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DIVISO DUE di Susanna Sarti
E NON DISSE NEMMENO UNA PAROLA di Heinrich Boll
ESTASIA - DANNY MARTINE E LA CORONA INCANTATA di Francesco Falconi
Evangelizzare è la nostra missione
FEDERICO SECONDO TRA STORIA E MITO
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I FIGLI DEGLI UOMINI di P. D. James
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IMMORTALE ODIUM di Rino Cammilleri
IN MEMORIA DI CLEMENTE REBORA
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L'ESTATE DELL'ALTRO MILLENNIO di Umberto Piersanti
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LA CITTADELLA di A. Joseph Cronin
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giovedì, 30 agosto 2007

ESTASIA - DANNY MARTINE E LA CORONA INCANTATA di Francesco Falconi


ESTASIA - DANNY MARTINE E LA CORONA INCANTATA di Francesco Falconi

Armando Curcio Editore, 2007
Pagine: 511
ISBN: 88-95049-08-x
Prezzo: 14,90 €



Francesco Falconi ci stupisce con questo romanzo fantasy, sua opera prima, che si ritaglia un posto indipendente nel mondo della letteratura di genere.
     A dispetto, questo, delle sue molteplici fonti di ispirazione.





Può sembrare un paradosso, ma il primo volume di Estasia appare davvero un'opera indipendente per motivazioni, immagini e motivazione delle immagini, nonostante in questo romanzo ci sia parecchio di molti altri romanzi.
   Ma andiamo con ordine.
   Lo stesso autore ha sempre ammesso di aver scritto la prima parte del romanzo quando aveva 13 anni e di essersi lasciato impressionare dalla bellezza e dalla fantasia narrativa presente ne La Storia Infinita di Michael Ende. La prima metà del romanzo ripropone scene e situazioni presenti in quel romanzo dell'adolescenza. Tuttavia, non ci si può fermare qui. Bisogna anche aggiungere che altre fonti ispirative sono indubbiamente Il Signore degli Anelli di J. R. R. Tolkien e La Divina Commedia di Dante Alighieri.
   Esempi alti, indubbiamente. Ho letto parecchie critiche rivolte all'opera di Falconi proprio a causa della sua somiglianza con Ende, senza tuttavia, leggere altrettanto riguardo all'altra importante ispirazione dovuta a Dante. Come si può definire questo atteggiamento? Sbadataggine o contrapposizione-a-tutti-i-costi? Non mi esprimo.
   Purtroppo (o per fortuna!) non sono d'accordo con chi ha mosso questo genere di osservazioni, soprattutto per un motivo:
- Falconi non ha copiato nulla ma ha rimaneggiato con un'intelligenza e una sapienza culturale notevole del materiale conosciuto.
   Indubbiamente mi attirerò parecchie critiche con questa affermazione, eppure è ciò che penso.
   Le situazioni in questione sono sapienti riletture in una chiave tutta personale e intimista dell'autore stesso. Ogni situazione presentata nella prima parte del romanzo (per farla breve, quella imputata di essere somigliante a La Storia Infinita) viene ripresa e riletta con ottica oserei dire cripto-cristiana nella seconda parte, di ispirazione dantesca.
   La scrittura è molto piacevole, piana e appropriata (a parte un Prologo che non ho ben capito se sia sfuggito di mano all'editor) e Falconi dimostra di saper affrontare bene la narrazione, con cognizione di causa su ciò di cui racconta. Dosa le parti, le proporzioni sono mantenute dentro e fuori i capitoli. Insomma, è un romanzo armonico.
   Lo consiglio, soprattutto ai ragazzi: è una lettura densa di valori e situazioni intriganti. Non vi lascerà fino alla fine.

Fabrizio V.

www.estasia.net/
postato da: Fabrieli alle ore 13:35 | link | commenti (6)
categorie: italiano, attuale
domenica, 26 agosto 2007

I DONI di Ursula K. Le Guin


I DONI di Ursula K. Le Guin

Titolo originale: Gifts
Editrice Nord, 2006
Traduttore: Riccardo Valla
Pagine: 235
ISBN: 88-429-1435-5
Prezzo: 17,60 €



Gli abitanti dei Monti - un territorio impervio e selvaggio - possiedono dei Doni: uno per famiglia, passato ai discendenti per via ereditaria. Due ragazzi decidono di non usarli.



Romanzo scritto con maestria, semplicità e profondità da Ursula K. Le Guin, questo Gifts colpisce soprattutto per due cose: la sconcertante pericolosità che i doni possiedono e la libera scelta di non usarli dei due giovani protagonisti.

Ambientato in un mondo rurale in cui il nostro mondo occidentale sembra appena abbozzato e agli albori, I doni aiuta a riflettere tramite la violenza esemplare contenuta nella narrazione. Ogni famiglia dei Monti possiede un dono tipico: chi la capacità di far esplodere, chi la capacità di ascoltare i pensieri, chi la capacità di attrarre gli animali e far compiere la sua volontà. Colpisce subito che a causa di questi doni si instauri un equilibrio del terrore tra i Monti e le pianure, e tra i dominion dei Monti stessi. Ogni famiglia è schiava della paura che l'odio si scateni in distruzione.
Non fosse per due ragazzi, Gry e Orrec, che decidono di non utilizzare le loro capacità, la scena sarebbe sempre dominata dalla ferocia e dalla sopraffazione. Ma per l'appunto questi due giovani non vogliono distruggere nulla, tanto meno costringere gli animali a far quanto desiderano. Sono alla ricerca di un equilibrio con il mondo che la loro stessa natura sembra voler mettere sempre in forse.

Si fa strada, in questo modo, la maturità di una scelta che va contro corrente, che sceglie di correre personalmente il rischio per non far rischiare gli altri: una scelta animata dall'intuizione che forse, un giorno ormai passato, quei doni erano tutti in positivo e che la sete umana ha trasformato in strumenti di violenza e usurpazione.

Fabrizio V.

it.wikipedia.org/wiki/Ursula_K._Le_Guin
www.ursulakleguin.com/UKL_info.html
postato da: Fabrieli alle ore 19:32 | link | commenti (2)
categorie: contemporaneo, straniero
venerdì, 24 agosto 2007

NEXT di Michael Crichton


NEXT di Michael Crichton

Titolo originale: Next
Garzanti, 2007
Traduttore: Barbara Bagliano
Pagine: 488
ISBN: 978-88-11-68575-3
Prezzo: 19,60 €



Michael Crichton ci fa giocare con l'ingegneria genetica, sulla scia dei protagonisti del suo ultimo romanzo fanta(?)scientifico.





La vicenda è piuttosto semplice e lineare. A cavallo di un presente-futuro non troppo irreale, la scienza ufficiale e la divulgazione scientifica combattono una partita a suon di dollari e brevetti per accaparrarsi i geni che determinano l'una o l'altra caratteristica di pianti, animali ed esseri umani.
La vicenda si snoda con la perizia tecnica tipica di Michael Crichton in questo romanzo, che si potrebbe considerare una continuazione ideale e ideologica di Jurassic Park: anche qui gli scienziati giocano a fare Dio, e forse si credono tali, con la possibilità di decidere cosa sia giusto e cosa no. Forse solo sulla base del proprio portafoglio e della fame di onnipotenza personale.
Next stupisce, pagina dopo pagina, per le assurdità inventive che gli scienziati di questo romanzo riescono a mettere in campo, in un'escalation vieppiù sempre più risibile di soluzioni tecniche. Sia chiaro: ciò che fa ridere qui non è la mancanza di probabilità di ciò che viene descritto; anzi, tutto quanto dice il signor Crichton è quanto di più verosimile possa capitare con la manipolazione genetica. Ma quel che suscita la risata è il profilarsi di una serie di brevetti che hanno del tragicomico. Barriere coralline pubblicitarie, umanzé (teoria e brevetto a quanto pare realmente esistente tra i genetisti), pappagalli scurrili, tartarughe fluorescenti. C'è addirittura un trafiletto sul grasso di Berlusconi (leggere per credere!).
Insomma, viene ipotizzato un mondo in cui l'uomo si è sostituito a Dio ma in cui i risultati di questa situazione sono parodistici.
Credo sia, tutto sommato, da leggere. Il romanzo ha un tono di denuncia, tipico - negli ultimi tempi - per lo scrittore (basti vedere anche Stato di paura).
Purtroppo il Cattolicesimo e il Papa non ne escono molto bene. In quell'unica mezza paginetta in cui vi si fa riferimento, Crichton non si sottrae alle tipiche rappresentazioni pregne di pregiudizio in voga negli ultimi decenni nei confronti dei Cattolici. Peccato non mostrare una maggiore capacità di documentazione anche in questo ambito. Sarà per un altro romanzo.

Fabrizio V.

it.wikipedia.org/wiki/Michael_Crichton

postato da: Fabrieli alle ore 12:13 | link | commenti (2)
categorie: attuale, straniero
mercoledì, 22 agosto 2007

LE INTERMITTENZE DELLA MORTE di José Saramago


LE INTERMITTENZE DELLA MORTE di José Saramago

Titolo: Le intermittenze della morte (As Intermitências da Morte)
Einaudi, 2005
Traduzione: Rita Desti
Pagine: 205
Isbn: 88-06-17937-3
Prezzo: 17 €


Josè Saramago ha fatto centro un'altra volta, mi dicono. Portoghese nato nel 1922, stabilmente tradotto in italiano e pubblicato per i tipi di Einaudi, ha vinto il premio Nobel per la Letteratura (quella con la L maiuscola) nel 1998.



Comincio a leggere il suo ultimo romanzo, dunque, Le intermittenze della morte e mi trovo in difficoltà già verso la terza o quarta pagina. Quest'uomo scrive in una maniera strana. O per lo meno la sua traduttrice, Rita Desti, adotta una forma quanto mai inusuale (ma credo proprio che rispecchi le abitudini stilistiche del suo autore). Mi devo costringere a forza per andare avanti.

Accidenti!, la storia è interessante. La morte (con la m minuscola, non maiuscola) ha deciso di non operare più per ben sette mesi e gli abitanti di un'intera nazione sono sgomenti di fronte a una simile decisione. L'autore si diverte e prevedere quali siano le roccambolesche decisioni del governo e delle categorie economiche per far sì che questo sciopero della sorella dalla falce sempre pronta (una falce che non parla mai pur essendo molto espressiva!) non porti a un disastro economico e sociale.

Ma come ho già accennato, l'autore usa una forma un pò strana, che incontro per la prima volta. Non ci sono « o » di sorta, nemmeno il «-» è più in auge in Portogallo, a quanto sembra. Tanto meno le «"» aiutano a distinguere il discorso diretto da quello indiretto. Solo una piccola e timida «,» permette di passare dal diretto all'indiretto. In sostanza è come se una persona parlasse sempre con lo stesso tono per lunghi paragrafi di un argomento ostico. Davvero difficile starci dietro.

Però la mia pervicacia è servita a qualcosa: andando avanti nella lettura ci si abitua a questa strana forma e il racconto va avanti che è una delizia! Il linguaggio è ricco e colorito, e ciò che avviene è tragicomico, come lo spirito umano sottoposto a lunghe e minacciose situazioni.

La seconda parte del romanzo sorprende, perché la morte che ha deciso di far capire all'uomo che cosa ne sarebbe dell'uomo stesso senza la morte, a un certo punto è costretto a imparare a sue spese quale sia la forza dell'amore e della vita.

Sebbene il romanzo non si presenti come un romanzo esplicitamente cristiano - non nella materia tanto meno nell'approccio - devo dire che aiuta, tramite un linguaggio ironico e sarcastico, a riflettere sulla fragilità dell'essere umano e sul momento culminante e pregno di significato che può essere la morte. Questa realtà vitale abbandonata dalle considerazioni moderne, proprio nel romanzo finisce per risultare come quell'attimo cruciale in cui l'essere umano e le società sono chiamate a dar significato alla propria esistenza. Non a caso tutta la seconda parte del romanzo si sofferma sul tentativo della morte di comprendere il perché il suo "pupillo" abbia deciso di non morire. E' indubbiamente questa la parte migliore del romanzo, la più profonda e, anche, poetica.

Ho scoperto uno scrittore. Mi sono entusiasmato e lo propongo a tutti.


it.wikipedia.org/wiki/Jos%C3%A9_Saramago
www.comitatomst.it/sarabio.htm
www.liberonweb.com/einaudi/tas_saramago.asp
postato da: Fabrieli alle ore 07:59 | link | commenti (2)
categorie: contemporaneo, straniero
martedì, 21 agosto 2007

I FIGLI DEGLI UOMINI di P. D. James


I FIGLI DEGLI UOMINI di P. D. James

Titolo originale: The Children of Men
Oscar Mondadori,2006
(prima stampa in Gran Bretagna: 1992, per Omnibus Mondadori 1993)
Traduzione di Annamaria Biavasco e Valentina Guani
Pagine: 316
ISBN: 88-O4-47194-8
Prezzo: 7,40 €


Ritornato in auge dopo il recente film di Alfonso Cuaròn uscito nelle sale a Novembre 2006, il libro della scrittrice inglese è assai diverso dal film  propostoci.

L’autrice Phyllis Dorothy James White, Baronessa James of Holland Park, classe 1920, una vera auctoritas nel Regno di Sua Maestà (ha ricevuto il titolo di Baronetta, cioè di Lady, per le sue doti letterarie), ha messo da parte la sua vena da navigata giallista per spingersi nelle acque più nuove del romanzo di fantascienza con taglio sociologico. Inserendosi quindi nella scia aperta da Huxley, Bradbury, dal film "2022: i sopravvissuti" del 1973 tratto dal romanzo di Harry Harrison "Largo!Largo!" del 1966 e così via.

Il romanzo prende le mosse da un fatto che conduce il lettore già dopo poche pagine nel pieno della tragedia: “Oggi, 1 gennaio 2021, tre minuti dopo mezzanotte, l’ultimo essere umano nato sulla terra è rimasto ucciso in una rissa in un bar di un sobborgo di Buenos Aires. Aveva venticinque anni”.
Con una narrazione inquietante, sapientemente condotta, il lettore è subito messo al corrente del fatto che l’umanità è divenuta sterile. La generazione Omega (i nati nel 1995) rappresenta l’ultima generazione di uomini apparsa sulla terra, prima che lo sperma umano smetta di punto in bianco di essere fertile. E’ la fine dell’Homo Sapiens.

Si legge tra le righe del romanzo una denuncia atroce della scienza, incapace di rispondere alle domande ultime dell’uomo. “La scienza occidentale è stata il nostro dio. Dotata di molteplici poteri, ci ha preservato, confortato, curato, accudito, cibato e divertito e noi ci siamo sentiti liberi di criticarla ed occasionalmente di rifiutarla, come da sempre l’uomo ha fatto con gli dei, ben sapendo che, nonostante l’apostasia, questa divinità, creatura nostra e nostra schiava, avrebbe continuato a prendersi cura di noi con anenstetici contro il dolore, trapianti di cuore e di polmoni, antibiotici, cinema e cinematica” (p.14)
Curiosamente il protagonista è un professore di storia di Oxford. Come a dire che l’uomo per vincere contro la natura ha bisogno di riappropriarsi della propria memoria, della sua identità.
La James da prova del suo talento alternando capitoli narrati dal protagonista in prima persona a capitoli dove la narrazione procede in terza persona. Con i capitoli in prima persona fornisce un sacco di dettagli utili alla comprensione dell’impianto narrativo (altrimenti altro che 300 pagine di romanzo avremmo avuto), mentre con la narrazione impersonale riesce a mandare avanti la storia con un certo interesse, anche se da metà in poi si fa un pò noiosa.
Le frasi abbastanza lunghe denotano che l’intento è di vera e propria scrittrice che vuole narrare, anziché sorprendere ed accattivare il lettore con frasi brevi e secche.

Theodore Faron, docente di storia vittoriana ad Oxford, inizia a scrivere un diario che è il resoconto delle sue amare riflessioni sulla sua vita e sulla società che lo circonda. Racconta come è diventata l’Inghilterra, l’Europa ed il mondo in seguito alla piaga della sterilità (che ha proprio l’aria di una delle piaghe d’Egitto perché è inspiegabile ed avviene improvvisamente). “Ci assalì… stanchezza, depressione, malessere indefinito, tendenza a contrarre piccole infezioni, cefalea persistente ed invalidante… non possiamo provare nulla se non il presente… senza il conforto di una vita dopo la nostra morte (n.d.r. di una discendenza), tutti i piaceri della mente e dei sensi mi paiono talvolta nulla più che fragili e patetici difese innalzate contro la rovina” (p.19-20). E’ una società che per anestetizzare la morte ha tolto qualsiasi “bruttura”: vita scandita da precise regole, niente criminalità perché i malfattori vengono relegati su un’isola, offerta di tutti i tipi di piaceri possibili, bambole al posto dei bambini veri per soddisfare l’istinto materno (oppure cuccioli di animali), eutanasia per i vecchi non autosufficienti, sfruttamento dell’immigrazione regolata per avere badanti ed infermieri, violenze inaudite delle bande teppiste di uomini e donne Omega che contano sull’impunità per il fatto di essere Omega appunto, gli eletti.
Theo è il cugino del Governatore dell’Isola, la sua è una vita appartata, scandita da una routine ferrea ed esasperante, finchè un pomeriggio incontra una donna. Essa è membro di un piccolo gruppo di ribelli, cinque in tutto, che si firmano “I cinque pesci” (chiara simbologia cristiana) e che si propongono di essere la coscienza critica della società. Non possono fare la rivoluzione, lo sanno anche loro, ma  anche un sasso lanciato nel mare produce delle onde. A qualcosa il loro sforzo servirà, loro pensano.
La prima parte del romanzo finisce con Theo che si discosta dall’operato dei ribelli: stranamente per la prima volta in vita sua si sente solo, come se l’appartenere a quel piccolo gruppo gli avesse dato una speranza e questa speranza l’avesse fatto sentire parte di qualcosa di più grande. Ma è troppo il pericolo di appartenere ad un gruppo di ribelli. Così decide di partire per un lungo viaggio in Europa, e per fuggire all’amore che sente nascere nei confronti di Julian, la donna che ha conosciuto.
La seconda parte inizia con una richiesta d’aiuto: uno di loro è stato catturato e vogliono fuggire con la macchina di Theo che gli sbirri ancora non conoscono. Theo si lascia coinvolgere in quella che diventerà una vera e propria fuga/caccia senza scampo; ma il gruppo si avventura in mezzo ai boschi della campagna inglese anche per nascondere il miracolo dei miracoli: Julien è incinta.
Svolta dopo svolta, fuga dopo fuga, perdita dopo perdita (i cinque cadranno uno dopo l’altro fino a rimanere solo Julian e la creatura che porta in grembo) Theo sperimenta vari stati d’animo: dalla paura e dall’iniziale disprezzo per i suoi compagni, arriva a capirli e a mettere in discussione tutto le certezze in cui aveva creduto fino ad allora. Altri scenari si affacciano alla sua mente: toccante la scena in cui Theo vede che Julian assiste raccolta in preghiera alla messa recitata da Luke, un prete senza più parrocchia reclutato nel gruppo. Theo sente le parole della liturgia eucaristica e ne rimane folgorato: viene in mente la parabola del lievito in mezzo alla farina; la luce di Cristo che non può essere messa sotto al moggio. Tutto il romanzo è intriso di richiami e riferimenti ai simboli liturgici.
E così ci si avvia al duello finale tra Theo e suo cugino il Governatore, quando si troveranno armati uno contro l’altro difronte al capanno dove Julian ha da poco partorito un bimbo. Nella sparatoria all’ultimo sangue ha la meglio Theo, e questi poco dopo si ritrova col compito di battezzare il bimbo: “C’era pochissima acqua nella bottiglia, ma non ne sarebbe servita molta…il rito riemerse dalla memoria della sua infanzia: bisognava far scorrere l’acqua, pronunciare le parole. Con il pollice bagnato dalla proprie lacrime e macchiato del sangue della madre tracciò il segno della croce sulla fronte del bambino”.(p.316)

Una chicca finale: i giallisti inglesi amano citarsi, evidentemente.
Lo scrittore Sansom, autore del best-seller Il segreto della Torre di Londra (edito nel 2006), ha dedicato il suo romanzo nientemeno che alla P.D.James.

 

Elisabetta M.



postato da: Fabrieli alle ore 21:56 | link | commenti
categorie: attuale, straniero
domenica, 19 agosto 2007

I BOSCHI DELLA LUNA di Giuseppe Festa


I BOSCHI DELLA LUNA di Giuseppe Festa

Titolo: I Boschi della Luna
Larcher Editore, 2006
isbn 88-88583-18-1
10€





Giuseppe Festa, bardo della Terra di Mezzo, o più sobriamente cantante e musicista dei Lingalad, ci regala questo romanzo, non molto lungo, neppure breve. La domanda alla base di questa narrazione è: cosa succederebbe se la nostra civiltà si trovasse di colpo deprivata dell'elettricità?



L'autore risponde immaginando le possibili conseguenze, creando uno sviluppo che ha del fantasy senza esserlo veramente, nel tentativo di aiutare a riscoprire la magia della natura.

Personalmente ritengo che ci sia riuscito.

Il racconto inizia e prosegue velocemente, senza uno stile pretenzioso quanto, piuttosto, sobrio e semplice. La vicenda del protagonista, Jari Halo, ci interessa perché è il ragazzo che è in tutti noi. Vogliamo tutti sapere cosa saremmo disposti a fare nel momento in cui la nostra tecnologia facesse un passo indietro.

E qui c’è, secondo me, uno degli aspetti più belli del romanzo: la natura. Una natura che sa ancora mostrare una sapienza che viene dall’alto, sapienza che risiede nella bellezza mostrata non appena le luci della tecnologia spengono il loro eccessivo bagliore. Non è detto esplicitamente, ma è lasciato a un sottinteso fine e raffinato, oltre che poetico: c’è qualcun Altro pronto a parlarci nel momento in cui tendiamo l’orecchio.

La storia non è banale tanto meno scontata (il pericolo è sempre dietro l'angolo, in questo genere di narrazioni al limite dell'utopico) ma sa cogliere di sorpresa il lettore perfino al termine del romanzo.

Complimenti a Giuseppe Festa, cantore della Terra di Mezzo e non solo. Se voleste acquistare il romanzo potete farlo visitando il sito www.lingalad.com.


Fabrizio V.

www.larchereditore.com/catalogo/libro.asp
www.lingalad.com
postato da: Fabrieli alle ore 07:50 | link | commenti
categorie: italiano, attuale
martedì, 14 agosto 2007


LA SIGNORA DI AVALON di Marion Zimmer Bradley

Titolo: La Signora di Avalon (Lady of Avalon)
TEA 1998
Traduttore: Annarita Guarnieri
Pagine: 563
5,90 €


Più che perdere tempo dietro a polemiche suscitate da romanzi come se fossero pericolosi quali "Il codice da Vinci", credo che uno sguardo critico e attento vada rivolto a romanzi come quelli di Marion Zimmer Bradley, indubbiamente ben scritti e a volte interessanti.
   Lo dico per un cristiano che voglia essere accorto. Ecco i perché.




Marion Zimmer Bradley, affermata e celebrata scrittrice fantasy, tra le cose migliori che ha scritto ci ha lasciato questo romanzo che fa parte della saga di Avalon.

Chi lo definisce un romanzo di genere fantasy, chi lo inserisce nella categoria epica, resta il fatto che il respiro narrativo della scrittrice sa attingere a storia, mito e fantasy per coniugarli in un insieme perfettamente coerente. La storia della Britannia e del suo affrancamento progressivo dall'Impero Romano si snoda a suon di rituali pagani e di consacrazioni di guerrieri e sacerdotesse. Lo stile è solido e la prosa è semplice e diretta, anche se non asciutta. Inoltre, si nota subito che la mano autrice è di una donna: le descrizioni, soprattutto degli amplessi, sono tificamente femminili.

Quali sono gli aspetti, secondo me, negativi? Innanzitutto la ripetitività narrativa. Le tre parti del romanzo si sommano una all'altra senza riuscire a evitare un effetto ridondante che appesantisce un pò la narrazione. Inoltre il rapporto madre-figlia che si instaura quasi sempre negativamente tra le protagoniste del romanzo può anche essere un elemento di veridicità o verosimiglianza del romanzo, ma rischia di stufare il lettore.

Devo rilevare anche un aspetto che mi ha molto infastidito. Il Cristianesimo viene presentato dall'autrice o in un'aura mitica intrisa di teorie alternative (vedi tutta la storia relativa a Giuseppe d'Arimatea...) oppure sotto una luce talmente negativa, trita e ritrita nella quale le uniche isole di luce sono costituite dalle dottrine eretiche di Pelagio. Per di più si fa un bel miscuglio New Age di idee spirituali per le quali tutte le divinità in realtà sarebbero una, lo stesso dio che non importa distinguere nelle singole religioni: in sostanza uno vale l'altro. Ecco, questo ha urtato la mia intelligenza prima ancora che la mia fede.

Fabrizio V.


http://it.wikipedia.org/wiki/Marion_Zimmer_Bradley
http://mzbworks.home.att.net/bio.htm

postato da: Fabrieli alle ore 12:06 | link | commenti
categorie: contemporaneo, straniero
venerdì, 10 agosto 2007

L'altro mi interpella: Frodo e Gollum.


L'altro mi interpella: Frodo e Gollum.



Una delle pagine a mio avviso sconvolgenti del Signore degli Anelli la troviamo poco dopo l’inizio di questo fantastico romanzo. Giunge silenziosa e quasi come un ladro, a darci l’impronta umana e la statura morale di questo grande capolavoro.

            Gandalf sta parlando con Frodo, animatamente gli sta spiegando alcuni momenti della vita di un povero essere che – ancora non lo sa – segnerà la vita del giovane hobbit: Gollum. Racconta che Gollum è stato nella Terra di Mordor. A sentir quel nome Frodo trema e sente i battiti del suo cuore. «Mordor», spiega il mago canuto, «attira tutto ciò che di cattivo c’è al mondo, e l’Oscuro Potere tendeva con tutta la sua diabolica forza a riunire lì tutti i malvagi». Anche Gollum venne attirato laggiù e poi fu preso prigioniero e sottoposto a un interrogatorio. E per suo tramite il Nemico ha saputo che l’Unico Anello è stato ritrovato. E forse ha anche sentito parlare di Hobbit e della Contea. «Mio caro Frodo», gli dice infine, «temo proprio che egli possa pensare che il nome Baggins, a lungo inosservato, sia diventato di colpo importantissimo».

            Con una argomentazione lineare e logica Gandalf snocciola il percorso del male, un male subdolo, allevato poco alla volta, che da Gollum – antico Hobbit trasformato dalla malvagità – è giunto fino alla Contea, finanche al nome Baggins. Frodo è praticamente braccato.

            Ed è a questo punto che ci viene detto, senza che la cosa sembri poi così spaventosa, che il male è giunto dentro il cuore di Frodo. «Ma è una cosa atroce!», gridò Frodo. «O Gandalf, il più caro e sincero tra i miei amici, che devo fare? Che peccato che Bilbo non abbia trafitto con la sua spada quella vile e ignobile creatura quando ne ebbe l’occasione!»

            Ecco: il male ha tracciato il suo arco e, in realtà, ha già trovato il signor Baggins.

 

Prima di proseguire nella lettura di questa breve ma straordinaria pagina vorrei proporvi alcune considerazioni che ho tratto dal pensiero di alcuni filosofi del ‘900, in maniera particolare da Emmanuel Levinas.

Gandalf sta dicendo che nel passato di Frodo – prima ancora che lo stesso Frodo se ne potesse accorgere – Gollum ha già incrociato il suo cammino: lo ha fatto nella vita di Bilbo, suo zio. Ora, in un presente segnato dal nuovo riaffermarsi di potenze maligne su un mondo apparentemente sereno come quello della Contea, quella viscida creatura torna a farsi sentire incrociando la storia di Bilbo. Il compito di mettere al sicuro l’Unico Anello è passato al nipote e sarà lui a doversela vedere con nuovi ed eventuali interventi di Gollum. Per Frodo, Gollum costituisce un “altro scomodo e fastidioso, quasi un corpo estraneo che minaccia il suo mondo, la sua concezione di ciò che è giusto e sbagliato.

In effetti, proseguendo di qualche riga nella lettura del brano, Gandalf risponde al deplorevole cruccio di Frodo dicendogli: «Peccato? Ma fu la Pietà a fermargli la mano. Pietà e Misericordia: egli non volle colpire senza necessità. E fu ben ricompensato di questo suo gesto». Ma Frodo è duro e non capisce. Ripete: «Mi dispiace, ma sono terrorizzato e non ho alcuna pietà per Gollum».

Gandalf gli fa notare che non l’ha visto e Frodo, per tutta risposta, gli dice che non ha neppure l’intenzione di farlo. «Non riesco a capirti», prosegue il piccolo hobbit, «al punto in cui è arrivato è certo malvagio e maligno come un Orchetto, e bisogna considerarlo un nemico. Merita la morte».

Un altro cerchio si è concluso nel pensiero di Frodo. Prima il male ha tracciato la sua strada per arrivare fino in casa Baggins. Adesso il male segna un altro sentiero fin dentro il cuore del giovane Frodo. Il suo mondo è un mondo perfetto, fortemente minacciato da un’entità come Gollum che, malvagia com’è diventata, non può che meritare la morte.

Arrestiamoci nuovamente nella lettura del romanzo.

 Un qualsiasi dizionario filosofico ci dà una definizione chiara di cosa sia un “altro”: è ciò che si oppone all’identità. Frodo sembra voler dire: lui è malvagio, io sono buono. Lui merita la morte, io merito la vita. In questo modo, con questa contrapposizione a Gollum, Frodo si definisce con più chiarezza.

La Contea rappresenta un tutto in cui gli Hobbit hanno vissuto per secoli interi quasi del tutto ignari di ciò che accadeva all’esterno. Sono esseri semplici e hanno anche una logica semplice ma essenziale e lucida. In questo modo di essere hobbit, a livello filosofico si potrebbe intravedere il modo del cogito cartesiano, cioè quello di un soggetto chiuso su se stesso e incurante del mondo e dell’altro uomo. Sebbene la Contea ci appaia un mondo in qualche modo paradisiaco, nella realtà è un ambiente ostile alle novità e alla differenza, in cui non circola nemmeno l’idea che al di fuori dei suoi confini ci sia tutto un mondo da conoscere. Anzi, chi ha nel cuore lo strano desiderio di visitare il mondo – proprio come i Baggins – è visto come uno strano hobbit.

Proprio in risposta a questo modo di considerare l’individuo isolato da tutti e autosufficiente, nel mondo filosofico è nato lo sviluppo del concetto dell’altro, che in modo particolare da Emmanuel Levinas è stato concepito come il vero inizio della filosofia. L’altro uomo è colui che mi fa considerare e pensare a ciò che è diverso da me. Prima di conoscere un mondo differente da quello in cui vivo, c’è un uomo che è differente dalle mie idee, dal mio modo di concepire e di giudicare, e questo uomo è colui che mi chiama ad essere responsabile, cioè a  dare una risposta ad aspettative che non sono più solo mie.

La responsabilità è la capacità di dare una risposta a quesiti che intervengono non solo dentro di me, ma anche dentro l’altro nella sua differenza rispetto a me. In questo modo, da questo incontro con un altro me stesso differente, io mi trovo chiamato in causa e costretto a dare una risposta. È solo così che io posso fare una scelta. Tornando al nostro Frodo, egli, interpellato dall’esistenza di Gollum per il tramite di Gandalf, ha due possibilità:

-         accogliere Gollum e la sua differenza (con tutto il suo carico di malvagità),

-         respingere Gollum e la sua minaccia (perdendo la ricchezza della differenza).

E abbiamo già visto in quale direzione si muove.

           

C’è un mondo tutto suo, quello della Contea intatta e pacifica, sempre uguale da secoli, che è minacciata dall’esistenza di una creatura. E badate bene, noi sappiamo che Gollum è egli stesso un Hobbit. La Contea è minacciata da un suo figlio che è diventato qualcosa di differente da ciò che era all’inizio, perché ha scelto una strada sbagliata. La sua scelta sbagliata in qualche modo si trasferisce a tutti coloro che incontra. Tutti lo vorrebbero morto. A parte chi è abbastanza cresciuto nella sua identità personale da lasciarsi ispirare da potenze e istanze superiori, come il buon vecchio Bilbo.

Bilbo era più grande di Frodo quando partì per la sua avventura. Ma, bisogna dirlo chiaramente, Bilbo aveva una stazza morale ben più importante di Frodo sebbene Frodo sia tentato di affermare che quella dello zio era tutt’altra avventura. In realtà, di avventura si trattava allora come di adesso. Ciò che cambia è il protagonista. Abbiamo un Frodo anziché un Bilbo.

            Questo, ovviamente, torna a vantaggio della storia che ci permette di scandagliare fin in profondità quel che avviene nel cuore di un hobbit quando viene messo alla prova e, vorremmo dire, ciò che avviene nel cuore di ogni uomo, dal momento che lo hobbit ben ci rappresenta.  

 

● Al principio della totalità (che è negazione dell’alterità e fonte di egemonia, egoismo e violenza) va opposto il principio dell’alterità che non può essere colto dalla ragione. Si può cogliere solo nel rapporto etico in cui l’alterità dell’altro uomo sia radicalmente riconosciuta e rispettata. Questo è quanto fa Bilbo ed è ciò che riconosce Gandalf.

            In effetti, proseguendo nella lettura della nostra pagina di romanzo, l’istaro spiega: «Se la merita! E come! Molti tra i vivi meritano la morte. E parecchi che sono morti avrebbero meritato la vita. Sei forse tu in grado di dargliela? E allora non essere troppo generoso nel distribuire la morte nei tuoi giudizi: sappi che nemmeno i più saggi possono vedere tutte le conseguenze». E poi: «Il cuore mi dice che prima della fine di questa storia l’aspetta un’ultima parte da recitare, malvagia o benigna che sia; e quando l’ora giungerà, la pietà di Bilbo potrebbe cambiare il corso di molti destini, e soprattutto del tuo».

            Gandalf dice chiaramente che la pietà di Bilbo (e non un caso fortuito o chissà quale astuzia di Elfi e Umani!) potrebbe cambiare il corso di molti destini. Noi sappiamo quale sarà questo nuovo intervento di Gollum e con il senno di poi potremmo chiederci se si tratti di un’azione benigna o malvagia e, mi faccio preveggente, la quasi totalità di voi risponderebbe indubbiamente la seconda possibilità. Ma quel che mi preme sottolineare è che Gandalf apre a qualcos’altro.

            Ancora questo termine che ritorna. Apre ad altro. In questo caso si tratta di un “altro” di tipo diverso. Non è più un “altro” nell’ordine del creato. Non è una creatura. Ma è un “altro” nell’ordine del divino e del soprannaturale. Pietà e Misericordia, dicevo prima, personificano queste due proprietà divine. Furono Pietà e Misericordia a fermare la mano di Bilbo. L’aver accolto l’altro nell’ordine del creato, ha permesso all’altro nell’ordine del divino di intervenire nella storia del mondo.

            E scusate se è poco.


Fabrizio V.



Già pubblicato su La voce di Edoras, anno II, nr. 6, Giugno - http://www.lavocediedoras.terradimezzo.gdr-online.it/lavocediedoras_6_giugno2007.pdf
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giovedì, 09 agosto 2007

IMMORTALE ODIUM di Rino Cammilleri



IMMORTALE ODIUM di Rino Cammilleri

Immortale Odium
Rizzoli, Milano 2007
pp. 398
codice ISBN: 978-88-17-01511-0
prezzo: 19 euro


“Qualcuno ha riesumato un’antica società segreta.
Qualcuno ha suggerito un piano grandioso.
Qualcuno ha indicato il modo per metterlo in atto.
Il resto è andato avanti da solo”.
Questa la quarta di copertina.


  E sull’aletta interna della copertina del libro si legge:
Roma, 13 Luglio 1881. Il buio della notte è rischiarato dalle fiaccole che accompagnano la salma di Pio IX dal Vaticano alla chiesa di San Lorenzo in Lucina. Ma piomba sul corteo funebre una banda di fanatici anticlericali. Vogliono gettare la bara del Papa nel Tevere. I reduci dell’assalto, a ricordo dell’impresa, si fregiano di una medaglia con la scritta “Immortale odium et numquam sanabile vulnus”.
Tanti anni dopo, qualcuno comincia ad ucciderli uno ad uno. Don Gaetano Alicante, ex poliziotto e sacerdote sui generis, si mette in moto. Lo affianca il figlioccio don Nicola, gracile e perennemente logorato dai suoi stessi pensieri.
Guidati su una pista inattesa durante un rito di esorcismo a cui si trovano ad assistere, i due presto si accorgono di avere a che fare con un nemico inafferrabile, potente, mefistofelico.
Anche un commissario di polizia, massone e scettico, sta indagando sugli omicidi. E c’è una società segreta che si riunisce in un luogo misterioso nei pressi di Napoli. E’ in atto un piano infernale che deve assolutamente essere fermato. Prima che sia troppo tardi. Ambientato in un’epoca sconvolta da ideali violenti, delitti efferati e passioni mai sopite, Immortale Odium prende le mosse da un fatto storico per indagare gli aspetti più torbidi dell’animo umano e il lato oscuro del potere”.
Precisato il riassunto della nuova fatica letteraria di Rino Cammilleri (da non confondere con Andrea Camilleri creatore del fortunato commissario Montalbano; entrambi però sono siciliani), mi accingo a proporre una mia riflessione sul libro.
La prima cosa che salta agli occhi, anche dei lettori profani o digiuni di narrativa di matrice cattolica, è che qui abbiamo per le mani un libro dalla trama avvincente, che trascina il lettore fino all’ultima pagina. Lo stile è secco, preciso, sciolto, ironico al punto giusto, che non si perde in inutili descrizioni, che mette a fuoco ogni elemento nella sua giusta misura. Sembra di leggere un best-seller, solo che – caspita – è un best-seller cristiano!
Tanto di cappello a Cammilleri che con questa “operazione” letteraria (mi si passi il termine) contribuisce a rompere il pregiudizio nella mente di tanti lettori secondo cui il romanzo cristiano è qualcosa di prolisso, noioso e poco moderno.
La seconda cosa che fa amare il libro è il suo contenuto storico. Davvero impressionante. Anzi, è proprio la mole di fatti storici citati a dare spessore a questo romanzo e a conferirgli un valore di “testimonianza” del clima di quell’epoca. Vale la pena leggerlo anche solo per farsi un’idea di cosa sia stata la massoneria, di quale smisurato odio abbia covato nei confronti della Chiesa e dello Stato Pontificio.
L’unica pecca, a mio avviso, è il fatto che in alcuni punti gli excursus storici prevalgano sulla trama e sui personaggi: pur non diventando mai pesante la trattazione, tuttavia il lettore ha l’impressione che in quei punti la penna sia scivolata di mano all’autore e che questi si sia concesso alla vis polemica contro le birbonate dei massoni e dei fanatici della setta dei Maccabei. Insomma, la storia eccede al racconto, se così si può dire.
Per carità, sono indugi assai godibili e dunque perdonabili: in questi casi si sente l’impronta apologetica dello scrittore.
E veniamo ai personaggi. I tre principali, Don Gaetano Alicante, don Nicola Esposito e il commissario Giorgio Ribaudo, sono ben “costruiti”, benché questa sia una parola da bandire nell’analisi letteraria perché offre l’idea fuorviante che un personaggio si costruisca a tavolino. In realtà i personaggi veri nascono dalla penna e dal cuore dello scrittore, che è tanto più meritevole di lode quanto più riesce ad infondere vita propria ai suoi personaggi.
Infatti una delle cartine di tornasole di un buon romanzo sono i dialoghi. Essi rappresentano uno degli strumenti principe in mano allo scrittore per analizzare ed approfondire i suoi personaggi, per delineare ambientazioni (memorabile la scena dell’esorcismo nel capitolo nono).
Un bellissimo dialogo ad esempio lo si trova già all’inizio, quando don Alicante (possibile simbolo della vecchia generazione pre-unità d’Italia, quella che non ha mai provato troppe simpatie per il Risorgimento) spiega ad un timido don Nicola (la nuova generazione, quella del post-unità d’Italia) come mai non sia una cosa positiva il fatto che il Papa non abbia un suo territorio dove stare sicuro.
Si capisce che don Nicola, incline alle idee di quel periodo secondo cui il potere temporale del Papa sarebbe invece solo un ostacolo alla purezza spirituale della Chiesa (libera Chiesa in libero Stato), non veda di cattivo occhio la perdita di Roma da parte del Papa.
La cosiddetta Questione romana così, lungi dall’essere risolta (bisognerà aspettare il 1929, ma si ha l’impressione che non manchi molto a quella data), si delinea con nettezza nel romanzo, e polarizza gli schieramenti tra quelli che pensano sia stato un bene che il potere temporale sia stato scisso da quello spirituale, e quelli che pensano che un Papa senza regno diverrà facile preda delle potenze straniere.
Altrettanto giusta la scelta dell’autore di non precisare il periodo storico. Così il tempo della narrazione diventa anche un tempo di meditazione, per riflettere su cosa sia successo in quel periodo storico.
Nel finale non poteva mancare lo scontro tra i due “super-poteri”: la Chiesa e la massoneria, rappresentati dai rispettivi personaggi (non sveliamo troppi particolari…): la fine, agghiacciante, è ben pensata e – secondo me – ben riuscita.
In particolare la figura enigmatica dell’alto esponente della massoneria fa riflettere. Nel delineare la strategia a medio e lungo termine da questi perseguita per distruggere la Chiesa, “il vecchio” capo massone getta squarci abissali sulla mente umana e su quanto essa possa essere attratta e guidata solo dalla lusinga del potere.
“Quante volte devo dirtelo che ormai nulla ha più importanza? Quello che ho detto avverrà, puoi giurarci sul tuo Dio. Se non oggi, domani. O dopodomani. Ma nessuno può farci più niente” afferma con forza alla fine “il vecchio” al prete che ha davanti a sé.
Questa frase del vecchio massone fa venire i brividi perché è pari pari a quella che si legge sul retro della copertina: “Il resto è andato avanti da solo”.
Ma il santo prete gli obbietta placidamente: “Fossi in te penserei alla mia anima”.
“No, io tornerò nel Tutto. O nel Nulla, se preferisci chiamarlo così”.
E’ ritratta così l’eterna lotta fra l’incredulità e la fede, che Cammilleri riesce a dipingere con la mano precisa e sicura del vero artista.


Elisabetta M.



Vi segnalo parimenti anche le recensioni di Massimo Introvigne per il CESNUR (Centro Studi Nuove Religioni, www.cesnur.org/2007/mi_07_21a.htm), quella ad opera di Stefano Lorenzetto per il quotidiano Il Giornale (www.ilgiornale.it/a.pic1), ed infine la recensione apparsa sull’ultimo numero della rivista Il Timone ( Luglio 2007, n.65) per mano di Silvia Scaranari.
postato da: Fabrieli alle ore 22:34 | link | commenti
categorie: italiano, attuale

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