



Feltrinelli, 2008
I Vanni sono un’agiata famiglia borghese che vive a Firenze negli anni sessanta. Il loro numeroso nucleo familiare comprende un padre architetto affermato, una madre casalinga con il retrogusto dei sogni abbandonati, tre figli, i nonni, gli zii, i cugini e la domestica Teresa che, facendo leva sulla rude affettuosità che le deriva da un’estrazione contadina, conquista la fiducia e la benevolenza di tutti. Attorno a loro rivive un mondo popolato dai compagni di scuola e dai vicini di casa, scandito dalle vacanze in Versilia, dalla comparsa del televisore, allietato dalle canzoni del festival di Sanremo, turbato dagli avvenimenti politici e sociali del periodo e dall’alluvione del ’66. Attraverso il proprio sguardo e le personali impressioni, Marco e la sorella maggiore Caterina ci guidano all’interno del loro composito microcosmo domestico, tra gli umori e gli stati d’animo di chi lo compone, in un periodo lungo quasi una vita perché vi accade tutto ciò che renderà significative le loro future esistenze.
Non sempre la sperimentazione, la ricerca di nuove forme espressive e l’introspezione negli abissi più estremi dell’animo umano costituiscono un viatico alla realizzazione di una buona letteratura. Si tratta di intenzioni e velleità normalmente modellate su di un percorso di ricerca generazionale. Chiara Tozzi, nella stesura del suo ultimo libro Quasi una vita, le ignora deliberatamente, adottando un linguaggio caratterizzato da una lucida e fluente capacità di sintesi formale e di contenuti. Leggendolo, infatti, ci troviamo benevolmente spiazzati allorché la semplicità evocata da una cronaca familiare convenzionale e lineare, ci riappacifica con l’antica purezza di una narrativa generosa, coinvolgente e riconoscibile. La scrittrice toscana ci racconta in fondo la vita di una famiglia qualunque, una vicenda tipicamente nostrana, benché ambientata negli anni sessanta, dove il tempo si misura sulle sensazioni che rimodellano la mente nel dipanarsi dei giorni.
Il racconto percorre il profilo di un’agiata famiglia borghese che vive a Firenze, in cui l’invadenza della cronaca politica e sociale – la morte di Marilyn Monroe, l’omicidio di J. F. kennedy, la contestazione studentesca - l’irruzione di eventi drammatici quali l’alluvione del ’66, sconvolgono la ritualità dinamica e complessa degli accadimenti domestici, lasciando che la percezione del senso ultimo della vita si ritrovi nell’eterno gioco di crescita delle emozioni, tra impressioni, sogni e delusioni.
Quasi una vita è un romanzo in cui la scansione di due momenti fondamentali dell’esistenza, l’adolescenza e la maturità, vengono percorsi attraverso le vicende private di Caterina e di Marco, bambini d’altri tempi, sensibili e spaventati. Quando il cuore illuso e felice corre senza freni perduto in un mondo di sogni sereni ma impatta dolorosamente contro una sensazione di vaga ed indefinibile minaccia; quando la passione folle ed insopprimibile della giovinezza riscaldano ancora la cautela, la saggezza e l’accortezza degli adulti che li circondano.
Questo romanzo tratteggia un percorso lineare, stimolante quanto basta per delineare l’analisi dell’universo familiare, con tutti i compromessi necessari a stabilizzarne le ragioni ed i confini. Non scioglie nodi cruciali, non erige la sacralità di un passato da custodire, ma ricrea con viva acutezza un mondo che abbiamo conosciuto, che profuma di un’umanità diversa, più autentica. Attraverso le pagine risuonano note che avevamo un po’ dimenticate, con cui la scrittrice, qui all’apice della sua espressione artistica, ci preleva dalla fatua apparenza delle cose per riportarci in un paese che ha saputo essere onesto e discreto, adombrando le figure emblematiche di un padre che rivendica con orgoglio la sua indipendenza da prebende affaristiche e clientelari, e di una madre che, nella fedele liturgia della vita domestica, si è rivelata capace di fronteggiare le inevitabili contraddizioni dell’esistenza.
Scrittrice sensibile e complessa, Chiara Tozzi si lascia apprezzare per la sua veste agile ed essenziale, per quella carica di tenerezza e di comprensione, con cui riesce a cogliere sensazioni ed immagini che si distaccano per diventare cose ed essere amate.



L'età dell'Acquario, 2007
1) Innanzitutto: chi è Antonia Romagnoli e perché ha deciso di scrivere?
Esattamente perché ho deciso di scrivere non lo so, perché è una cosa che ho sempre fatto e fa parte di me. Quanto alla scelta del genere, il fantasy lo sento “mio”, è quello in cui riesco a rispecchiarmi meglio.
Per ora il mondo reale è molto presente in quello che scrivo, anche perché il fantasy che mi piace descrivere non è quello classico in cui si vive semplicemente in mondi paralleli. Nelle Terre di Slupp il mondo reale è presente sotto forma di personaggi tratti da persone esistenti trasformate in protagonisti di una storia (fantasy) assurda, mentre nel Segreto dell’Alchimista la realtà è presente con nome e cognome, in quanto parte della vicenda è ambientata a Piacenza.
Il Cristianesimo entra nei miei scritti perché è una parte imprescindibile della mia cultura e del mio modo di pensare. Nel Segreto i due personaggi protagonisti sono nelle mie intenzioni ispirati al Cantico dei Cantici. È poi quello che vorrei realizzare nella mia vita, nel rapporto che vorrei avere io con Cristo. Questo amore che Nimeon ha per Ester è l’amore che ho visto da parte di Gesù Cristo nella mia vita.
Il romanzo non si presenta come scritto prettamente cristiano, anche se nella sinossi inviata agli editori questo fattore era chiaramente segnalato. In origine il libro era preceduto da un’introduzione, che peraltro era molto personale, in cui rendevo esplicita la derivazione cristiana della storia. L’editore ha scelto di toglierla, per non fornire al lettore un’interpretazione di partenza del testo. A quanto pare i lettori, finora, non hanno colto nulla di questo aspetto.
Purtroppo penso sia una questione di mercato. Credo che la maggior parte del pubblico non veda molto positivamente la cultura cristiana per come è presentata storicamente. Ho incontrato diversi lettori appassionati di fantasy che dichiarano di essere non credenti, o pagani, o credenti di religioni alternative e visto che questo è il pubblico a cui viene rivolto il libro, gli editori non rischiano di perdere una fetta di pubblico potenziale.
Sono, con vergogna, una scarsa conoscitrice della letteratura italiana contemporanea. Ho iniziato da poco a leggere romanzi di autori fantasy italiani e trovo sia un settore molto interessante e aperto a notevoli sviluppi. Per il resto, conosco poco, più che altro perché essendo una lettrice accanita di Jane Austen e di romanzi di quel tipo, non trovo un corrispettivo in Italia.
Per quanto riguarda il filone dichiaratamente cristiano direi che non esiste una narrativa che possa ascriversi a questo termine. C’è una letteratura di “morale”, che viene diffusa e apprezzata dai cristiani, come possono essere i libri di Giussani, ma la narrativa è poco frequente, o per lo meno poco conosciuta.

Edizioni Il Foglio, 2008
Le poesie che riempiono le 111 pagine dell’ultima silloge di Patrizia Garofalo, Dare voce al silenzio, sono quasi tutte di una gradevolezza pensosa. Versi intensi che non lasciano dubbi sulla buona salute della poesia, quella che sa farsi ascoltare ed apprezzare.
Poesia vera, sentita e vissuta, assolutamente trasparente e del tutto ermetica. La linea poetica si mantiene, composizione dopo composizione, su di un tono antiretorico ed antimetafisico. Ci sono versi terribili e versi delicati, con cui cerca di esporre l’esperienza di una vita, la propria vita, i propri sentimenti, lo struggente dolore della solitudine di chi pure ama con tutto l’animo.
La rivendicazione dell’amore come dato ineliminabile della sua poetica appartiene ad un modo di vita interiore e sensibile, con cui Patrizia Garofalo rivela immagini e sentimenti con una rara spontaneità d’espressione, ponendosi in bilico tra narrazione ed impressione, ma senza mai indulgere al sentimentalismo “Né le tue lacrime/né il tuo sudore/bagnano il mio seno/ma un’attesa/divenuta/mancanza”. pag. 89.
Ma i suoi versi non recano l’andamento di un diario intimistico, bensì una poesia che riesce a dire Io solo nella misura in cui pronuncia un Tu "Posso usare / iperbole / superlativi / e / ridere di eccessi / posso fare/ sberleffi allo specchio / linguacce / smorfie / versare lacrime / cercare parole / posso dirmi bellissima/ interessante / simpatica / affascinante/ posso anche ringraziare / ma tutto / appartiene/ sempre ad un altro”. pag. 41.
Persino nell’esaltazione i suoi slanci affettivi mostrano di preferire l’espressione diretta, la densità corporea, “Inarco la schiena/quando voglio raggiungere la luce/E’ successo/quando ti ho visto/Ti offro/il ritmo di un corpo/che respira/caldo” pag. 49; mentre l’amaro senso dello sconforto ripiega nella severa disciplina di una civile indignazione, di una sobrietà disarmata e sofferta, “Diventerò il fantasma/che si incontra/si cerca/si abbraccia/Sarò/angelo/di dolore e fantasia/su una terra/distratta/arida di desideri/indifferente”. pag. 43, “Meravigliato/il dolore/mi vede/sorridere”. pag. 83.
La vena da cui sgorgano le poesie è molto istintiva, la creatività sprigiona una resistenza attiva, messa in crisi ma mai piegata dal regime repressivo del razionale con dure rilevanze. E’ l’umore che percorre questi versi. In lei vi è la puntigliosità di chi vuol tutto dire ma nulla concede alle pulsioni del proprio cuore, che si sente battere e si avverte più nella sostanza del dire che non nella parola esplicita.
Note essenziali della sua lirica sono la brevità e la fermezza del segno, con il quale nell’economia estremamente rigorosa della parola, riesce a definire un vivo senso del tempo e dell’umano. Vibrazioni che esprimono il graduale sfumare e dissolversi del nulla della realtà, la stretta finale in cui precipita la lenta e penosa consunzione dell’animo umano.
Lo stile incisivo, quasi stenografico, privo di un lessico ricercato, ribadito talvolta dalla reiterazione e dalla stessa brevità del verso, risulta funzionale ad una poetica che mira a prosciugare ogni possibile deriva sentimentale. L’assenza di una regolarità metrica consente invece alla Garofalo di riprodurre nella poesia il ritmo sincopatico di un respiro che diventa rantolo, parola strozzata, voce del silenzio. Uno spazio asfittico questo, in cui si promena la percezione vigile ma niente affatto apprensiva di qualcosa d’inspiegabile; mentre la sua vocazione rimane quella di recuperare il discorso, attraverso una scrittura poetica che, pur nella sua esigua essenzialità, condensa tutti i temi della letteratura più alta, dall’amore alla desolazione, dalla ricerca all’incomprensione.
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
Patrizia Garofalo, “Dare voce al silenzio”, Il Foglio, Piombino, 2007. Prefazione di Attilio Mauro Caproni



Isabella Cinti Di Paolo, classe 1940, è un’ex insegnante che vive attualmente in una casa ubicata nello scenario incantevole e rasserenante del parco naturale del Conero. Ammorbata da una grave malattia ha trovato qui conforto e sostegno tra la natura generosa e benefica. Vanta al suo attivo alcuni libri di poesia ispirati a tematiche religiose e naturalistiche.
Nel 2003, dopo aver scoperto casualmente che anche il figlio architetto coltivava in segreto la sua stessa passione, decide di dare vita ad un’iniziativa molto originale. Si tratta di due libri in cui da un verso si accede ad una sua raccolta di poesie, e da quello opposto nella silloge del figlio Tommaso. Le copertine riportano la stessa immagine, ma ognuna reca il nome del singolo autore e nel “Canto a due voci” anche una colorazione differente. La scelta risulta funzionale alla decisione di non consentire confronti a priori, e costituisce un felice espediente che consente di realizzare un’opera in comune nella salvaguardia delle rispettive identità. Due codici distanti nella liturgia della parola, eppure affini nel modo di rapportarsi alla vita nella ricerca di un significato autentico, che hanno il proprio nucleo generatore nella condivisione di valori comuni inalienabili e profondamente radicati.
Mentre Isabella trasfonde la sua spiritualità nella tessitura armonica del verso, liberando una poetica tutta pervasa dal dilagante senso dell’infinito, Tommaso sente crescere la volontà di imprigionare colori, profumi, impressioni e li trasfigura in inchiostro vergato sulla carta. Recepisce immagini e sensazioni come un pegno di sublimazione, una suggestiva frazione di eternità che impone alla memoria di restituirla.
Le parole di Isabella divengono musica celestiale come quella che la contemplazione del mistero della vita le regala ogni giorno, riuscendo a modellare il linguaggio all’unisono con il sentore dell’infinito e dell’eterno che ne pervadono l’animo. Ascolta:quell’amore,/fonte di vita/per tutte le creature,/dolcemente ti canta/in fondo al cuore/ed è voce di madre,/voce d’amico,/voce d’amante,/è voce d’infinito. (pag. 53 Canto a due voci)
La soavità e l’armonia del suo rimare sostituiscono la mancanza metrica lasciando liberamente trasmigrare il suo percorso poetico ed esistenziale in una cornice godibile di purezza lirica personalissima. Scende la sera/dagli occhi di lavanda/e sulla terra/sparge sacro il silenzio./Tiepido il vento/accarezza le siepi,/dolcemente scompiglia/alle querce la chioma/e dei nidi dormienti/lieve rapisce i sogni. pag. 22 Finito ed infinito)
Consapevole che i versi producono sull’anima gli stessi effetti che i farmaci hanno sul corpo, non indugia in vacui commerci con l’oscurità, né in speculazioni metafisiche e spirituali, ma si lascia trascinare docilmente in una dimensione rarefatta da un trepido desiderio di luce.
Padre,/donami un cuore puro/che brami il cielo(…) Padre, fa che il mio cuore/perdutamente/s’innamori di te. (pag. 59 Canto a due voci).
I versi di Tommaso, al contrario, denunciano la fragilità di un poeta ancora schiavo delle pulsazioni istintive. E’ una forza vitale, elementare ed inalienabile a dare consistenza al suo linguaggio poetico, ma non per questo egli riesce a mettere il dito là dove il cuore batte, dove respira, dove gioisce ed inevitabilmente duole, riuscendo a portare in luce, tra le pieghe di una scrittura di bruciante densità, una strana ed imprevedibile tenerezza. I suoi brevi frammenti poetici catturano per il tono vibrante della sua sensibilità, talvolta striata da un’ombra di amarezza, da un fuggevole alito di disincanto. Il troppo sole non riscalda, brucia./Il troppo vento non rinfresca, sradica./La troppa pioggia non disseta, sommerge./Il troppo amore non appaga, uccide. (pag. 23 Finito ed infinito) Nel giardino/le lacrime del cielo/ed i baci del sole/s’incontrano da sempre/portando nuova vita. (pag. 41 Canto a due voci)
I versi di entrambi non cercano l’affetto poiché sono nati e cresciuti con esso; ma recano al contrario l’inappagata ricerca di un desiderio comune di trascendere il mondo, esprimendo un nucleo di valori affini. Per questo motivo le loro liriche realizzano un’opera che guarda contemporaneamente a due mondi che finiscono per specchiarsi inevitabilmente l’uno sull’altro.
C’è un tepore familiare in questi libri, una sottilissima corda d’argento che lega il destino di entrambi, un meraviglioso rapporto d’amore che l’arte magica della parola rafforza e tiene in vita, costituendo per tutti noi un forte antidito alla sopravvivenza.



Il nemico (Father Elijah. An Apocalypse)


Una giusta presenzaAl giorno di oggi la presenza dei cristiani e del cristianesimo sulla scena italiana non gode di molta simpatia. Per reciproche colpe, di credenti e laici, si inasprisce sempre di più uno scontro ideologico che non rispecchia né la vera volontà del Signore, né il vero spirito laico. Sembra che il terreno di scontro sia sempre il campo sessuale o il sottile e labile confine dell’etica biologica. Da credente, o meglio, da persona che si sforza di credere e di crescere nella sequela, nella fede del Signore Gesù, credo che il ruolo dei cristiani vada rifondato o meglio messo in un meccanismo di continua conversione.
Per iniziare e’ importante tener ben presenti nel cuore le affermazioni del n. 7 della “Veritatis Splendor” : «Nel giovane, che il Vangelo di Matteo non nomina, possiamo riconoscere ogni uomo che, coscientemente o no, si avvicina a Cristo, Redentore dell’uomo, e gli pone la domanda morale. Per il giovane, prima che di una domanda sulle regole da osservare, è una domanda di pienezza di significato per la vita». E in effetti, è questa l’aspirazione che sta al cuore di ogni decisione e di ogni azione umana, la segreta ricerca e l’intimo impulso che muove la libertà. Questa domanda è ultimamente un appello al Bene assoluto che ci attrae e ci chiama a sé, è l’eco di una vocazione di Dio origine e fine della vita dell’uomo».
Vi è un bene assoluto quindi, che chiama in causa ogni uomo ed in modo particolare i cristiani adulti perché “a chi ha sarà chiesto di più”. SI, i cristiani possono e devono indicare un senso alla vita degli uomini; possono e devono indicare un’etica che miri alla giustizia sociale, che sappia vedere il male, condannarlo ed indicare il bene e perseguirlo. Si può e si deve senza mai cadere nella tentazione di essere un’alternativa per tutti (la fede non si impone, mai!) in quanto non per tutti è il cristianesimo. Né si deve cadere nella tentazione di essere un “supplemento di anima” alla società in cerca di sostegno: questo svilirebbe la potenza della croce e del Vangelo, e renderebbe i cristiani schiavi del potere!
Ovviamente la situazione attuale è molto complessa e va subito superata l’idea di un’etica ridotta solo al privato, per ritrovare nel Vangelo ispirazione e forza per ridisegnare un tessuto sociale più fraterno e più giusto. In questo credo sia giusto e fruttificante avere come punto di riferimento le prospettive delineate in “Novo millennio ineunte” soprattutto al capitolo IV. “Compito primario della Chiesa è testimoniare la gioia e la speranza originate dalla fede nel Signore Gesù Cristo, vivendo nella compagnia degli uomini, in piena solidarietà con loro, soprattutto con i più deboli” si tratta cioè di porci come “collaboratori della gioia” dei nostri fratelli, evitando di far da padroni sulla fede” (2 Cor 1,24), in maniera da essere insieme a loro “portatori della gioia a ogni uomo”.
Al momento storico in cui siamo è bene che una delle due parti (credenti e laici) smorzi i toni, mostri segni di apertura, abbandoni i toni continui di polemica spiccia e non costruttiva. Compito del cristiano è non evadere la storia ma vivere la storia nella compagnia degli uomini e non contro gli altri uomini! Questo va sempre ricordato. Per il Signore non esistono cristiani e non cristiani ma tutti sono suoi figli! Si, la chiesa è espressione della primizia dell’umanità ma anche chi non vi appartiene è per Dio suo preziosissimo figlio! A volte credo che noi credenti queste elementari verità le dimentichiamo volutamente per ritrovare un’identità che però abita altrove e non in queste cose. Certo i cristiani non rinunceranno mai alle loro convinzioni dettate dall’incontro col loro Signore; ma mai e poi mai perseguiteranno chi la pensa diversamente.
E allora cosa caratterizza i cristiani? Quale il loro ruolo nella società? Personalmente sono sempre più persuaso che i cristiani, come già profeticamente ci dice la “lettera a Diogneto”, non si distinguono per costumi particolari, lingue diverse, abitudini troppo stravaganti rispetto agli altri uomini. No! L’unica distinzione è la fede nel Signore, nella risurrezione e soprattutto nell’amore verso tutti fino al nemico. Questa è l’unica differenza.
A mio parere la difficoltà odierna è che questa differenza sia poco creduta e praticata. Le “opere belle” di cui parla il vangelo sono messe troppo sotto il lucerniere o sotto il mogio; e quelle che vengono messe in mostra corrono spesso il rischio di non essere attribuite al Signore ma alle sole mani umane e quindi diventano Philautia (amore di se stesso, solo dell’uomo). Ma il cristianesimo è altro, molto di più. E’ qualcosa che ha ancora molto da dire all’uomo di oggi e di domani. Senza arroganza, ma con molta umiltà, come servizio all’uomo. Come ha fatto il suo Signore.

Giraldi Editore, 2006
K come Kindo, un ragazzino dotato di un’intelligenza precoce alle prese con le gioie e le difficoltà della vita; K come Karin, una bella donna che aderisce amorevolmente al ruolo di moglie e di madre; K come Kevin, un uomo calvo, sdentato, con un naso lungo e storto e due sopracciglia folte come la scopa della befana, ridicola parodia di un padre tenero e goffo; K come Kicco, un cane meticcio con le gambe corte e privo di coda.
Forse K come già i Kika Kamillo e Kromo di Francesco Tullio Altan. Oppure K come Key : la chiave per entrare nel cuore di un bambino, come avanza argutamente Daniela Domenica nell’introduzione. Una chiave che gli adulti hanno obliato tra i tesori infantili quando hanno iniziato a credere a miraggi di verità più ricche di quelle che recavano nella propria anima. Susanna Sarti questa chiave magica per nostra fortuna l’ha conservata e dopo averla riesumata dalla soffitta polverosa del proprio passato l’ha utilizzata riuscendo a calarsi perfettamente nei desideri nascosti e nelle speranze di un bambino.
Kindo racconta in prima persona descrivendo con un delicato tocco di sana ironia, non priva di generoso affetto, lo stravagante nucleo familiare che anima lo scenario della sua infanzia. Fino al giorno in cui si spalanca dinanzi alla sua vista uno scenario seducente ed inebriante di un mondo in cui il sole non tramonta mai sull’ armonia e la pace assoluta.
Tuttavia Kindo riuscirà a resistere alla malia illusoria di un rifugio rassicurante tra i campi aperti dell’eterna giovinezza, avvertendo con rara capacità di discernimento, tutta l’inadeguatezza di un’esistenza priva di affetti e di dolori, di speranze e di delusioni, di amore e di morte. Ma da questa esperienza uscirà profondamente rinnovato, poiché lontano ed estraneo a se stesso l’io diventa meravigliosamente oggettivo, predisponendo il proprio animo ad un impiego stimolante ed impegnato della propria vita.
Con questo racconto piacevole, coinvolgente ed amabilmente surreale, Susanna Sarti non mira a collocarsi autorevolmente nei luoghi sempre persi e ritrovati della tradizione fiabesca. Nel suo libro non troviamo traccia della fantasia linguistica e dell’eleganza del nonsense rodariano. La sua incursione nel tempo eterno del mito e della fiaba mira, con grande grazia creativa, a trasfigurare le vicende entro una dimensione più consona all’esperienza di oggi, attraverso un convincente equilibrio di fantasia, di fiaba e di realtà quotidiana. L’autrice non punta alla liberazione dirompente della fantasia, né alla mera astrazione consolatoria, ma se ne serve unicamente come strumento di lotta e di dissacrazione, come una lama va ad infilarsi dritta nel cuore degli adulti.
Con un linguaggio che ha il pregio di restare semplice e concreto, di folgorante immediatezza morale e descrittiva, ci offre un prova narrativa che tratta della storia della crescita di un ragazzino, ma anche del tema della maturità affidandosi ad un fine senso dell’umorismo e dell’ironia.
La scrittrice emiliana si conferma scrittrice versatile, capace di creare figure e situazioni che catturano per la loro efficacia, non priva di accenti delicati e di contenuta emotività. E con questo libro ci sforna una pietanza di squisita bontà, in cui c’è tutto, ma proprio tutto ciò che deve avere una fiaba per essere bella. La si divora in poco tempo e lascia un gradevolissimo, delicato sapore di cose buone, genuine e gustose.
MANUALE DEL GUERRIERO DELLA LUCE di Paulo Coelho
Titolo orig.: MANUAL DO GUERREIRO DA LUZ
Bompiani, 1997
Pagine: 156
ISBN: 88-452-3183-6
Prezzo: 10€

Questo piccolo best seller di Paolo Cohelo, si può definire uno di quei libri che non possono assolutamente mancare in una libreria.
Di per sé non è un libro che segue una sua logica come siamo abituati solitamente. In questo sta anche la sua originalità e bellezza. E’ la storia di un ragazzo che sulle sponde del mare è invitato da una misteriosa donna ad ascoltare il suono delle campane. Un chiaro invito all’interiorità, ad ascoltare se stessi, a ritornare in sé. Un tema caro a molte religioni e carissimo al Cristianesimo. Basti pensare ad Abramo che è invitato da Dio a “uscire dalla sua terra”leggiamo sulle nostre traduzioni, ma in verità la corretta espressione dall’ebraico sarebbe “Va verso te stesso, ritorna verso te stesso” per riscoprirti e ritrovarti aggiungeremmo noi. Un tema dunque in comune con gli ebrei e non solo; un tema chiarissimo anche nella tradizione cristiana autentica, radicata nelle scritture; come non far venire alla mente la parabola del Figlio prodigo, dove il minore dei fratelli una volta toccato il fondo di se stesso “ritorna in sé” – dice il brano – e decide di ritornare da suo padre.
Questo è un sicuramente il filo rosso di questo piccolo gioiello di letteratura moderna, che si snoda in piccole raccolte - oserei dire- sapienziali che danno luce in chi le legge. Oltre al tema del cercare dentro di sé la verità e la forza, sono affrontati temi quali il discernere, il perdono, lo scegliere sempre la parte buona della vita ma anche la capacità di accettare i propri limiti e di superarli nel tempo. Ovviamente non manca il grande tema dell’Amore. Non solo inteso quale rapporto tra uomo e donna ma anche come realizzazione di sé; Amore come risposta alla domanda profonda sul senso della vita.
Chi s’imbatte in questo libro conosciutissimo in tutto il mondo, trova sempre una pagina, una frase, una situazione che parla del suo momento, alla sua situazione. E’ un libro che per sua natura si presta a essere riletto molte volte; il lettore non saprà resistere nel ritornare sul corpo centrale del libro per andare a cercare la pagina che più può aiutarlo in quel momento.
In definitiva è un piccolo breviario d spiritualità dal quale chiunque e in qualsiasi momento della giornata può attingerne la forza e la luce.
Alessandro L.