



Armando Curcio Editore, 2007



Titolo originale: Next


Josè Saramago ha fatto centro un'altra volta, mi dicono. Portoghese nato nel 1922, stabilmente tradotto in italiano e pubblicato per i tipi di Einaudi, ha vinto il premio Nobel per la Letteratura (quella con la L maiuscola) nel 1998.
Comincio a leggere il suo ultimo romanzo, dunque, Le intermittenze della morte e mi trovo in difficoltà già verso la terza o quarta pagina. Quest'uomo scrive in una maniera strana. O per lo meno la sua traduttrice, Rita Desti, adotta una forma quanto mai inusuale (ma credo proprio che rispecchi le abitudini stilistiche del suo autore). Mi devo costringere a forza per andare avanti.
Accidenti!, la storia è interessante. La morte (con la m minuscola, non maiuscola) ha deciso di non operare più per ben sette mesi e gli abitanti di un'intera nazione sono sgomenti di fronte a una simile decisione. L'autore si diverte e prevedere quali siano le roccambolesche decisioni del governo e delle categorie economiche per far sì che questo sciopero della sorella dalla falce sempre pronta (una falce che non parla mai pur essendo molto espressiva!) non porti a un disastro economico e sociale.
Ma come ho già accennato, l'autore usa una forma un pò strana, che incontro per la prima volta. Non ci sono « o » di sorta, nemmeno il «-» è più in auge in Portogallo, a quanto sembra. Tanto meno le «"» aiutano a distinguere il discorso diretto da quello indiretto. Solo una piccola e timida «,» permette di passare dal diretto all'indiretto. In sostanza è come se una persona parlasse sempre con lo stesso tono per lunghi paragrafi di un argomento ostico. Davvero difficile starci dietro.
Però la mia pervicacia è servita a qualcosa: andando avanti nella lettura ci si abitua a questa strana forma e il racconto va avanti che è una delizia! Il linguaggio è ricco e colorito, e ciò che avviene è tragicomico, come lo spirito umano sottoposto a lunghe e minacciose situazioni.
La seconda parte del romanzo sorprende, perché la morte che ha deciso di far capire all'uomo che cosa ne sarebbe dell'uomo stesso senza la morte, a un certo punto è costretto a imparare a sue spese quale sia la forza dell'amore e della vita.
Ho scoperto uno scrittore. Mi sono entusiasmato e lo propongo a tutti.


L’autrice Phyllis Dorothy James White, Baronessa James of Holland Park, classe 1920, una vera auctoritas nel Regno di Sua Maestà (ha ricevuto il titolo di Baronetta, cioè di Lady, per le sue doti letterarie), ha messo da parte la sua vena da navigata giallista per spingersi nelle acque più nuove del romanzo di fantascienza con taglio sociologico. Inserendosi quindi nella scia aperta da Huxley, Bradbury, dal film "2022: i sopravvissuti" del 1973 tratto dal romanzo di Harry Harrison "Largo!Largo!" del 1966 e così via.
Il romanzo prende le mosse da un fatto che conduce il lettore già dopo poche pagine nel pieno della tragedia: “Oggi, 1 gennaio 2021, tre minuti dopo mezzanotte, l’ultimo essere umano nato sulla terra è rimasto ucciso in una rissa in un bar di un sobborgo di Buenos Aires. Aveva venticinque anni”.
Con una narrazione inquietante, sapientemente condotta, il lettore è subito messo al corrente del fatto che l’umanità è divenuta sterile. La generazione Omega (i nati nel 1995) rappresenta l’ultima generazione di uomini apparsa sulla terra, prima che lo sperma umano smetta di punto in bianco di essere fertile. E’ la fine dell’Homo Sapiens.
Si legge tra le righe del romanzo una denuncia atroce della scienza, incapace di rispondere alle domande ultime dell’uomo. “La scienza occidentale è stata il nostro dio. Dotata di molteplici poteri, ci ha preservato, confortato, curato, accudito, cibato e divertito e noi ci siamo sentiti liberi di criticarla ed occasionalmente di rifiutarla, come da sempre l’uomo ha fatto con gli dei, ben sapendo che, nonostante l’apostasia, questa divinità, creatura nostra e nostra schiava, avrebbe continuato a prendersi cura di noi con anenstetici contro il dolore, trapianti di cuore e di polmoni, antibiotici, cinema e cinematica” (p.14)
Curiosamente il protagonista è un professore di storia di Oxford. Come a dire che l’uomo per vincere contro la natura ha bisogno di riappropriarsi della propria memoria, della sua identità.
La James da prova del suo talento alternando capitoli narrati dal protagonista in prima persona a capitoli dove la narrazione procede in terza persona. Con i capitoli in prima persona fornisce un sacco di dettagli utili alla comprensione dell’impianto narrativo (altrimenti altro che 300 pagine di romanzo avremmo avuto), mentre con la narrazione impersonale riesce a mandare avanti la storia con un certo interesse, anche se da metà in poi si fa un pò noiosa.
Le frasi abbastanza lunghe denotano che l’intento è di vera e propria scrittrice che vuole narrare, anziché sorprendere ed accattivare il lettore con frasi brevi e secche.
Theodore Faron, docente di storia vittoriana ad Oxford, inizia a scrivere un diario che è il resoconto delle sue amare riflessioni sulla sua vita e sulla società che lo circonda. Racconta come è diventata l’Inghilterra, l’Europa ed il mondo in seguito alla piaga della sterilità (che ha proprio l’aria di una delle piaghe d’Egitto perché è inspiegabile ed avviene improvvisamente). “Ci assalì… stanchezza, depressione, malessere indefinito, tendenza a contrarre piccole infezioni, cefalea persistente ed invalidante… non possiamo provare nulla se non il presente… senza il conforto di una vita dopo la nostra morte (n.d.r. di una discendenza), tutti i piaceri della mente e dei sensi mi paiono talvolta nulla più che fragili e patetici difese innalzate contro la rovina” (p.19-20). E’ una società che per anestetizzare la morte ha tolto qualsiasi “bruttura”: vita scandita da precise regole, niente criminalità perché i malfattori vengono relegati su un’isola, offerta di tutti i tipi di piaceri possibili, bambole al posto dei bambini veri per soddisfare l’istinto materno (oppure cuccioli di animali), eutanasia per i vecchi non autosufficienti, sfruttamento dell’immigrazione regolata per avere badanti ed infermieri, violenze inaudite delle bande teppiste di uomini e donne Omega che contano sull’impunità per il fatto di essere Omega appunto, gli eletti.
Theo è il cugino del Governatore dell’Isola, la sua è una vita appartata, scandita da una routine ferrea ed esasperante, finchè un pomeriggio incontra una donna. Essa è membro di un piccolo gruppo di ribelli, cinque in tutto, che si firmano “I cinque pesci” (chiara simbologia cristiana) e che si propongono di essere la coscienza critica della società. Non possono fare la rivoluzione, lo sanno anche loro, ma anche un sasso lanciato nel mare produce delle onde. A qualcosa il loro sforzo servirà, loro pensano.
La prima parte del romanzo finisce con Theo che si discosta dall’operato dei ribelli: stranamente per la prima volta in vita sua si sente solo, come se l’appartenere a quel piccolo gruppo gli avesse dato una speranza e questa speranza l’avesse fatto sentire parte di qualcosa di più grande. Ma è troppo il pericolo di appartenere ad un gruppo di ribelli. Così decide di partire per un lungo viaggio in Europa, e per fuggire all’amore che sente nascere nei confronti di Julian, la donna che ha conosciuto.
La seconda parte inizia con una richiesta d’aiuto: uno di loro è stato catturato e vogliono fuggire con la macchina di Theo che gli sbirri ancora non conoscono. Theo si lascia coinvolgere in quella che diventerà una vera e propria fuga/caccia senza scampo; ma il gruppo si avventura in mezzo ai boschi della campagna inglese anche per nascondere il miracolo dei miracoli: Julien è incinta.
Svolta dopo svolta, fuga dopo fuga, perdita dopo perdita (i cinque cadranno uno dopo l’altro fino a rimanere solo Julian e la creatura che porta in grembo) Theo sperimenta vari stati d’animo: dalla paura e dall’iniziale disprezzo per i suoi compagni, arriva a capirli e a mettere in discussione tutto le certezze in cui aveva creduto fino ad allora. Altri scenari si affacciano alla sua mente: toccante la scena in cui Theo vede che Julian assiste raccolta in preghiera alla messa recitata da Luke, un prete senza più parrocchia reclutato nel gruppo. Theo sente le parole della liturgia eucaristica e ne rimane folgorato: viene in mente la parabola del lievito in mezzo alla farina; la luce di Cristo che non può essere messa sotto al moggio. Tutto il romanzo è intriso di richiami e riferimenti ai simboli liturgici.
E così ci si avvia al duello finale tra Theo e suo cugino il Governatore, quando si troveranno armati uno contro l’altro difronte al capanno dove Julian ha da poco partorito un bimbo. Nella sparatoria all’ultimo sangue ha la meglio Theo, e questi poco dopo si ritrova col compito di battezzare il bimbo: “C’era pochissima acqua nella bottiglia, ma non ne sarebbe servita molta…il rito riemerse dalla memoria della sua infanzia: bisognava far scorrere l’acqua, pronunciare le parole. Con il pollice bagnato dalla proprie lacrime e macchiato del sangue della madre tracciò il segno della croce sulla fronte del bambino”.(p.316)
Una chicca finale: i giallisti inglesi amano citarsi, evidentemente.
Lo scrittore Sansom, autore del best-seller Il segreto della Torre di Londra (edito nel 2006), ha dedicato il suo romanzo nientemeno che alla P.D.James.
Elisabetta M.

Titolo: I Boschi della Luna
L'autore risponde immaginando le possibili conseguenze, creando uno sviluppo che ha del fantasy senza esserlo veramente, nel tentativo di aiutare a riscoprire la magia della natura.
Personalmente ritengo che ci sia riuscito.
Il racconto inizia e prosegue velocemente, senza uno stile pretenzioso quanto, piuttosto, sobrio e semplice. La vicenda del protagonista, Jari Halo, ci interessa perché è il ragazzo che è in tutti noi. Vogliamo tutti sapere cosa saremmo disposti a fare nel momento in cui la nostra tecnologia facesse un passo indietro.
E qui c’è, secondo me, uno degli aspetti più belli del romanzo: la natura. Una natura che sa ancora mostrare una sapienza che viene dall’alto, sapienza che risiede nella bellezza mostrata non appena le luci della tecnologia spengono il loro eccessivo bagliore. Non è detto esplicitamente, ma è lasciato a un sottinteso fine e raffinato, oltre che poetico: c’è qualcun Altro pronto a parlarci nel momento in cui tendiamo l’orecchio.
La storia non è banale tanto meno scontata (il pericolo è sempre dietro l'angolo, in questo genere di narrazioni al limite dell'utopico) ma sa cogliere di sorpresa il lettore perfino al termine del romanzo.
Complimenti a Giuseppe Festa, cantore della Terra di Mezzo e non solo. Se voleste acquistare il romanzo potete farlo visitando il sito www.lingalad.com.

LA SIGNORA DI AVALON di Marion Zimmer Bradley
Titolo: La Signora di Avalon (Lady of Avalon)
TEA 1998
Traduttore: Annarita Guarnieri
Pagine: 563
5,90 €
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Più che perdere tempo dietro a polemiche suscitate da romanzi come se fossero pericolosi quali "Il codice da Vinci", credo che uno sguardo critico e attento vada rivolto a romanzi come quelli di Marion Zimmer Bradley, indubbiamente ben scritti e a volte interessanti.
Lo dico per un cristiano che voglia essere accorto. Ecco i perché.
Marion Zimmer Bradley, affermata e celebrata scrittrice fantasy, tra le cose migliori che ha scritto ci ha lasciato questo romanzo che fa parte della saga di Avalon.
Chi lo definisce un romanzo di genere fantasy, chi lo inserisce nella categoria epica, resta il fatto che il respiro narrativo della scrittrice sa attingere a storia, mito e fantasy per coniugarli in un insieme perfettamente coerente. La storia della Britannia e del suo affrancamento progressivo dall'Impero Romano si snoda a suon di rituali pagani e di consacrazioni di guerrieri e sacerdotesse. Lo stile è solido e la prosa è semplice e diretta, anche se non asciutta. Inoltre, si nota subito che la mano autrice è di una donna: le descrizioni, soprattutto degli amplessi, sono tificamente femminili.
Quali sono gli aspetti, secondo me, negativi? Innanzitutto la ripetitività narrativa. Le tre parti del romanzo si sommano una all'altra senza riuscire a evitare un effetto ridondante che appesantisce un pò la narrazione. Inoltre il rapporto madre-figlia che si instaura quasi sempre negativamente tra le protagoniste del romanzo può anche essere un elemento di veridicità o verosimiglianza del romanzo, ma rischia di stufare il lettore.
Devo rilevare anche un aspetto che mi ha molto infastidito. Il Cristianesimo viene presentato dall'autrice o in un'aura mitica intrisa di teorie alternative (vedi tutta la storia relativa a Giuseppe d'Arimatea...) oppure sotto una luce talmente negativa, trita e ritrita nella quale le uniche isole di luce sono costituite dalle dottrine eretiche di Pelagio. Per di più si fa un bel miscuglio New Age di idee spirituali per le quali tutte le divinità in realtà sarebbero una, lo stesso dio che non importa distinguere nelle singole religioni: in sostanza uno vale l'altro. Ecco, questo ha urtato la mia intelligenza prima ancora che la mia fede.
Fabrizio V.
http://it.wikipedia.org/wiki/Marion_Zimmer_Bradley
http://mzbworks.home.att.net/bio.htm



Una delle pagine a mio avviso sconvolgenti del Signore degli Anelli la troviamo poco dopo l’inizio di questo fantastico romanzo. Giunge silenziosa e quasi come un ladro, a darci l’impronta umana e la statura morale di questo grande capolavoro.
Gandalf sta parlando con Frodo, animatamente gli sta spiegando alcuni momenti della vita di un povero essere che – ancora non lo sa – segnerà la vita del giovane hobbit: Gollum. Racconta che Gollum è stato nella Terra di Mordor. A sentir quel nome Frodo trema e sente i battiti del suo cuore. «Mordor», spiega il mago canuto, «attira tutto ciò che di cattivo c’è al mondo, e l’Oscuro Potere tendeva con tutta la sua diabolica forza a riunire lì tutti i malvagi». Anche Gollum venne attirato laggiù e poi fu preso prigioniero e sottoposto a un interrogatorio. E per suo tramite il Nemico ha saputo che l’Unico Anello è stato ritrovato. E forse ha anche sentito parlare di Hobbit e della Contea. «Mio caro Frodo», gli dice infine, «temo proprio che egli possa pensare che il nome Baggins, a lungo inosservato, sia diventato di colpo importantissimo».
Con una argomentazione lineare e logica Gandalf snocciola il percorso del male, un male subdolo, allevato poco alla volta, che da Gollum – antico Hobbit trasformato dalla malvagità – è giunto fino alla Contea, finanche al nome Baggins. Frodo è praticamente braccato.
Ed è a questo punto che ci viene detto, senza che la cosa sembri poi così spaventosa, che il male è giunto dentro il cuore di Frodo. «Ma è una cosa atroce!», gridò Frodo. «O Gandalf, il più caro e sincero tra i miei amici, che devo fare? Che peccato che Bilbo non abbia trafitto con la sua spada quella vile e ignobile creatura quando ne ebbe l’occasione!»
Ecco: il male ha tracciato il suo arco e, in realtà, ha già trovato il signor Baggins.
Prima di proseguire nella lettura di questa breve ma straordinaria pagina vorrei proporvi alcune considerazioni che ho tratto dal pensiero di alcuni filosofi del ‘900, in maniera particolare da Emmanuel Levinas.
Gandalf sta dicendo che nel passato di Frodo – prima ancora che lo stesso Frodo se ne potesse accorgere – Gollum ha già incrociato il suo cammino: lo ha fatto nella vita di Bilbo, suo zio. Ora, in un presente segnato dal nuovo riaffermarsi di potenze maligne su un mondo apparentemente sereno come quello della Contea, quella viscida creatura torna a farsi sentire incrociando la storia di Bilbo. Il compito di mettere al sicuro l’Unico Anello è passato al nipote e sarà lui a doversela vedere con nuovi ed eventuali interventi di Gollum. Per Frodo, Gollum costituisce un “altro” scomodo e fastidioso, quasi un corpo estraneo che minaccia il suo mondo, la sua concezione di ciò che è giusto e sbagliato.
In effetti, proseguendo di qualche riga nella lettura del brano, Gandalf risponde al deplorevole cruccio di Frodo dicendogli: «Peccato? Ma fu la Pietà a fermargli la mano. Pietà e Misericordia: egli non volle colpire senza necessità. E fu ben ricompensato di questo suo gesto». Ma Frodo è duro e non capisce. Ripete: «Mi dispiace, ma sono terrorizzato e non ho alcuna pietà per Gollum».
Gandalf gli fa notare che non l’ha visto e Frodo, per tutta risposta, gli dice che non ha neppure l’intenzione di farlo. «Non riesco a capirti», prosegue il piccolo hobbit, «al punto in cui è arrivato è certo malvagio e maligno come un Orchetto, e bisogna considerarlo un nemico. Merita la morte».
Un altro cerchio si è concluso nel pensiero di Frodo. Prima il male ha tracciato la sua strada per arrivare fino in casa Baggins. Adesso il male segna un altro sentiero fin dentro il cuore del giovane Frodo. Il suo mondo è un mondo perfetto, fortemente minacciato da un’entità come Gollum che, malvagia com’è diventata, non può che meritare la morte.
Arrestiamoci nuovamente nella lettura del romanzo.
Un qualsiasi dizionario filosofico ci dà una definizione chiara di cosa sia un “altro”: è ciò che si oppone all’identità. Frodo sembra voler dire: lui è malvagio, io sono buono. Lui merita la morte, io merito la vita. In questo modo, con questa contrapposizione a Gollum, Frodo si definisce con più chiarezza.
La Contea rappresenta un tutto in cui gli Hobbit hanno vissuto per secoli interi quasi del tutto ignari di ciò che accadeva all’esterno. Sono esseri semplici e hanno anche una logica semplice ma essenziale e lucida. In questo modo di essere hobbit, a livello filosofico si potrebbe intravedere il modo del cogito cartesiano, cioè quello di un soggetto chiuso su se stesso e incurante del mondo e dell’altro uomo. Sebbene la Contea ci appaia un mondo in qualche modo paradisiaco, nella realtà è un ambiente ostile alle novità e alla differenza, in cui non circola nemmeno l’idea che al di fuori dei suoi confini ci sia tutto un mondo da conoscere. Anzi, chi ha nel cuore lo strano desiderio di visitare il mondo – proprio come i Baggins – è visto come uno strano hobbit.
Proprio in risposta a questo modo di considerare l’individuo isolato da tutti e autosufficiente, nel mondo filosofico è nato lo sviluppo del concetto dell’altro, che in modo particolare da Emmanuel Levinas è stato concepito come il vero inizio della filosofia. L’altro uomo è colui che mi fa considerare e pensare a ciò che è diverso da me. Prima di conoscere un mondo differente da quello in cui vivo, c’è un uomo che è differente dalle mie idee, dal mio modo di concepire e di giudicare, e questo uomo è colui che mi chiama ad essere responsabile, cioè a dare una risposta ad aspettative che non sono più solo mie.
La responsabilità è la capacità di dare una risposta a quesiti che intervengono non solo dentro di me, ma anche dentro l’altro nella sua differenza rispetto a me. In questo modo, da questo incontro con un altro me stesso differente, io mi trovo chiamato in causa e costretto a dare una risposta. È solo così che io posso fare una scelta. Tornando al nostro Frodo, egli, interpellato dall’esistenza di Gollum per il tramite di Gandalf, ha due possibilità:
- accogliere Gollum e la sua differenza (con tutto il suo carico di malvagità),
- respingere Gollum e la sua minaccia (perdendo la ricchezza della differenza).
E abbiamo già visto in quale direzione si muove.
C’è un mondo tutto suo, quello della Contea intatta e pacifica, sempre uguale da secoli, che è minacciata dall’esistenza di una creatura. E badate bene, noi sappiamo che Gollum è egli stesso un Hobbit. La Contea è minacciata da un suo figlio che è diventato qualcosa di differente da ciò che era all’inizio, perché ha scelto una strada sbagliata. La sua scelta sbagliata in qualche modo si trasferisce a tutti coloro che incontra. Tutti lo vorrebbero morto. A parte chi è abbastanza cresciuto nella sua identità personale da lasciarsi ispirare da potenze e istanze superiori, come il buon vecchio Bilbo.
Bilbo era più grande di Frodo quando partì per la sua avventura. Ma, bisogna dirlo chiaramente, Bilbo aveva una stazza morale ben più importante di Frodo sebbene Frodo sia tentato di affermare che quella dello zio era tutt’altra avventura. In realtà, di avventura si trattava allora come di adesso. Ciò che cambia è il protagonista. Abbiamo un Frodo anziché un Bilbo.
Questo, ovviamente, torna a vantaggio della storia che ci permette di scandagliare fin in profondità quel che avviene nel cuore di un hobbit quando viene messo alla prova e, vorremmo dire, ciò che avviene nel cuore di ogni uomo, dal momento che lo hobbit ben ci rappresenta.
● Al principio della totalità (che è negazione dell’alterità e fonte di egemonia, egoismo e violenza) va opposto il principio dell’alterità che non può essere colto dalla ragione. Si può cogliere solo nel rapporto etico in cui l’alterità dell’altro uomo sia radicalmente riconosciuta e rispettata. Questo è quanto fa Bilbo ed è ciò che riconosce Gandalf.
In effetti, proseguendo nella lettura della nostra pagina di romanzo, l’istaro spiega: «Se la merita! E come! Molti tra i vivi meritano la morte. E parecchi che sono morti avrebbero meritato la vita. Sei forse tu in grado di dargliela? E allora non essere troppo generoso nel distribuire la morte nei tuoi giudizi: sappi che nemmeno i più saggi possono vedere tutte le conseguenze». E poi: «Il cuore mi dice che prima della fine di questa storia l’aspetta un’ultima parte da recitare, malvagia o benigna che sia; e quando l’ora giungerà, la pietà di Bilbo potrebbe cambiare il corso di molti destini, e soprattutto del tuo».
Gandalf dice chiaramente che la pietà di Bilbo (e non un caso fortuito o chissà quale astuzia di Elfi e Umani!) potrebbe cambiare il corso di molti destini. Noi sappiamo quale sarà questo nuovo intervento di Gollum e con il senno di poi potremmo chiederci se si tratti di un’azione benigna o malvagia e, mi faccio preveggente, la quasi totalità di voi risponderebbe indubbiamente la seconda possibilità. Ma quel che mi preme sottolineare è che Gandalf apre a qualcos’altro.
Ancora questo termine che ritorna. Apre ad altro. In questo caso si tratta di un “altro” di tipo diverso. Non è più un “altro” nell’ordine del creato. Non è una creatura. Ma è un “altro” nell’ordine del divino e del soprannaturale. Pietà e Misericordia, dicevo prima, personificano queste due proprietà divine. Furono Pietà e Misericordia a fermare la mano di Bilbo. L’aver accolto l’altro nell’ordine del creato, ha permesso all’altro nell’ordine del divino di intervenire nella storia del mondo.
E scusate se è poco.
Fabrizio V.

Immortale Odium