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MANIFESTO
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3 - versione inglese
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Le nostre recensioni

DIVISO DUE di Susanna Sarti
E NON DISSE NEMMENO UNA PAROLA di Heinrich Boll
ESTASIA - DANNY MARTINE E LA CORONA INCANTATA di Francesco Falconi
Evangelizzare è la nostra missione
FEDERICO SECONDO TRA STORIA E MITO
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L'ESTATE DELL'ALTRO MILLENNIO di Umberto Piersanti
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L'Opera della Divina Commedia
LA CITTADELLA di A. Joseph Cronin
LA LUNGA MARCIA di Stephen King
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LE INTERMITTENZE DELLA MORTE di José Saramago
LE PORTE DEL PECCATO di Gianfranco Ravasi
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sabato, 19 luglio 2008

QUASI UNA VITA di Chiara Tozzi


QUASI UNA VITA di Chiara Tozzi

Feltrinelli, 2008
Pagine: 288
ISBN:
978-88-0701-740-7
Prezzo: 16€


I Vanni sono un’agiata famiglia borghese che vive a Firenze negli anni sessanta. Il loro numeroso nucleo familiare comprende un padre architetto affermato, una madre casalinga con il retrogusto dei sogni abbandonati, tre figli, i nonni, gli zii, i cugini e la domestica Teresa che, facendo leva sulla rude affettuosità che le deriva da un’estrazione contadina, conquista la fiducia e la benevolenza di tutti. Attorno a loro rivive un mondo popolato dai compagni di scuola e dai vicini di casa, scandito dalle vacanze in Versilia, dalla comparsa del televisore, allietato dalle canzoni del festival di Sanremo, turbato dagli avvenimenti politici e sociali del periodo e dall’alluvione del ’66. Attraverso il proprio sguardo e le personali impressioni, Marco e la sorella maggiore Caterina ci guidano all’interno del loro composito microcosmo domestico, tra gli umori e gli stati d’animo di chi lo compone, in un periodo lungo quasi una vita perché vi accade tutto ciò che renderà significative le loro future esistenze.

 

Non sempre la sperimentazione, la ricerca di nuove forme espressive e l’introspezione negli abissi più estremi dell’animo umano costituiscono un viatico alla realizzazione di una buona letteratura. Si tratta di intenzioni e velleità normalmente modellate su di un percorso di ricerca generazionale. Chiara Tozzi, nella stesura del suo ultimo libro Quasi una vita, le ignora deliberatamente, adottando un linguaggio caratterizzato da una lucida e fluente capacità di sintesi formale e di contenuti. Leggendolo, infatti, ci troviamo benevolmente spiazzati allorché la semplicità evocata da una cronaca familiare convenzionale e lineare, ci riappacifica con l’antica purezza di una narrativa generosa, coinvolgente e riconoscibile. La scrittrice toscana ci racconta in fondo la vita di una famiglia qualunque, una vicenda tipicamente nostrana, benché ambientata negli anni sessanta, dove il tempo si misura sulle sensazioni che rimodellano la mente nel dipanarsi dei giorni.

Il racconto percorre il profilo di un’agiata famiglia borghese che vive a Firenze, in cui l’invadenza della cronaca politica e sociale – la morte di Marilyn Monroe, l’omicidio di J. F. kennedy, la contestazione studentesca -  l’irruzione di eventi drammatici quali l’alluvione del ’66, sconvolgono la ritualità dinamica e complessa degli accadimenti domestici, lasciando che la percezione del senso ultimo della vita si ritrovi nell’eterno gioco di crescita delle emozioni, tra impressioni, sogni e delusioni.

Quasi una vita è un romanzo in cui la scansione di due momenti fondamentali dell’esistenza, l’adolescenza e la maturità, vengono percorsi attraverso le vicende private di Caterina e di Marco, bambini d’altri tempi, sensibili e spaventati. Quando il cuore illuso e felice corre senza freni perduto in un mondo di sogni sereni ma impatta dolorosamente contro una sensazione di vaga ed indefinibile minaccia; quando la passione folle ed insopprimibile della giovinezza riscaldano ancora la cautela, la saggezza e l’accortezza degli adulti che li circondano.

Questo romanzo tratteggia un percorso lineare, stimolante quanto basta per delineare l’analisi dell’universo familiare, con tutti i compromessi necessari a stabilizzarne le ragioni ed i confini. Non scioglie nodi cruciali, non erige la sacralità di un passato da custodire, ma ricrea con viva acutezza un mondo che abbiamo conosciuto, che profuma di un’umanità diversa, più autentica. Attraverso le pagine risuonano note che avevamo un po’ dimenticate, con cui la scrittrice, qui all’apice della sua espressione artistica, ci preleva dalla fatua apparenza delle cose per riportarci in un paese che ha saputo essere onesto e discreto, adombrando le figure emblematiche di un padre che rivendica con orgoglio la sua indipendenza da prebende affaristiche e clientelari, e di una madre che, nella fedele liturgia della vita domestica, si è rivelata capace di fronteggiare le inevitabili contraddizioni dell’esistenza.

Scrittrice sensibile e complessa, Chiara Tozzi si lascia apprezzare per la sua veste agile ed essenziale, per quella carica di tenerezza e di comprensione, con cui riesce a cogliere  sensazioni ed immagini che si distaccano per diventare cose ed essere amate.

Gian Paolo G.

Intervista a Chiara Tozzi
postato da: Fabrieli alle ore 15:45 | link | commenti
categorie: italiano, attuale
domenica, 06 luglio 2008

Al di là del muro di Maria Viteritti



Al di là del muro, di Maria Viteritti
Lupo Editore, 2008
171 pagine
isbn: 978-88-95861-12-8
13 euro


"A come anticamera, ago, anestesia, atropina, agonia. A come addio. Amaro come la morte. A come Anna".

E' un romanzo duro, d'anticipazione secondo la felice espressione dell'editor Giulio Mozzi che, in un articolo di qualche anno fa (del 2004 per l'esattezza) definiva molti dei manoscritti che gli arrivavano (lavora per Salani Editore) più che di genere fantascientifico, di un nuovo genere: quello d'anticipazione.
Cos'è un romanzo d'anticipazione? E' un romanzo ambientato in un futuro prossimo (perciò non è una vera e propria fantascienza alla viaggi stellari, universo, mondi paralleli, alieni, mostri e cose simili, come Asimov e compagni ci hanno abituato), d'impronta sociologica. Un pò come "I figli degli uomini" della P.D. James (già recensito in questo blog), o come se prendessimo i romanzi di Dick e li ambientassimo a pochi decenni di distanza da noi, ma con le stesse problematiche psicologiche e sociali.
Di cosa parla questo primo romanzo dell'autrice scoperta dalla Lupo Editore? E' la storia di un medico, Giorgio Costa, che si trova a crescere un'esistenza monotona e solitaria con la madre, con un padre che non conosce (si capisce che se ne è andato di casa fin da subito) ma che paga regolarmente le parcelle scolastiche, fino alle tasse dell'università.
Laureato in Medicina, incredibilmente per lui (che si considera una persona mediocre, per cui si aspetta un futuro mediocre) trova lavora nella Clinica di un altissimo luminare della scienza che, in seguito alle nuove leggi italiane sull'eutanasia, ha potuto portare avanti studi di avanguardia e di eccellenza sul risveglio "post mortem". Ovvero, per ogni uomo che volontariamente si sottopone alla morte (eutanasia) nel suo studio privato, il luminare ha trovato il modo di convogliare la carica vitale di questo morituro nel cervello del quasi-morto (di solito molto ricco) lasciato in "stand by" dai parenti dentro un enorme sala refrigerante della Clinica (ricorda un pò Ubik di Dick, per chi l'avesse letto: i quasi-morti che aspettano di essere risvegliati). Il lavoro di Giorgio consiste nel staccare la spina al morituro volontario per attaccarla al quasi-morto che aspetta di essere "risuscitato". Ovviamente un lavoro simile comincia a creare in Giorgio uno stato di paranoia. La cosa più ecclatante è che s'innamora della ragazza che sta "al di là del muro" del suo appartamento (stesso pianerottolo quindi), ma non ha la forza di parlarle, di invitarla fuori, di dichiararsi. Ironia della sorte: una mattina si trova la sua fanciulla di fronte (nello studio medico) che domanda l'eutanasia per un tumore che le hanno diagnosticato. A lui non rimane che capitolare. Triste destino.
La ragazza, morendo, cede la sua carica vitale ad una giovane eroinomane che, risvegliandosi, s'innamora proprio di Giorgio. Lui all'inizio tergiversa, poi si mette insieme a lei (per così dire) perché la giovane fa dei discorsi che gli ricordano tanto la sua amata. Non è una reincarnazione, è solo che parte della linfa vitale della giovane donna, amata da Giorgio, è andata nel cervello della ragazza.
Con alti e bassi la relazione procede, la ragazza rimane pure incinta di Giorgio, fino ad un finale sconvolgente.
E' un libro che fa riflettere, sulla profonda solitudine dell'uomo e sulla sua ricerca disperata di felicità e di comunicazione, spesso frustrata (almeno così denuncia l'autrice).
Il libro è scorrevolissimo, scritto bene (solo a pag.41 c'è un refuso), triste. Nemmeno la fine - che non rivelo - riesce a bucare "il muro" che si è costruito il protagonista e che lo separa dagli altri. Romanzo profetico, in un certo senso, della nostra società quando manca la trascendenza, e ciascuno vive come se fosse già morto. Nemmeno l'amore basta più per risvegliarci dalle nostre ossessioni e dai nostri incubi.
Vale davvero la pena di leggerlo.
Il blog di Maria:
http://aboutblank.splinder.com

Elisabetta M.

http://www.ibs.it/code/9788895861128/viteritti-maria/la-del-muro.html
postato da: Fabrieli alle ore 21:30 | link | commenti (1)
categorie: italiano, attuale, contemporaneo
venerdì, 20 giugno 2008

Intervista a... ANTONIA ROMAGNOLI


ANTONIA ROMAGNOLI
Autrice de Il segreto dell'Alchimista

L'età dell'Acquario, 2007
Pagine:
600
ISBN: 978-88-7136-278-6
Prezzo: 24,00 €


Una catena di efferati omicidi sconvolge le Terre. Le vittime sono i maghi naturali, i pochi eletti in grado di utilizzare la magia in tutta la sua potenza. Mentre nelle regioni del Sud dilaga una misteriosa nebbia, che cela nelle sue profondità un segreto di distruzione e morte, Ester, insegnante di magia, e Nimeon, principe delle Colline, vengono investiti del Mandato che li condurrà a svelare una verità incredibile e inattesa. Accompagnati dal giovane matematico Van e da un gruppo di valorosi cavalieri, i due affronteranno la delicata indagine sulle tracce del temibile e astuto nemico, tra enigmi insoluti, incantesimi, intrighi e inquietanti scoperte. Quale segreto lega Ester all'assassino e all'antica leggenda custodita dai Reali delle Colline? E cosa nascondono le nebbie incantate che lentamente invadono le Terre? Un'avventura al confine tra due mondi. La storia di una donna in lotta contro se stessa. Un fantasy che sfuma nelle tinte moderne del giallo.

Chi è l'autrice:
Antonia Romagnoli è nata a Piacenza nel 1973, dove vive tuttora. Laureata in Scienze e Tecnologie Alimentari, si dedica alla famiglia e alla scrittura.

Finalista al Premio Galassia 2006, ha esordito con alcuni racconti fantastici in riviste e antologie.
Nel 2007 ha pubblicato il romanzo fantasy umoristico “la Magica Terra di Slupp”, Ed. Lulupress, e il mainstream “Pioggia” Ed. Giovane Holden.
Il racconto finalista al Premio Galassia è recentemente uscito sulla rivista ROBOT.

Nel 2008 ha pubblicato il romanzo "Il Segreto dell'Alchimista", Ed. L'Età dell'Acquario, primo volume della saga delle Terre.

Attualmente collabora con il quotidiano La Cronaca di Piacenza nel settore Cultura e Spettacoli, con le redazioni di alcuni siti fantasy e con l'editrice Narrativa Nuova come valutatrice

L'intervista.

1)     Innanzitutto: chi è Antonia Romagnoli e perché ha deciso di scrivere?

 Sono io. Una moglie, una mamma, una persona che ha sempre voluto e amato leggere e scrivere, soprattutto letteratura fantastica. Sono stata per un po’ una tecnologa alimentare, giusto il tempo di prendere in mano una provetta e rimetterla giù. Ho sempre preferito prendere in mano una penna o un mestolo, che sono anche meno odorosi di acido acetico glaciale.

            Esattamente perché ho deciso di scrivere non lo so, perché è una cosa che ho sempre fatto e fa parte di me. Quanto alla scelta del genere, il fantasy lo sento “mio”, è quello in cui riesco a rispecchiarmi meglio.

2)     Nei tuoi scritti parli del mondo reale? E se sì, in che modo?

 
Per ora il mondo reale è molto presente in quello che scrivo, anche perché il fantasy che mi piace descrivere non è quello classico in cui si vive semplicemente in mondi paralleli. Nelle Terre di Slupp il mondo reale è presente sotto forma di personaggi tratti da persone esistenti trasformate in protagonisti di una storia (fantasy) assurda, mentre nel Segreto dell’Alchimista la realtà è presente con nome e cognome, in quanto parte della vicenda è ambientata a Piacenza.

3)     Mi pare di capire che Antonia si lasci ispirare dal Cristianesimo in cui crede. In che modo Cristo entra nei tuoi scritti?

 
Il Cristianesimo entra nei miei scritti perché è una parte imprescindibile della mia cultura e del mio modo di pensare. Nel Segreto i due personaggi protagonisti sono nelle mie intenzioni ispirati al Cantico dei Cantici. È poi quello che vorrei realizzare nella mia vita, nel rapporto che vorrei avere io con Cristo. Questo amore che Nimeon ha per Ester è l’amore che ho visto da parte di Gesù Cristo nella mia vita.

4)     E nella fattispecie: Il Segreto dell’Alchimista ha un sostrato decisamente cristiano. Puoi esplicitarlo? Hai incontrato difficoltà nel far accettare uno scritto di spessore cristiano dagli editori?

 
Il romanzo non si presenta come scritto prettamente cristiano, anche se nella sinossi inviata agli editori questo fattore era chiaramente segnalato. In origine il libro era preceduto da un’introduzione, che peraltro era molto personale, in cui rendevo esplicita la derivazione cristiana della storia. L’editore ha scelto di toglierla, per non fornire al lettore un’interpretazione di partenza del testo. A quanto pare i lettori, finora, non hanno colto nulla di questo aspetto.

5)     Credi che ci sia da parte degli editori italiani una precisa volontà di non pubblicare uno scritto esplicitamente cristiano o pensi sia solo una questione di mercato?

 
Purtroppo penso sia una questione di mercato. Credo che la maggior parte del pubblico non veda molto positivamente la cultura cristiana per come è presentata storicamente. Ho incontrato diversi lettori appassionati di fantasy che dichiarano di essere non credenti, o pagani, o credenti di religioni alternative e visto che questo è il pubblico a cui viene rivolto il libro, gli editori non rischiano di perdere una fetta di pubblico potenziale.

 6)     Cosa ne pensi della letteratura italiana in genere e di quella che si può ascrivere a un filone dichiaratamente cristiano?

 
Sono, con vergogna, una scarsa conoscitrice della letteratura italiana contemporanea. Ho iniziato da poco a leggere romanzi di autori fantasy italiani e trovo sia un settore molto interessante e aperto a notevoli sviluppi. Per il resto, conosco poco, più che altro perché essendo una lettrice accanita di Jane Austen e di romanzi di quel tipo, non trovo un corrispettivo in Italia.

   Per quanto riguarda il filone dichiaratamente cristiano direi che non esiste una narrativa che possa ascriversi a questo termine. C’è una letteratura di “morale”, che viene diffusa e apprezzata dai cristiani, come possono essere i libri di Giussani, ma la narrativa è poco frequente, o per lo meno poco conosciuta.

postato da: Fabrieli alle ore 12:01 | link | commenti (5)
categorie: italiano, attuale
giovedì, 12 giugno 2008

DARE VOCE AL SILENZIO di Patrizia Garofalo


DARE VOCE AL SILENZIO di Patrizia Garofalo

Edizioni Il Foglio, 2008
Pagg. 115
ISBN: 978-88-7606-142-4
Prezzo: € 10,00


Le poesie che riempiono le 111 pagine dell’ultima silloge di Patrizia Garofalo, Dare voce al silenzio, sono quasi tutte di una gradevolezza pensosa. Versi intensi che non lasciano dubbi sulla buona salute della poesia, quella che sa farsi ascoltare ed apprezzare.

Poesia vera, sentita e vissuta, assolutamente trasparente e del tutto ermetica. La linea poetica si mantiene, composizione dopo composizione, su di un tono antiretorico ed antimetafisico. Ci sono versi terribili e versi delicati, con cui cerca di esporre l’esperienza di una vita, la propria vita, i propri sentimenti, lo struggente dolore della solitudine di chi pure ama con tutto l’animo. 

La rivendicazione dell’amore come dato ineliminabile della sua poetica appartiene ad un modo di vita interiore e sensibile, con cui Patrizia Garofalo rivela immagini e sentimenti con una rara spontaneità d’espressione, ponendosi in bilico tra narrazione ed impressione, ma senza mai indulgere al sentimentalismo “Né le tue lacrime/né il tuo sudore/bagnano il mio seno/ma un’attesa/divenuta/mancanza”. pag. 89.

Ma i suoi versi non recano l’andamento di un diario intimistico, bensì una poesia che riesce a dire Io solo nella misura in cui pronuncia un Tu "Posso usare / iperbole / superlativi / e / ridere di eccessi / posso fare/ sberleffi allo specchio / linguacce / smorfie / versare lacrime / cercare parole / posso dirmi bellissima/ interessante / simpatica / affascinante/ posso anche ringraziare / ma tutto / appartiene/ sempre ad un altro”. pag. 41.

Persino nell’esaltazione i suoi slanci affettivi mostrano di preferire l’espressione diretta, la densità corporea, “Inarco la schiena/quando voglio raggiungere la luce/E’ successo/quando ti ho visto/Ti offro/il ritmo di un corpo/che respira/caldo” pag. 49; mentre l’amaro senso dello sconforto ripiega nella severa disciplina di una civile indignazione, di una sobrietà disarmata e sofferta, “Diventerò il fantasma/che si incontra/si cerca/si abbraccia/Sarò/angelo/di dolore e fantasia/su una terra/distratta/arida di desideri/indifferente”. pag. 43, “Meravigliato/il dolore/mi vede/sorridere”. pag. 83.

La vena da cui sgorgano le poesie è molto istintiva, la creatività sprigiona una resistenza attiva, messa in crisi ma mai piegata dal regime repressivo del razionale con dure rilevanze. E’ l’umore che percorre questi versi. In lei vi è la puntigliosità di chi vuol tutto dire ma nulla concede alle pulsioni del proprio cuore, che si sente battere e si avverte più nella sostanza del dire che non nella parola esplicita.

Note essenziali della sua lirica sono la brevità e la fermezza del segno, con il quale nell’economia estremamente rigorosa della parola, riesce a definire un vivo senso del tempo e dell’umano. Vibrazioni che esprimono il graduale sfumare e dissolversi del nulla della realtà, la stretta finale in cui precipita la lenta e penosa consunzione dell’animo umano.

Lo stile incisivo, quasi stenografico, privo di un lessico ricercato, ribadito talvolta dalla reiterazione e dalla stessa brevità del verso, risulta funzionale ad una poetica che mira a prosciugare ogni possibile deriva sentimentale. L’assenza di una regolarità metrica consente invece alla Garofalo di riprodurre nella poesia il ritmo sincopatico di un respiro che diventa rantolo, parola strozzata, voce del silenzio. Uno spazio asfittico questo, in cui si promena la percezione vigile ma niente affatto apprensiva di qualcosa d’inspiegabile; mentre la sua vocazione rimane quella di recuperare il discorso, attraverso una scrittura poetica che, pur nella sua esigua essenzialità, condensa tutti i temi della letteratura più alta, dall’amore alla desolazione, dalla ricerca all’incomprensione.

 

EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE

Patrizia Garofalo, “Dare voce al silenzio”, Il Foglio, Piombino, 2007. Prefazione di Attilio Mauro Caproni 

postato da: Fabrieli alle ore 18:46 | link | commenti
categorie: italiano, attuale
sabato, 05 aprile 2008

CANTO A DUE VOCI - FINITO E INFINITO di Isabella e Tommaso di Paolo


CANTO A DUE VOCI - FINITO E INFINITO
di Isabella Cinti e Tommaso di Paolo























Canto a due voci
Oriente e Occidente, 2003

Finito e Infinito
Libroitaliano Edizioni, 2006
Pag.: 96
ISBN: 8878653039
10 €

Isabella Cinti Di Paolo, classe 1940, è un’ex insegnante che vive attualmente in una casa ubicata nello scenario incantevole e rasserenante del parco naturale del Conero. Ammorbata da una grave malattia ha trovato qui conforto e sostegno tra la natura generosa e benefica. Vanta al suo attivo alcuni libri di poesia ispirati a tematiche religiose e naturalistiche.

Nel 2003, dopo aver scoperto casualmente che anche il figlio architetto coltivava in segreto la sua stessa passione, decide di dare vita ad un’iniziativa molto originale. Si tratta di due libri in cui da un verso si accede ad una sua raccolta di poesie, e da quello opposto nella silloge del figlio Tommaso. Le copertine riportano la stessa immagine, ma ognuna reca il nome del singolo autore e nel “Canto a due voci” anche una colorazione differente. La scelta risulta funzionale alla decisione di non consentire confronti a priori, e costituisce un felice espediente che consente di realizzare un’opera in comune nella salvaguardia delle rispettive identità. Due codici distanti nella liturgia della parola, eppure affini nel modo di rapportarsi alla vita nella ricerca di un significato autentico, che hanno il proprio nucleo generatore nella condivisione di valori comuni inalienabili e profondamente radicati.      

Mentre Isabella trasfonde la sua spiritualità nella tessitura armonica del verso, liberando una poetica tutta pervasa dal dilagante senso dell’infinito, Tommaso sente crescere la volontà di imprigionare colori, profumi, impressioni e li trasfigura in inchiostro vergato sulla carta. Recepisce immagini e sensazioni come un pegno di sublimazione, una suggestiva frazione di eternità che impone alla memoria di restituirla.  

Le parole di Isabella divengono musica celestiale come quella che la contemplazione del mistero della vita le regala ogni giorno, riuscendo a modellare il linguaggio all’unisono con il sentore dell’infinito e dell’eterno che ne pervadono l’animo. Ascolta:quell’amore,/fonte di vita/per tutte le creature,/dolcemente ti canta/in fondo al cuore/ed è voce di madre,/voce d’amico,/voce d’amante,/è voce d’infinito. (pag. 53 Canto a due voci)

La soavità e l’armonia del suo rimare sostituiscono la mancanza metrica lasciando liberamente trasmigrare il suo percorso poetico ed esistenziale in una cornice godibile di purezza lirica personalissima. Scende la sera/dagli occhi di lavanda/e sulla terra/sparge sacro il silenzio./Tiepido il vento/accarezza le siepi,/dolcemente scompiglia/alle querce la chioma/e dei nidi dormienti/lieve rapisce i sogni. pag. 22 Finito ed infinito)

Consapevole che i versi producono sull’anima gli stessi effetti che i farmaci hanno sul corpo, non indugia in vacui commerci con l’oscurità, né in speculazioni metafisiche e spirituali, ma si lascia trascinare docilmente in una dimensione rarefatta da un trepido desiderio di luce.

Padre,/donami un cuore puro/che brami il cielo(…) Padre, fa che il mio cuore/perdutamente/s’innamori di te. (pag. 59 Canto a due voci).

I versi di Tommaso, al contrario, denunciano la fragilità di un poeta ancora schiavo delle pulsazioni istintive. E’ una forza vitale, elementare ed inalienabile a dare consistenza al suo linguaggio poetico, ma non per questo egli riesce a mettere il dito là dove il cuore batte, dove respira, dove gioisce ed inevitabilmente duole, riuscendo a portare in luce, tra le pieghe di una scrittura di bruciante densità, una strana ed imprevedibile tenerezza. I suoi brevi frammenti poetici catturano per il tono vibrante della sua sensibilità, talvolta striata da un’ombra di amarezza, da un fuggevole alito di disincanto. Il troppo sole non riscalda, brucia./Il troppo vento non rinfresca, sradica./La troppa pioggia non disseta, sommerge./Il troppo amore non appaga, uccide. (pag. 23 Finito ed infinito) Nel giardino/le lacrime del cielo/ed i baci del sole/s’incontrano da sempre/portando nuova vita. (pag. 41 Canto a due voci)

I versi di entrambi non cercano l’affetto poiché sono nati e cresciuti con esso; ma recano al contrario l’inappagata ricerca di un desiderio comune di trascendere il mondo, esprimendo un nucleo di valori affini. Per questo motivo le loro liriche realizzano un’opera che guarda contemporaneamente a due mondi che finiscono per specchiarsi inevitabilmente l’uno sull’altro.

C’è un tepore familiare in questi libri, una sottilissima corda d’argento che lega il destino di entrambi, un meraviglioso rapporto d’amore che l’arte magica della parola rafforza e tiene in vita, costituendo per tutti noi un forte antidito alla sopravvivenza.


Gian Paolo G.

postato da: Fabrieli alle ore 07:28 | link | commenti (2)
categorie: italiano, contemporaneo
mercoledì, 02 aprile 2008

Geshwa Olers e il viaggio nel Masso Verde, di Fabrizio Valenza



Geshwa Olers e il viaggio nel Masso Verde
di Fabrizio Valenza

Lulu press, 2007
pp.380
isbn: 978-1-84753-700-3
18, 20 euro
(10, 80 la versione economica)


La mia conoscienza del fantasy lascia molto a desiderare: credo si riduca ai libri di Michael Ende (La storia infinita e Momo) e, ovviamente, ai sette Harry Potter. Altro non ho letto. Per cui quando ho preso in mano Geshwa mi sono sentita una profana in materia.
"Non male" mi sono detta. "Mi accosterò al libro con gli occhi di una semplice lettrice che giudica la narrazione per quello che è, senza confrontarla con i capostipiti del filone fantasy classico". Ed è proprio quello che ho cercato di fare.
Tanto per puntigliosità (e curiosità) mi sono letta tutte le recensioni apparse finora su aNobii, gli articoli e le interviste che Fabrizio ha scritto e rilasciato. Per cui adesso qualche idea più chiara ce l'ho, e so cosa significhi il cosiddetto Med-Fantasy (per chi è profano com'ero io: il fantasy ispirato alle leggende italiane, quelle che circolano nel bacino del Mediterraneo; niente a che vedere con quanto ci hanno propinato finora gli anglosassoni - dagli editori fino alla Disney - riempiendoci di storie con Mago Merlino, Re Artù e i cavalieri della tavola rotonda, ecc.).
Benvengano dunque maghi, orchi, fade, anguane e quant'altro ci offrono le leggende nostrane (ci vuole un pò di sano orgoglio nazionale), anche se proprio gli elementi fantasy che appaiono nel primo volume della eptalogia  mi sembrano propri del mondo cimbro-celtico-germanico. A riguardo appurerò direttamente con l'autore...
Sorvolo sulla storia (ne accennerò man mano che scrivo) e veniamo alla critica più comune che è stata rivolta al primo volume di Ges: la scrittura semplice (non semplicistica).
Immagino che il fantasy si nutra di intrighi, colpi di scena, mordente, tensione narrativa ecc. Dunque di una scrittura più veloce e coinvolgente di quella che, a prima vista, appare in Geshwa.
E' vero che qui la narrazione è piana, i colpi di scena (specialmente quando appaiono i maghi) tenuti saldamente al guinzaglio da una narrazione dosata, addirittura spartana nei momenti di massima tensione (appunto quelli dove si parla della magia, della lingua Onoferica che è la lingua della magia), d'altronde la narrazione è in funzione della descrizione del progressivo cambiamento degli stati d'animo di Geshwa.
Questo è un romanzo fantasy senza dubbio, ma è anche un potente romanzo di formazione
. Come la tradizione dei romanzi di formazione insegna (da Salinger, a Hesse, ecc.), azione ed introspezione non vanno a braccetto insieme (a meno di non usare degli stratagemmi narrativi tipo la narrazione in prima persona o il narratore interno che aumentano il grado di coinvolgimento del lettore, o inserendo elementi che generano tensione, ecc.). Se devo presentare un personaggio che da adolescente spensierato diventa ragazzo maturo affrontando una serie di prove ardue, che mai pensava avrebbe superato, beh è ovvio che la narrazione non può fare le acrobazie di un James Bond.
Tolto l'incipit magistrale e il finale che acellera proprio per la presenza di vari elementi magici, la parte centrale della storia è un'adagio (per dirla in termini musicali); narra del viaggio compiuto da Geshwa insieme a suo padre (su due muli, non su due cavalli. Ma si sa, il mulo  - elemento biblico - è la cavalcatura dei re) dentro l'intricata selva del Masso Verde. Dalla città di Senfe (la cui Palude di Sobis è sotto l'influsso di magia malvagia) i due viandanti piegano a sud (giusto? Una cosa importante: ci starebbe bene una bella cartina nel libro, non sono riuscita a raffigurarmi bene la mappa della zona) verso la capitale del Regno di Grodestà dove si trovano il fiume Midilonge e la fattoria della sorella del padre di Ges.
I due si dirigono lì per cercare rifugio e sfuggire così alla magia malvagia che sembra approssimarsi pericolosmaente a Senfe. Non è un caso che, purtroppo per Ges, durante il viaggio rimarrà orfano. E' tipico dei romanzi di formazione. Mamma e nonna, rimaste a casa in attesa che la zia accetti di ospitare Ges e il fratello alla sua fattoria (c'erano stati dissapori un tempo, per cui intanto il padre di Ges pensa di andare avanti lui solo a saggiare il terreno con la sorella) moriranno, sorprese in casa da una esplosione magica. E il padre, dopo averlo accompagnato fino alla fattoria e aver preso accordi con la zia perchè Ges d'ora in poi viva con lei, sparisce. Va a Grodestà (la capitale del Regno) e non fa più ritorno.
Tutto si compie perchè Ges venga iniziato alla vita adulta, alla decisione da prendere su quale debba essere il suo destino. Tutto il viaggio è un rito di iniziazione.
In questo modo l'introspezione che l'autore conduce del personaggio principale (attorniato da figure-chiave come l'amico Nargolian, orfano anch'egli, che gli fa quasi da specchio: difatti alla fine del libro Ges prende la strada dell'esercito mentre Nargo quella opposta di diventare apprendista mago) rallenta indubbiamente il ritmo della narrazione, ma è il pegno da pagare quando si vuole dare un pò di sostanza alla storia, e si vuole portare il lettore a seguire passo passo l'evolversi della coscienza di Ges.
Così alla fine il lettore apprende che, dopo tutte le traversie subite e le prove di coraggio affrontate, Geshwa sente la "vocazione" alla vita militare. E il libro si chiude con la decisione del ragazzo di entrare nell'esercito reale.
Credo che la cifra principale di questo primo volume della storia di Geshwa Olers sia il rapporto di Ges con il padre.
Ed in secondo luogo il rapporto di amicizia con Nargolian.
Questo è anche un racconto sulla paternità e sull'amicizia
: i tre personaggi principali sono Ges, il padre e l'amico Nargolian.
C'è anche un altro personaggio che, in sottofondo, alimenta in modo incredibile il romanzo: è la natura.
Essa è descritta in modo mirabile: la palude di Sobis, il Masso Verde, il Midilonge, lo Sperone del cielo, sembra di vederli, di toccarli; ci sono tantissimi luoghi descritti con perizia e maestria. E si capisce che la natura è il quarto personaggio-chiave del libro. Essa sprigiona forza e magia, quella stessa forza che speriamo faccia legare in maniera forte e decisiva ogni lettore a questa bella saga, per condurlo fino alla fine dell'opera.

Elisabetta M.

http://www.lulu.com/content/398380

http://geshwa.splinder.com/

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martedì, 25 marzo 2008

Il nemico, di Michael O'Brien



Il nemico (Father Elijah.  An Apocalypse)
2006, San Paolo Edizioni, collana Le vele
traduttore: Monica Rimoldi
pp.547
codice isbn:978-88-215-5752-1
19,50 euro


Ci sono scrittori che traspaiono dalla pagina scritta (in maniera più o meno assordante), e altri che si limitano a far trasparire i loro personaggi. O' Brien è di quelli che traspaiono in filigrana: nel mentre la lettura procede in avanti non si può non percepire - in maniera discreta, non rumorosa - il suo modo di ragionare (e di far ragionare i personaggi).
Oltre che scrittore O' Brien è un celebre pittore canadese, cattolicissimo, che ha all'attivo varie pubblicazioni nell'alveo della letteratura cristiana. Father Elijah è uscito nel 1996 per la Ignatius Press (
la stessa casa editrice di papa Benedetto XVI, T. Howard, G. K. Chesterton, H. De Lubac, L. Bouyer); dopo dieci anni, e numerose segnalazioni da parte dei vari media tutte molto molto favorevoli, è approdato in Italia per le Edizioni San Paolo.
La collana che lo ospita è la famosa collana Le vele, dedicata alla letteratura contemporanea, perciò tanto di cappello a O'Brien.
Questo libro è stato accostato dal critico letterario Edoardo Rialti sia al Padrone del mondo di Benson (per l'evidente parallelismo al tema dell'apocalisse usata in chiave apologetica), sia al Signore degli Anelli di Tolkien (libro che O'Brien stesso cita nel suo romanzo, insieme anche alla Divina Commedia di Dante e ai Promessi Sposi di Manzoni. Ovviamente noi italiani non possiamo che essere orgogliosi di tali citazioni).
La storia è densissima, perciò rimando alla lettura del libro (la quale lettura mi è risultata un pò pesante, sia per i molteplici livelli di lettura sia per i lunghi meandri in cui la storia a volte s'infila).
Qui mi limito ad accennarla: il padre carmelitano Elijha, canuto anziano, archeologo, ebreo polacco giunto in Israele dopo la seconda guerra mondiale, ex-personalità di spicco nel mondo politico ebraico, convertitosi al cattolicesimo e ritiratosi in convento, riceve l'invito dal Vaticano a venire da Israele a Roma per discutere un compito importantissimo che il Papa vorrebbe affidargli. Si scopre che questo compito delicatissimo altro
non è che annunciare al Presidente dell'Unione Europea, uomo di punta della politica mondiale, osannatissimo, che sta veleggiando per diventare l'uomo più potente della terra grazie ad una serie di alleanze politiche, strategie di perseguimento della pace mondiale, donazioni, una nuova filosofia cosmico-universale, ecc. dicevo, annunciargli che Cristo è l'unico Signore della storia. Cristo, e non - come tutti credono - lui, il Presidente.
Il compito è di quelli di far accapponare la pelle, difatti padre Elia continua a dire ai suoi superiori (Stato e Dottrina, cioè il Card. Segretario di Stato e il prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, oltreché al Papa stesso) che non si sente all'altezza, che è debole, incapace di parlare con uno come il Presidente che ha al massimo grado il dono dell'oratoria, di convincere soavemente i suoi interlocutori.
La posta in gioco è che il Presidente diventi nientemeno che l'Anticristo (Il nemico del titolo): è per questo motivo che va "salvato" con la predicazione di un messaggero inviato da parte della Chiesa.
In effetti questo è un romanzo catechetico: è come leggere una catechesi sulla trasmissione della fede, sulla salvezza che opera Cristo mediante la Chiesa ed il Primato di Pietro, sul demonio e sulle forze dell'Anticristo. O'Brien non poteva essere più chiaro ed efficace. Come leggere i libri apologetici dei primi secoli del cristianesimo, da Giustino a Tertulliano ad Agostino.
Tornando alla nostra storia, padre Elijha riuscirà nella sua opera di evangelizzazione (Il nemico non si convertirà, ma almeno avrà ascoltato la Parola del messaggero della Chiesa e dunque la sua scelta per il male sarà definitiva. D'ora in avanti "il demonio entrò in lui" come dicono i vangeli a proposito di Giuda, durante l'ultima cena), solo che la strada che lo condurrà verso la progressiva riuscita nell'impresa è una strada di spoliazione dell'uomo vecchio (l'uomo del peccato, per dirla con le parole di San Paolo), di abbassamento, mortificazione, umiliazione. Dovrà fare i conti con il suo passato sepolto dentro di lui ma non accettato fino in fondo: l'olocausto della sua gente, la perdita della sua famiglia portata nei campi di concentramento, l'amore per la sua Polonia, l'amore per il suo benefattore che lo accolse orfano dei genitori e che si farà catturare al suo posto, la moglie incinta dilaniata da una bomba quando viveva in Israele, e da ultimo l'affetto pulito e quasi paterno per Anna Benedetti, una vedova illustre della cerchia del Presidente che lo aiuterà a smascherare l'ipocrisia e la menzogna del Presidente (e che per questo morirà).
Tra colpi di scena, dialoghi serrati e profondissimi (ci sono tantissimi dialoghi in questo libro, che poi sono il mezzo per presentare l'insegnamento catechetico), excursus storici che fanno rivivere i tempi della guerra e dell'immediato dopoguerra, descrizioni della natura e dei personaggi sempre precise, puntuali e ricche, O'Brien ci conduce come un fiume in piena verso la foce della storia, verso il punto finale. Verso l'apocalisse finale che lui lascia intravedere, senza descriverla.
Preziosissima è l'introduzione che ha scritto O'Brien per farci capire il suo libro:
"Il lettore incontrerà qui un'apocalisse nel senso letterario antico, ma scritta alla luce della rivelazione cristiana. E' una speculazione, un'opera di fantasia. Non tenta di predire dettagli dell'apocalisse finale, quanto piuttosto di domandarsi come la personalità umana risponderebbe ad una situazione di tensione intollerabile, in un clima morale che diventa sempre più gelido... questo libro... offre la Croce. Essa testimonia - spero - la vittoria finale della luce".

Elisabetta M.

http://studiobrien.com/site/index.php
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lunedì, 17 marzo 2008

Il velo dipinto di W.S. Maugham



Il velo dipinto (The painted veil)
di W. Somerset Maugham
Adelphi, 2006
Traduzione di Franco Salvatorelli
pp. 234
codice isbn: 978-88-459-2049-3
18 euro



Cosa succede quando cala il velo dell'illusione dagli occhi e ci si accorge di essersi rovinati la vita con lo sbaglio più grande e più stupido che si potesse commettere?
E' l'idea centrale del romanzo di Maugham, inglese, classe 1874, romanziere doc.
Maugham è famoso per la sua fredda ironia e misoginia. Anche in questo romanzo, ambientato in una splendida location (Hong-Kong e poi l'entroterra di un piccolo villaggio colpito dal colera: Mei-Tan-Fu), con ampie  descrizioni della vita quotidiana durante il governo britannico delle colonie inglesi, i personaggi sono il tratto più riuscito della penna di Maugham. Il personaggio femminile, la protagonista, è messa dallo scrittore in una condizione psicologica di limite estremo.
La storia è molto semplice, ricalcata sulla vicenda dantesca di Pia de Tolomei (che, tra l'altro, adesso sembra rivedere una fioritura dovuta al musical di Gianna Nannini: Pia de Tolomei): una donna fatua e infantile sposa, senza amore, un medico biologo che lavora ad Hong-Kong. Lo sposa spinta unicamente dalla prospettiva di farsi una vita propria, senza dipendere in alcunché dalla famiglia d'origine, e per la paura altrimenti di rimanere nubile.
Come lo stesso autore rivela nell'introduzione, questo è un romanzo a-tipico. Anzichè modellare i personaggi man mano che si dipana la vicenda nell'immaginario creativo dello scrittore, qui lo scrittore ha apertamente dichiarato che ha modellato i suoi personaggi su un'idea origianaria, primitiva. E' un'annotazione davvero interessante, perchè vuol dire che un romanzo può riuscire benissimo anche se i personaggi sono - per così dire - in parte costruiti a tavolino (ma è un'eccezione, difatti abbiamo a che fare con un grande scrittore).
Cito dall'introduzione: "La storia che segue è stata suggerita da questi versi di Dante:
"Deh, quando tu sarai tornato al mondo,
e riposato de la lunga via,"
seguitò 'l terzo spirito al secondo
"ricordati di me, che son la Pia;
Siena mi fè, disfecemi Maremma:
salsi colui che 'nnanellata pria
disposando m'avea con la sua gemma".
... Questo, credo, è il solo romanzo in cui ho preso le mosse da una vicenda anziché da un personaggio".
La prima volta che conosciamo Kitty, la protagonista (già dal soprannome ci facciamo l'idea della sua fragilità; lei è sempre Kitty: quando tutti gli altri personaggi hanno un nome, lei ha sempre un diminutivo, che è anche un vezzeggiativo; la vediamo nella sua tenerezza, nel suo spirito infantile, leggiadro e giocoso), dicevo, Kitty la troviamo subito con Charlie, l'amante. Sta tradendo il marito in un afoso pomeriggio estivo di Hong-Kong. E sciagura vuole, il marito - senza farsi vedere - li scopre.
In effetti questo incipit è una bomba: non si può attrarre il lettore con più forza, con più suspance. La vicenda prende le mosse da qui: il marito, che veramente l'ama, sentendosi tradito e non riuscendo a perdonarla gioca la carta della vendetta che, però, è anche una crudele autodistruzione. Sceglie di andare a lavorare in un villaggio dell'entroterra colpito dal colera. Lei, costretta a seguirlo perchè l'amante non ha alcuna intenzione di sposarla (e di tornarsene dai genitori in Inghilterra non se ne parla), arriva con Edmund (il marito) in questo villaggio, e piano piano comincia a vedere il marito con occhi nuovi. Scopre che è bravo, che è apprezzato dalla gente del posto (mentre il suo ex-amante ha fama di un arrivista), nel suo cuore l'apatia cede il posto alla tenerezza, alla fiducia. A Kitty cade il velo.
Purtroppo - si può dire - il velo passa ad Edmund. Ironia della sorte! Per lui, non riuscendo a perdonarla, inizia un autentico calvario interiore che lo porta ad autoannichilirsi, ad autoannientarsi. Vinto dal disprezzo per sè, per aver  creduto nell'anno di matrimonio trascorso insieme con Kitty che lei lo amasse, si fa uccidere dal proprio idolo (cioè dall'idea che ha costruito su di lei).
Ci sono dialoghi bellissimi tra i due sposi, che fanno toccare la disperata lontananza dei loro due punti di vista. Nemmeno la magia della natura incontaminata li aiuta. Nemmeno la santità delle suore che curano i malati, con cui entrambi vengono a contatto, riesce a riavvicinarli. Ormai tutto è morto. Ed infatti è come se Maugham facesse già baluginare davanti il triste epilogo: Edmund si ammala di colera e muore. Peccato, perché invece Kitty - che nell'idea di Edmund avrebbe dovuto ammalarsi e morire lei - è talmente viva e vegeta che è rimasta incinta di Charlie (altra cosa che, per Edmund, è una mazzata quando lo viene a sapere) e partorirà una bambina.
La conclusione vede Kitty tornare in Inghilterra dove l'attende suo padre rimasto vedovo (dopo essere caduta un'ultima volta tra le braccia di Charlie). Insieme a suo padre, che inizierà ad amare gratuitamente (non come da ragazza che il padre rappresentava solo la fonte del reddito di famiglia), Maugham lascia intendere che finalmente Kitty saprà costruirsi una nuova vita, per sè e per sua figlia. Ha imparato, ed imparerà ancora meglio, che l'amare non è mai slegato dal rispetto per sè e per gli altri.

Elisabetta M.

http://www.internetbookshop.it
http://it.wikipedia.org/wiki/William_Somerset_Maugham
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venerdì, 15 febbraio 2008

MANIFESTO del BIBLOG

Finalmente siamo giunti a questo momento.
   Per noi è importante diffondere lo spirito col quale BIBLog.it è nato ed è giusto farlo tramite le parole di uno dei collaboratori che si sono inseriti sulla nostra strada.
   Sposiamo le parole che leggerete, tanto da considerarle, per l'appunto, il nostro manifesto.

Una giusta presenza
 

Al giorno di oggi la presenza dei cristiani e del cristianesimo sulla scena italiana non gode di molta simpatia. Per reciproche colpe, di credenti e laici, si inasprisce sempre di più uno scontro ideologico che non rispecchia né la vera volontà del Signore, né il vero spirito laico.  Sembra che il terreno di scontro sia sempre il campo sessuale o il sottile e labile confine dell’etica biologica. Da  credente, o meglio, da persona che si sforza di credere e di crescere  nella sequela, nella fede del Signore Gesù, credo che il ruolo dei cristiani vada rifondato o meglio messo in un meccanismo di continua conversione.

Per iniziare e’ importante tener ben presenti nel cuore le affermazioni del n. 7 della “Veritatis Splendor” : «Nel giovane, che il Vangelo di Matteo non nomina, possiamo riconoscere ogni uomo che, coscientemente o no, si avvicina a Cristo, Redentore dell’uomo, e gli pone la domanda morale. Per il giovane, prima che di una domanda sulle regole da osservare, è una domanda di pienezza di significato per la vita». E in effetti, è questa l’aspirazione che sta al cuore di ogni decisione e di ogni azione umana, la segreta ricerca e l’intimo impulso che muove la libertà. Questa domanda è ultimamente un appello al Bene assoluto che ci attrae e ci chiama a sé, è l’eco di una vocazione di Dio origine e fine della vita dell’uomo».

Vi è un bene assoluto quindi, che chiama in causa ogni uomo ed in modo particolare i cristiani adulti perché “a chi ha sarà chiesto di più”. SI, i cristiani possono e devono indicare un senso alla vita degli uomini; possono e devono indicare un’etica che miri alla giustizia sociale, che sappia vedere il male, condannarlo ed indicare il bene e perseguirlo. Si può e si deve senza mai cadere nella tentazione di essere un’alternativa per tutti (la fede non si impone, mai!) in quanto non per tutti è il cristianesimo. Né si deve cadere nella tentazione di essere un “supplemento di anima” alla società in cerca di sostegno: questo svilirebbe la potenza della croce e del Vangelo, e renderebbe i cristiani schiavi del potere!

Ovviamente la situazione attuale è molto complessa e va subito superata l’idea di un’etica ridotta solo al privato, per ritrovare nel Vangelo ispirazione e forza per ridisegnare un tessuto sociale più fraterno e più giusto. In questo credo sia giusto e fruttificante avere come punto di riferimento le prospettive delineate in “Novo millennio ineunte” soprattutto al capitolo IV. “Compito primario della Chiesa è testimoniare la gioia e la speranza originate dalla fede nel Signore Gesù Cristo, vivendo nella compagnia degli uomini, in piena solidarietà con loro, soprattutto con i più deboli” si tratta cioè di porci come “collaboratori della gioia” dei nostri fratelli, evitando di far da padroni sulla fede” (2 Cor 1,24), in maniera da essere insieme a loro “portatori della gioia a ogni uomo”.

Al momento  storico in cui siamo è bene che una delle due parti (credenti e laici) smorzi i toni, mostri segni di apertura, abbandoni i toni continui di polemica spiccia e non costruttiva. Compito del cristiano è non evadere la storia ma vivere la storia nella compagnia degli uomini e non contro gli altri uomini! Questo va sempre ricordato. Per il Signore non esistono cristiani e non cristiani ma tutti sono suoi figli! Si, la chiesa è espressione della primizia dell’umanità ma anche chi non vi appartiene è per Dio suo preziosissimo figlio! A volte credo che noi credenti queste elementari verità le dimentichiamo volutamente per ritrovare un’identità che però abita altrove e non in queste cose. Certo i cristiani non rinunceranno mai alle loro convinzioni dettate dall’incontro col loro Signore; ma mai e poi mai perseguiteranno chi la pensa diversamente.

E allora cosa caratterizza i cristiani? Quale il loro ruolo nella società? Personalmente sono sempre più persuaso che i cristiani, come già profeticamente ci dice la “lettera a Diogneto”, non si distinguono per costumi particolari, lingue diverse, abitudini troppo stravaganti rispetto agli altri uomini. No! L’unica distinzione è la fede nel Signore, nella risurrezione e soprattutto nell’amore verso tutti fino al nemico. Questa è l’unica differenza.

A mio parere la difficoltà odierna è che questa differenza sia poco creduta e praticata. Le “opere belle” di cui parla il vangelo sono messe troppo sotto il lucerniere o sotto il mogio; e quelle che vengono messe in mostra corrono spesso il rischio di non essere attribuite al Signore ma alle sole mani umane e quindi diventano Philautia (amore di se stesso, solo dell’uomo). Ma il cristianesimo è altro, molto di più. E’ qualcosa che ha ancora molto da dire all’uomo di oggi e di domani. Senza arroganza, ma con molta umiltà, come servizio all’uomo. Come ha fatto il suo Signore.


Alessandro Lauro
(e con lui La Redazione del BIBLog.it)


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sabato, 09 febbraio 2008

"K" - La favola secondo susanna sarti


"K" - La favola secondo Susanna Sarti

Giraldi Editore, 2006
Pagine: 111
ISBN:
8861550339
Prezzo: 12,50€


K come Kindo, un ragazzino dotato di un’intelligenza precoce alle prese con le gioie e le difficoltà della vita; K come Karin, una bella donna che aderisce amorevolmente al ruolo di moglie e di madre; K come Kevin, un uomo calvo, sdentato, con un naso lungo e storto e due sopracciglia folte come la scopa della befana, ridicola parodia di un padre tenero e goffo; K come Kicco, un cane meticcio con le gambe corte e privo di coda.

Forse K come già i Kika Kamillo e Kromo di Francesco Tullio Altan. Oppure K come Key : la chiave per entrare nel cuore di un bambino, come avanza argutamente Daniela Domenica nell’introduzione.  Una chiave che gli adulti hanno obliato tra i tesori infantili quando hanno iniziato a credere a miraggi di verità più ricche di quelle che recavano nella propria anima. Susanna Sarti questa chiave magica per nostra fortuna l’ha conservata e dopo averla riesumata dalla soffitta polverosa del proprio passato l’ha utilizzata riuscendo a calarsi perfettamente nei desideri nascosti e nelle speranze di un bambino.

Kindo racconta in prima persona descrivendo con un delicato tocco di sana ironia, non priva di generoso affetto, lo stravagante nucleo familiare che anima lo scenario della sua infanzia. Fino al giorno in cui si spalanca dinanzi alla sua vista uno scenario seducente ed inebriante di un mondo in cui il sole non tramonta mai sull’ armonia e la pace assoluta.

Tuttavia Kindo riuscirà a resistere alla malia illusoria di un rifugio rassicurante tra i campi aperti dell’eterna giovinezza, avvertendo con rara capacità di discernimento, tutta l’inadeguatezza di un’esistenza priva di affetti e di dolori, di speranze e di delusioni, di amore e di morte. Ma da questa esperienza uscirà profondamente rinnovato, poiché lontano ed estraneo a se stesso l’io diventa meravigliosamente oggettivo, predisponendo il proprio animo ad un impiego stimolante ed impegnato della propria vita.

Con questo racconto piacevole, coinvolgente ed  amabilmente surreale, Susanna Sarti non mira a collocarsi autorevolmente nei luoghi sempre persi e ritrovati della tradizione fiabesca. Nel suo libro non troviamo traccia della fantasia linguistica e dell’eleganza del nonsense rodariano. La sua incursione nel tempo eterno del mito e della fiaba mira, con grande grazia creativa, a trasfigurare le vicende entro una dimensione più consona all’esperienza di oggi, attraverso un convincente equilibrio di fantasia, di fiaba e di realtà quotidiana. L’autrice non punta alla liberazione dirompente della fantasia, né alla mera astrazione consolatoria, ma se ne serve unicamente come strumento di lotta e di dissacrazione, come una lama va ad infilarsi dritta nel cuore degli adulti.

Con un linguaggio che ha il pregio di restare semplice e concreto, di folgorante immediatezza morale e descrittiva, ci offre un prova narrativa che tratta della storia della crescita di un ragazzino, ma anche del tema della maturità affidandosi ad un fine senso dell’umorismo e dell’ironia.

La scrittrice emiliana si conferma scrittrice versatile, capace di creare figure e situazioni che catturano per la loro efficacia, non priva di accenti delicati e di contenuta emotività. E con questo libro ci sforna una pietanza di squisita bontà, in cui c’è tutto, ma proprio tutto ciò che deve avere una fiaba per essere bella. La si divora in poco tempo e lascia un gradevolissimo, delicato sapore di cose buone, genuine e gustose.


Gian Paolo G.

www.susannasarti.com
postato da: Fabrieli alle ore 16:13 | link | commenti
categorie: italiano, contemporaneo
martedì, 05 febbraio 2008

MANUALE DEL GUERRIERO DELLA LUCE di Paulo Coelho


MANUALE DEL GUERRIERO DELLA LUCE di Paulo Coelho


Titolo orig.: MANUAL DO GUERREIRO DA LUZ
Bompiani, 1997
Pagine: 156
ISBN: 88-452-3183-6
Prezzo: 10€

                   

Questo piccolo best seller di Paolo Cohelo, si può definire uno di quei libri che non possono assolutamente mancare in una libreria.

Di per sé non è un libro che segue una sua logica come siamo abituati solitamente. In questo sta anche la sua originalità e bellezza. E’ la storia di un ragazzo che sulle sponde del mare è invitato da una misteriosa donna ad ascoltare il suono delle campane. Un chiaro invito all’interiorità, ad ascoltare se stessi, a ritornare in sé.  Un tema caro a molte religioni e carissimo al Cristianesimo. Basti pensare ad Abramo che è invitato da Dio a “uscire dalla sua terra”leggiamo sulle nostre traduzioni, ma in verità la corretta espressione dall’ebraico sarebbe “Va verso te stesso, ritorna verso te stesso” per riscoprirti e ritrovarti aggiungeremmo noi. Un tema dunque in comune con gli ebrei e non solo; un tema chiarissimo anche nella tradizione cristiana autentica, radicata nelle scritture; come non far venire alla mente la parabola del Figlio prodigo, dove il minore dei fratelli una volta toccato il fondo di se stesso “ritorna in sé” – dice il brano – e decide di ritornare da suo padre.

Questo è un sicuramente il filo rosso di questo piccolo gioiello di letteratura moderna, che si snoda in piccole raccolte - oserei dire- sapienziali che danno luce in chi le legge. Oltre al tema del cercare dentro di sé la verità e la forza, sono affrontati temi quali il discernere, il perdono, lo scegliere sempre la parte buona della vita ma anche la capacità di accettare i propri limiti e di superarli nel tempo. Ovviamente non manca il grande tema dell’Amore. Non solo inteso quale rapporto tra uomo e donna ma anche come realizzazione di sé; Amore come risposta alla domanda profonda sul senso della vita.

Chi s’imbatte in questo libro conosciutissimo in tutto il mondo, trova sempre una pagina, una frase, una situazione che parla del suo momento, alla sua situazione. E’ un libro che per sua natura si presta a essere riletto molte volte; il lettore non saprà resistere nel ritornare sul corpo centrale del libro per andare a cercare la pagina che più può aiutarlo in quel momento.

In definitiva è un piccolo breviario d spiritualità dal quale chiunque e in qualsiasi momento della giornata può attingerne la forza e la luce.

 

Alessandro L.


 
postato da: Fabrieli alle ore 13:11 | link | commenti (2)
categorie: contemporaneo, straniero