




La storia si conchiuderà infine là dove era principiata, nello spazio di un equivoco insanato, di un’amicizia incapace di resistere al richiamo dell’artificio e dell’inganno.
Ricorrendo come sempre ad una prosa dallo stile fluido ed elegante, l’autore rivela di possedere il raro pregio di sedurre il lettore coinvolgendolo emotivamente in un racconto spoglio di dialoghi, che si dipana nell’angusto spazio di sole due stanze e nei luoghi sempre persi e ritrovati della memoria. La padronanza assoluta del linguaggio, che fa di Marai uno dei più grandi scrittori del Novecento si rivela nel lungo monologo del protagonista, che induce il lettore ad un cimento non facile, ma di indubbio interesse.
Al centro della riflessione dell’autore non ci sono temi universalmente noti come l’amore ed il tradimento, ma l’impossibilità di accettare la deriva di una civiltà e nello stesso tempo la febbrile necessità di identificare il punto esatto in cui si spalanca il baratro di un nuovo mondo a cui avvertiamo con disagio di non poter appartenere.

Si è spento il 24 Settembre 2007 Padre Guido Sommavilla, js, un uomo che ha saputo conciliare egregiamente la letteratura con la telogia. L'uomo che per primo ha fatto conoscere la presenza del cristianesimo nel Signore degli anelli.
Montanaro, nativo della Val di Fiemme (di Moena di Fiemme, provincia di Trento per la precisione), forse è proprio dalla bellezza sgargiante delle sue montagne e dallo stupore per il creato, impronta di Dio, che il giovane Guido sentì nascere dentro di lui l’amore per la letteratura. Perché natura e letteratura sono un binomio indissolubilmente intrecciato, dove c’è l’una c’è anche l’altra.
Troppe volte ci dimentichiamo che la letteratura italiana nasce come letteratura religiosa, San Francesco usò il volgare per comporre un Cantico che ancora oggi ci fa fremere per la gioia, la vita che pulsano in esso.
…“Laudato sie, mi Signore, cum tucte le tue creature, | spetialmente messòr lo frate sole, | lo quale jòrna, et allumini per lui; | et ellu èbellu e radià ante cum grande splendore"...
Dopo la maturità classica entrò nella Compagnia di Gesù e vi frequentò le università (pontificie) dell'Ordine in filosofia e teologia. Si laureò a Padova in lettere moderne con una tesi di germanistica. Da qui la sua passione per la letteratura tedesca moderna e contemporanea, e la traduzione che fece in italiano di molte opere tedesche, tra cui Kafka, Guardini, Tolkien.
Scrittore, critico letterario, teologo, Guido Sommavilla era nato il 6 maggio 1920 ed è deceduto sabato scorso, dopo una lunga malattia, nella casa dei padri gesuiti a Gallarate (Varese).
Fortemente credente nel valore educativo e morale della letteratura, tutti i suoi scritti sono volti a mostrare l’autorevolezza di un percorso alla ricerca del bene, del bello, del buono e di Dio nelle pagine immortali che la storia ci ha tramandato.
Cito dall’introduzione di “Peripezie dell’epica contemporanea”, Jaca Books, Milano 1983:
“Guido Sommavilla, critico che ancora crede alla letteratura-poesia come comunicazione di pensiero oltre che di sentimento, tenta in questa opera, per certi versi titanica, un percorso attraverso la letteratura contemporanea. Gli autori presi in esame sono dieci, schematicamente schierati, almeno in partenza, in area nichilistico-dualistica: Kafka, Moravia, Zanzotto, Barth; o in area ontologico monistica: Böll, Morante, D'Arrigo, Coccioli per concludere con Piovene e Tolkien, due autori con maggiore consapevolezza del limite delle posizioni chiuse. Ma l'intento e il merito dell'opera di Sommavilla è quello di mostrare che, attraverso tutte le possibili negazioni, la vera arte confluisce sempre di nuovo in un senso supremo dell'uomo oltre il mondo o l'affermazione parossistica dell'uomo stesso. Dialettica e mistero, dunque, come suggerisce il sottotitolo: le due dimensioni senza le quali neppure si dà vera, grande arte”.
http://www.soronel.it/P00042.html
Prendo dall’articolo di Avvenire apparso il giorno dopo la sua morte:
“Elio Guerriero, così definiva la natura della sua attività critica, introducendo “Il bello e il vero”, edito nel 1996, da Jaca Book, in cui sono raccolti alcuni dei più provocanti saggi su Moravia, Eco, Dostoevskij, Kafka e Thomas Mann, i personaggi con i quali Sommavilla si è a lungo confrontato come critico letterario: «La trattazione avviene lungo una linea di confronto filosofico-teologico in cui la letteratura porta la novità di intuizioni che scavano nel cuore della teologia che non è una scienza conclusa, ma sempre in dialogo con la vita. Gli "scandagli" di Sommavilla sono allora una difesa del reale, un accostamento all'essere bello, buono, vero. "Ha ragione chi vede di più", recitava un vecchio adagio della Scolastica. Sommavilla vi ricorre ampiamente nel tentativo di presentare, contro il riduzionismo nichilista, un mondo ragionevole edificato sul rispetto di Dio e del prossimo. Emerge, così, l'anelito morale che è il pathos nascosto, l'impalcatura che sostiene l'intera opera».
http://www.db.avvenire.it/avvenire/edizione_2007_09_25/articolo_792783.html
Redattore dal 1954 al 2002 della rivista letteraria "Letture", padre Sommavilla è stato un assiduo collaboratore di "Communio" (la rivista di teologia fondata da Joseph Ratzinger), e di "La Civiltà Cattolica", la rivista più famosa dei gesuiti, e dagli inizi degli anni Novanta ha scritto più volte su "Studi Cattolici" e su Avvenire. È anche autore di numerosi libri, oltre al già citato, anche di Uomo, diavolo e Dio nella letteratura contemporanea (San Paolo, 1993), Dio: una sfida logica (Rizzoli, 1995).
In campo teologico-filosofico ha tradotto e fatto conoscere in Italia gli scritti di Hans Urs von Balthasar e di Christoph Schönborn, studioso di letteratura e di mistica, di Franz Kafka e e gli scritti filosofici di Romano Guardini.
Il grande pubblico lo ama e lo ricorda, però, per aver difeso con tutto il suo vigore intellettuale l’intrerpretazione cristiana de Il Signore degli anelli di Tolkien.
Quando apparve la saga di Tolkien, questa fu accolta con un enorme successo in America dalle giovani generazioni di studenti perché scorgevano nella storia dell’anello un’affinità con i loro ideali hippy; Il Signore degli anelli sembrava dichiaratamente anti-diciannovesimo secolo, anti-tecnologico ed anti-consumistico, insomma era visto come un’epopea anti-americana.
Da noi in Italia gli ambienti di destra plausero al libro additando che esso conteneva una visione neo-pagana.
Cosa quanto mai sbagliata!
Tolkien era assolutamente cattolico, così come lo erano i frutti del suo mestiere di scrittore, e Padre Sommavilla spese fiumi di inchiostro a spiegare come l’opera di Tolkien fosse a tutti gli effetti un’opera cristiana. Coniò per lui la dicitura di “epica cristologica”.
Prendo da una trascrizione di una sua conferenza a prosito di Tolkien: cattolico o manicheo?
“Tolkien, io sono abituato a pronunciarlo come è scritto, è un cognome che deriva dal tedesco, erano tedeschi gli antenati di Tolkien, emigrati in Gran Bretagna all'inizio del '700, il loro vero nome era Tollkühn (Kühn, audace, Toll, folle). Lasciamo stare questa questio de verbis e veniamo al dilemma: manicheo o cattolico? Bhè, la risposta è ovvia: cattolico. Anzi, cattolico tutto d'un pezzo, questo è evidente nella sua vita, dalle lettere, dalla biografia, messa e comunione quotidiana prima di andare a scuola, ecc. Ma importante è vedere se questo suo cattolicesimo, visibile, praticante, è penetrato nella sua opera, l'ha orientata, l'ha ispirata essenzialmente. Anche per questo la risposta è sì, senz'altro.
Però, so per sentito dire, perché‚ non ho fatto indagini, che è stato anche assunto come manicheo e che certe destre se ne sono servite, ne hanno fatta una bandiera e via dicendo. Ho anche letto che la critica di sinistra, quando uscì il Signore degli Anelli, lo ha definito reazionario, servo delle destre; reazionario nel senso di contro corrente, certamente lo è stato, soprattutto in questo senso. Mentre la corrente, cioè la spinta della cultura egemone, diciamo, laico-marxista, spingeva a risolvere ogni mito ed ogni fiaba nella realtà realistica, positivista, materiale, Tolkien ha camminato nel senso diametralmente contrario, cioè a riempire il mito e la fiaba di realtà ed in questo senso è veramente reazionario, nel senso di contro corrente.
Questa verità, di cui il mito e la fiaba sono l'espressione, e in qualche modo la precomprensione, la profezia, è la realtà del Vangelo. Come già stato detto, per Tolkien, la fiaba in profondità è una specie di avvento, di anticipo di quella realtà che fu il Vangelo, cioè Dio che è diventato Gesù Cristo. La fiaba che diventa storia, questo è il Vangelo”.
http://www.middangeard.org/contenuti/conf92/sommavilla.htm
Oggi quel che a tutti sembra una cosa scontata, e cioè l’eredità cristiana dell’intero Corpus Operum di Tolkien, la dobbiamo alla pazienza, all’ingegno, alla grandezza dell’analisi storico-letterario-teolgica di Padre Sommavilla.
http://www.libreriauniversitaria.it/libri-autore_sommavilla+guido-sommavilla+guido.htm
http://www.alleanzacattolica.org/idis_dpf/voci/t_john_ronald_reuel_tolkien.htm
http://www.cesnur.org/tolkien/020.htm

Tascabili Bompiani, 2007State contenti, umana gente, al quia;
ché, se potuto aveste veder tutto,
mestier non era parturir Maria".
Giuseppe Di T.

A trent’anni di distanza dall’esposizione nella cattedrale di San Ciriaco,che segnò un altissimo momento artistico e culturale, è tornato ad Ancona il Miserere di Georges Rouault (Paris 1871-1958) la suite incisoria in 58 tavole originali eseguite tra il 1914 e il 1927, che rappresenta il vertice artistico di quello che viene ritenuto il più grande interprete dell’ arte sacra del Novecento. La mostra, allestita in occasione della recente visita a Loreto di Papa Bendetto XVI nello scenario della Mole Vanvitelliana, resterà aperta fino al 18 novembre.
Dotato di uno stile autonomo che lo rese estraneo alle correnti artistiche a lui contemporanee e lontano perfino dalla poetica espressionista cui fu immotivatamente associato, l’artista francese fu invece influenzato dal pensiero filosofico e dalla spiritualità di Jacques Maritain a cui fu legato da un’affinità profonda e costante nel tempo.
Con lui la retorica tradizionale del dolore lascia definitivamente il posto ad una vibrante tensione poetica in cui umanesimo e cristianesimo si fondono nel grido silenzioso e nella dignità rubata del mondo dei vinti. Egli pone l’uomo al centro di un pellegrinaggio di dolore sulla terra che lo vede prostrato, schernito e addolorato, solo dinanzi al destino. Racconta il dramma di una società venata dal solco profondo dell’ipocrisia e del peccato, portando sulla scena uomini potenti, clown, giudici, contadini, donne dell’alta borghesia e prostitute, tutti accomunati dallo stordimento doloroso di un assurdo destino in una rappresentazione priva tuttavia di discernimento morale. Questi personaggi, che vengono estratti dal loro habitus e portati dinanzi a noi per glorificarli nella loro sofferente e umiliante solitudine, ci guardano negli occhi con lo stesso sconforto del Cristo abbandonato dal padre sulla croce.
Eppure questo raffinato interprete del dramma umano, capace di realizzare uno dei più grandi progetti culturali del Novecento, finisce per offrirci nella vastità di un messaggio grandioso una possibilità di riscatto troppo aderente al sacro per poter essere fruibile da tutti. La dolorosa consapevolezza della condizione umana, il senso della morte, le ansie e le fobie di un’epoca funestata dall’insensatezza della guerra, magistralmente espressi nella sequenza delle tavole grazie all’impiego della tecnica dell’acquatinta allo zucchero, trovano ragione solo nel sacrificio di Cristo, il solo punto da cui ripartire alla rifondazione dei valori umani. Perfino la denuncia nei confronti di una nascente società borghese, insensibile, cinica e indifferente alle condizioni di emarginazione delle fasce più deboli si ferma davanti alla possibilità di una condanna morale o di una considerazione politica.
L’umanesimo di Rouault pur muovendo dalla denuncia della guerra e dalla partecipazione alle sofferenze terrene, risulta infatti caratterizzato da una vigorosa ansia religiosa. Esso è proteso unicamente alla liberazione dell’uomo dalla mediocrità e dalle contraddizioni della nuova società borghese attraverso un percorso di redenzione cristiana. Non a caso infatti
Al termine di questo denso percorso coinvolgente di poesia e di tecnica pittorica, uscendo dalle segrete della Mole sentiamo sulle nostre spalle quello stesso fardello di incubi eterni e di lancinanti dolori che l’uomo esistenzialista di Rouault trascina dietro di sé per le vie del mondo come Cristo la sua croce.
Gian Paolo G.
MISERERE
ANCONA,
9 AGOSTO 18 NOVEMBRE 2007

UN CANTICO PER LEIBOWITZ di Walter M. Miller Jr.

Titolo originale: A canticle for Leibowitz
Classici Urania, Mondadori, 1986
pagine: 284
ISBN: 88-04-31779-5
fuori commercio

Il primo racconto, “Fiat Homo” è ambientato in un’epoca paragonabile all’incirca all’alto medioevo e vi leggiamo l’epopea di un novizio dell’ordine Leibowitziano, frate Francis Gerard dello Utah, che rinviene dei resti collegabili al santo fondatore. Considerati come preziose reliquie, questi reperti contribuiscono alla causa di beatificazione di Leibowitz.
Nel secondo racconto, “Fiat Lux”, siamo alla vigilia di un nuovo Rinascimento della scienza moderna.
Il geniale scienziato laico Thon Taddeo Pfardentrott, a servizio però di un principe ignorante e senza scrupoli, sta ponendo le basi del metodo sperimentale ed esplora vari campi delle scienze naturali, ma ad un certo punto viene a sapere che nei sotterranei dell’abbazia di San Leibowitz sono conservati documenti dell’antica civiltà scomparsa. Quando ha finalmente modo di studiarli si rende conto che contengono una scienza avanzatissima e, benché si tratti di frammenti, possono far fare enormi balzi avanti in moltissimi campi. Si vede chiaramente come le scienze naturali stiano per emanciparsi dalla tutela religiosa e inorgoglite dalla loro forza si considerano “Luce”, bollando come “tenebre” e “oscurantismo” tutto ciò che le ha precedute, in primis la religione.
Nel terzo racconto, “Fiat Voluntas Tua”, la civiltà ha raggiunto nuovamente il punto in cui quella precedente si era autodistrutta e anche di più: ci sono armi atomiche, astronavi interstellari, macchine elettroniche ecc.
La tensione tra le due grandi potenze dell’epoca è al limite e si percepisce come imminente una escalation nucleare.
L’abbazia dell’ordine di Leibowitz c’è ancora, ma si capisce che il cristianesimo e la Chiesa sono di fatto minoranza e le loro sono considerate come opinioni al pari di tutte le altre. È forte la presenza del relativismo etico, e sorprende come uno scrittore degli anni cinquanta abbia potuto essere così profetico riguardo all’attualità di questi anni.
La Chiesa, in previsione di un olocausto nucleare che questa volta potrebbe cancellare completamente il genere umano, ha preparato un piano per sopravvivere trasferendosi sulle colonie terrestri di Alfa Centauri.
L’epilogo vede l’astronave con a bordo un gruppo di famiglie, di vescovi e di suore decollare verso la lontana colonia spaziale, come fosse un piccolo germoglio dell’umanità e della Chiesa scampato al diluvio per essere trapiantato e perpetuare laggiù ciò che ormai sulla terra è distrutto. Il momento è reso quasi tragico dal gesto dell’ultimo frate che prima di chiudere il portello scuote la polvere dai sandali, come Gesù aveva detto ai suoi discepoli: “Se qualcuno poi non vi accoglierà e non darà ascolto alle vostre parole, uscite da quella casa o da quella città e scuotete la polvere dai vostri piedi. In verità vi dico, nel giorno del giudizio il paese di Sòdoma e Gomorra avrà una sorte più sopportabile di quella città” (Mt. 10,14-15).
L'autore sembra volerci dire che l’umanità progredisce molto da un punto di vista tecnologico e molto poco da un punto di vista morale perché ripiomba sempre negli stessi errori.
Citiamo dal libro: […] (Il mondo) non è mai stato migliore, e non sarà mai migliore. Sarà soltanto più ricco o più povero, più triste, ma non più saggio, fino all’ultimo giorno. […] (pag.176).
È un concetto profondamente cristiano: in ogni epoca l’uomo, che sia colto o ignorante, tecnologico o medievale, ha sempre un cuore povero che ha bisogno di essere salvato.
Una frase, quella di Milleri, che ne ricorda un'altra. Di un salmo: "Insegnaci a contare i nostri giorni, e giungeremo alla sapienza del cuore".
Francesco T.

Titolo originale: The hitchhicker's guide to the Galaxy

Titolo originale: The long walk

Einaudi, 2002






Edarc Edizioni, 2007
Si tratta di una storia meravigliosa, profonda, coinvolgente che non vorresti finisse mai e che si legge tutta d’un fiato come un bicchiere di acqua fresca in un giorno di solleone.
Fin dalle prime pagine l’autore rivela una raffinata capacità descrittiva quasi inconsapevole, incidendo le immagini con la stessa precisione del pittore sulla tela e portando la scrittura ad un alto grado di rifinitura.
Pur non muovendosi in una dimensione autobiografica, egli ci consegna attraverso il personaggio di Giovanni, il naufrago esistenziale, il presbite dell’anima, l’albatro baudeleriano deriso dalla ciurma, in cui non solo è facile intuire momenti della vita dell’autore ma addirittura rinvenire la caratteristica inconfondibile di ogni poeta e di ogni artista.
Reno Bromuro non tratteggia in queste pagine un percorso biografico lineare, ma passando attraverso l’infaticabile ricerca d’amore di Giovanni, l’afflizione intensa e disincantata della moglie Marilena, il delicato trasporto sentimentale di Mavie ed il prezioso contributo delle altre presenze femminili che ruotano attorno al protagonista, dipana la matassa di un intenso e coinvolgente romanzo sentimentale, facendoci vivere tutta una vita di affetti, di slanci e di rinunce amare.