Visita il nostro sito BIBLog.it
Cerchiamo collaboratori per recensioni, articoli e quant'altro. Se vuoi partecipare a BIBLog.it scrivi a throor[chiocciola]libero.it oppure a francescotex[chiocciola]interfree.it. Manda una recensione-prova con alcune righe biografiche su di te. Ti aspettiamo!
Le prossime novità

Vuoi far parte anche tu dello staff di BIBLog.it o del Sito del BIBLog? Nulla di più semplice. Abbiamo bisogno di:
- recensori. Basta inviare a valenza.fabrizio@gmail.com una recensione prova su un qualsiasi romanzo o saggio, utilizzando un'ottica cristiana, oppure un articolo letterario che ritieni possa essere interessante o ancora la recensione di un evento culturale di rilevanza nazionale;
- programmatori, per occuparsi del Sito del BIBLog;
- grafici, per abbellire le nostre pagine.

Ovviamente, ogni partecipazione non sarà retribuita ma riceverà l'apprezzamento di tutti coloro che ogni giorno visitano i nostri siti. Aspettiamo le vostre adesioni.

Cos'è BIBLog.it?

Utente: Fabrieli
Biblog.it è un'opportunità per avere un punto di vista cristiano e libero sui libri. Attuali, recenti e classici, ogni testo scritto, sia di narrativa piuttosto che un saggio o piuttosto che una poesia, dà la possibilità di fare un passo in avanti verso la verità. E' curato da Fabrizio Valenza e da Elisabetta Modena.

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami

Questi sono i nostri downloads
MANIFESTO
1 - Frodo e Gollum
2 - Il romanzo cristiano non è un genere
3 - Prolusione Card. O'Malley A.A. 2007/2008 Laurentianum
3 - versione inglese
4 - Creazione e invenzione in J. R. R. Tolkien
5 - Suggestioni barocche
6 - In memoria di Clemente Rebora
7 - Federico II tra storia e mito

Le nostre recensioni

DIVISO DUE di Susanna Sarti
E NON DISSE NEMMENO UNA PAROLA di Heinrich Boll
ESTASIA - DANNY MARTINE E LA CORONA INCANTATA di Francesco Falconi
Evangelizzare è la nostra missione
FEDERICO SECONDO TRA STORIA E MITO
GUERRA E PACE DI Lev Nikolaevic Tolstoj
GUIDA GALATTICA PER GLI AUTOSTOPPISTI di Douglas Adams
I BOSCHI DELLA LUNA di Giuseppe Festa
I DONI di Ursula K. Le Guin
I FIGLI DEGLI UOMINI di P. D. James
I FIGLI DI HURIN di J. R. R. Tolkien
IL PAPA DEFINITIVO di Clifford D. Simak
IL ROMANZO CRISTIANO NON E' UN GENERE di Elisabetta Modena
IMMORTALE ODIUM di Rino Cammilleri
IN MEMORIA DI CLEMENTE REBORA
Inaugurazione a.a. 2007/2008 Laurentianum con l'intervento del Card. di Boston Seàn Patrick O'Malley
K di Susanna Sarti
L'altro mi interpella: Frodo e Gollum
L'ESTATE DELL'ALTRO MILLENNIO di Umberto Piersanti
L'ISOLA di Sàndor Màrai
L'Opera della Divina Commedia
LA CITTADELLA di A. Joseph Cronin
LA LUNGA MARCIA di Stephen King
LA SIGNORA DI AVALON di Marion Zimmer Bradley
LA ZONA MORTA di Stephen King
LE ALI DELL'ANIMA di Reno Bromuro
LE BRACI di Sandor Marai
LE INTERMITTENZE DELLA MORTE di José Saramago
LE PORTE DEL PECCATO di Gianfranco Ravasi
MANSFIELD PARK di Jane Austen
MANUALE DEL GUERRIERO DELLA LUCE di Paulo Coelho
NEL TEMPO CHE PRECEDE di Umberto Piersanti
NEXT di Michael Crichton
O MUNDO COMO IDEIA - Bruno Tolentino
PAGANO di Gianfranco Franchi
PONZIO PILATO. CHE COS'E' LA VERITA' a cura di Armando Torno
RAGIONE E SENTIMENTO di Jane Austen
Scrittori cristiani sbarcano su Lulu.com
SE CONSIDERI LE COLPE di Andrea Bajani
SUGGESTIONI BAROCCHE di Gian Paolo Grattarola
UN CANTICO PER LEIBOWITZ di Walter M. Miller Jr.

Feeds

  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder

Contatore

visited *loading* times
Significati dei simboli

Significati dei simboli

Commenti recenti

utente anonimo in Guerra e Pace

Archivio

oggi
--- 2008 ---
--- 2007 ---

Partecipano

Fabrizio Valenza
Elisabetta Modena
Francesco Tessarini
Giuseppe Di Tullio
Gian Paolo Grattarola
Alessandro Lauro

Foto recenti

giovedì, 27 settembre 2007

LE BRACI di Sandor Marai


LE BRACI di Sandor Marai

Titolo originale: A Gyertyák Csonkig Egnek
Adelphi, 1998
A cura di: Marinella D'Alessandro
Pagine: 181
ISBN:
9788845913730
Prezzo: 15 €


Mentre racconta la vita di questo aristocratico generale, asserragliato nella tana solitaria di un castello ai piedi dei Carpazi, Sandor Marai, compiendo il solito percorso a ritroso nel tempo a lui molto caro, scava dentro il suo animo con spietata precisione, perlustrando vaste zone d’affetti e d’ombre e consegnandoci il ritratto indelebile di una figura emblematica di un’epoca che volge irreversibilmente al tramonto.

Questi consuma la propria esistenza in un clima pietrificato di dolorosa attesa e di desolato rimpianto nella speranza che Konrad, artista parvenu e simbolo di un’emergente  borghesia cinica e rancorosa, gli riveli le ragioni ultime di un comportamento che, aprendo uno squarcio nell’apparente tranquillità della sua vita familiare, ha spento la funzione vitale di Kristina ed ha confinato la sua in un’atmosfera di gravosa sospensione. Con l’attenta scrupolosità di un fuochista egli alimenta ostinatamente la vampa del ricordo rinvigorendola ogni giorno con l’aggiunta di nuovi ceppi, affinché si mantenga accesa fino a quando il tempo scoccherà il vano rintocco della verità.

La storia si conchiuderà infine là dove era principiata, nello spazio di un equivoco insanato, di un’amicizia incapace di resistere al richiamo dell’artificio e dell’inganno.  

Ricorrendo come sempre ad una prosa dallo stile fluido ed elegante, l’autore rivela di possedere il raro pregio di sedurre il lettore coinvolgendolo emotivamente in un racconto spoglio di dialoghi, che si dipana nell’angusto spazio di sole due stanze e nei luoghi sempre persi e ritrovati della memoria. La padronanza assoluta del linguaggio, che fa di Marai uno dei più grandi scrittori del Novecento si rivela nel lungo monologo del protagonista, che induce il lettore ad un cimento non facile, ma di indubbio interesse.

Al centro della riflessione dell’autore non ci sono temi universalmente noti come l’amore ed il tradimento, ma l’impossibilità di accettare la deriva di una civiltà e nello stesso tempo la febbrile necessità di identificare il punto esatto in cui si spalanca il baratro di un nuovo mondo a cui avvertiamo con disagio di non poter appartenere.


Gian Paolo G.

it.wikipedia.org/wiki/S%C3%A1ndor_M%C3%A1rai
www.liberonweb.com/adelphi/aut_marai.asp
postato da: Fabrieli alle ore 17:02 | link | commenti (1)
categorie: contemporaneo, straniero
mercoledì, 26 settembre 2007


Quando la Letteratura si accompagna a Dio.

Si è spento il 24 Settembre 2007 Padre Guido Sommavilla, js, un uomo che ha saputo conciliare egregiamente la letteratura con la telogia.  L'uomo che per primo ha fatto conoscere  la presenza del cristianesimo nel Signore degli anelli.

 

Montanaro, nativo della Val di Fiemme (di Moena di Fiemme, provincia di Trento per la precisione), forse è proprio dalla bellezza sgargiante delle sue montagne  e dallo stupore per il creato, impronta di Dio, che il giovane Guido sentì nascere dentro di lui l’amore per la letteratura. Perché natura e letteratura sono un binomio indissolubilmente intrecciato, dove c’è l’una c’è anche l’altra.
Troppe volte ci dimentichiamo che la letteratura italiana nasce come letteratura religiosa, San Francesco usò il volgare per comporre un Cantico che ancora oggi ci fa fremere per la gioia, la vita che pulsano in esso.
…“Laudato sie, mi Signore, cum tucte le tue creature, | spetialmente messòr lo frate sole, | lo quale jòrna, et allumini per lui; | et ellu èbellu e radià ante cum grande splendore"...
Dopo la maturità classica entrò nella Compagnia di Gesù e vi frequentò le università (pontificie) dell'Ordine in filosofia e teologia. Si laureò a Padova in lettere moderne con una tesi di germanistica. Da qui la sua passione per la letteratura tedesca moderna e contemporanea, e la traduzione che fece in italiano di molte opere tedesche, tra cui Kafka, Guardini, Tolkien.
Scrittore, critico letterario, teologo, Guido Sommavilla era nato il 6 maggio 1920 ed è deceduto sabato scorso, dopo una lunga malattia, nella casa dei padri gesuiti a Gallarate (Varese).
Fortemente credente nel valore educativo e morale della letteratura, tutti i suoi scritti sono volti a mostrare l’autorevolezza di un percorso alla ricerca del bene, del bello, del buono e di Dio nelle pagine immortali che la storia ci ha tramandato.
Cito dall’introduzione di “Peripezie dell’epica contemporanea”, Jaca Books, Milano 1983:

“Guido Sommavilla, critico che ancora crede alla letteratura-poesia come comunicazione di pensiero oltre che di sentimento, tenta in questa opera, per certi versi titanica, un percorso attraverso la letteratura contemporanea. Gli autori presi in esame sono dieci, schematicamente schierati, almeno in partenza, in area nichilistico-dualistica: Kafka, Moravia, Zanzotto, Barth; o in area ontologico monistica: Böll, Morante, D'Arrigo, Coccioli per concludere con Piovene e Tolkien, due autori con maggiore consapevolezza del limite delle posizioni chiuse. Ma l'intento e il merito dell'opera di Sommavilla è quello di mostrare che, attraverso tutte le possibili negazioni, la vera arte confluisce sempre di nuovo in un senso supremo dell'uomo oltre il mondo o l'affermazione parossistica dell'uomo stesso. Dialettica e mistero, dunque, come suggerisce il sottotitolo: le due dimensioni senza le quali neppure si dà vera, grande arte”.

http://www.soronel.it/P00042.html

Prendo dall’articolo di Avvenire apparso il giorno dopo la sua morte:

“Elio Guerriero, così definiva la natura della sua attività critica, introducendo “Il bello e il vero”, edito nel 1996, da Jaca Book, in cui sono raccolti alcuni dei più provocanti saggi su Moravia, Eco, Dostoevskij, Kafka e Thomas Mann, i personaggi con i quali Sommavilla si è a lungo confrontato come critico letterario: «La trattazione avviene lungo una linea di confronto filosofico-teologico in cui la letteratura porta la novità di intuizioni che scavano nel cuore della teologia che non è una scienza conclusa, ma sempre in dialogo con la vita. Gli "scandagli" di Sommavilla sono allora una difesa del reale, un accostamento all'essere bello, buono, vero. "Ha ragione chi vede di più", recitava un vecchio adagio della Scolastica. Sommavilla vi ricorre ampiamente nel tentativo di presentare, contro il riduzionismo nichilista, un mondo ragionevole edificato sul rispetto di Dio e del prossimo. Emerge, così, l'anelito morale che è il pathos nascosto, l'impalcatura che sostiene l'intera opera».

http://www.db.avvenire.it/avvenire/edizione_2007_09_25/articolo_792783.html

Redattore dal 1954 al 2002 della rivista letteraria "Letture", padre Sommavilla è stato un assiduo collaboratore di "Communio" (la rivista di teologia fondata da Joseph Ratzinger), e di "La Civiltà Cattolica", la rivista più famosa dei gesuiti, e dagli inizi degli anni Novanta ha scritto più volte su "Studi Cattolici" e su Avvenire. È anche autore di numerosi libri, oltre al già citato, anche di Uomo, diavolo e Dio nella letteratura contemporanea (San Paolo, 1993), Dio: una sfida logica (Rizzoli, 1995).
In campo teologico-filosofico ha tradotto e fatto conoscere in Italia gli scritti di Hans Urs von Balthasar e di Christoph Schönborn, studioso di letteratura e di mistica, di Franz Kafka e e gli scritti filosofici di Romano Guardini.
Il grande pubblico lo ama e lo ricorda, però, per aver difeso con tutto il suo vigore intellettuale l’intrerpretazione cristiana de Il Signore degli anelli di Tolkien.
Quando apparve la saga di Tolkien, questa fu accolta con un enorme successo in America dalle giovani generazioni di studenti perché scorgevano nella storia dell’anello un’affinità con i loro ideali hippy; Il Signore degli anelli sembrava dichiaratamente anti-diciannovesimo secolo, anti-tecnologico ed anti-consumistico, insomma era visto come un’epopea anti-americana.
Da noi in Italia gli ambienti di destra plausero al libro additando che esso conteneva una visione neo-pagana.
Cosa quanto mai sbagliata!
Tolkien era assolutamente cattolico, così come lo erano i frutti del suo mestiere di scrittore, e Padre Sommavilla spese fiumi di inchiostro a spiegare come l’opera di Tolkien fosse a tutti gli effetti un’opera cristiana. Coniò per lui la dicitura di “epica cristologica”.
Prendo da una trascrizione di una sua conferenza a prosito di Tolkien: cattolico o manicheo?

“Tolkien, io sono abituato a pronunciarlo come è scritto, è un cognome che deriva dal tedesco, erano tedeschi gli antenati di Tolkien, emigrati in Gran Bretagna all'inizio del '700, il loro vero nome era Tollkühn (Kühn, audace, Toll, folle). Lasciamo stare questa questio de verbis e veniamo al dilemma: manicheo o cattolico? Bhè, la risposta è ovvia: cattolico. Anzi, cattolico tutto d'un pezzo, questo è evidente nella sua vita, dalle lettere, dalla biografia, messa e comunione quotidiana prima di andare a scuola, ecc. Ma importante è vedere se questo suo cattolicesimo, visibile, praticante, è penetrato nella sua opera, l'ha orientata, l'ha ispirata essenzialmente. Anche per questo la risposta è sì, senz'altro.
Però, so per sentito dire, perché‚ non ho fatto indagini, che è stato anche assunto come manicheo e che certe destre se ne sono servite, ne hanno fatta una bandiera e via dicendo. Ho anche letto che la critica di sinistra, quando uscì il Signore degli Anelli, lo ha definito reazionario, servo delle destre; reazionario nel senso di contro corrente, certamente lo è stato, soprattutto in questo senso. Mentre la corrente, cioè la spinta della cultura egemone, diciamo, laico-marxista, spingeva a risolvere ogni mito ed ogni fiaba nella realtà realistica, positivista, materiale, Tolkien ha camminato nel senso diametralmente contrario, cioè a riempire il mito e la fiaba di realtà ed in questo senso è veramente reazionario, nel senso di contro corrente.
Questa verità, di cui il mito e la fiaba sono l'espressione, e in qualche modo la precomprensione, la profezia, è la realtà del Vangelo. Come già stato detto, per Tolkien, la fiaba in profondità è una specie di avvento, di anticipo di quella realtà che fu il Vangelo, cioè Dio che è diventato Gesù Cristo. La fiaba che diventa storia, questo è il Vangelo
”.

http://www.middangeard.org/contenuti/conf92/sommavilla.htm

Oggi quel che a tutti sembra una cosa scontata, e cioè l’eredità cristiana dell’intero Corpus Operum di Tolkien, la dobbiamo alla pazienza, all’ingegno, alla grandezza dell’analisi storico-letterario-teolgica di Padre Sommavilla.

Elisabetta M.


http://www.libreriauniversitaria.it/libri-autore_sommavilla+guido-sommavilla+guido.htm
http://www.soronel.it/A00146.html

http://www.alleanzacattolica.org/idis_dpf/voci/t_john_ronald_reuel_tolkien.htm
http://www.cesnur.org/tolkien/020.htm

http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=208553

postato da: Fabrieli alle ore 10:05 | link | commenti
categorie:
martedì, 25 settembre 2007

PONZIO PILATO. CHE COS'E' LA VERITA' a cura di Armando Torno


PONZIO PILATO. CHE COS'E' LA VERITA' a cura di Armando Torno
Con un intervento di Massimo Cacciari

Tascabili Bompiani, 2007
Pagine: 88
ISBN: 9788845258558
Prezzo: 9 €


Il breve ma denso saggio curato da Armando Torno si presenta come un’accurata indagine su un delle figure più controverse del Nuovo Testamento: il prefetto della Giudea Ponzio Pilato. 







Tale tentativo di ricostruire, per quanto è possibile, la personalità del governatore romano, è la condicio sine qua non per gettare luce sul senso di quella domanda la cui eco risuona ancora, dal fondo dei secoli, con tutto il suo fascino e tutto il suo alone di enigmaticità: che cos’è la verità? Per questa ragione, il curatore si avvale di un dovizioso corredo di fonti. Oltre ai passi dei vangeli canonici che riportano il colloquio tra Pilato e Gesù, si dà voce anche alla testimonianza dei vangeli apocrifi, dello scambio epistolare apocrifo tra il prefetto e l’imperatore Tiberio, del racconto di Anatole France Il procuratore della Giudea.

   L’interrogativo che Pilato pone al Cristo s’imbatte nell’eloquente silenzio di quest’ultimo; la possibilità di dare diverse risposte rimane aperta e da allora la domanda sulla verità non ha cessato di ripresentarsi, puntualmente, sulle vie del pensiero e della fede. Lo scopo della ricerca di Torno è proprio quello di «non rimanere ulteriormente in silenzio in mezzo a tutte le possibili risposte» (v.pag.22). Naturalmente, senza la pretesa di trovare risposte esaustive.

   L’intervento di Massimo Cacciari, a mio giudizio, ha il merito di far emergere i fondamentali risvolti problematici di quel dialogo che ha messo di fronte, come lontanissimi interlocutori, il rappresentante del potere imperiale di Roma e il Nazareno che diceva di essere il Messia, il Figlio di Dio. Lontanissimi in quanto non ci può essere vera comunicazione tra di loro; Pilato intende la verità in un’accezione eminentemente giuridica, per cui vero è ciò che è realmente accaduto, nella misura in cui il dibattimento riesce ad accertarlo. Si tratta di un concetto non molto lontano da quello dell’aletheia della filosofia ellenica, per cui la verità è l’idea dell’ente che, nel suo disvelarsi, si rende conoscibile. Gesù afferma di essere lui la verità, che coincide con la sua realtà storica e umana. La verità in lui si è rivelata, incarnandosi in un uomo concreto, storicamente determinato. Per la mente di Pilato «vera è la proposizione che si conforma secondo necessità con l’ente o col fatto da “giudicare”, che costringe all’assenso grazie a tale sua adeguatezza. L’apparire del Vero non libera, ma piuttosto obbliga. E salva solo dall’errore. La verità che è Gesù, invece, libera perché dona vita, vera vita, vita eterna, perché salva dal peccato che è morte» (v.pag.31). Forse Pilato intuisce l’abisso che separa la sua idea di verità, frutto della cultura greco-romana, e quella di cui parlava Gesù. Certo è che il magistrato, trovandosi nella situazione di dover giudicare-asserisce Cacciari-cerca almeno di non farlo.

   Il suo quesito, dopo duemila anni, suona ancora quale monito attualissimo per tutti coloro che, presumendo di avere la verità in tasca, giudicano ritenendo in tal modo di essere “figli di Dio”. Inoltre, mi permetto di aggiungere, potrebbe suonare come monito per tutti coloro che nutrono una fiducia assoluta e incondizionata nelle possibilità della ragione umana; forse Pilato, in modo inconsapevole, ancora oggi con la sua domanda sulla verità ci rivolge lo stesso ammonimento che il sommo poeta mette sulla bocca di Virgilio, in quei meravigliosi versi del terzo canto del Purgatorio:

State contenti, umana gente, al quia;
ché, se potuto aveste veder tutto,

mestier non era parturir Maria".

 

Giuseppe Di T.


www.zam.it/home.ph
www.filosofico.net/cacciari.htm
it.encarta.msn.com/encyclopedia_761553337/Ponzio_Pilato.html

postato da: Fabrieli alle ore 16:01 | link | commenti (1)
categorie: italiano, attuale
lunedì, 24 settembre 2007

L’UOMO ESISTENZALISTA DI GEORGES ROUAULT


L'Uomo esistenzialista di Georges Rouault

A trent’anni di distanza dall’esposizione nella cattedrale di San Ciriaco,che segnò un altissimo momento artistico e culturale, è tornato ad Ancona il Miserere di Georges Rouault (Paris 1871-1958) la suite incisoria in 58 tavole originali eseguite tra il 1914 e il 1927, che rappresenta il vertice artistico di quello che viene ritenuto il più grande interprete dell’ arte sacra del Novecento. La mostra, allestita in occasione della recente visita a Loreto di Papa Bendetto XVI nello scenario della Mole Vanvitelliana, resterà aperta fino al 18 novembre.

Dotato di uno stile autonomo che lo rese estraneo alle correnti artistiche a lui contemporanee e lontano perfino dalla poetica espressionista cui fu immotivatamente associato, l’artista francese fu invece influenzato dal pensiero filosofico e dalla spiritualità di Jacques Maritain a cui fu legato da un’affinità profonda e costante nel tempo. 

Con lui la retorica tradizionale del dolore lascia definitivamente il posto ad una vibrante tensione poetica in cui umanesimo e cristianesimo si fondono nel grido silenzioso e nella dignità rubata del mondo dei vinti. Egli pone l’uomo al centro di un pellegrinaggio di dolore sulla terra che lo vede prostrato, schernito e addolorato, solo dinanzi al destino. Racconta il dramma di una società venata dal solco profondo dell’ipocrisia e del peccato, portando sulla scena uomini potenti, clown, giudici, contadini, donne dell’alta borghesia e prostitute, tutti accomunati dallo stordimento doloroso di un assurdo destino in una rappresentazione priva tuttavia di discernimento morale. Questi personaggi, che  vengono estratti dal loro habitus e portati dinanzi a noi per glorificarli nella loro sofferente e umiliante solitudine, ci guardano negli occhi con lo stesso sconforto del Cristo abbandonato dal padre sulla croce. 

Eppure questo raffinato interprete del dramma umano, capace di realizzare uno dei più grandi progetti culturali del Novecento, finisce per offrirci nella vastità di un messaggio grandioso una possibilità di riscatto troppo aderente al sacro per poter essere fruibile da tutti. La dolorosa consapevolezza della condizione umana, il senso della morte, le ansie e le fobie di un’epoca funestata dall’insensatezza della guerra, magistralmente espressi nella sequenza delle tavole grazie all’impiego della tecnica dell’acquatinta allo zucchero, trovano ragione solo nel sacrificio di Cristo, il solo punto da cui ripartire alla rifondazione dei valori umani. Perfino la denuncia nei confronti di una nascente società borghese, insensibile, cinica e indifferente alle condizioni di emarginazione delle fasce più deboli si ferma davanti alla possibilità di una condanna morale o di una considerazione politica.

L’umanesimo di Rouault pur muovendo dalla denuncia della guerra e dalla partecipazione alle sofferenze terrene, risulta infatti caratterizzato da una vigorosa ansia religiosa. Esso è proteso unicamente alla liberazione dell’uomo dalla mediocrità e dalle contraddizioni della nuova società borghese attraverso un percorso di redenzione cristiana. Non a caso infatti la Passione costituisce il tema centrale dell’opera presentandoci una divinità che incarnandosi nell’umanità dolente compenetra divino ed umano in una dimensione terrena e trascendente dell’esistenza umana. Ma il suo veemente bisogno di giustizia e la sua compassione per l’umanità dolente trovano adeguata e convincente espressione nella sua arte, che è lontana da ogni forma di retorica e di sentimentalismo. Per questo motivo Jacques Maritain conierà il titolo di  umanesimo integrale per definire la sua pittura che mentre vive di fede e spiritualità resta ancorata al grembo oscuro della terra : un umanesimo che intende valorizzare l’uomo partendo in questo caso dalle sue debolezze e non dalle certezze. E l’immagine paradigmatica è quella del clown costretto a sorridere a dispetto del suo spirito triste e solitario, raffigurato nella tavola VIII del 1923 intitolata “Qui ne se grimme pas ?”

Al termine di questo denso percorso coinvolgente di poesia e di tecnica pittorica, uscendo dalle segrete della Mole sentiamo sulle nostre spalle quello stesso fardello di incubi eterni e di lancinanti dolori che l’uomo esistenzialista di Rouault trascina dietro di sé per le vie del mondo come Cristo la sua croce.   

 

Gian Paolo G.


GEORGES ROUAULT
MISERERE
ANCONA,
MOLE VANVITELLIANA
9 AGOSTO 18 NOVEMBRE 2007

postato da: Fabrieli alle ore 19:06 | link | commenti
categorie: mostre
giovedì, 20 settembre 2007

UN CANTICO PER LEIBOWITZ di Walter M. Miller Jr.


UN CANTICO PER LEIBOWITZ di Walter M. Miller Jr.

Titolo originale: A canticle for Leibowitz
Classici Urania, Mondadori, 1986
pagine: 284
ISBN: 88-04-31779-5
fuori commercio


Dalla biblioteca comunale (qualche volta bisogna pur andare lì, giusto per non prosciugare il portafoglio in libreria) ho reperito questo favoloso romanzo americano di fantascienza del 1959, insignito del prestigioso premio Hugo nel 1961.




Per spiegare la genesi di questo libro conosciutissimo in tutto il mondo e che negli Stati Uniti si legge tranquillamente tra i classici scolastici, bisogna risalire alla vita dell’autore: Walter Miller Jr, e all’evento che nella mente  e nel cuore di Miller ha lasciato tracce indelebili. Era il 15 febbraio 1944, infatti, quando l’antichissima abbazia di Montecassino, culla del monachesimo occidentale nonché monumento nazionale, veniva rasa al suolo da un massiccio bombardamento alleato, per il fatto (mai provato in modo inoppugnabile) che era divenuta una centrale di tiro dell’artiglieria tedesca.

Su uno dei bombardieri alleati si trovava il giovane Walter M. Miller Jr., ventiduenne elettrotecnico nativo della Florida, che non era però a conoscenza del vero obbiettivo del bombardamento.
Saputa la verità nacque in lui un grande sommovimento interiore che lo portò fra l’altro a convertirsi al cattolicesimo e poi a scrivere diversi racconti di fantascienza, e infine “Un cantico per Leibowitz” .
Il romanzo è un caso particolare nella storia della letteratura fantascientifica, perché poi Miller non ne scrisse altri. Anzi, si può dire che smise quasi di scrivere. In realtà la vena creativa non si esaurì, ma si affiovolì, sia a causa del suo carattere ombroso (non voleva conoscere nessuno), sia per motivi di salute (una forte depressione che lo portò al suicidio dopo la morte della moglie),  sia perché la sua mente fervida restò concentrata sull’idea portante del Cantico per Leibowitz concependo un seguito a quest’ultimo, un seguito incompiuto (lo terminò lo scrittore Terry Bisson su commissione dell’editore), dal titolo: Saint Leibowitz and the Wild Horse Woman”.
Ma torniamo a noi: A Canticle, come comunemente viene sopranominato, è in realtà un romanzo composto di tre racconti. Inizialmente Miller aveva pubblicato separatamente i tre racconti (come un unico romanzo che consisteva di tre parti), uno all' anno, su una rivista di fantascienza. Poi decise di mettere mano all'opera ampliandola e riscrivendola. Nacque così il Canticle così come lo conosciamo noi oggi.
I tre racconti sono ambientati rispettivamente sei secoli, dodici secoli e diciotto secoli dopo una catastrofe atomica avvenuta nel ventesimo secolo che ha distrutto la civiltà, lasciando pochi superstiti nella barbarie assoluta. La Chiesa è sopravvissuta al disastro ed è oggetto della riflessione dell’autore. 

Il primo racconto, “Fiat Homo” è ambientato in un’epoca paragonabile all’incirca all’alto medioevo e vi leggiamo l’epopea di un novizio dell’ordine Leibowitziano, frate Francis Gerard dello Utah, che rinviene dei resti collegabili al santo fondatore. Considerati come preziose reliquie, questi reperti contribuiscono alla causa di beatificazione di Leibowitz.

Nel secondo racconto, “Fiat Lux”, siamo alla vigilia di un nuovo Rinascimento della scienza moderna.
Il geniale scienziato laico Thon Taddeo Pfardentrott, a servizio però di un principe ignorante e senza scrupoli, sta ponendo le basi del metodo sperimentale ed esplora vari campi delle scienze naturali, ma ad un certo punto viene a sapere che nei sotterranei dell’abbazia di San Leibowitz sono conservati documenti dell’antica civiltà scomparsa. Quando ha finalmente modo di studiarli si rende conto che contengono una scienza avanzatissima e, benché si tratti di frammenti, possono far fare enormi balzi avanti in moltissimi campi. Si vede chiaramente come le scienze naturali stiano per emanciparsi dalla tutela religiosa e inorgoglite dalla loro forza si considerano “Luce”, bollando come “tenebre” e “oscurantismo” tutto ciò che le ha precedute, in primis la religione.

Nel terzo racconto, “Fiat Voluntas Tua”, la civiltà ha raggiunto nuovamente il punto in cui quella precedente si era autodistrutta e anche di più: ci sono armi atomiche, astronavi interstellari, macchine elettroniche ecc.
La tensione tra le due grandi potenze dell’epoca è al limite e si percepisce come imminente una escalation nucleare.
L’abbazia dell’ordine di Leibowitz c’è ancora, ma si capisce che il cristianesimo e la Chiesa sono di fatto minoranza e le loro sono considerate come opinioni al pari di tutte le altre. È forte la presenza del relativismo etico, e sorprende come uno scrittore degli anni cinquanta abbia potuto essere così profetico riguardo all’attualità di questi anni.
La Chiesa, in previsione di un olocausto nucleare che questa volta potrebbe cancellare completamente il genere umano, ha preparato un piano per sopravvivere trasferendosi sulle colonie terrestri di Alfa Centauri.
L’epilogo vede l’astronave con a bordo un gruppo di famiglie, di vescovi e di suore decollare verso la lontana colonia spaziale, come fosse un piccolo germoglio dell’umanità e della Chiesa scampato al diluvio per essere trapiantato e perpetuare laggiù ciò che ormai sulla terra è distrutto. Il momento è reso quasi tragico dal gesto dell’ultimo frate che prima di chiudere il portello scuote la polvere dai sandali, come Gesù aveva detto ai suoi discepoli: “Se qualcuno poi non vi accoglierà e non darà ascolto alle vostre parole, uscite da quella casa o da quella città e scuotete la polvere dai vostri piedi. In verità vi dico, nel giorno del giudizio il paese di Sòdoma e Gomorra avrà una sorte più sopportabile di quella città” (Mt. 10,14-15).
L'autore sembra volerci dire che l’umanità progredisce molto da un punto di vista tecnologico e molto poco da un punto di vista morale perché ripiomba sempre negli stessi errori.
Citiamo dal libro: […] (Il mondo) non è mai stato migliore, e non sarà mai migliore. Sarà soltanto più ricco o più povero, più triste, ma non più saggio, fino all’ultimo giorno. […] (pag.176).
È un concetto profondamente cristiano: in ogni epoca l’uomo, che sia colto o ignorante, tecnologico o medievale, ha sempre un cuore povero che ha bisogno di essere salvato.
Una frase, quella di Milleri, che ne ricorda un'altra. Di un salmo: "Insegnaci a contare i nostri giorni, e giungeremo alla sapienza del cuore".

Francesco T.


en.wikipedia.org/wiki/Walter_M._Miller,_Jr.
www.wsu.edu:8080/~brians/science_fiction/canticle.htm
postato da: Fabrieli alle ore 13:10 | link | commenti
categorie: contemporaneo, straniero
martedì, 18 settembre 2007

GUIDA GALATTICA PER GLI AUTOSTOPPISTI di Douglas Adams


GUIDA GALATTICA PER GLI AUTOSTOPPISTI di Douglas Adams

Titolo originale: The hitchhicker's guide to the Galaxy
Mondadori, 1999
Traduttore: Laura Serra
Pagine: 212
ISBN: 978-88-04-46463-1
Prezzo: 8,40 €




Avete presente le importanti direttive della Confederazione dei Pianeti di Star Trek oppure l'Enciclopedia Galattica edita dalla Fondazione di Terminus nella creazione di Asimov? Mettetevi il cuore in pace, perché Douglas Adams si diverte a ironizzare sulle classiche invenzioni della fantascienza anglosassone.

Scritto con grande intelligenza e fine umorismo, questa Guida Galattica per gli autostoppisti si presenta fin dall'inizio come una sapiente opera di "relativismo" scientifico. Teorie scientifiche, filosofie umane, tecnologie "magiche" vengono costantemente mostrate per il loro aspetto divertente, per quel grado di auto-ironia nascosto al loro interno (senza che, in realtà, esse stesse ne siano consapevoli). Vi propongo un brano tratto dall'introduzione del libro, per farvi capire la tipologia di ironia:

"Lontano, nei dimenticati spazi non segnati nelle carte geografiche dell'estremo limite della Spirale Ovest della Galassia, c'è un piccolo e insignificante sole giallo.
   A orbitare intorno a esso, alla distanza di centoquarantanove milioni di chilometri, c'è un piccolo, trascurabilissimo pianeta azzurro-verde, le cui forme di vita, discendenti dalle scimmie, sono così incredibilmente primitive che credono ancora che gli orologi da polso digitali siano un'ottima invenzione.
   Questo pianeta ha, o meglio aveva, un fondamentale problema: la maggior parte dei suoi abitanti era affllitta da una quasi costante infelicità. Per risolvere il problema di questa infelicità furono suggerite varie proposte, ma queste perlopiù concernevano lo scambio continuo di pezzetti di carta verde, un fatto indubbiamente strano, visto che a essere infelici non erano i pezzetti di carta verde, ma gli abitanti del pianeta.
   E così il problema restava inalterato: quasi tutti si sentivano tristi e infelici, perfino quelli che avevano gli orologi digitali.
   [...]
   E poi, un certo giovedì, quasi duemila anni dopo che un uomo era stato inchiodato a un palo per avere detto che sarebbe stato molto bello cambiare il modo di vivere e cominciare a volersi bene gli uni con gli altri, una ragazza seduta da sola a un piccolo caffé di Rickmansworth capì d'un tratto cos'era che per tutto quel tempo non era andato per il verso giusto, e finalmente comprese in che modo il mondo sarebbe potuto diventare un luogo di felicità. Questa volta la soluzione era quella giusta, non poteva non funzionare, e nessuno sarebbe stato inchiodato ad alcunché.
   Purtroppo però, prima che la ragazza riuscisse a raggiungere un telefono per comunicare a qualcuno la sua idea, successe una stupida quanto terribile catastrofe, e di quell'idea non si seppe mai più nulla.
   Questa non è la storia della ragazza".


   Questo è lo stile del romanzo, uno stile divertente, mai volgare, sempre profondo anche se leggero (sembra quasi l'attuazione perfetta di una delle cinque Lezioni Americane di Calvino, quella sulla Leggerezza). E non fatevi fuorivare dal termine che ho usato: relativismo. Qui non si mette in discussione l'uomo e la sua ricerca di senso. Quel che si ironizza riguarda l'idea di onnipotenza serpeggiante nella nostra scienza.

Fabrizio V.

it.wikipedia.org/wiki/Guida_galattica_per_gli_autostoppisti_(romanzo)
www.fantascienza.com/magazine/libri/6167www.douglasadams.com/
postato da: Fabrieli alle ore 13:53 | link | commenti (2)
categorie: contemporaneo, straniero
venerdì, 14 settembre 2007

LA LUNGA MARCIA di Stephen King


LA LUNGA MARCIA di Stephen King

Titolo originale: The long walk
Sperling, 1998
Traduttore: Beata della Frattina
Pagine: 279
ISBN: 88-8274-482-5
Prezzo: 8,50 €



Coperto dallo pseudonimo Richard Bachman, Stephen King ha pubblicato questo strano romanzo nel 1970. Mette in scena una sfida mortale, quasi senza senso, in un'America che ha gran poco di democratico.


Il sedicenne Garraty si iscrive alla Lunga Marcia, una gara impossibile ai limiti della crudeltà, istituita da un fantomatico generale in un paese - pare - governato da una dittatura. Dai confini con il Canada fino a Boston, 100 volontari corrono a piedi senza mai fermarsi, senza mai scendere sotto la velocità di sette chilometri orari e con tre ammonizioni disponibili per pause non maggiori di 30 secondi. La punizione è un'esclusione definitiva: dalla vita! Infatti chi viene punito è direttamente eliminato dalla faccia della terra, ucciso.

     Il romanzo presenta un'America cinica ai limiti della cattiveria, in cui la Lunga Marcia è attesa come un evento clou dell'anno mediatico, polo attrattore di curiosità e fanatismi quotidiani. Tutto ciò che fanno e che producono i corridori nella loro marcia estenuante (escrementi compresi!) diventa ambito trofeo. Il feticismo e la privazione di valori di un paese in assoluta povertà morale emerge con vigore da questo ritratto spietato.
 
   In effetti, al di là della costruzione fantastica che King ingegna per mettere in scena questo dramma, quel che spicca dalle righe del romanzo è il realismo di una condizione americana eccessiva. Non si pensi che Stephen King parli di qualcosa di totalmente inventato o estraneo alla realtà: leggendo queste pagine (che si divorano tutto d'un fiato in poco tempo) mi sono venute in mente altre rappresentazioni al limite, prima fra tutte quella di Sugarland Express di Steven Spielberg: proprio degli stessi anni del nostro romanzo, anche il regista ha messo in scena quello che doveva essere un vizio americano in crescita, ovvero il voyeurismo, malattia importata anche da noi e che già minaccia la nostra società italiana.

   I valori emergono nel corso della gara, nella competizione tra i partecipanti: odio, concorrenza, pazzia non possono soffocare l'amore che emerge a un certo punto nella narrazione, e che diventa dono gratuito di uno dei partecipanti a favore del protagonista, rosa che sboccia in un deserto di cinismo. Secondo me questo particolare, sebbene possa apparire debole nel devastante ritratto, è la chiave di lettura del romanzo. Senza svelare il finale, si scopre proprio alla fine dove sta la vera realtà, il vero calore umano.

Fabrizio V.

it.wikipedia.org/wiki/La_lunga_marcia
postato da: Fabrieli alle ore 07:36 | link | commenti
categorie: contemporaneo, straniero
mercoledì, 12 settembre 2007

NEL TEMPO CHE PRECEDE di Umberto Piersanti


NEL TEMPO CHE PRECEDE di Umberto Piersanti

Einaudi, 2002
Pagine: 166
ISBN:
9788806152574
Prezzo: 13€



Cantore di un mondo ormai in parte perduto, quello agricolo e pastorale delle Cesane (catena collinare tra Urbino e Fossombrone), uno spazio panico e antropologico pregno di misteri e riti antichi senza tempo, che egli ama come fosse il corpo di una donna ed a cui è legato da quello stesso senso della terra che già fu di Cesare Pavese, Piersanti ha in Pascoli e Leopardi i suoi numi tutelari.



Striato da case in rovina il profilo desolato, aspro e impenetrabile delle Cesane ha nella figura archetipa del pastore una costante presenza armonica al centro di immagini e leggende che l'autore trasfigura attraverso un linguaggio poetico denso, suscitando anche in questo libro lo stesso potere evocativo già apprezzato in "I Luoghi persi".
   Mediante una vibrazione di timbro leopardiano e l'accurata ossessione pascoliana con cui reperta nomi di ogni specie animale e vegetale, egli disseppellisce dalle rovine prodotte dagli effetti immemori della tempesta quotidiana questo estremo lembo di civiltà da cui emana un profumo di umanità diversa, più autentica. Si tratta di un'epopea sospesa tra le miti screziature di uno scenario atemporale ove il sentimento estetico del poeta si distende sistematicamente in felici sequenze di endecasillabi comuni, rivelando un trepidante bisogno di lirica.
   Con la stessa forza evocativa con cui si sottrae all'amalgama massificatorio del sociale, restituendo il poeta al ruolo più consono di individuo in lotta contro il destino, egli rivendica, mediante l'impiego del metro più tradizionale, la decisività del fattore musicale nel costituirsi della poesia, schiudendo un varco salvifico e non solo consolatorio verso la bellezza.

Gian Paolo G.

www.italialibri.net/opere/neltempocheprecede.html
it.wikipedia.org/wiki/Umberto_Piersanti
www.progettobabele.it/autori/umbertopiersanti.php
postato da: Fabrieli alle ore 11:57 | link | commenti
categorie: italiano, contemporaneo
lunedì, 10 settembre 2007

RAGIONE E SENTIMENTO di Jane Austen


RAGIONE E SENTIMENTO di Jane Austen

Titolo originale:
Sense and Sensibility
Biblioteca Universale Rizzoli, 2006
traduttrice: Beatrice Boffitto Serra
Pagine: 340
ISBN: 88-17-15054-1
Prezzo: 7 euro


Primo romanzo pubblicato a proprie spese dalla grande scrittrice inglese nel 1811, questo romanzo conosce almeno due stesure: quella giovanile appartenente ad una Jane ventenne, tra gli anni 1794-1799, ed una più matura risalente agli anni che seguono la morte del padre ed il conseguente trasferimento di Jane (ancora nubile, con la madre, la sorella ed un'amica di famiglia) a Chawton, nello Hampshire.
Nel cottage di proprietà del ricco fratello Edward, tra una visita di cortesia ai vicini di casa ed una passeggiata, tra le cure prodigate ai ben 11 nipotini (i figli di Edward) ed una tazza di tè, Jane rimette mano alle opere giovanili ed Elinor and Marianne diventa Sense and Sensibility.
Il romanzo conobbe un successo immediato, tanto che andò a ruba nel giro di breve tempo e fu scritta addirittura una traduzione in francese.
Purtroppo man mano che l'anima della scrittrice si nutriva e cresceva con le pagine vergate di suo pugno (nell'ultimo decennio di vita scrive tantissimo: vedono le stampe quattro romanzi, mentre gli ultimi due vengono pubblicati postumi in un unico volume), la vita quotidiana di Jane perdeva lo smalto dei divertimenti della giovinezza. La precarietà economica in cui la morte del padre aveva lasciato lei, la madre e la sorella (pure Cassandra non si sposò), la vita semplice di donna nubile, il dover accudire figli non suoi in una casa non sua, tutto questo attenuò la fiammella dell'entusiamo che la giovane Jane nutriva per la vita. La smorzò, ma non la spense, perchè un animo siffatto come quello di Jane era troppo umile e semplice per non godere anche delle piccole cose, e ringraziare Dio per poterle avere, nonostante tutto.
La salute cominciò presto a minarla: nel 1815 i primi sintomi del morbo di Addison si fecero sentire, fino a condurla alla morte il 18 Luglio del 1817. Aveva 41 anni.
Ci ha lasciato sei capolavori, le opere giovanili, alcune Lettere (in gran parte sono andate distrutte per suo stesso volere), ed alcuni romanzi incompiuti.
Chi leggerà Ragione e Sentimento noterà subito che teniamo in mano un romanzo maturo, compiuto nella sua architettura narrativa, in cui Jane Austen dispone già di perizia nei dialoghi e di limpidezza nello stile (caratteristiche che la rendono amata da tutte le generazioni e che ne fanno una scrittrice moderna). I personaggi sono tratteggiati con grazia e maestria, specialmente quelli femminili. Quelli maschili hanno bisogno di più approfondimento, Jane avrà modo di lavorarci sopra a partire dal successivo romanzo, Orgoglio e Pregiudizio.
La trama è si capisce fin dalle prime battute: Elinor è la sorella maggiore, diciannovenne, dotata di buon senso e finezza, mentre Marianne è la sorella mediana (c'è poi una terza sorella tredicenne), diciassettenne, tutta esuberanza e sentimentalismo. La prima s'innamora ricambiata di un giovanotto, Edward, che però è segretamente fidanzato con una donna scialba da un legame che ha contratto in gioventù. Elinor sa di questo legame, e non può che soffrirne, cercando di usare tutto il suo buon senso (appunto) per fare di necessità virtù. Marianne invece si'innamora, ricambiata, di un giovane dissoluto che non esita a far credere a tutti un fidanzamento che non c'è, salvo poi lasciare la povera Marianne per sposare una donna ricca e affermata. Marianne, inguaribile romantica, tutta presa dal desiderio di esternare i suoi sentimenti, quando capisce che Willoughby l'ha solo illusa, si ammala gravemente. Guarisce grazie alle cure di Elinor e della madre, e la malattia le farà capire quanto sciocca sia stata a non essere prudente nella relazione con Willoughby. Intanto il fidanzamento di Edward viene sciolto, così Elinor potrà coronare il suo sogno sposandolo, mentre Marianne convolerà a nozze con il maturo colonnello Brandon, che l'ha sempre amata pur non essendo all'inizio corrisposto. Come a dire: là dove c'era l'eccesso di sentimentalismo, esso si  trasforma in affetto
maturo, mentre là dove c'era cauta prudenza, essa sboccia fino a diventare amore pieno.
E' proprio per la grande armoniosità dei suoi libri, per l'affresco corale che Jane Austen sa disegnare, che è sempre un piacere riprenderli in mano anche a distanza di tempo.

Elisabetta M.

it.wikipedia.org/wiki/Jane_Austen
www.pemberley.com/janeinfo/janeinfo.html
www.jasna.org/
postato da: Fabrieli alle ore 11:18 | link | commenti (4)
categorie: classico, straniero
mercoledì, 05 settembre 2007

L'ISOLA di Sàndor Màrai


L'ISOLA di Sándor Márai

Adelphi, 2007
Traduttore: L. Sgarioto
Pagine: 174
ISBN: 88-459-2183-2
Prezzo: 16,50 €



Ci sono personaggi della letteratura di tutti i tempi che hanno impresso la loro vicenda nella nostra memoria come un sigillo indelebile, e che finiremo per portare dentro di noi per sempre. Ebbene Vicktor Henrik Askenasi, emerito professore di greco a Parigi, si inserisce di diritto tra questa folta schiera.



Di questo personaggio contraddistinto da un'afflizione intensa e palpitante, sono certo che conserveremo a lungo il ricordo.


In questo libro scritto nel 1934 e recentemente pubblicato in Italia da Adelphi, Sandor Marai, non privo della sua riconoscibilissima cifra linguistica, spoglia il mondo dalle sue tinte consolatorie avvolgendo il lettore in un sentimento di desolazione ineluttabile. In quello stesso stato d'animo in cui precipitò il grande scrittore ungherese negli anni '30 del secolo scorso, allorché dinanzi all'offensiva ottusa e volgare dei nuovi regimi dittatoriali gettò con le sue opere una luce di impressionante preveggenza sull'implosione della civiltà liberale ed umanistica a cui la società borghese sarebbe andata incontro di lì a poco.

Si tratta infatti di un romanzo rivolto ai palati forti, ossia a quei lettori che amano inoltrarsi senza fretta e senza rassicurazioni negli azzardi, in regioni troppo impraticabili dello spirito, negli sprofondi di una storia inquietante.

Concepito con intelligenza e scritto come sempre in modo elegante, questo libro ha il suo migliore pregio nella capacità di indagare e di condurci ad un passo dal baratro dell'animo umano, di cui l'autore si rivela ancora una volta un profondo conoscitore, soprattutto nei suoi aspetti più tragici e dolorosi. Sandor Marai si interroga in questo romanzo sul senso compiuto della vita, che il professore Askenasi invano ricercherà ossessivamente per tutta la vita nelle pieghe dei libri, nella rassicurante stabilità famigliare, nei piaceri del sesso e perfino nel delirio omicida, trasfigurando la propria esistenza nell'implacabile lucidità di un incubo.



Gian Paolo G.

www.unilibro.it/find_buy/Scheda/libreria/autore-marai_sandor
www.adelphi.it/novità
postato da: Fabrieli alle ore 13:59 | link | commenti (2)
categorie: attuale, straniero
lunedì, 03 settembre 2007

LE ALI DELL'ANIMA di Reno Bromuro


LE ALI DELL'ANIMA di Reno Bromuro

Edarc Edizioni, 2007
Pagine: 256
ISBN:
978-88-86428-32-3
Prezzo: 15€



Dell’illustre parabola biografica di  Reno Bromuro, costellata di ampi riconoscimenti, di famose frequentazioni culturali e di numerose pubblicazioni, fino ad oggi avevo avuto il piacere di apprezzare solo la cifra poetica non già il talento di romanziere. Deciso a colmare questa lacuna ho acquistato la sua ultima fatica editoriale, il romanzo “Le ali dell’anima”, dalla cui lettura ho ricavato una gradevole piacevolezza.


Si tratta di una storia meravigliosa, profonda, coinvolgente che non vorresti finisse mai e che si legge tutta d’un fiato come un bicchiere di acqua fresca in un giorno di solleone.

Fin dalle prime pagine l’autore rivela una raffinata capacità descrittiva quasi inconsapevole, incidendo le immagini con la stessa precisione del pittore sulla tela  e portando la scrittura ad un alto grado di rifinitura.

Pur non muovendosi in una dimensione autobiografica, egli ci consegna attraverso il personaggio di Giovanni, il naufrago esistenziale, il presbite dell’anima, l’albatro baudeleriano deriso dalla ciurma, in cui non solo è facile intuire momenti della vita dell’autore ma addirittura rinvenire la caratteristica inconfondibile di ogni poeta e di ogni artista.

Reno Bromuro non tratteggia in queste pagine un percorso biografico lineare, ma passando attraverso l’infaticabile ricerca d’amore di Giovanni, l’afflizione intensa e disincantata della moglie Marilena, il delicato trasporto sentimentale di Mavie ed il prezioso contributo delle altre presenze femminili che ruotano attorno al protagonista, dipana la matassa di un intenso e coinvolgente romanzo sentimentale, facendoci vivere tutta una vita di affetti, di slanci e di rinunce amare.  

Chiudendo il libro ho provato un autentico sentimento di gratitudine per questo straordinario letterato che giunto al vertice della sua carriera ha deciso di avventurarsi nel labirinto ove sono racchiuse le ragioni che fanno di un artista una creatura fragile ed incompresa, ha affrontato il Minotauro ed è risalito a raccontarcene la storia.

Gian Paolo G.

www.edarc.it/Autori/Bromuro_Reno/Le_ali_dell_anima.htm
postato da: Fabrieli alle ore 10:37 | link | commenti
categorie: italiano, attuale

Il presente blog non costituisce testata giornalistica. Non ha carattere periodico ed è aggiornato secondo la disponibilità e la reperibilità dei materiali.
Pertanto, non può essere considerato in alcun modo un prodotto editoriale ai sensi della L. n. 62 del 7.03.2001.