe della storia dell’Uomo; la Resurrezione, l’eucatastrofe della storia dell’Incarnazione. […] Non c’è racconto mai narrato che gli uomini possano trovare più vero di questo, e nessun racconto che tanti scettici abbiano accettato come vero per i suoi propri meriti. Ché l’Arte di esso ha il tono, supremamente convincente, dell’Arte Primaria, vale a dire della Creazione. E rifiutarla porta o alla tristezza o all’iracondia”.

            Dunque parla dei Vangeli. I Vangeli raccontano la vita e le vicende della Morte e Resurrezione di un uomo, Gesù, divenuto il Cristo, l’unto del Signore. Una storia umana, sembrerebbe, narrata nei racconti fatti da altri uomini che hanno però visto ciò che si nasconde dietro l’apparente disfatta di un uomo e della sua idea dell’intervento di Dio nella vicenda di ogni essere umano: un’eucatastrofe.

            Anche questo è un termine coniato da Tolkien e sta a significare l’improvvisa conclusione positiva di una vicenda estremamente negativa. Di certo pensiamo subito al finale del Signore degli Anelli, in cui si intravede una mano superiore guidare gli eventi e portare alla soluzione di un problema al quale né Uomini né Elfi né Hobbit sono in grado di rispondere efficacemente fino in fondo. La distruzione dell’Anello è l’eucatastrofe del Signore degli Anelli. La Risurrezione è l’eucatastrofe della sconfitta (solo apparente) dell’uomo Gesù. Nella Risurrezione la cortina di pioggia si apre e si vede il mondo al di là, dove un Padre ama a tal punto da restituire la pienezza di vita. Nella distruzione dell’Anello Dio, Iluvatar, interviene nella storia dell’uomo traendo il bene dal male.

            Abbiamo qui due esempi di creazione superlativi. Il primo è la Risurrezione, una nuova Creazione, un portare a compimento ciò che – già creato precedentemente – ne era privo. Il secondo è la distruzione dell’Anello, un rivelare definitivo che ogni cosa ha il suo frutto se lasciata nelle mani del Creatore (mi riferisco, ovviamente, alla vita di Gollum, pietosamente lasciato in vita da un Bilbo improvvisamente mosso da comprensione). Le due sono in un rapporto di subordinazione, in quanto il secondo esempio dipende direttamente dal primo.

            Anzi, proprio questo rapporto di sudditanza e derivazione rivela che cosa si intenda per atto creativo umano o per subcreazione e, differentemente, per Creazione o creazione primaria.

            La subcreazione e l’eucatastrofe tolkieniana dipendono direttamente e assumono vita e verità dalla nuova creazione ed eucatastrofe del mondo reale, la Risurrezione di Gesù Cristo. È l’affermazione assoluta di vita operata da Dio sulla Terra che conferisce vigore e significato alla vittoria dell’intervento divino di Iluvatar nella Terra di Mezzo, intervento coadiuvato dall’impegno umano, elfico, nanesco e degli hobbit.

 

Per limiti di spazio ho centrato l’attenzione sull’esito dell’eucatastrofe dell’opera di Tolkien piuttosto che su altri aspetti, ma non è escluso che in un futuro mi soffermi ad analizzare la subcreazione del Mondo Secondario di Tolkien nella sua vastità. È un’operazione che vale la pena di fare, perché ci parla direttamente – tramite immagini poetiche e mitiche – della nostra realtà personale.


Fabrizio V.


(articolo già pubblicato su "La Voce di Edoras n. 9 anno II - ottobre 2007)


 

postato da: Fabrieli alle ore 16:36 | link | commenti (1)
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martedì, 23 ottobre 2007

ACCADEMY OF S. MARTIN IN THE FIELDS


ACCADEMY OF S. MARTIN IN THE FIELDS

Michael Collins, direttore e solista
Aula Magna di Ateneo “Guido Bossi”
Ancona 21.X.2007

Benché possegga una fornitissima discografia dell’Accademy Of S. Martin in the fields da lungo tempo anelavo ad assistere ad un loro concerto dal vivo. Da diversi anni ormai ne ascoltavo le innumerevoli incisioni, rendendomi vulnerabile alla bellezza celestiale delle sue esecuzioni. Ebbene domenica scorsa, grazie al provvidenziale contributo della prestigiosa Associazione Amici della Musica di Ancona che è riuscita a coinvolgere l’orchestra nel programma della stagione concertistica appena iniziata, ho avuto il raro privilegio di vedere coronato questo mio sogno.




Com’è noto l’Accademia, pur avendo preso le mosse a Londra nel 1958 da un ridotto complesso da camera, si è ormai accreditata come una delle orchestre più celebri in ogni angolo del mondo, raggiungendo una posizione di elevato prestigio per via dei suoi frequenti ed ambiti riconoscimenti in campo internazionale.

Dopo aver contribuito in maniera fondamentale al rilancio della musica del periodo barocco, nel corso del tempo ha diversificato la sua proposta musicale spaziando da Bach a Mozart, da Haydn a Brahms, da Von Weber a Stravinsky. Sir Neville Marrinner è ormai asceso al ruolo di Presidente onorario e quello che è stato per un lungo periodo di tempo il suo posto di direttore è stato assunto in questa circostanza dall’insigne clarinettista Michael Collins noto, al di là della sua lunga carriera costellata di ampi riconoscimenti di critica, per i suoi recenti concerti per clarinetto di Mozart con la Russian National Orchestra e di Beethoven nella sapiente trascrizione di Michael Pletnev.

Il programma della serata si è aperto con la sinfonia in Mi minore, funebre di Haydn, strutturato in quattro movimenti : Allegro con brio, Minuetto, Adagio, Presto. Dopo l’attacco brioso e veloce dei primi due movimenti l’Adagio ci ha condotto in un clima di più lieve respiro consentendo all’opera di prendere respiro in attesa del brillante Finale, in cui la sonorità si dispiega in tutta la sua drammatica sonorità resa ancora più efficace dall’impiego congiunto di fiati, oboi, corni ed archi.

A fronte di una struttura apparentemente caratterizzata da una costante progressione dinamica, la sinfonia si mantiene lungo tutto il suo percorso in un clima di raffinata dolcezza e non esonda mai dagli argini rassicuranti di una melodia intima e commossa a cui non risulta estranea nemmeno la tensione con cui si conchiude nel Finale. Al pubblico non resta che prodigarsi in un convinto e prolungato applauso che tuttavia non dipana il mistero di quell’attributo Funebre che mal si concilia al respiro della partitura.

Di minore intensità evocativa si appalesa invece  il successivo concerto per clarinetto n. 2 in Mi bemolle maggiore op. 74 di Carl Maria Von Weber articolato in tre movimenti Allegro, Romanza (Andante con moto) e Polacca. Qui l’impiego della massa orchestrale al completo offre un’alternanza di tonalità che si manifesta in frequenti passaggi da situazioni di raffinata compostezza ad altri caratterizzati da una più audace vitalità ritmica. L’intermezzo della Romanza rivela nell’autore un’indubbia vocazione alla scrittura di opere destinate ad una rappresentazione teatrale.

Molto suggestiva invece L’Aurora per orchestra d’Archi composta dalla Thea Musgrave nel 1999, che ben evoca nei toni progressivamente ascendenti del Re il processo di graduale passaggio dall’oscurità al baluginate affiorare dell’alba in un’ aura di rasserenante lucentezza in cui la nota conclusiva del Sol apre uno scenario di luminoso trionfo.

Collins si congeda dal pubblico con la Serenata per archi op. 22 in Mi maggiore di Dvorak costituita da ben cinque movimenti : Moderato, tempo di Valse, Scherzo vivace, Larghetto e Finale allegro vivace. Si tratta di una composizione in cui, ad eccezione del movimento morbido e delicato del Larghetto in La minore, domina un ritmo costantemente incisivo e non privo di note eleganti, che si espande con piena maestria consegnando al pubblico, per la verità non numeroso, la trascrizione di un’opera di indubbio rigore formale.


Gian Paolo G.

www.asmf.org/
postato da: Fabrieli alle ore 18:18 | link | commenti
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domenica, 21 ottobre 2007

MISURA PER MISURA - Shakespeare diretto da Lavia


MISURA PER MISURA di William Shakespeare.
Direzione di Gabriele Lavia
Teatro delle Muse, Ancona.
20 ottobre 2007

Si è aperta la stagione di prosa 2007/2008 al Teatro delle Muse di Ancona con la messinscena della dark commedy Misura per Misura di W. SHakespeare nell’allestimento del Teatro di Roma e della Compagnia Lavia.



Ambientato negli antri suburbani di una Vienna truce e corrusca, popolata da una variegata moltitudine di personaggi ambigui in cui regnanti ed impostori, vergini e prostitute, bargelli e carcerati, frati e ruffiani risultano tutti accomunati e coinvolti nella decadenza dei costumi morali, il dramma si avvale della struttura scenografica imponente ed efficace di Carmelo Giammello e della regia innovativa di Gabriele Lavia che conferiscono allo spettacolo un ritmo impressionante e coinvolgente. Il testo, messo in scena prima di Lavia solo da Cecchi, Squarzina e Ronconi, è basato sulla traduzione di Serpieri che realizza un buon adattamento pur senza privarlo dei necessari effetti dell’immaginifico barocco.

Benché l’opera si presti alla tentazione di mettere molta carne sul fuoco offrendo numerosi spunti di riflessione, il regista privilegia in questo allestimento il tema della rilassatezza dei costumi morali di una società che, sotto la coltre ipocrita del perbenismo, cela un trepidante bisogno  di liberare i propri freni inibitori.
Pur consapevole di aver a lungo vestito i panni di un padre troppo permissivo, lasciando crescere a dismisura l’erba infestante della licenziosità, Lavia incarna un Duca che è apparentemente un leone ormai troppo vecchio per poter ripristinare l’autorità e predare ogni rea manifestazione. Ma in verità il suo provvisorio ritiro in convento sotto le mentite spoglie di un frate minore obbedisce ad un desiderio di comprendere da un osservatorio neutrale se la rigida applicazione della legge risulti un antidoto efficace o un meschino tentativo in cui il potere reprime negli altri i propri istinti. Nel temporaneo passaggio di consegne con cui il Duca cede il centro della scena al proprio vicario non è azzardato leggere anche un altrettanto simbolico scambio delle parti che consente a Lavia di offrire al figlio Lorenzo la parte con cui egli debuttò da giovane. E questi lo ripaga con moneta sonante offrendoci un’interpretazione austera e di assoluto rigore formale  di quel saggio Angelo apparentemente integerrimo, di costume rigoroso, che sta in guardia contro la malvagità e che ottunde la punta dell’istinto con i godimenti dello spirito incarnando l’ipocrisia delle convenzioni sociali.

 

Ma il padre, forte della sua maturità artistica si muove sul palco con un’ impareggiabile capacità comunicativa che ha il suo momento culminante nel corso della prima parte del terzo atto nell’esortazione rivolta a Claudio ad accettare la morte contro l’ignobile compromesso morale di cui dovrebbe essere vittima la sorella Isabella.

 

Claudio e Giulietta legati da un vincolo sposalia per verba de presenti ritenuto legale dalla società del tempo divengono oggetto di un’ingiusta persecuzione a causa dello stato di gravidanza in cui si trova la ragazza, incorrendo nei nuovi rigori della legge che spalancano a Claudio la dolorosa via del patibolo. Da qui prende le mosse tutta una sequenza di accadimenti caratterizzati da una marcata conflittualità, ma anche da generosi slanci altruistici che consentiranno di fare piena luce sull’estrema complessità dell’animo umano a cui non risulterà estraneo nemmeno il Duca, il quale entrerà nel finale in quello stesso cono di luce ambigua sottraendo a sorpresa Isabella dalla sua vocazione religiosa pretendendone la mano. Le nostre nature perseguono, come ratti che divorano il proprio veleno, una sete maligna e moriamo. Il finale apparentemente a lieto fine, avvolge pertanto il pubblico in un clima di angosciante sconcertazione, che non gli impedisce tuttavia di omaggiare il cast con una serie infinita di ovazioni.

 

Gian Paolo G.


www.teatrodellemuse.org/-1-italian/pop-up/schede-07-/MISURA-PER-MISURA.doc_cvt.htm


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VIII CENTENARIO DELLA PROTOREGOLA FRANCESCANA - L'intervento del cardinale Séan Patrick O'Malley al Laurentianum


VIII CENTENARIO DELLA PROTOREGOLA FRANCESCANA - L'intervento del cardinale Séan Patrick O'Malley all'inaugurazione dell'Anno Accademico 2007/2008 dello Studio Teologico Laurentianum

Il 18 ottobre u.s. si è tenuta allo Studio Teologico Laurentianum di Venezia l'inaugurazione del nuovo Anno Accademico. Retto dai Frati Cappuccini e ospitato presso il convento del Santissimo Redentore alla Giudecca, l'Istituto compie 45 anni di affiliazione alla Facoltà di Teologia Antonianum di Roma. Nei locali di questo Studio Teologico hanno studiato umili uomini divenuti insigni Cappuccini, quali San Lorenzo da Brindisi, i beati Marco d'Aviano e Mons. Andrea Giacinto Longhin, oltre che san Leopoldo Mandic.

A svolgere gli onori di casa c'era il Preside P. Gianluigi Pasquale OFM Cap., che molto gentilmente ci ha concesso di pubblicare il testo della prolusione tenuta da un ospite d'eccezione: l'Arcivescovo Metropolita di Boston Seàn Patrick O'Malley. Il motivo del suo prezioso intervento è l'VIII Centenario della Protoregola Francescana che si terrà nel 2009, occasione per uno sguardo sulle Costituzioni e sul «proposito» di vita evangelica ispirato da Dio al Poverello di Assisi, Francesco, di vivere secondo la forma del Santo Vangelo, sine glossa.

Riporto dunque integralmente l'introduzione con cui il Preside ha presentato l'intervento del Cardinale (che sarà scaricabile dai nostri download della colonna di sinistra).

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INTRODUZIONE DEL PRESIDE P. GIANLUIGI PASQUALE OFM Cap.

 

Eminenze Reverendissime, Cardinale e confratello Séan O’Malley e stimato Patriarca Cardinale Scola, Eccellenza Reverendissima P. Flavio Roberto Carraro, Magnifico Rettore Prof. Pier Francesco Ghetti, carissimi Ministri Provinciali di Venezia e di Trento, illustri Autorità Civili e Militari, carissimi confratelli, studenti e amici, proprio quaranta anni fa alcuni Docenti Cappuccini, molti dei quali contemplano ora il volto radioso di Dio nell’eternità, ottenevano dalla Pontificia Università «Antonianum» di Roma l’affiliazione del nostro Studio Teologico Cappuccino «Laurentianum» alla Facoltà di Teologia di quella Università. Quella lungimirante decisione diede forma a una realtà accademica che è ininterrottamente presente qui a Venezia, presso il complesso palladiano del SS.mo Redentore, da oltre 450 anni e che rappresenta a tutt’oggi il cuore formativo della Provincia Veneta dei Frati Minori Cappuccini. In questi locali hanno studiato – e poi insegnato – sacra Teologia umili, eppur grandi, Cappuccini quali San Lorenzo da Brindisi, Dottore della Chiesa, i beati Marco d’Aviano e Mons. Andrea Giacinto Longhin, san Leopoldo Mandić, e molti altri ancora il cui nome è racchiuso nel cuore di Dio. Lo Studio Teologico «Laurentianum» è, però, naturalmente legato a Venezia anche per ben tre precisi motivi. Il primo per quell’anima – se così possiamo dire – «francescana» a tutt’oggi vivamente presente in questo meraviglioso Capoluogo lagunare e visivamente rintracciabile nella Basilica dei Frari, nella Chiesa di San Francesco della Vigna, nell’eremo di San Francesco del Deserto, qui dai Cappuccini al SS.mo Redentore, nelle innumerevoli congregazioni di suore francescane, nonché nell’Ordine Francescano Secolare ovunque capillarmente diffuso; il secondo motivo che lega lo Studio Teologico «Laurentianum» a Venezia sono gli intensi e cordiali rapporti con l’Università degli Studi «Ca’ Foscari», soprattutto con la Facoltà di Lettere e Filosofia, mediante il continuo interscambio di Docenti e Studenti che intercorre da molti anni. Il terzo motivo è certamente – e comunque – il più importante ossia il pluriforme e ricchissimo legame con la Chiesa locale che tanto ci onora e verso la quale ci sentiamo in gioioso servizio. Fu l’allora Patriarca Giuseppe Sarto, poi san Pio X, che conobbe qui al Redentore il beato Andrea Giacinto Longhin e lo volle vescovo a Treviso. Fu il Patriarca Angelo Giuseppe Roncalli, poi beato Giovanni XXIII, che dichiarò Lorenzo da Brindisi Dottore della Chiesa. E sono davvero molti gli anni durante i quali lo Studio Teologico del Seminario Patriarcale di Venezia collabora con lo Studio Teologico «Laurentianum», in unità di intenti e di energie. Da questi esatta – e a noi Cappuccini quanto mai cara – prospettiva, proprio qui al Redentore sono passati venerati e stimatissimi Docenti sacerdoti, del cui esemplare insegnamento di vita e di dottrina beneficia a tutt’oggi ogni Cappuccino Veneto. Chi si può scordare dei compianti Prof. don Germano Pattaro, Prof. Mons. Attilio Costantini, Prof. Mons. Silvio Tramonti, Prof. Mons. Mario D’Este e di molti altri, nonché dei seminaristi che, autentici compagni di viaggio dei nostri giovani Cappuccini, hanno condiviso il meraviglioso e unico ideale del sacerdozio, oppure della vocazione missionaria, come è successo con l’indimenticabile e indimenticato don Giacomo Basso, soltanto per fare un nome? È questo, infatti, il momento per me più consono per ringraziare vivamente i vescovi di Venezia – e in particolare il Patriarca Angelo Card. Scola e le Autorità del Seminario Patriarcale – per l’incoraggiamento che ci hanno sempre manifestato nel continuare con questo servizio culturale ed ecclesiale alla Diocesi e alla Città di Venezia, oggi più che mai rinvigorito dalla prestigiosa e neonata istituzione dello Studium Generale Marcianum.

In questa precisa cornice ecclesiale e, come si è detto francescana, si inserisce il tema della Prolusione che il Card. Séan O’Malley terrà sul tema: «Riflessioni sulla Regola e le Costituzioni in vista dell’VIII Centenario della Protoregola francescana (2009)». Sua Eminenza, Seán Patrick Cardinal O’Malley, O.F.M., Cap., è nato il 29 Giugno del 1944 a Lakewood, Ohio. Dal 1969-1973 frequenta la Catholic University of America e ottiene la Laurea in Pedagogia Religiosa, nonché il Dottorato in Letteratura Spagnola e Portoghese. Dal 14 Luglio del 1965 è professo nell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini e viene ordinato sacerdote il 29 Agosto del 1970. Dal 1970 al 1984 lo si trova Direttore del Centro Cattolico di Washington. In quegli anni conosce anche l’attuale Patriarca di Venezia, cui lo lega un’amicizia più che trentennale. Successivamente venne nominato Collaboratore del Vescovo di St. Thomas alle Virgin Islands nel 1984, mentre viene consacrato vescovo nel 1985 dopo il ritiro del suo predecessore. L’11 Agosto del 1992 viene eletto sesto Vescovo di Fall River, nel Massachusetts. Il 19 Ottobre del 2002 il Servo di Dio Giovanni Paolo II lo nomina Vescovo di Palm Beach e il 30 Luglio 2003 Arcivescovo di Boston, sesto nella Successione Apostolica in quella Diocesi. Nell’ultimo Concistoro del 24 Marzo 2006 viene creato Cardinale dall’attuale Pontefice Benedetto XVI.

Avvicinandosi l’VIII Centenario della Protoregola Francescana nel 2009, ovvero del «proposito» di vita evangelica ispirato da Dio al Poverello di Assisi, Francesco, di vivere secondo la forma del Santo Vangelo, sine glossa, volentieri vogliamo sentire ora da un suo degno successore per umiltà, affabilità e umanità, il Cardinale O’Malley, una parola per come poter essere anche noi oggi immagine di quel Francesco che – a dire di Benedetto XVI – è «adesso più vicino a Dio perché lo aveva, tra tutti, amato di più». A Lei Eminenza, dunque, la parola.

Venezie, 18 Ottobre 2007"

L'intervento può essere scaricato cliccando qui, oppure dalla colonna dei Download a sinistra.

Fabrizio V.

www.rcab.org/People/archbisopOMalley.html
www.laurentianum.it
www40.brinkster.com/vfiori/profili/pasquale.asp
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lunedì, 15 ottobre 2007

L'ESTATE DELL'ALTRO MILLENNIO di Umberto Piersanti


L'ESTATE DELL'ALTRO MILLENNIO di Umberto Piersanti

Marsilio, 2001
Pagine: 414
ISBN: 8831776606
Prezzo: 17,18 €



Quasi alla stregua di un pensatore votato alla dimensione tragica della modernità, Umberto Piersanti con questo suo libro riporta improvvisamente indietro le lancette dell’orologio all’estate del 1939, individuando in quella data uno snodo essenziale della storia che aprirà uno squarcio non ricomponibile sulla tranquillità della vita di una comunità di giovani e sullo scenario a lui caro di Urbino e delle Cesane.



   Il mondo del ’39, che certo non era bello perché quella guerra l’aveva voluta e preparata, ma insomma quel mondo dove ancora non esisteva l’atomica, finito, finito per sempre.

  
Diversamente dalle sue precedenti opere poetiche La Breve Stagione, Il tempo differente, Passaggio di sequenza, I luoghi persi, e dal romanzo L’uomo delle Cesane, in questa circostanza i personaggi, muovendosi all’interno di un contesto storico ben delineato, escono dall’aura fiabesca del borgo rinascimentale e dall’ incantevole e consueto scenario naturale che ben conoscono i suoi affezionati lettori, per essere catapultati in un percorso non già di formazione ma di duro scontro con la realtà esterna che ne segnerà profondamente il destino.

  
Mentre la rovinosa disfatta nel deserto di El Alamain spezzerà con la morte la gioia di vita spensierata e gaudente, il coraggio e l’eroismo di Ettore Venanzi, la feroce e crudele campagna di guerra nei Balcani legherà i destini di Marco Petroni, poeta malinconico e studente di Urbino travagliato da amore non corrisposto per la bella aristocratica Laura Albani, e di Franco Duranti, contadino ben radicato alle tradizioni e ai sapori delle Cesane, con un filo che congiunge città e campagna, splendore architettonico rinascimentale ed incanto naturale atavico.

  
Seguendo il tragitto di Marco, autentica coscienza etica del libro, l’autore ci conduce con rara accuratezza di dettagli attraverso i muri, la ragnatela di vicoli angusti, le abitazioni, il Caffè Grande al centro della piazza con quell’orologio che gli Urbinati ritengono essere il centro dell’universo, lungo i torrioni, nell’elegante cortile e nella Sala delle Veglie del Palazzo ducale, costruito nella seconda metà del quattrocento da Luciano Laurana, facendoci assaporare quell’atmosfera sospesa e metafisica in cui la città è rimasta assorta come per incanto nelle tele di Piero della Francesca, Raffaello e Barocci. E qui il protagonista ritornerà alla fine della guerra e dell’esperienza partigiana riuscendo a portando con sé il pesante fardello del dolore, la coscienza amara dei sogni infranti ed un senso di impossibilità al riadattamento sociale.

  
Franco, invece, pur provato dalle atrocità vissute tra le alture selvagge del Durmitor, riuscirà a reintegrarsi nell’armonia del suo pattern ambientale sposandosi ed allargando il proprio nucleo famigliare proprio tra gli altipiani aspri e frastagliati delle Cesane. Siamo alle falde dei monti Nerone, Catria e Petrano , tra dense fratte di verde, calanchi di genga liscia e argentea, dove le piante disegnano percorsi fitti e aggrovigliati con tutta una serie di epifanie di olmi, carpini, quercelle, erba spagna e fiori dai colori squillanti ed i profumi intensi, nella cui descrizione Piersanti si prodiga con la stessa accuratezza di un esperto botanico.

  
Restando fedele alla sua innata vocazione rievocativa di cantore di un mondo rurale ormai scomparso, anche in questo romanzo il grande poeta marchigiano adotta il linguaggio dell’oralità contadina tipico del parlato pesarese, mescolandovi talvolta espressioni dialettali per dare vita ad un lessico del tutto originale nell’ambito della letteratura italiana, consegnandoci un’opera tra le più evocative che mi sia capitato di leggere.

EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE

Umberto Piersanti è nato nel 1941 ad Urbino, dove risiede attualmente e dove insegna all’università. Dirige la rivista Pelagos ed è autore dei libri di poesia  La Breve Stagione (1947, Il tempo differente (1974), L’urlo della mente (1977), Nascere nel ’40 (1981), Passaggio di sequenza (1986), I luoghi persi (1944), Nel tempo che precede (2002) di romanzi L’uomo delle Cesane (1994), L’estate dell’altro millennio (2001), Olimpo (2006).

Cantore di un mondo rurale ormai perduto che evoca mediante il linguaggio dell’oralità contadina venata di suggestioni della tradizione classica italiana.


Gian Paolo G.

www.umbertopiersanti.it/la_stampa.php
www.progettobabele.it/autori/umbertopiersanti.php
literary.it/rubriche/dati/intervista/bettiol/umberto_piersanti.html
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categorie: italiano, contemporaneo
venerdì, 12 ottobre 2007

LA ZONA MORTA di Stephen King


LA ZONA MORTA di Stephen King

Titolo originale: The Dead Zone
Sperling Paperback, 1981
Traduttore: A. Terzi
Pagine: 460
ISBN: 88-8274-429-9
Prezzo: 9,20 €



Risvegliandosi dal coma durato quattro anni, Johnny Smith si ritrova essere diverso e speciale, dotato di un dono di spessore biblico: è capace di leggere la mente, il passato, il presente e, quel che è peggio, il futuro delle persone con cui entra in contatto.

Due cose vorrei sottolineare di questo romanzo scritto senz'altro molto bene:
- al termine di un inesorabile cammino verso la tragedia, che si acuisce di svolta in svolta e di incidente in incidente (dopo i quali il protagonista si ritrova con un potere sempre più ampio), risalta nel romanzo l'idea che il potere speciale di Johnny non sia dovuto a un caso ma che sia stato voluto proprio da un dio che vigila sulla storia umana; anzi: non un dio ma Dio, proprio quello con connotazioni cristiane, capace di prendere in mano la vita di una persona e di condurla alla consapevolezza delle proprie possibilità. Il protagonista sviluppa una coscienza del proprio ruolo sempre più decisiva nelle vicende del romanzo e da scettico diventa un credente, nel vero senso del termine. Si lascia andare alla volontà di chi ha disegnato per lui un compito speciale.
- Tuttavia il Cristianesimo che ne esce è qualcosa di frammentario, caotico, in piena crisi. John Smith è circondato da un'aura di mistero e di diffidenza crescente che lo pone a diretto contatto con la strampalata fede della madre. Questo personaggio femminile si fa carico delle teorie fideistico-ufologiche sviluppatesi negli Stati Uniti negli ultimi decenni. Dapprincipio la madre crede fermamente che il figlio sia il destinatario di un grande progetto da parte di Dio. E su questo ci ha visto giusto. Ma poi lei degenera abbracciando sempre più teorie assurde che mettono in luce la difficoltà di credere nel mondo d'oggi: si percepisce l'esistenza di un dio, finanche di quello cristiano, ma c'è una grande difficoltà nell'accogliere il sistema di fede veicolato dalla tradizione. Il giudizio su questa fede contorta e sfigurata, da parte di Stephen King è pesante: per bocca del marito e del figlio, la madre sta vivendo un'esperienza da psicoterapia ma si ha come l'impressione che tuttavia il romanzo non possa che essere la fotografia di uno stato di cose.

In definitiva, questo è un romanzo - secondo me - in parte autobiografico, che riguarda da vicino la fede di Stephen King molto più di quanto possa sembrare a una lettura veloce. Vi ho ritrovato un sincero movente religioso, alla base, già riscontrato in romanzi come L'ombra dello Scorpione o La lunga marcia. Ma la crisi della fede occidentale si diffonde in queste pagine con tutta la sua potenza.

Fabrizio V.

it.wikipedia.org/wiki/La_zona_morta_%28romanzo%29
www.stephenkingofficial.it/
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categorie: contemporaneo, straniero
giovedì, 11 ottobre 2007

Scrittori cristiani sbarcano su Lulu.com


SCRITTORI CRISTIANI SBARCANO SU LULU.COM


Poiché il Signore ha detto “Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura” (Mc 16,15),  anche Lulu.com (www.lulu.com/it) può essere un campo opportuno dove spargere con operosa fede e buona volontà il seme del Vangelo; e la buona semente sono i libri cristiani.



Ormai il mercato fornisce all’aspirante scrittore due possibilità: o il percorso tramite la classica casa editrice, o il cosiddetto “print on demand”, cioè la stampa fai da te.
    E’ una cosa che non è né da sottovalutare né da disprezzare visto che persino Guido Pagliarino, noto scrittore cristiano piemontese, vincitore di numerosi premi e riconoscimenti (tra cui il “Premio della Cultura della Presidenza del Consiglio dei Ministri”) ultimamente pubblica i suoi lavori con Lulu.com, dopo aver “sostato” presso la Prospettiva Editrice.
    Vedi la sua intervista:http://www.prospettivaeditrice.it/libri
    Così ecco il gruppo: Io e Fabrizio, ma anche Vincenzo Topa e lo stesso Guido Pagliarino si è detto disposto a seguirci su questa strada. E’ stato aperto un forum di discussione che sarà costantemente aggiornato per tenere vivo l’interesse. E naturalmente tutti coloro che vorranno unirsi al gruppo per condividere esperienze, lavoro, punti di vista saranno ben accetti.
    L’importante è non smettere mai di credere che la proprosta cristiana sia fruibile e veicolabile anche tramite la narrativa, e che un pubblico disposto a leggere ci sia. Cosa che in effetti è risultata – finora – vera. Il pubblico c’è!
    Che la stampa cattolica si stia accorgendo del web è una cosa iniziata presto: come riporta il bellissimo articolo del Messaggero di Sant’Antonio di Ottobre: http://www.messaggerosantantonio.it/messaggero già dal 1996 la Cei ha aperto il sito www.chiesacattolica.it, e nel 1997 nasceva lo storico www.siticattolici.it a cura di Francesco Diani. Rimando all’articolo molto curato e ben fatto per i siti cattolici citati, aggiungo che è appena nata Rebecca Libri (http://www.rebeccalibri.it/ ), il portale dell’editoria cattolica.
    Le case editrici cattoliche sembrano bocciare sistematicamente la narrativa, che invece è un ottimo veicolo per la trasmissione di valori cristiani, probabilmente per dare spazio ai loro autori. Ma questo è solo un mio parere, che non vuole essere un giudizio critico negativo, ma solo una semplice costatazione.   
    Mi auguro che il pubblico si affezioni sempre di più a questo nuovo genere di proposta editoriale, e che la sua diffusione raggiunga capillarmente tutti gli uomini di buona volontà.

Elisabetta M.


http://stores.lulu.com/store.php?fAcctID=643443

http://stores.lulu.com/throor

http://stores.lulu.com/topenz

http://stores.lulu.com/elisabettamodena

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sabato, 06 ottobre 2007

IL ROMANZO CRISTIANO NON E' UN GENERE. E' UN MODO DI SCRIVERE di Elisabetta Modena


IL ROMANZO CRISTIANO NON E' UN GENERE. E' UN MODO DI SCRIVERE di Elisabetta Modena

Intanto spieghiamo il titolo della mia rubrica: leggere la nuova narrativa cristiana.

Partiamo dall’aggettivo nuova: nuova non perché non ci sia mai stata prima d’ora una narrativa cristiana, quanto semmai perché ci piacerebbe che essa riuscisse ad uscire dall’isolamento in cui è stata cacciata dal mercato editoriale e tornare così alla ribalta.

Proviamo a pensare, infatti, perché se entro in una libreria e chiedo “Il quinto evangelio di Mario Pomilio” o “Il cavallo rosso” di Eugenio Corti, tanto per citare libri definiti unanimemente dei capolavori, facilmente non ci sono, mentre se chiedo i libri di Wilbur Smith, di Patricia Cornwell o di Valerio Manfredi (con tutto il rispetto per loro, tanto che li ho pure letti) questi ci sono?
Allora, un primo problema è la diffusione.

Diffondere libri che non ricalcano i soliti cliché (perciò più impegnativi, non sboccati, senza scene di sesso, non violenti…), e che per questo potrebbero avere un mercato di nicchia, è uno spreco di denaro. Meglio puntare sui cavalli di razza delle scuderie editoriali. E badate bene che nemmeno se uno scrive un best-seller, la diffusione gli è garantita: Marco Buticchi ha dichiarato al quinto convegno della rivista “Letture” (25 ottobre 2000) che trattava il fenomeno dei best-seller, che all’inizio i libri se li stampava lui e andava in giro con la moglie a chiedere ai librai se facevano posto anche ai suoi libri. Il tutto funzionò bene, tanto che al terzo libro gli arrivò una proposta del grande editore Mario Spagnol per Longanesi.

http://www.stpauls.it/letture00/0012let/0012le08.htm

Oppure l’editore Mazziarol, della Santi Quaranta (piccola casa editrice trevigiana) che ha riscoperto il valore del passamano per edicole; prendo un brano di un articolo che si trova tra i vari link nel sito della casa editrice:

“L'editore-rappresentante piazza i suoi libri fra edicole e biblioteche, fra sodali e piccole e grandi librerie. La sua rete anomala: 800 punti vendita, fittissimi a Nordest, meno al Nord (Milano, Liguria, Emilia), con propaggini al centro e al Sud. Memore forse di quando inseguiva le persone, per vendere ("e me ne scappava sempre qualcuno"), Mazzariol ha conservato l'umiltà per considerare ogni potenziale cliente una risorsa”.

Link: http://www.santiquaranta.com/chisiamo6.html

Credo che sia un esempio da non sottovalutare.

Il fatto che il mercato letterario cattolico non decolli è una spada di Damocle che incombe sia sulle teste di chi scrive, sia su quelle dei volonterosi editori che pur vorrebbero inserirsi nell’agone delle vendite ma non ci riescono. Sembra che il lettore medio si tenga ben lontano dal visitare queste terre letterarie che così rimangono pressoché vergini, come se da certa parte del mondo editoriale non venisse nulla di buono, all’altezza dei tempi odierni.

C’è anche da dire che le piccole case editrici non sono minimamente tutelate, a tutto vantaggio dei colossi dell’editoria che possono permettersi il lusso del lancio pubblicitario, la distribuzione nei mega-store e nelle edicole, la presenza nelle Fiere del Libro, la vendita con sconti sul prezzo di copertina e così via. Col risultato che la gente va a comprare i libri all’ipermercato dove li trova con l’offerta, e le librerie indipendenti fanno sempre più fatica a stare a galla.

Un altro serio problema è la lettura. In Italia siamo pochi a leggere.

Ad esempio fa onore una proposta di legge per inserire l’assegno di lettura nelle scuole, agli studenti meritevoli.

Gli stessi fenomeni editoriali sono appunto “fenomeni”, nel senso Kantiano del termine: apparentemente uno vende due milioni di copie (Susanna Tamaro nel 2004 con Va dove ti porta il cuore e probabilmente molte di queste copie sono anche state lette), però in tanti casi il libro si compra perché è uno status-symbol, salvo poi rimandare la lettura alle calende greche. Così, però, non si crea quel magico contatto tra autore e lettore che dovrebbe fare la fortuna dell’autore, quella sorta di magica alchimia, di cordone ombelicale per cui quando l’autore del cuore pubblica un libro, subito il lettore affezionato si precipita a comprarlo.

Se questo non si crea, appunto, alla sucessiva uscita di altri libri è possibile che l’autore incassi dei flop clamorosi.

E’ vero che lo stile di vita odierno non contribuisce certo alla lettura: tra orari impazziti di lavoro, incombenze, casa, famiglia, problemi vari, uno quand’è che dovrebbe leggere un libro? Di sera prima di addormentarsi? Eh no, quel momento è sacro, è monopolio della tv (digitale terrestre, tv normale, satellite…).

In pausa sul lavoro? Ma quando mai?!

Nei momenti liberi? Quali?!

Insomma, anche leggere è diventata un’impresa eroica.

Ecco un’interessante analisi di Ferruccio Parrazzoli dal Convegno di Letture “Per la narrativa tra Novecento e nuovo Millennio”, Roma – Milano 29 Ottobre 1997:

«I libri che non hanno memoria sono libri che hanno solo una superficie», avverte Francesca Sanvitale. Secondo La Capria la causa del filo spezzato fra autore e pubblico sarebbe piuttosto da ricercare in un eccesso di produzione che avrebbe impoverito l’immaginazione. Un eccesso di sapere produce il non sapere, inflazione e svalutazione proprio di quella parola che Pontiggia indicava come pietra angolare di ogni narrazione… scrive Giulio Mozzi, «leviamoci dalla testa che lo scrivere sia una funzione... leviamoci dalla testa che lo scrivere sia una missione, leviamoci dalla testa che si possa parlare di qualcosa di diverso dalla verità...». Mi pare che Mozzi abbia enunciato qualcosa di incredibilmente antico e di essenziale: che la verità non può essere dimostrata ma soltanto raccontata. Vedi i Vangeli, aggiungo io.” (n.d.r. Ferruccio Parrazzoli)

http://www.stpauls.it/letture00/1297let/1297le6.htm

Una terza considerazione che ho fatto alla ricerca di possibili testi per una nuova stagione della narrativa cristiana è stata la seguente: ma quali sono gli autori cristiani di oggi?

Provate a pensare a chi vi viene in mente.

Quando ho aperto il mio blog cominciando l’avventura su internet, ho passato alcuni mesi a scorrere i vari blog e siti registrati nei portali cattolici per trovare potenziali autori da leggere. Ebbene, sapete quanti ne ho scovati? Pochissimi.

Rino Cammilleri, Vittorio Messori, Eugenio Corti, Maria Di Lorenzo, Guido Pagliarino, Paolo Gulisano, Mario Pomilio, Luca Doninelli, Luciano Marigo… per citare nomi noti.

Ma c’è un sottobosco di autori cristiani, specialmente italiani, che stenta ad emergere, vuoi perché gli editori faticano a piazzare sul mercato le loro opere, vuoi perché per gli autori è difficile contattare gli editori e creare un rapporto basato sulla fiducia reciproca (e non sul marketing). Spedisci il manoscritto (siccome te lo devi stampare e rilegare da te, puoi farne un numero esiguo di copie) e stai ad aspettare per mesi l’eventuale, sospirata accettazione o il più probabile rifiuto.

In tal senso, però, dovrebbero essere di stimolo esempi come Mary Flannery O’Connor o Michael D. O’Brien che, tradotti, vendono tantissime copie con la loro narrativa a sfondo cristiano.

Allora, nel mio piccolo vorrei fornire alcune considerazioni per approcciare nuovamente il lettore al romanzo d’autore, per farci venire di nuovo voglia di leggere. E magari, di leggere romanzi d’ispirazione cristiana.

E’ incredibile come qui in Italia gli scrittori cattolici siano ghettizzati: Giuseppe Pontiggia con il toccante Nati due volte, Riccardo Bacchelli con Il Mulino del Po’, e tanti altri ancora ignorati, mentre in Francia si sta riscoprendo la narrativa cristiana dopo la scuola dei Bernanos, dei Peguy ed in Gran Bretagna hanno avuto Tolkien, Lewis, Chesterton e Graham Green.

Tutti sono nomi blasonati, che hanno raccolto premi e consensi, che vengono citati – qui da noi – con timore e venerazione. Perché i nostri scrittori non contano?

Perché, soprattutto, noi non li facciamo contare?

La risposta che mi sono data, considerando con senso critico l’attuale panorama letterario, è che noi cattolici subiamo ancora gli strascichi del complesso d’inferiorità in cui ci siamo cacciati confrontandoci con la cultura relativista, nichilita, marxista che ha dominato il secolo Ventesimo.

Specialmente dal secondo dopoguerra in avanti, e poi con la crisi del 1968, la Chiesa (in quanto comunità di cristiani) non ha potuto esimersi dal confrontarsi con la forza pregnante delle ideologie. E per dialogare con gli “avversari” ha usato la loro stessa arma, se così si può dire: la ragione. Non che questo non vada bene, la ragione è lo strumento principe per dialogare con tutti, nel rispetto reciproco. Ce l’ha ricordato anche Papa Benedetto XVI con il noto discorso di Ratisbona. Però, a mio avviso, si è privilegiato di più l’esercizio della ragione a discapito dell’uso della fantasia creativa, che è poi l’anima del capolavoro letterario.

Per spiegare la nostra fede abbiamo prodotto una mole smisurata di saggi, come a dover giustificare con un ragionamento convincente il fatto di credere; mentre i romanzi, che avrebbero veramente potuto aiutare i non credenti (una narrazione avvincente e profonda può essere in grado di “scardinare” l’anima dubbiosa anche più della ragione), li abbiamo letteralmente lasciati nel cassetto di tanti autori validi.

A tutt’oggi anche scrittori che magari hanno già pubblicato qualche volta, faticano a rimanere nel circuito editoriale. E per i neofiti c’è ancora meno spazio, fagocitati tra le agenzie letterarie, per la maggior parte a pagamento, e le case editrici che spesso cestinano i romanzi d’esordio che arrivano loro.

Anche San Paolo ha detto di dare ragione della speranza che è in noi, ma l’arte, la vera arte, stupisce di più con la bellezza che col convincimento.

Ecco, a proposito, una bellissima citazione di Corti:

“A volte mi succede di paragonare i miei scritti agli archi romani, opere tutto considerato particolari, consistenti in due sole colonne che in alto si fondono tra loro: le mie due colonne sono – o almeno io cerco che siano – la verità e la bellezza. Una delle soddisfazioni maggiori, nello scrivere, la provo quando riesco ad afferrare la verità e a renderla compiutamente, con forza. Per presentarla agli altri, però, è indispensabile anche la bellezza: ogni pagina deve incantare, affascinare.

(Eugenio Corti, in Paola Scaglione, Parole Scolpite. I giorni e l’opera di Eugenio Corti, Ares, Milano, 2002, pag.52).

Se io ripenso alla mia educazione cattolica, cosa ricordo? I genitori, la parrocchia, gli educatori, gli insegnanti, le figure di riferimento… e i libri. La narrativa, come Le confessioni di Sant’Agostino, i romanzi dei grandi scrittori dell’Ottocento, il nostro Manzoni, Dante. I classici, insomma, che offrono la loro risposta alle grandi domande sul significato della vita e dei problemi dell’umanità.

Ma nessun saggio.

Cosa leggeva Santa Teresa Benedetta della Croce (Edith Stein) prima di convertirsi? L’autobiografia di santa Teresa D’Avila! E Sant’Ignazio di Loyola quando, malato, cominciava a mettere in dubbio il suo desiderio di compiere eroiche imprese militari? Le vite dei santi, specialmente La vita di San Francesco d’Assisi.

E così via.

Allora, per tirare le fila di questo mio primo lungo articolo, suggerirei al lettore al quale stiano a cuore questi discorsi di fare una seria, attenta riflessione sulla qualità di quanto ha letto finora, magari facendo a volte anche autocritica. Perché leggere un tascabile leggero, d’evasione, quando potrei benissimo rilassarmi con un romanzo a sfondo apologetico o religioso? Ad esempio con “Il padrone del mondo” di Robert Benson, o così via? Sì, devo solo fare la fatica di cercarlo. Ma si trova, con pazienza, si trova!

E dovremmo provare a guardare alla pagina scritta attraverso il filtro di due categorie, chiamiamole così, senza avere la pretesa di fare critica letteraria: Realismo ed Autenticità.

Per realismo intendo la capacità di descrivere tout court, di descrivere anche con minuziosa esattezza una storia: particolari, concretezza, oggettività, ecc.

Per autenticità intendo la capacità di infondere vita ai personaggi e alle ambientazioni. E’ questa la caratteristica del capolavoro letterario.

Non è detto che un romanzo realistico (tipo tutti i best-seller famosi delle varie case editrici) siano autentici, cioè veri (di fatti anche il lettore più smaliziato sa che, pure se le scene sono descritte con minuziosa verità, in realtà sempre di letteratura d’evasione si tratta), mentre alcuni romanzi autentici da cui il lettore assorbe “materia viva”, non è detto che siano per forza rispondenti ai canoni del realismo. Possono anche essere di fantascienza, fantasy (Tolkien), e così via.

Paradossalmente ci piacciono i romanzi contemporanei, quelli che vanno in voga, e ci immergiamo con avidità nella lettura perché ci sembrano “veri” rispetto alle descrizioni noiose dei romanzi del passato, senza accorgerci purtroppo che questi best-seller sono veri quanto una pizza surgelata. Scusate il paragone.

Riprendo le parole di un altro scrittore al Convegno di Letture, prima citato, sulla narrativa: il messicano Paco Ignacio Taibo II:

Credo senz’altro che il romanzo non sia un ritratto realista e che ogni città che viene descritta sia inventata, ricostruita. Credo che la finzione riordini la realtà inventandola. Credo che la letteratura sia artificio, simulazione della realtà, invenzione dopotutto. Credo che un buon romanzo parta da un patto diabolico col lettore, dalla convenzione: "Mi crederai finché mi starai leggendo". Credo che la chiave sia la credibilità e non la realtà. Che non si lavori con le fotocopie, ma con l’essenza delle cose .… Credo che il romanzo sia la vita e che la vita sia la letteratura e che tutte e due si muovano in spazi condivisibili e intercambiabili”.

http://www.stpauls.it/letture00/1097let/letterat2.htm

Qui si apre il dibattito tra fantasia e realtà.

Finchè la letteratura ha conservato un legame tra realtà e fantasia, essa ha prodotto opere pregevoli.

Purtroppo una cesura non trascurabile è avvenuta intorno agli anni Ottanta: scrittori come Eco e Calvino, spinti dalle loro convinzioni letterarie, hanno separato la realtà dalla verità (un processo questo, in realtà, già iniziato da tempo e la cui origine non è da ricercarsi certo in Italia) ed hanno usato la fantasia come risorsa per sperimentare, per giocare con la realtà e con i suoi significati. Ma così facendo, hanno decretato la morte del romanzo come fino ad allora lo si era conosciuto.

Non è un caso che tutti i critici siano d’accordo nel dire che dopo il 1980 (anno di pubblicazione per Umberto Eco de “Il nome della rosa”, e l’anno prima per Calvino di “Se una notte d’inverno un viaggiatore”) la letteratura stia languendo, passando per vie piatte, sperimentali, intellettuali, intimistiche.

Cito dal sito di Antonio Spadaro:

“Eco e Calvino, pur diversi, sono uniti da una sorta di illuminismo scettico e da un'idea di letteratura combinatoria, citazionista, labirintica tra enciclopedia e cruciverba (Ée dunque da una sfiducia radicale per la narrazione!). Si può forse affermare che la "vendetta" del mercato su Eco è avvenuta nel 1994 con il successo della Tamaro (2 milioni di copie vendute) che, pur con toni da saggezza prêt à porter, ha il coraggio di mettere in scena sentimenti elementari, comuni. Con Eco comincia la marcia trionfale della scrittura euforica che accantona le problematiche profonde della letteratura, compresa quella della tensione linguistica, in favore di un'esibizione spavalda e geniale del lato comunicativo della parola applicato ad un congegno di fascinazione fabulatoria accattivante. L'aspetto positivo è il rinato gusto per il racconto. Si apre la stagione del romanzo di successo (e, a volte, anche di consumo).”

http://www.antoniospadaro.net/

La frattura tra fantasia, usata solo come artificio, come gioco fra i significanti, e tra realtà ha portato al moltiplicarsi dei romanzi d’evasione.

I libri sono diventati preda delle case editrici e degli editors. Si scrivono a tavolino. Si pianificano le trame.

L’ispirazione, che dovrebbe avere a che fare con la vita vera, viene invece messa da parte perché il più delle volte è la vita vera stessa ad essere “automatizzata”, dentro una società che vuole omologare tutto e tutti tramite il demone della globalizzazione.

Mary Flannery O’Connor diceva che la scrittura potente, quella vera destinata ad essere intramontabile e a valicare persino i confini delle nazioni, è un corpo a corpo con l’ispirazione: “lo scrittore deve lottare «come Giacobbe con l’angelo […]. La stesura di un romanzo degno di questo nome è una sorta di duello personale».

«La narrativa riguarda tutto ciò che è umano e noi siamo polvere, dunque se disdegnate d’impolverarvi, non dovreste tentar di scrivere narrativa».

A queste cose «bisogna dar corpo, creare un mondo dotato di peso e di spessore»: scrivere narrativa non è questione di “dire cose”, ma di “farle vedere” al lettore.

Prendo dall’articolo di Spadaro: “Il volto violento della grazia”:

«Il mondo dello scrittore di narrativa è colmo di materia», mentre spesso si crede che siano le emozioni tumultuose o le idee grandiose a fare un racconto. Nient’affatto: con i concetti astratti e i presupposti teorici non si fanno storie; le cose che vediamo, ascoltiamo, annusiamo e tocchiamo ci condizionano molto prima che iniziamo a credere in qualcosa che sia astratto e dunque la caratteristica principale, e più evidente, della narrativa «è quella d’affrontare la realtà tramite ciò che si può vedere, sentire, odorare, gustare, toccare. È questa una cosa che non si può imparare solo con la testa; va appresa come un’abitudine, come un modo abituale di guardare le cose». E quest’abitudine deve mettere radici profonde in tutta la personalità dell’artista. È la materia e la concretezza della vita che danno realtà al mistero del nostro essere nel mondo”.

Si viene così a delineare il senso cristiano dello scrivere narrativa o, come recita il titolo di quest’articolo, il fatto che il romanzo cristiano non sia un genere letterario (giacchè può appartenere alla categoria del thriller, della fantascienza, del romanzo storico…) ma un modo di scrivere:

«Il fondamento morale della Poesia [n.d.r.: e per esteso anche della narrativa ] è il nominare in maniera accurata le cose di Dio …rendere quanta più giustizia possibile all’universo visibile» perché esso «è un riflesso di quello invisibile».

http://www.bombacarta.com/?p=71#more-71

Sulla rivista apologetica “Il timone” ho trovato un interessante articolo di Roberto Beretta che riporta un’intervista a Luca Doninelli, critico letterario e scrittore cristiano.

“Il buon cristiano si vede dal romanzo? Anche. E dice Doninelli: Lo scaffale della letteratura è fondamentale per un cattolico, perché il cristianesimo è un racconto. Anzi, secondo me uno dei sintomi della crisi della fede in Italia è il fatto che non produce più narrativa. Molta saggistica sì, teologia, sociologia. Ma il cristianesimo non può essere solo un dato intellettuale”.

E Doninelli cita i 10 libri che dovrebbe contenere lo scaffale cristiano di narrativa:

Le Confessioni di Sant’Agostino, La Divina Commedia di Dante, La Gerusalemme Liberata di Torquato Tasso, tutta la drammaturgia di William Shakespeare, gli Inni alla notte di Novalis e La cristianità ovvero l’Europa dello stesso poeta tedesco, il francese Charles Peguy, l’inglese Thomas S. Eliot, i russi, uno su tutti Dostoevskij, Hemingway (così leggendolo si capisce fino a dove conduce il non accettare la proposta di fede cristiana), l’americana cattolica Mary Flannery O’Connor, i nostri Alessandro Manzoni, Clemente Rebora e Giuseppe Ungaretti.

Questa è la lista compilata da Doninelli. Io aggiungerei Tolkien e Lewis, e tutti i grandi romanzieri europei dell’Ottocento.

Concludo col decalogo di Pontiggia, che fa molto riflettere: le dieci regole per scrivere; le prendo dal sito di Letture:

http://www.stpauls.it/letture00/0198let/0198le26.htm

1) Ricòrdati che la parola è il mezzo di comunicazione più antico, il primo dopo il gesto, e comprensibilmente il più logoro. Defraudata, degradata, decrepita, defunta, la parola può però rinascere. Scrivere è trovare il punto di intersezione tra la paura di ripetere e l’avventura di scoprire.

2) Alle soglie del terzo Millennio le tradizioni si moltiplicano, si attraversano, si dissolvono. L’Europa è diventata Africa, Asia, America, Australia. Non ancora Antartide, ma perché è disabitata. Una volta la tradizione classica dominava l’Occidente, oggi convive con le altre. Non propone più modelli, ma esempi. È finita l’idea di tradizione cara a Hegel e a Sainte-Beuve, a Croce e a Eliot e a Curtius e ai molteplici canoni, dal Medioevo a Steiner e a Bloom. È scomparso un miraggio. Sono rimasti i classici. Il problema non è se siano attuali, loro lo sono a priori (basta, a posteriori, leggerli), il problema è se siamo attuali noi. Leggi Apuleio e il Satyricon. Vedrai che non siamo noi a visitarli, ma loro a visitare noi.

3) Evadere dalla gabbia dei generi letterari. Non alla maniera di Croce, che ne aveva creati altri due, la poesia e la non poesia, né alla maniera della contaminatio latina e del bricolage contemporaneo, che li conservano mescolandoli. Semmai una prosa come intersezione di piani che hanno dimenticato di appartenere a un genere.

4) Non si è mai aspirato tanto al romanzo come nell’epoca in cui si è tanto parlato del suo declino o del suo decesso. Lascialo a chi abbia un progetto che diventi struttura e linguaggio. Lìberati dall’ossessione stupida sia di farlo sia di distruggerlo, non meno rovinosa della prima.

5) La narrativa rischia di essere soffocata dall’ipertrofia della critica, che occupa – come una piovra mostruosa e inevitabile, temibile e utile – qualsiasi spazio. La colpa è della narrativa, che la osserva ipnotizzata e nei casi peggiori, i più frequenti, la segue anziché precederla. Spesso lo fa anche l’avanguardia, il reparto che dovrebbe precedere le truppe.

6) Ricòrdati che quando scrivi non stai risolvendo i mali del mondo e neanche quelli del tuo Paese. Chi vuol essere ricordato per le buone intenzioni sarà, nei casi migliori, ricordato per queste. Goffredo Mameli c’è riuscito. I narratori di solito hanno ambizioni meno altruistiche e i posteri, come diceva Jules Renard, hanno un debole per lo stile.

7) La critica di solito rimprovera a un artista di non essere un altro. Così molti rimproverano alla narrativa di non essere giornalismo o sociologia o politica o esotismo o consolazione o Storia. Il romanzo nell’Ottocento ha creduto in questi equivoci e sappiamo quanto l’equivoco possa essere fecondo, se pensiamo ai matrimoni riusciti. Oggi il romanzo deve scoprire ogni volta la propria identità. Lo si scrive anche per questo.

8) Non dimenticare il lettore. Non il lettore massa da accudire nel suo legittimo bisogno di qualche ora di distrazione, né il lettore snob da accontentare nelle sue piccole voglie da gravidanza isterica. Non si scrive per sé, come ti dice l’esordiente quando ti porge il manoscritto, né si scrive per gli altri, come dicono gli apologeti della letteratura commerciale o i missionari della letteratura sociale. Si scrive per quel sé che coincide idealmente con gli altri.

9) Eversione linguistica e innovazione dissimulata non sono tanto distanti come si suppone. Sembrano opposti ma, visti più da vicino, vogliono la stessa cosa, l’una fingendo di distruggere, l’altra di conservare.

10) Il Novecento ha visto il trionfo e insieme il naufragio della Storia. Tutto diventa Storia, ma questo riguarda il passato. Il narratore non racconta la Storia, il narratore la fa.

Elisabetta M.


postato da: Fabrieli alle ore 13:56 | link | commenti
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lunedì, 01 ottobre 2007

IL PAPA DEFINITIVO di Clifford D. Simak


IL PAPA DEFINITIVO di Clifford D. Simak

Titolo originale: Project Pope
Editrice Nord, 1983
Traduzione: Roberta Rambelli
Pagine: 287
ISBN:
8842903574
fuori catalogo


La fantascienza di Simak (premio Hugo nel 1959, nel 1964 e nel 1981) è una fantascienza sui generis, imbastita di alieni buoni, di robot umanizzati e di scene "campestri". Non per nulla il genere di Simak è stato comunemente definito: "gentile e pastorale".
C'è lo spazio, ma non ci sono roboanti scene di invasioni di alieni, di inseguimenti su navi spaziali, o di lotte e guerre. Lo spazio sembra essere più l'ampiezza cui Simak spinge il suo sguardo, uno sguardo che si abbevera alle smisurate larghezze dell'universo per descrivere, con toni pacati, le varie esistenze di esseri che anelano tra loro alla pace ed alla concordia. La narrazione del futuro, infatti, è vista da un lato umanistico, in cui prevalgono un messaggio di pace e di fratellanza universale.
Uno stile sobrio, diretto , pieno di dialoghi e di trame ben congeniate senza troppi filtri letterari ad appesantire la narrazione (senza cioè introspezioni particolari, digressioni filosofiche, excursus vari...), in Simak è centrale su tutto la ricerca della verità. Simak è indubbiamente un agnostico, ma aperto alla dimensione del soprannaturale. Per cui le sue opere rivelano una tendenza al misticismo, ad una religiosità di base che si esplica spesso in una sorta di panteismo universale, di religiosità naturale che permea tutte le specie viventi della Galassia.
Anche questo suo romanzo non sfugge all'aria bucolica di Simak. Su di un pianeta ai margini della Galassia (dal nome emblematico Fine di Niente), a cui si giunge tramite la nave Viandante, uomini e robot lavorano da mille anni ad un progetto segretissimo chiamato Progetto Papa. L'edificio in cui si lavora a questo progetto prende il nome di Vatican-17, con tanto di Basilica annessa, di robot cardinali (ma anche di robot semplici frati e di robot e basta), ed il robot più importante è un immenso computer chiamato Papa.
Si intuisce ben presto che quello che questo progetto sta cercando è l'unificazione di tutte le conoscenze dell'universo (anche quelle ottenute da esseri alieni) in un'unica grande mente "divina", quale può essere quella del papa-computer. Un computer in grado di selezionare ed accrescere da solo la mole sconfinata di informazioni.
Simak descrive in questo romanzo la speranza che prima o poi uomini e robot giungano a considerarsi fratelli, uniti nella ricerca delle supreme conoscenze universali. Come a dire: solo a partire dall'armonia degli esseri dell'universo, siano essi robot, alieni o umani, si giungerà alla suprema conoscenza dell'universo.

Elisabetta M.

http://www.startrekitaliamagazine.it/93/html/fantalibri.htm
http://www.fantabancarella.com/curios14.html




postato da: Fabrieli alle ore 14:31 | link | commenti
categorie: contemporaneo, straniero

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